Ho seppellito mio marito molti anni fa, così tanto che il ricordo del suo battito ancora vibra nel mio cuore. Allepoca eravamo quasi della stessa età, compagni di ununica primavera. Da più di dieci anni vivo sola, convinta che il fascino degli uomini fosse ormai un capitolo chiuso per me. Non è che nessuno mi abbia più guardata; anzi, qualche corteggiatore ha provato a bussare alla porta, ma nessuno è stato il mio Denis, luomo che avevo amato. Ed è proprio su questo punto che la storia prende forma.
Devo dire che ho sempre nutrito una passione sfrenata per i fiori. Quando, insieme a Denis, acquistammo la nostra vecchia casa di campagna, trasformammo lintero terreno in un vero paradiso floreale. Con la sua scomparsa, i letti di ortaggi che curavo con tanto amore cominciarono a svanire; non cera più nessuno a gustare le mie conserve, i miei sottaceti e le mie marmellate. Il figlio maggiore vive con i suoi nipoti in unaltra città, la figlia più giovane è andata a lavorare a Milano. Così, tra gli orti, presero il posto i fiori. I vicini, che spesso si fermavano a osservare la bellezza del giardino, scuotevano la testa come a dire che strana, ma a me non importava. Potessi anche sembrar pazza, quel piccolo angolo di natura mi dava conforto, profumo e colori fino alla più profonda fine dautunno. Quando il 1° settembre arriva, i bambini del quartiere chiedono mazzi per le loro nonne; io spargo bellezza a destra e a sinistra, senza riserve.
Lestate scorsa notai un uomo che, di tanto in tanto, si avvicinava furtivamente al mio recinto. Sembrava avere circa cinquanta anni, fermarsi a inspirare il profumo dei fiori e sorridere a sé stesso. Il desiderio di stringere il dito alla tempia, come tutti i vicini che mi osservavano, mi assalì. Appena mi affacciai sul portico, luomo scomparve tra le siepi del terreno abbandonato. Chi era? Perché quelle visite silenziose? Un personaggio misterioso, a dir poco.
Ma guarda un po, Anastasia, ti sei messa a corteggiare? mi disse Lidia, la vicina che gestisce un piccolo appezzamento del nostro isolato, avvicinandosi alla porta di legno.
Da dove te ne sei fatta lidea, Lidia? replicai, non ho nessuno e non ne voglio.
Forse è solo perché non ti vediamo correre dietro al signor Petrovich. Nessuno ti giudica, sei libera.
Lidia entrò, sorpresa dal fatto che io non conoscessi il signor Petrovich. Scoprì poi che luomo era un meccanico di lunga data nella nostra piccola cooperativa, con la casetta più in fondo alla via. Non andavo mai lì, poiché sono poco socievole e preferisco la tranquillità delle mie fioriture.
Sergei Petrovich è un tipo gentile, meccanico del parco macchine. Ha perso la moglie due anni fa, una donna che, come te, amava i fiori. Fa di tutto per mantenere il suo orto, ma non gli riesce molto. Ecco perché spesso ti osserva in silenzio, forse per i fiori, forse per te. Lidia scherzò, ma io la respinsi con un sorriso stanco.
Decisi di osservare più da vicino quellombra gentile. Era un uomo di aspetto affascinante, alto, con capelli scuri e una leggera barba che mostrava i primi segni di argento alle tempie. Sempre ben rasato, camminava con passo pesante, mentre i suoi rubinetti di gomma sbattivano sul terreno.
Una mattina, lo vidi sporgersi da una finestra e, senza pensarci, uscii sul portico: Buongiorno, vicino. Luomo, colto di sorpresa, arrossì.
Salve, Anastasia Vittoria. Non riesco a distogliere lo sguardo dai suoi fiori, è davvero un incanto. Lei è splendida. sussurrò, poi si allontanò verso il cancello.
Aspetti, sento dire che anche il suo giardino è notevole, posso dargli unocchiata? Vorrei mostrarle i miei fiori.
Certo, sarò felice. rispose lui, e lo invitai a entrare. La sua andatura, però, mi irritava: indossava delle infradito di gomma che, ad ogni passo, facevano un rumore sgraziato. Cercai di non fissarmi su quel suono fastidioso.
Camminammo lungo il vialetto di cemento, che Denis aveva versato lui stesso. Gli mostrò con orgoglio ogni angolo del mio piccolo regno floreale: dal roseto al giglio, fino alla grande ortensia arborea, in piena fioritura. Gli promisi di condividere la prossima primavera i miei giovani germogli. In seguito lo invitai a casa per un tè alla menta; la sua voce era dolce e, per un attimo, dimenticai il rumore dei suoi passi.
Passammo insieme lintera stagione estiva: noi due, le sue visite al lago, le passeggiate nel nostro condominio, i pomeriggi nel suo orto curato con amore. Il suo giardino, ben tenuto dalla defunta moglie, pareva un riflesso del mio, e la sua casa sprigionava la stessa accoglienza di una casa di campagna italiana.
Quando lestate si concluse, ci separammo senza scambiarci i numeri di telefono. Un rimorso mi accompagnò per mesi, sentii la mancanza del suo parlare, del suo sguardo curioso.
Poi tornò a casa la mia figlia minore, Alice, e in novembre mi presentò il suo fidanzato. Mamma, questo è Nicola, vogliamo sposarci, annunciò, mentre mi guardava con occhi speranzosi. Nicola era un giovane educato, attento, con il rispetto di una famiglia rispettabile. Suo padre, Alessandro Martini, lavorava al Dipartimento dellIstruzione; era vedovo, una persona solitaria. Alice, con un tono scherzoso, propose: Mamma, perché non vi fate compagnia? Tu sei sola e lui è vedovo, potreste stare bene insieme. Io, spaventata da quellidea, lo rimproverai: Che follia, Alice! Non credo sia il caso. Ma il giovane sorriso di Alice mi fece arrossire.
Al matrimonio dei due, Alessandro Martini si rivelò un uomo di classe, ma con una precisione quasi maniacale. Sistemava ogni posata, rimaneva irritato se la tovaglia non era allineata perfettamente, e correva continui rimproveri al figlio di Alice, anche quando noi eravamo presenti. Quella sua iperprecisione mi mise a disagio, al punto che quasi non mangiai nulla per non apparire sgarbata di fronte a un tale signore.
Lui iniziò a corteggiarmi, invitandomi a teatro, a ristoranti e persino a una gita sul fiume Po per due giorni interi. Un giorno mi chiese di venire a casa sua. Lappartamento era un monumento al perfezionismo: ogni libro al suo posto, ogni cuscino disposto per colore e dimensione, ogni finestra tirata con la precisione di un orologiaio. In poche ore, il suo staff o forse lui stesso riordinò la tazza di caffè, il giornale, la tenda che avevo spostato. Mi sentivo osservata, quasi corretta ad ogni mio gesto. Alla fine, mi sedetti sul divano, stremata. Alessandro prese la mia mano e disse: Anastasia, è un onore conoscerla, non vuole forse pensare a qualcosa di più
Io, ricordando i giorni di quellestate al giardino di Sergei, interruppi: No, signor Martini, non posso. Posso offrirle solo unamicizia affettuosa. Ho una persona a cui tengo molto.
Non avevo più nessuno, ma quegli occhi mi portarono in un ritorno al passato. Pensai a Sergei, con i suoi passi rumorosi, ma in quel momento quei suoni mi sembravano una melodia familiare. Scoprii che la sua andatura era solo frutto di delle infradito un po larghe, che lui afferrava per non farle scivolare. Così, anni dopo, gli comprai delle comode scarpe da giardino.
Oggi mia figlia Alice è sposata da tre anni, ha avuto un figlio, Vania, che è il mio piccolo tesoro. Il mio genero, Nicola, è un uomo dolce, ben diverso da Alessandro, e la loro felicità è il mio più grande conforto. Anche io ho ritrovato la serenità: passo le serate con Sergei, ormai compagno di fiori e di ricordi, e il suo passo è ormai silenzioso. Quando mi chiedo che cosa mi abbia tenuto legata a quel giardino, penso solo al profumo dei fiori e al sorriso di chi, con le sue piccole stranezze, ha saputo riempire il mio cuore di nuova luce.




