IL TELEFONO: UN VIAGGIO TRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE NELLA COMUNICAZIONE ITALIANA

Ciccia Che fame ho!, pensò la gattina, davvero una fame che non molla. Non era la prima volta che la sua pancia brontolava. Da tre settimane chiedeva sempre più cibo, da quando la padrona non cè più in casa. Come è potuto succedere? La gatta non capiva nulla. Prima viveva come una regina, con tutti i privilegi: niente cibo secco che veleno!, solo carne fresca, formaggino, vitamine e tutto a volontà.

Un mattino sfortunato Ciccia si svegliò davanti a una ciotola vuota. Il gatto di casa si guardò intorno, aspettò un attimo, poi si offese ma linsoddisfazione non la placò, anzi, la fame si fece più forte. Sentì il telefono della padrona squillare nella stanza, una volta, poi unaltra volta. Decise di investigare, entrò nella camera e trovò la padrona stesa per terra. In quel preciso istante sentirono il tintinnio delle chiavi, la porta si spalancò e degli sconosciuti fecero irruzione. La sollevarono e la portarono via. Da quel momento Ciccia non lha più vista.

La porta sbatté, lasciandola sola in un appartamento deserto. Fame da morire. Lacqua cera, ma che acqua è, non si mangia! più tardi, una volta fuori per strada, capì che anche lacqua è un tesoro. Quando si va di bancarella in bancarella e trovi solo pane indurito senza una pozzanghera la sete diventa un urlo. Ma per ora la gatta stava piangendo disperata nellappartamento, chiedendo cibo e nessuno rispondeva.

Il quinto giorno la porta si aprì di nuovo: entravano gente che non aveva mai visto. Finalmente mi danno da mangiare!, pensò Ciccia, corse verso di loro e miagolò. Loro la scartarono. Un altro miagolio, più supplichevole, attirò lattenzione di uno di loro: Che faremo della gattina? Gettala via, è un peso! E così la scaricarono fuori dalledificio.

Scossa, affamata, la gattina si rannicchiò in un angolo del vano. Rimase lì fino a notte fonda, poi, spinta dalla fame e dalla sete, si diresse verso le scale. Salì, poi scese, trovando solo buio e silenzio. Pianse a dirotto, senza sosta.

Al piano terra una porta si aprì. Mi faranno entrare?, pensò, ma ne uscì un uomo assonnato che la afferrò e la sbatté fuori, nella notte. Così Ciccia finì per le strade di Napoli, un mondo che finora aveva osservato solo dalla finestra di casa.

Il terrore non la fermò più; anzi, si rese conto che poteva temere, ma anche superare la paura. Aveva sete e trovò una piccola pozzanghera dallodore sgradevole, ma era comunque acqua. Bevve, poi avvertì lodore di cibo marcito. Una settimana di fame la aveva indebolita, ma rosicchiò una crosta di pane ammuffito e la fame si placò un po.

A quel punto una seconda gatta iniziò a sibilare minacciosa, agitandosi di coda e pronta a difendere il suo territorio. Ciccia si ritirò spaventata. In seguito arrivarono dei cani, dagli alberi si nascose, mentre la gente, infastidita dal suo miagolio, lanciava pietre. Come fosse sopravvissuta? Non lo sapeva, né quanti giorni avrebbe più potuto farcela.

Il suo pelo, un tempo lucente, divenne sporco e opaco. Lacqua che cercava la faceva leccare incessantemente, ma il pelo si impregnava di sporcizia. Una volta finì dentro della lana di vetro e ancora oggi sente frammenti di vetro attaccati al suo manto, con piccole tracce di sangue.

Ciccia ormai non si curava più di sopravvivere o morire; se ne stava quasi indifferente. Arrivò al parco di Villa Comunale, dove cerano meno gatti ma molte persone con cani. Si rifugiava sugli alberi, ma vicino alle panchine trovava cibo di notte.

Oggi, nascosta su un albero per sfuggire a un grosso cane, ha trascorso mezza giornata lì e ora deve cercare ancora cibo e acqua. Scese cautamente, strisciò tra lerba tagliata, cercando qualcosa da mangiare. Prima trovò un pezzetto di pane e una piccola salsiccia, li ingoì in fretta, guardandosi intorno per non essere sorpresa.

Il problema dellacqua rimaneva. Notò un punto dove di giorno la gente beveva, e parte dellacqua cadeva a terra. Se avesse avuto fortuna, quella pozza sarebbe rimasta ancora umida.

Ma un lamento la interruppe. Un uomo gemeva. Ciccia si girò, che importa di uno sconosciuto?, pensò, dato che gli era capitato di subire tanto. Luomo gemette ancora, così la gatta decise di avvicinarsi.

Vicino alla panchina dove aveva trovato il cibo, su un tappeto di erba tagliata, giaceva un anziano signore. I suoi occhi erano chiusi, gemette di nuovo. Ciccia capì che non era pericoloso, così si avvicinò, annusò il volto e vide sul prato un oggetto familiare: il campanello che la sua padrona usava quando aveva bisogno di qualcosa. Luomo, probabilmente caduto, laveva perso.

Loggetto vibrava, Ciccia balzò indietro, e luomo, con gli occhi appena aperti, cercava di afferrare qualcosa. Vide la gatta, la fissò e chiese: Piccolina, aiutami!, graffiando lerba con le dita per prendere il telefono.

Ciccia capì: luomo aveva bisogno di quel dispositivo, ma non poteva muoversi. Si avvicinò, spinse loggetto con una zampa, più volte, finché luomo lo prese in mano.

Allora il telefono squillò di nuovo. Una voce agitata si sentì: Papà, dove sei? Perché non rispondi? Figlia, sono al parco, vicino alla grande aiuola. Sono caduto, non potevo afferrare il telefono. Papà, arriviamo subito, tieniti forte. Luomo si reclinò sullerba, ringraziò: Grazie, piccolina! Mi hai salvato!

Sentì correre dei passi, si nascose in fretta, tornando alle sue necessità: bere e mangiare. I giorni passarono, la gatta rimase nel parco, vivendo di un giorno allaltro, sugli alberi di giorno, a cercare cibo di notte. Una pioggia la bagnò, il freddo la fece tremare, ma lacqua era più facile da trovare.

Una settimana dopo, una voce familiare la chiamò: Papà, lho trovata qui, la gatta è qui. Papà, forse è scappata da tempo! Marina, mi sembra che non fosse una randagia. Era di casa prima. Cerchiamo di trovarla. Il marito e la moglie chiamavano miag-miag in allegria. Ciccia sentì le voci, ma non si avvicinò subito.

Il marito parlava con un tono dolce, quasi come faceva la sua vecchia padrona quando la invitava a mangiare una leccornia. Ciccia ascoltò, il suo cuore si sciolse. Il marito notò il suo movimento e disse: Marina, ecco la gattina. Andiamo piano, non spaventarla. Estrasse dal taschino una bustina di cibo per gatti, la aprì e lodore del tonno la fece impazzire. Dopo pochi minuti, il cibo sparì. Ciccia sbuffò di gioia: Che bontà! Come ho fatto a non apprezzarlo prima?

Il marito le tese la mano: Piccolina, grazie per avermi salvato la vita! Vuoi vivere con noi? La voce gli era così rassicurante, come quella della sua vecchia padrona. La gattina, timida, si avvicinò, sfregò la testa contro la mano, miagolò felice. Il marito la prese in braccio e la accarezzò; la moglie fece lo stesso. Che momento incredibile!

Portarono Ciccia a casa, la lavarono, la nutrirono. Il giorno dopo la portarono dal veterinario. Ciccia! Che cosa ti è successo? chiese il dottore. Conoscevate la sua padrona? domandò luomo. La conosco benissimo. Era una signora molto premurosa, sempre puntuale con le vaccinazioni. Il nuovo proprietario raccontò come laveva conosciuta. Allora la padrona è morta, era una signora anziana, disse il veterinario con tristezza. I parenti lhanno buttata fuori. Che gente! Era una gattina di razza, avrebbero dovuto almeno avvisare!. Ora è nostra, disse luomo, e non tornerà mai più per strada. Guardò la gatta: Allora ti chiami Ciccia, vero? Piacere di rivederti!.

Le somministrarono le vaccinazioni, e Ciccia non oppose resistenza: aveva capito che finalmente qualcuno voleva aiutarla.

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