Lola. Un Mondo Intorno a Te.

Loredana. Il mondo dentro.

Sono nata in una famiglia semplice, calorosa e sorprendentemente tranquilla. Eravamo quattro figli: due fratelli maggiori, una sorella e io, la più piccola. Mi chiamavano in mille modi: Lora, Lore, Lulù, ma papà aveva un soprannome speciale per me Loredana. Lo pronunciava come se mi cullasse su onde soffici, come se quel nome racchiudesse qualcosa di caldo, estivo, totalmente casalingo. Mi piaceva tanto che chiedevi a tutti di usarlo, proprio come lo faceva papà.

Mio padre, Giovanni Bianchi, era il caposquadra di unofficina meccanica; la mamma, Maria Bianchi, vendeva al mercato di Napoli. Vivevamo in modo semplice ma sereno, in un piccolo appartamento di via Sanità, dove non cerano parole forti ma cera tanto calore silenzioso.

Papà tornava a casa puzzando di olio motore, vento e strada. Portava sempre sacchetti di verdure, barattoli di sottaceti dei vicini che non potevano pagare, sacchi di patate, e talvolta una o due meloni che riusciva a trascinare nei momenti meno opportuni. Non sapeva ignorare una richiesta altrui.

Le spese le gestiva sempre mamma. Il suo piccolo regno era ordine, conti e precisione. Non spendeva mai più del necessario, ma quando si trattava di libri, corsi o attività per noi non esitava un attimo. Per sé e per papà risparmiava; per noi, no.

Ogni venerdì, come rito, si sedeva davanti al televisore, tirava fuori una scatola di filati e iniziava a rammendare. Mamma curava i nostri vestiti con la stessa pazienza con cui ci accudiva con il suo silenzioso affetto. Era dolce, tranquilla, leggermente rotonda, con una chioma folta che raccoglieva in un bun stretto. Non lavevo mai sentita litigare con papà. Potevano parlare per ore, a bassa voce, come se tra loro esistesse un mondo speciale, comprensibile solo a loro due.

Papà ci rivolgeva parole brevi e semplici:
Allora, ragazzi, tutto a posto?
E, per finire, ci picchiettava sulla testa, a turno. Con me mi alzava in braccio e mi lanciava in aria, così da farmi vedere il mondo capovolto per qualche secondo. Questi erano i momenti che amavo di più. Mi sembrava la nostra famiglia perfetta, quasi da libro.

***

A scuola ero diversa: rumorosa, vivace, emotiva. I versi mi venivano naturali, i testi ancora di più. Già al quinto anno sapevo che avrei voluto salire sul palco, magari entrare in una scuola di teatro. Quando lo dissi a mamma, quasi rovesciò il tè sul tovagliolo. Papà rise:
Che, Loredana? Provaci pure.

Così presi la mia strada: studiavo, recitavo, lavoravo nei festeggiamenti, scrivevo testi, auguri, miniscenette. Un giorno decisi di scrivere un libro, una piccola storia su una ragazza che cercava se stessa. Lo scrissi di nascosto, di notte, a tratti tra gli impegni. Era troppo personale, quasi non un libro. Decisi di farlo leggere solo a una amica. Quando lo lesse mi disse:
Voglio regalare una copia del tuo libro a ogni donna che verrà al mio compleanno

Allinizio pensai di aver sentito male.
Che libro? Di cosa parli? Sono solo bozzetti

Lamica, accavallando la testa, sorrise:
Loredana, da anni mi regali la tua amicizia, la tua anima. Questanno voglio donare a tutti il tuo libro. È il mio modo di ringraziarti. Posso permettermelo.

Quelle parole mi sconvolsero. Per due giorni mi torcevo, cercando di convincermi che non era possibile, che era una follia. Ma lamica aveva già organizzato tutto: trovò il tipografo, il grafico, il contatto della stampa e insistette:
Che esca allo scoperto. So che piacerà a tutti. Vedrai.

E così fu. Il libro spiccò subito perché era onesto, vivo, senza orpelli falsi. Le persone vi riconoscevano se stesse, le loro paure, le loro speranze, la verità che molti temono di dire ad alta voce. Si diffuse come regalo.

Poi volsi lo sguardo verso la famiglia, verso le radici, verso chi mi aveva reso ciò che sono. Decisi di scrivere qualcosa di profondo, autentico. Quella scelta aprì una porta verso un futuro per cui non ero affatto pronta.

***

Dovevo parlare con i genitori, scavare nel loro passato, chiedere date, storie. Telefonai a mamma, ma rispose con pause strane.
Papà non cè, disse. È andato per lavoro.

Mi sorpresi, di solito mamma sapeva dovera papà. Chiamai papà: rispose subito, allegro:
Ciao Loredana! Sono dalla nonna, sto sistemando il recintore.

Perché mamma non mi aveva detto nulla? Lungo il tragitto capii che nella sua voce cera più di una semplice pausa. Quando entrai in casa, mamma era in cucina. Vedendomi, disse a bassa voce:
Noi ci siamo separati capita

Papà e mamma, gli ideali che custodivo dentro. Non riuscivo a respirare né a pensare. I fratelli e la sorella lo sapevano da tempo, ma non me lo avevano detto, forse per proteggermi, perché avevo appena partorito il mio bambino. Volevamo proteggerti proteggere da chi? Dalla nostra stessa famiglia?

Andai da papà, chiedendogli spiegazioni. Lui rimase in silenzio, guardava più il pavimento che me. Anche mamma rimaneva muta, finché un giorno, per la prima volta, esplose:
Da dove vieni a pensare che vivessimo felici, Loredana? Eri piccola, non vedevi, non capivi. Per settimane non parlavamo. Lui non sa amare. Mai.

Mamma, perché lo dici così?
Lui me lo ha detto lui.

Qualcosa dentro di me si spezzò. Smisi di rispondere alle sue chiamate, di pensare al libro, di essere me stessa.

***

Quando lamica mi propose di andare in India, allinizio non ci credetti:
Sul serio? Adesso? Non posso e cominciai una lista di scuse.

Ma la sera, raccontando al marito della proposta, lui mi sorrise e disse:
Vai. Hai bisogno di questo viaggio.

Aprii bocca per contraddirlo, ma lui mi interruppe dolcemente:
Loredana, vai. Ce la faremo.

E partii. Il ritiro lo guidava una donna straordinaria, Gioia Serenità. Chiese di essere chiamata così; il suo maestro spirituale le aveva dato quel nome durante anni di pratica in un ashram. Gioia significa vittoria, Serenità pace. Vincere la pace per trovare la pace.

Il suo essere trasparente sembrava una luce: aveva davvero compreso la sua natura. Era luminosa, non ingenua, ma veramente chiara. Non diceva mai no. Non era sottomissione, ma accettazione.

Andammo al Tempio dei Topi in Umbria, chiamato così perché ospita centinaia di ratti sacri, animali dei nostri antenati. Li nutrivano, li rispettavano, quasi li veneravano. Noi, ragazzine, eravamo spaventate, ma Gioia si inginocchiò e li alimentò con chicchi dalla mano, sussurrando:
La vita non arriva sempre nella forma che conosciamo. Ma è vita comunque.

Amava il sole, ogni foglia, ogni erba, lombra di un albero, le nuvole irregolari Viveva qui e ora, non come slogan, ma come respiro. Le sue semplici frasi spostavano qualcosa dentro di me.

***

Quella sera, al ritorno dalla meditazione, il tramonto era denso, umido, come se il sole si fosse sciolto allorizzonte. Gioia propose di sedersi in silenzio sul tetto del nostro ashram. Tutti gli altri erano ritirati nelle loro stanze; io accettai. Guardando il crepuscolo, dentro di me cera una mescolanza di tristezza e solitudine.

Gioia era accanto a me, guardava lontano. Non chiedeva nulla. Si limitava a stare, affinché io sentissi solo la sua presenza. Quando espirai un respiro pesante, si girò verso di me:
Nella tua silenziosa cè tensione, Loredana, disse. Sei quieta fuori, ma dentro di te soffia il vento.

Io sorrisi:
Sono sempre così. Penso troppo.

No, rispose dolcemente. Oggi non pensi. Ti nascondi.

Mi guardò con calma, senza pressione, e aggiunse:
A volte la gente tace non perché non vuole parlare ma perché teme di sentire la propria verità.

Mi colpì. Mi voltai, non volevo che vedesse le labbra tremare. Ma lei continuò, così fine da sembrare fosse dentro la mia mente:
Quando una donna nasconde la verità, prima la nasconde a sé stessa. Il cuore il cuore lo sa sempre. È agitato, come un pulcino che cerca un nascondiglio.

Allora, soltanto allora, mi pose la domanda decisiva:
Da dove viene quel pulcino, Loredana? Da dove nasce questa agitazione?

Pausa. Mi guardò dritta al cuore, non negli occhi. In quel momento cera la vera Gioia. Non chiedeva direttamente, vedeva. Con la sua presenza mi condusse verso la verità.

Raccontai tutto, ogni singola cosa. Ascoltò a lungo, poi disse:
Ami molto i tuoi genitori e vuoi salvarli dalla separazione. Ma dimentichi che i figli non salvano i genitori. I figli amano e poi lasciano andare. Hai preso su di te un peso che non è tuo. Non puoi tenere insieme i loro cuori, né devi farlo.

Piangei. Lei accarezzò la mia mano e aggiunse:
Sei una figlia, non una giudice, né una pacificatrice, né una terapeuta. Figlia. Questo è il punto più importante. Riconosci il tuo ruolo e la vita diventerà più leggera.

Per la prima volta dopo molto tempo respirai davvero.

***

Al ritorno a casa, la prima cosa fu chiamare papà.
Papà, dissi, scusami, ti amo. Mi senti? Ti amo.

Il silenzio, poi il suo singhiozzo.
Ti aspettavo, Loredana ti aspettavo al tuo chiamare

La sera andai da mamma. Sedemmo in cucina, e lei, per un attimo, tornò ad essere quella donna luminosa, un po imbarazzata, un po scherzosa. Parlammo fino a notte fonda. Per la prima volta la vidi non solo come mamma, ma come donna, con la sua storia, il suo dolore, le sue scelte, la sua libertà. E questo mi ricompose.

***

Qualche giorno dopo aprii il portatile e cominciai a scrivere un nuovo libro. Non sulla famiglia ideale, ma su quella viva. Sulla varietà dellamore, sul cammino che è solo un cammino, sulla memoria, sullaccettazione. Sullilluminazione che non è dove tutto è perfetto, ma dove tutto è onesto. E sapevo che questa volta avrei scritto non come una bambina, ma come una donna. Come Loredana, che ha trovato il suo mondo dentro di sé.

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