Cerchio di sostegno
Quando ripenso ai primi mesi con il neonato, non ricordo solo lodore del latte e le poppate notturne, ma anche quel senso di solitudine che mi avvolgeva. Intorno a me tutti parlavano di quanto fosse meraviglioso essere mamma, di come i figli trasformino la vita in meglio. Nessuno però menzionava la paura di restare sola con il pianto in braccio e la chioma ancora sporca al terzo giorno.
Mio marito allora faceva il turno al cantiere, tornava tardi. Mia madre abitava a Napoli, veniva per una settimana e poi ripartiva. Le amiche, ancora senza figli, facevano qualche visita con regali, poi smettevano di scrivermi, dicendo che non vogliono intralciare e che avrei imparato a gestire. Io sorridevo al telefono, ma poi mi trovavo in cucina con una vecchia maglietta, a sentire il piccolo singhiozzare, chiedendomi se ci fosse qualcosa di sbagliato in me, perché non provavo una felicità continua.
Il vero peso non era la mancanza di sonno, ma il senso di vergogna nel lamentarsi. Come se ammettere la stanchezza significasse smettere di essere una buona madre. Taciavo. Di notte sfogliavo forum sul cellulare, leggevo le storie di altre donne e, piano piano, il pensiero che anche altre mamme non riuscissero a mangiare o a trovare pace mi dava un po di sollievo.
Passarono gli anni. Luca, il figlio, crebbe, andò allasilo. Io presi un lavoro parttime e ricominciai a parlare di cose diverse dalle pannolini. Ma quellimmagine di me sola in cucina a far finta di star bene rimaneva impressa come una spina sotto la pelle. Quando nel gruppo WhatsApp del quartiere si parlò di un concorso per la Festa della Mamma al Centro Civico, non pensai a scrivere del mio bambino, ma a quanto poco si discutesse dellaiuto reciproco.
Per due giorni portai con me quellidea. La sera, dopo aver messo Luca a letto e aver lavato i piatti, aprii il portatile e, invece di un racconto per il concorso, scrissi un lungo messaggio al gruppetto del nostro condominio:
«Mamme del nostro tetto, buona sera. Quando il mio bambino era piccolissimo mi mancava davvero il sostegno. Che ne dite di creare un piccolo cerchio di mutuo aiuto? Possiamo incontrarci, scambiarci consigli e, quando serve, darci una mano con i bimbi o con le commissioni.»
Rileggendo il testo aggiunsi che io stessa potevo stare con un bambino per un paio dore, se qualcuno aveva bisogno di andare dal medico o a un colloquio, e premessi invia. Il cuore mi batté più forte, come se avessi confessato qualcosa di molto personale.
Il gruppo rimase in silenzio per qualche minuto. Stavo per pensare di aver fallito, quando una partecipante rispose: «Sono daccordo, ci avevo pensato da tempo ma non ho avuto il coraggio di proporlo». Subito unaltra commentò: «Mi serve davvero, ho due figli, mio marito fa turni notturni, a volte non riesco nemmeno a fare la spesa da sola».
Entro sera dieci persone avevano messo un mi interessa o un cuore. Decidemmo di incontrarci sabato nella stanza per bambini del Centro Civico. Chiamai la segretaria, spiegai che ci servivano due ore di spazio, e mi dissero che era possibile, a patto di portare scarpe di ricambio e di vigilare noi stessi sui piccoli.
Il sabato era grigio, con una leggera nevicata. Arrivai in anticipo, aiutarono a sistemare le sedie lungo le pareti e controllai che il thermos non si fosse rovesciato. Preparai tè semplice e biscotti per stemperare il disagio di quel primo incontro.
Le prime a entrare furono una mamma giovane con il passeggino e il suo bimbo di tre anni, che corse subito verso il scivolo. Si presentò come Alessandra, si tolse la sciarpa e scrutò la stanza come a controllare di non essersi persa. Poco dopo arrivò una donna con una bambina che stringeva un coniglietto di peluche. Seguivano poi due bambini maschi che litigavano su chi avrebbe salito per primo sulaltalena.
Ci sistemammo su sedie o direttamente sul tappeto. Allinizio si scambiavano frasi di circostanza, parlando di dove comprare gli stivali invernali o di cartoni animati poco rumorosi. Sentivo una leggera tensione, come se ognuna aspettasse che qualcuno iniziasse a lamentarsi e a creare imbarazzo.
Credo di parlare io, dissi, quando la conversazione tornò sui prezzi. Ho avviato questo gruppo perché, un tempo, avevo paura di ammettere quanto fosse dura. Pensavo che se avessi detto sono stanca, sarei stata giudicata. Poi, leggendo le testimonianze di altre mamme, ho capito che tutte noi viviamo la stessa cosa, ma taciamo.
Raccontai brevemente i miei primi mesi con Luca: la paura di lasciarlo anche per cinque minuti, il silenzio di una giornata intera senza poter dire una parola a un adulto. Alessandra annuiva, unaltra mamma, Chiara, giocava con il bordo della sua camicia.
Io adesso intervenne Chiara ho un bimbo di otto mesi e un altro di quattro anni. Mio marito è in cantiere, torna tardi. A volte mi ritrovo in cucina e penso che se apro bocca la voce mi tradirà, perché ho passato la giornata a non parlare.
Quelle parole spalancarono una diga. Una dopo laltra le donne cominciarono a condividere le proprie paure: la malattia del bambino, il giudizio dei parenti che ti accusano di stare a casa a non fare nulla, il timore di tornare al lavoro perché non sanno se il piccolo accetterà lasilo, la vergogna di chiedere aiuto alla suocera.
Parlammo per quasi due ore. I bimbi correvano, alcuni chiedevano attenzioni, altri mangiavano dal barattolo, altri cambiavano pannolino in un angolino coperto da una copertina. A un certo punto mi accorsi che la stanza era più calda non per il termosifone, ma per il calore di unonesta confessione collettiva.
Alla fine decidemmo di creare un nuovo gruppo di messaggistica solo per noi, dove chiedere aiuto senza timore. Io suggerii un nome, li aggiunsi tutti, e subito arrivarono i primi messaggi:
Domani porto il più piccolo dal neurologo, non ho con chi lasciarlo. Qualcuno può prenderlo dallasilo e portarlo a casa? scrisse una mamma.
Io abito al piano di sopra, posso andare a prendere, rispose unaltra.
Qualcuno ha esperienza con allergie al latte? chiese Alessandra.
Lì da noi è stato risolto, posso condividere i contatti del pediatra, mi offrii.
Da quellidea vaga di sostenersi a vicenda nacquero cose concrete. Stilammo una tabella con i giorni e gli orari in cui ognuna poteva dare una mano: unora per prendere il bimbo dallasilo, una visita al medico, una sera per far addormentare due bambini mentre la mamma si riposava. Una donna del condominio, insegnante di educazione infantile, propose di tenere una volta alla settimana attività gratuite con canzoni e giochi di mani. Unaltra, Teresa, esperta di pratiche burocratiche, aiutò diverse mamme a richiedere contributi di cui non erano a conoscenza.
Il ricordo più vivido per me è quello di Olga. Venne al terzo incontro, timida, con un bambino di appena un mese.
Abito al piano di sopra, ho visto il volantino alla porta, posso partecipare? chiese con voce tremante.
Accettammo subito. Olga si sedette sul bordo della sedia e accarezzò il piccolo, poi disse piano:
Mio marito è partito per lavoro altrove, tornerà tra sei mesi. La mamma è in campagna, è difficile per lei. Io sono sola, a volte sento che non ce la faccio.
Il suo tono era quasi un sussurro, ma la stanchezza nella voce mi colpì al petto. Aveva avuto un taglio cesareo, la sutura le faceva ancora male, doveva portare la spesa con il passeggino, il bambino non dormiva bene di notte e di giorno temeva persino di uscire per prendere la spazzatura, perché le scale le sembravano pericolose.
Il giorno dopo unaltra di noi andò a casa di Olga con una zuppa e delle polpette. Unaltra offrì di venire la sera per farle fare una doccia o semplicemente per stare con il bambino. Decidemmo di alternarci, portandole cibo e facendo la spesa, così non doveva più sollevare pesi.
Dopo qualche settimana Olga sorrideva più spesso. Il piccolo dormiva meglio, riusciva a recarsi al centro medico senza panico, perché sapeva che nel gruppo cera chi la aspettava.
Unaltra storia fu quella di Marta, ex ragioniere, che temeva di essere fora dal lavoro. Noi la aiutammo a redigere il curriculum, a far occuparsi dei figli mentre andava ai colloqui. Quando trovò finalmente un impiego, festeggiammo con una torta di mele e una tazza di tè.
Il nostro piccolo progetto divenne qualcosa di più grande. Il Centro Civico ci concesse uno spazio regolare per incontri. Una mamma riuscì a parlare con la biblioteca e organizzò una lettura mensile per bambini e genitori. Scambiammo vestiti e scarponcini per non comprare ogni stagione un nuovo completo da neve.
Un giorno la direttrice dellasilo ne la sentì parlare e propose di tenere un incontro genitorieducatori in una forma nuova: non una lezione su ciò che i genitori dovrebbero fare, ma un dialogo su come la scuola possa sostenere le famiglie e le famiglie si sostengano a vicenda.
Accettai di parlare. Per me fu più spaventoso di qualsiasi esame. Non ero pedagogista né psicologa, solo una mamma che ricordava quanto fosse dura la solitudine. Ma sapevo che se non raccontassi, sarebbe rimasto tutto comera.
La sera prima dellincontro, in corridoio dellasilo, sentii le risate dei bambini e il fruscio dei mattoncini. Con il foglio di appunti tremante entrai nellaula dove erano già seduti genitori ed educatori.
Iniziai raccontando come il nostro cerchio fosse nato da un messaggio nel gruppo del condominio, da cinque persone, poi dieci, poi da nuove mamme che arrivavano. Non nominai nomi, per rispettare la privacy, ma parlai di Olga, di Marta, di tutte le volte in cui ci eravamo passate gli auguri per una visita dal medico o per una pratica burocratica.
Dissi che molte di noi temono di chiedere aiuto, perché paura di sembrare deboli, e che a volte basta sentire anchio ho provato lo stesso per alleggerire il peso. Propunsi di creare, accanto allasilo, un piccolo gruppo di mutuo sostegno, dove i genitori possano scambiarsi contatti, offrire qualche ora di babysitting, condividere specialisti affidabili, organizzare passeggiate insieme. Niente imposizioni, solo volontà.
Il silenzio calò nella stanza. Mi aspettai qualche critica, ma la prima a parlare fu una donna in completo serio, madre di un bambino di seconda classe, che confessò di aver vissuto una depressione postpartum senza dirlo a nessuno.
Se avessi avuto un cerchio come il vostro, sarebbe stato più facile, disse. Io vi sostengo.
Un papà intervenne offrendo di realizzare un modulo semplice dove i genitori indicassero i giorni e le attività in cui potevano aiutare. Leducatore aggiunse che lasilo potrà mettere a disposizione la sala una volta al mese per gli incontri.
Io rimasi lì, sentendo come il cerchio di solitudine in cui mi trovavo da sola in cucina con il pianto di Luca si sciogliesse, lasciando spazio a un nuovo cerchio di persone pronte a stare vicine.
Dopo lincontro genitori si avvicinarono a chiedere informazioni, scambiarono numeri, una mamma temeva che nessuno venisse alle prime riunioni; le risposi che anche due persone già costituivano un inizio.
Un mese dopo, presso lasilo, era nata la nostra piccola rete. Con il supporto delle donne del gruppo condominiale organizzammo tutto: calendari, turni per prendere i bambini, una volta a settimana lezioni di canzoni per i più piccoli, una collega che spiegava le pratiche per i contributi familiari.
Il risultato più luminoso fu la storia di Olga, che al terzo incontro entrò timorosa e uscì con un sorriso. Il suo piccolo dormiva meglio, e lei poteva andare al medico senza panico perché sapeva di non essere sola.
Quel stesso anno scrissi il racconto per il concorso della Festa della Mamma, non su mamme perfette, ma su quelle che a volte non riescono a fare tutto ma non temono più di tendere la mano. Ottenne il secondo posto, mi consegnarono un attestato e un piccolo libro di educazione. Il vero premio, però, fu vedere decine di famiglie del quartiere sapere che, nei momenti difficili, cè qualcuno da chiamare.
Ora Luca, con lo zaino pronto per la scuola, le nostre riunioni continuano, ma il formato è cambiato. Non solo mamme di neonati, ma genitori di ragazzi, nonni, anche zii si uniscono. Parliamo di compiti, di rapporti con gli insegnanti, di proteste adolescenziali. Alcuni portano torte, altri volantini informativi, altri semplicemente la loro stanchezza e il desiderio di stare accanto a chi capisce.
Talvolta ricevo messaggi da altri quartieri chiedendo come abbiamo organizzato tutto. Rispondo sempre la stessa cosa: è iniziato con unammissione onesta che da sola è difficile. Un messaggio su WhatsApp, poi il primo incontro, poi una tabella con gli orari di aiuto, poi il dialogo nellasilo. Non mi considero uneroina, ho solo smesso di fingere di farcela da sola. E ho scoperto che intorno a me cerano molte persone che aspettavano il primo mi serve una mano, e tu?
A volte sogno un futuro in cui il nostro cerchio diventi una forma più strutturata, registrata, per negoziare più facilmente con le istituzioni, affittare spazi, organizzare eventi. Abbiamo già discusso di incontri aperti in biblioteca, per chi non vive qui ma ha bisogno di ascolto.
Ma anche se non dovesse crescere in unorganizzazione più grande, so che lessenza è già avvenuta. Nel nostro paesino è diminuito il numero di mamme che siedono in cucina a pensare di essere sole. Ora hanno un gruppo dove scrivere di notte e ricevere risposta al mattino. Cè la Signora Maria al piano di sopra che può prendere il bambino dallasilo. Cè unamica che ha già passato quella stessa prova e vuole condividere la sua esperienza.
Quando chiudo questo racconto, la porta si apre e Luca ritorna da una passeggiata con papà, scarpe rumorose, raccontando con entusiasmo del pupazzo di neve nel cortile. Prendo il suo cappello, ascolto il suo racconto spezzettato e penso a quante volte la nostra vita dipende dal coraggio di fare il primo passo verso gli altri.
Se leggete queste righe e vi riconoscete, sappiate che non siete sole. Forse proprio ora, nella vostra casa, nel vostro condominio, nella vostra scuola o nella vostra chiesa, esistono altri genitori che provano le stesse emozioni. Scrivetegli, proponete di incontrarvi, di bere un caffè, di parlare di come vivete con i figli, di quello che vi rallegra e di quello che vi spaventa. Fate una piccola lista di chi può offrire aiuto, anche solo tre persone, una serata al mese.
Talvolta, per cambiare davvero la vita di molte famiglie, basta una frase sincera e un passo. Il resto arriverà piano, insieme a chi, un giornoE così, ogni volta che una nuova voce si alza nel nostro cerchio, il futuro si riempie di speranza e solidarietà.




