Riconciliazione Scolastica: Un Nuovo Inizio per gli Studenti Italiani

Mi trovavo al mio piccolo ufficio della scuola media di San Pietro, una stanza luminosa con una scrivania ordinata, e rileggevo ancora una volta le note del registro delle segnalazioni. Alcune frasi erano evidenziate a matita: «minaccia di causa», «urla al bambino in corridoio», «il bambino piange e rifiuta di tornare a casa». Il messaggio lo aveva inserito la docente di classe dellottava B.

Nel corridoio, fuori dalla porta, i ragazzi passavano, sbattendo le ante degli armadietti, alcuni ridevano, altri discutevano. Dentro, silenzio. Sul davanzale cerano due fascicoli con la scritta «Servizio di mediazione scolastica». Io toccai la copertina superiore. Questanno avevo ottenuto linserimento della mediazione nel nuovo Regolamento interno, così che nei conflitti più delicati si potesse invitare ufficialmente i genitori e condurre il dialogo secondo regole precise, invece di limitarsi ad ascoltare lamentele nei corridoi.

Guardai di nuovo il cognome dello studente. Andrea, tredici anni. Il giorno prima era venuto da me dopo le lezioni, tacituro, con la spallina dello zaino stretta. Mi aveva detto che a casa «tutto è un caos» e che il padre aveva promesso di «sistemare davvero questa scuola». Gli offrii dellacqua e gli chiesi se fosse daccordo se chiamassi i genitori per organizzare una mediazione. Andrea scrollò le spalle, ma quando gli ricordai che non avrei agito senza il suo consenso, dopo una pausa annuì.

Doveva ora contattare il padre. La madre era indicata nella pratica, ma il numero accanto al suo nome era stato cancellato e riscritto con una penna diversa. Decisi di chiamare prima il padre, che sembrava essere il più coinvolto nella disputa con la scuola.

Presi il cellulare, aprii sul tavolo la stampa del Regolamento sulla mediazione e composi il numero. Dopo qualche squillo, una voce stanca e decisa rispose:

Pronto?

Buongiorno, sono Antonio Rossi, psicologo scolastico. La chiamo per Andrea. Ha un momento per parlare?

Che cosa di nuovo? intervenne luomo. Lo hanno già assillato con le vostre convocazioni.

Sentii le spalle irrigidirsi. Presi un respiro profondo e proseguii con tono calmo:

Non si tratta di sanzioni. La scuola ha attivato il Servizio di mediazione. Vorrei proporle di incontrare lei e Andrea in una sessione volontaria, volta a trovare un accordo e a ridurre la tensione.

Mediazione? nel tono del padre si percepì sfiducia. Veda, sono avvocato. Conosco bene le parole con cui si mascherano gli errori. Se hanno fatto qualcosa al mio figlio, presenterò una denuncia.

Ha ragione a farlo, risposi serenamente. Il mio compito è diverso. Nella mediazione non si cercano colpevoli né si emettono decisioni punitive. Si discute ciò che è accaduto e si cerca una soluzione che soddisfi tutti, soprattutto Andrea. Lei e lui potete ritirare il consenso in qualsiasi momento, senza conseguenze.

Ci fu un attimo di silenzio, interrotto solo da un lieve respiro.

Quindi non è un interrogatorio? chiese infine.

No. È una conversazione in cui rispetto le regole e la sicurezza. Inviterò anche la docente di classe e, se vuole, il vice preside, così tutto sarà trasparente.

Il vice preside sospirò luomo. Va bene. Se è ufficiale, verrò. Ma la metto in guardia: se proveranno a mettere pressione sul bambino, non lo permetterò.

Capisco la sua posizione. Sono qui proprio per evitare pressioni, risposi. Le invierò via email le informazioni sulla procedura e le proporrò alcuni orari. Potrà scegliere.

Scambiammo gli indirizzi di posta elettronica. Annotai sul registro: «Padre preliminarmente daccordo. Da sottolineare i limiti e la riservatezza».

Il dialogo con la madre fu diverso. Lucia parlava piano, scusandosi più volte per linterruzione al lavoro, e accettò subito di partecipare, chiedendo però di fissare lincontro nel pomeriggio. Alla domanda sulla volontarietà rispose brevemente: «Se può aiutarlo a non temere più a casa, accetto tutto». Ne feci una nota personale.

Due giorni dopo ci ritrovammo in una stanza di mediazione adiacente allufficio del preside. Il tavolo era disposto in modo che nessuno fosse al centro. Sul tavolo cerano i moduli di mediazione stampati, penne, una bottiglia dacqua e dei bicchieri monouso.

Entrò per primo Andrea, con lo zaino ancora sulle spalle, e si fermò alla porta.

Posso sedermi qui? indicò il seggio laterale.

Certo, scegli dove ti è più comodo, dissi. Ricorda che puoi alzarti in qualsiasi momento se ti senti a disagio.

Annuì e si sedette, posando lo zaino a terra senza svestirne la spallina.

Poi entrò la madre, una donna di bassa statura con un maglione grigio. Salutò, si sedette accanto al figlio, gli sfiorò delicatamente la spalla. Andrea si spostò leggermente, ma non si tirò indietro.

Infine comparve il padre, alto, in completo scuro con la valigetta. Scrutò la stanza, si fermò a guardarmi, al posto vuoto riservato al vice preside, e alla pila di documenti.

Buongiorno, disse con voce asciutta.

Buongiorno, risposi. Grazie per aver trovato il tempo. A breve arriverà il vice preside e potremo iniziare.

Il vice preside, la prof.ssa Oliva, entrò un minuto dopo, salutò e si sedette a lato, lasciando il centro del tavolo libero. Il suo ruolo era chiaro: la scuola doveva apparire neutrale, non come un giudice.

Prima di cominciare, dissi una volta sistemati tutti, ricordo che la partecipazione è volontaria. Potete interrompere o chiedere una pausa in qualsiasi momento. Lobiettivo non è trovare chi ha torto, ma capire cosa succede e concordare passi concreti per Andrea.

Distribuii a ciascuno la scheda di mediazione.

Qui sono elencate le regole. Prima di tutto, si parla a turno, senza interruzioni e senza alzare la voce. Tutto ciò che viene detto rimane nella stanza, a meno che non ci siano minacce alla vita o alla salute del bambino. Le decisioni le prende voi; io non impongo decisioni né do ordini.

Il padre lesse attentamente, passando le dita sulle righe. La madre afferrò subito la penna, ma prima fissò lo sguardo su di me.

E poi dove saranno custoditi questi documenti? chiese.

Una copia resta a voi, laltra nella cartella del Servizio di mediazione. Laccesso è riservato; non serviranno a fini probatori, come stabilito dal Regolamento, risposi.

Il padre alzò gli occhi.

Quindi, se presentassi una denuncia, non potreste citarla? interrogò.

Non potrei, né voi potreste usarla come argomento. Questo è uno spazio di dialogo, non di raccolta prove, confermai.

Dopo una breve pausa, il padre firmò, seguito dalla madre. Io apposi la mia firma nella sezione «presidente del Servizio», la prof.ssa Oliva nella colonna «rappresentante dellamministrazione».

Iniziamo, dissi, chi vuole raccontare la sua visione della situazione? Senza accuse, usando frasi tipo «io sento», «mi sembra». Chi vuole aprire?

Il padre alzò la mano con un gesto discreto.

Se posso, iniziò, sono stanco di vedere il mio figlio trattato come un problema. Lui studiava bene, ma questanno sono iniziati dei fraintendimenti. Lo chiamano dal counselor, dicono che è violento con i professori, ma quando chiedo spiegazioni sento solo frasi generiche. Non permetterò che la scuola usi il suo metodo su di lui. Se qualcuno ha violato i suoi diritti, agirò legalmente.

Sentii la prof.ssa Oliva contrarsi leggermente, ma rimasi in silenzio. Andrea abbassò lo sguardo.

Grazie, dissi dopo la sua pausa. Ho sentito la sua stanchezza e il desiderio di giustizia.

Chiesi chi volesse continuare.

La madre guardò Andrea, poi me.

Io vedo che a casa è diventato più chiuso, più irascibile. Mio marito pensa di doverlo «stringere» per non farlo allontanare. Io ho paura di perdere il contatto con lui, non voglio che ci temi, disse, interrompendosi.

Il padre si girò verso di lei.

Non ho mai voluto che mi temesse, affermò. Voglio che mi rispetti.

Intervenni delicatamente.

Lasciamo parlare la madre, dissi. Per favore, continui.

Non so bene cosa fare, proseguì la madre. Vedo che i voti sono peggiori, che lo chiamano dal counselor, e temo che le nostre liti peggiorino la sua situazione. Vorrei capire come aiutarlo.

Mi rivolsi ad Andrea.

Andrea, sei pronto a dire come vedi tu le cose? Puoi parlare quanto vuoi, su ciò che ti sembra giusto, lo invitai.

Rimase in silenzio, stringendo più forte la spallina dello zaino, poi espirò.

Io non voglio venire qui. Voglio andare a scuola, ma quando mi chiamano, papà si arrabbia. A casa poi è sempre una discussione. Non mi picchio, ma gli altri partono sempre per primi. Quando linsegnante entra, vedono solo me.

Il padre si avvicinò.

Perché non me lo hai detto prima? chiese. Ti ho sempre chiesto di raccontarmi tutto.

Perché urli, rispose Andrea. Subito ti metti a giudicare. Ho paura che ti arrabbi anche con me.

Il silenzio si fece più denso. Guardai il padre, che si appoggiò allo schienale, una mano sul volto.

Non voglio che mi temi, disse a bassa voce. Capisco il tuo timore per il futuro, ma non deve diventare minaccia per te, continuò.

Presi qualche secondo per scegliere le parole.

Sentite tutti la tensione e la paura, dissi. Siamo qui per capire, non per giudicare. Proviamo a trovare insieme cosa può migliorare la situazione a scuola e a casa.

La prof.ssa Oliva chiese di intervenire brevemente dal punto di vista della scuola.

Dal nostro osservatorio, abbiamo registrato diversi episodi con Andrea. Forse abbiamo reagito più formalmente di quanto fosse necessario. È unopportunità per definire un percorso più chiaro di collaborazione, disse.

Il padre ascoltava, le braccia incrociate.

Va bene, crediamo che vogliate la pace. Cosa proponete concretamente? domandò. Non voglio che il mio figlio sia lultimo.

Risposi.

Prima vorrei capire meglio cosa accade a scuola. Andrea, puoi descrivere lultimo episodio?

Lui annuì.

Era in laboratorio di fisica, gli altri scherzavano, lanciavano fogli. Ho chiesto di smetterla, ma hanno iniziato a spingermi. Uno ha tirato lo zaino; io ho reagito. Linsegnante è entrata e ha visto solo il mio gesto, mi hanno mandato dal vice preside, dicendo che se succedeva ancora sarei stato inserito nel registro disciplinare.

Il padre reagì.

Non avete nemmeno indagato chi ha iniziato? sbottò. È una violazione, vero?

Riflettendo, provai a ricondurre la discussione agli interessi di Andrea.

Capisco la sua preoccupazione, dissi al padre. Proviamo a definire cosa vorreste per Andrea a scuola, mettendo da parte per un attimo la questione della colpa.

Lui, dopo un momento di riflessione, rispose.

Vorrei che non lo trattassero come un colpevole, ma come un ragazzo normale, e che mi tengano informato in tempo reale.

Alla madre chiesi cosa desiderasse per il figlio.

Che non abbia più paura né a casa né a scuola, che possa avere amici e parlare di quello che gli succede, senza chiudersi, rispose.

Mi rivolsi a Andrea.

Andrea, cosa ti farebbe stare meglio?

Lui esitò, poi disse:

Che non mi tirino sempre via, che prima mi spiegano il perché di una chiamata, e che a casa non si alzi più il tono.

Dopo aver raccolto tutti i desideri, propusi un piano.

Per la scuola, parlerò con la docente di classe e con i professori: quando cè un conflitto con Andrea, prima lo sentiremo, poi informeremo la prof.ssa Oliva, che fungerà da punto di contatto unico. Così avrete informazioni chiare e non confuse.

Il padre sembrò sollevato.

Voglio che le informazioni siano nette, disse. Un solo referente è meglio.

Sarà la prof.ssa Oliva, se è daccordo, suggerii. È già al corrente della situazione.

Lei annuì.

Daccordo, confermò.

Per casa, chiesi quali regole volessero adottare.

Non possiamo promettere di non litigare mai, ma potremmo concordare di discutere le divergenze educative senza la presenza del ragazzo, propose il padre.

È un buon inizio, aggiunse la madre.

Annotai tutto su un foglio, includendo anche la possibilità per Andrea di usare la parola «stop» come segnale per interrompere una discussione accesa, e la proposta di incontri individuali settimanali di psicologia, a condizione che il ragazzo acconsenta.

Il padre firmò, la madre poi anche lei, e Andrea, un po titubante, posò la sua firma.

Chiudemmo con un breve giro di parole finali: la madre disse di volere parlare con il figlio senza urlare; il padre riconobbe di agire per paura del futuro; Andrea promise di usare il segnale «stop». Io ringraziai tutti per la disponibilità e ricordai che il documento non è un contratto legale, ma una testimonianza degli impegni presi.

Uscimmo dalla stanza. Nel cortile, i ragazzi correvano verso la ricreazione, alcuni con un pallone, altri seduti sul muretto a controllare il cellulare. Andrea stava lì, accanto a Lucia e Marco, chiacchierando e indicando verso la scuola. Marco gli rivolse un sorriso, Lucia lo ascoltò. Osservandoli dal mio ufficio, capii che, sebbene non avessero cancellato tutte le tensioni, avevano trovato un linguaggio comune, una base su cui costruire relazioni più sane. Tornai al mio tavolo, annotai nellagenda: «Andrea incontro individuale dopo informatica». Poi, guardando fuori dalla finestra, sentii il rumore della campanella e il brusio della ricreazione: la vita scolastica continuava, ma ora quella famiglia aveva una via duscita, un diritto a dire «stop» e a essere ascoltata.

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