Nuove Rotte di Avventura: Scopri i Punti Inediti dell’Italia

14marzo 2024

Stasera mi sento in vena di scrivere, così apro il quaderno sul tavolo della cucina, dove il caffè è ormai freddo e una pagina è già piena di nomi di città. Non più la solita lista della spesa: Bari, Verona, Trieste, Lago di Como Davvero il Lago di Como? ho letto ad alta voce, mentre Ginevra mi osservava con un sorriso ironico.

«Sognare non costa, ma questanno il Lago di Como dovremo rimandare», le ho risposto, guardando fuori dalla finestra i palazzi grigi di Milano. «Meglio qualcosa di più vicino, che si possa fare in treno senza cambi». La voce mi era calma, ma dentro provavo lentusiasmo di chi, da giovane, aspettava lesame di maturità.

Finora avevamo sempre scelto i pacchetti dellagenzia: itinerario fissato, transfer con cartello allaeroporto, valigie pronte e caricabatterie da non dimenticare. Ora, per la prima volta, eravamo noi a dover progettare tutto da zero.

Lidea è nata in inverno, quando un amico ha condiviso nel gruppo WhatsApp le foto di una vacanza in Grecia: piscine identiche, lettini uguali, sorrisi forzati davanti a tavoli a buffet. Ginevra, stanca di hotel standard, ha sbottato: «Basta con le mete già programmate». Io ho scherzato, ma il pensiero è rimasto. Una settimana dopo lho proposto timidamente: «E se ci organizzassimo un viaggio in Italia, da soli?».

Allinizio Ginevra era titubante. Pensava che senza lagenzia avremmo confuso le date, finito al centro di una città senza alloggio, o peggio, finito a dormire su un banco della stazione. Poi ha ricordato lultima volta in cui lhotel ci aveva dato una stanza senza balcone, nonostante la promessa, e il responsabile che aveva alzato le spalle. Una piccola furia si è accesa nel suo petto: «Basta, facciamo da noi».

Così eravamo lì, con il quaderno e la mappa dellItalia sul laptop.

«Treno», ha ripetuto Ginevra. «Allora verso il Sud o la Pianura Padana. Sei stato a Verona?».

«Solo di corsa, per lavoro», ho risposto. «Mi dicono che è una città bella e non troppo lontana». Ho aperto il sito delle Ferrovie Trenitalia, Ginevra si è avvicinata per vedere lo schermo, dove un leggero calore si diffondeva dal monitor.

«Guarda», ho detto, «un treno notturno. Partiamo la sera, arriviamo al mattino. Un po di romanticismo».

«Romanticismo è avere laria condizionata che funziona», ha frignato Ginevra, ma poi ha sorriso e ha cerchiato «Verona» sul foglio.

«Bene, città scelta. Ora lalloggio. È come un minigioco», ha commentato, sentendo il timore mescolarsi allentusiasmo.

«Dividiamoci: io cerco i treni, tu le case. Poi confrontiamo», ho proposto con lo stesso tono con cui a lavoro assegno i compiti.

«Comandante», ha replicato lei, «ma ricorda che scelgo una cucina decente. Non voglio mangiare solo al bar per una settimana».

«E io non voglio finire in un seminterrato», ho risposto. «Quindi cerca anche una buona stanza».

Ci siamo sparsi in casa, ognuno con il proprio portatile. Il mio era sul tavolino del salotto, il suo nella camera da letto, appoggiato al cuscino. Dopo mezzora Ginevra aveva già scansionato decine di appartamenti: divani colorati, ficus sul davanzale, tappeti smorti, scaffali pieni di libri, tazze particolari, magneti sul frigo. Un piccolo mondo in miniatura.

Io, nel frattempo, lottavo con le tariffe dei biglietti. Il sito si caricava a intermittenza, mi capitava di tornare alla pagina principale e sussurrare imprecazioni. Quando tutto si è fermato di nuovo, ho chiamato:

«Gina, che succede da te?»

«Vivo in tre case contemporaneamente», ha risposto dalla camera, «e una di esse è decisamente una trappola degli anni 90». Abbiamo riso, la tensione è calata.

Tornati al tavolo della cucina, ognuno con la sua lista, Ginevra ha mostrato le foto:

«Opzione uno: centro, a piedi dal Castello, ma il letto è stretto. Opzione due: più lontano, ma cucina spaziosa. Opzione tre: padrone che non vuole feste. Non è un problema per noi».

Io ho mostrato il treno: notturno, ma con un difetto. I biglietti di ritorno per una data comoda quasi non esistevano; cerano soltanto opzioni a due o cinque giorni di distanza.

«A cinque», ha detto subito Ginevra. «Non voglio correre per la città, preferisco prendere le cose con calma».

«Sei sicura?», ho chiesto. «È quasi una settimana».

«Non meritiamo una settimana? I ragazzi sono grandi, gestiranno da soli. Lavoro mi concederà due giorni di ferie pagate», ha risposto, scrollando le spalle. La parola «settimana» ha preso tutto il suo peso: una settimana intera per noi, lontani dalla routine casalavorospesa.

Ho prenotato i biglietti, il cuore mi ha fatto un balzo quando ho premuto «paga». Un attimo ho temuto di aver sbagliato le date, ma il pagamento è andato a buon fine, è arrivata la conferma via email. Non cera più ritorno, eravamo in viaggio.

«Funziona?», mi ha chiesto Ginevra, sbirciando lo schermo.

«Sì, andiamo», ho risposto.

La sera abbiamo scelto lappartamento. La proposta con grande cucina ha avuto la meglio. La proprietaria, una signora di cinquantanni dal sorriso veloce, ha promesso di incontrarci allingresso.

«Vedi? Non è così spaventoso», ha concluso Ginevra, chiudendo il laptop.

«È solo linizio», ho ribattuto, pensando al prossimo itinerario cittadino.

«Domani», ha sbattuto le palpebre. «Oggi ho già visto abbastanza tappeti».

Il giorno successivo, con la mappa di Verona stesa sul tavolo, Ginevra ha cerchiato il centro, il fiume Adige, la Basilica di San Zeno. «Dalla nostra stanza al Castello ci vogliono venti minuti a piedi», ha osservato.

«Ventanni è se non scatti foto a ogni casa», ho commentato.

«Allora fotograferò ogni altra», ha risposto con un sorriso.

Abbiamo stilato una lista di luoghi da vedere: musei, botteghe artigiane, trattorie tipiche.

«È strano, ma la prima cosa a cui pensiamo è il cibo», ho notato.

«È letà», ha riso Ginevra. «Da giovani pensavamo solo alle discoteche».

A un certo punto Ginevra ha sentito la fatica di troppo planning.

«Facciamo una pausa. Lasciamo qualche giorno liberi, senza orari», ha proposto.

«Tu, che pianifichi anche la spesa al supermercato?», ho scherzato.

«Sì, al supermercato, ma non voglio correre in città con una checklist», ha replicato.

Così abbiamo cancellato qualche punto, tirando un sospiro di sollievo.

Tre giorni prima della partenza è sorta la prima grande svista. Ginevra, controllando di nuovo la prenotazione dellappartamento, ha scoperto che le date erano sbagliate: il checkin era previsto per il 6aprile al pomeriggio, mentre noi saremmo arrivati la notte del 5.

«Luca, guarda», mi ha chiamato, agitata.

«Siamo bloccati mezzora», ho concluso.

Lansia è salita, ma ho cercato di mantenere la calma.

«Non è colpa tua», le ho detto. «Scriviamo subito alla proprietaria e chiediamo se possiamo entrare al mattino».

«E se rifiuta?», ha temuto.

«Allora troviamo una capanna per i bagagli e aspettiamo il tramonto», ho risposto. «Non è la fine del mondo».

Con le mani tremolanti, abbiamo redatto un messaggio cortese, con un piccolo emoticon, anche se di solito li evito.

La risposta è arrivata in mezzora: la precedente coppia se ne andava un giorno prima, quindi potevamo fare il checkin al mattino. Ginevra ha sospirato di sollievo e ha poggiato la testa sulla mia spalla.

«Immaginavo di dormire su una panchina della stazione», ho scherzato. «Meglio evitare lesperienza da film di serie B».

Il giorno della partenza siamo arrivati alla stazione con unora di anticipo, per evitare il traffico. Ci siamo seduti nella sala dattesa e abbiamo osservato gli altri viaggiatori.

«Guarda quella coppia con la valigia gigante. Sicuramente partono per il mare», ha sussurrato Ginevra.

«Quello con lo zaino è in trasferta», ho aggiunto.

Ci siamo divertiti a inventare storie, un semplice gioco che ci ha ricordato i tempi delluniversità. Quando è stato annunciato il nostro treno, abbiamo preso i posti vicino al finestrino. Ho sistemato la valigia sopra il portabagagli, Ginevra ha steso una coperta sul sedile e ha tirato fuori una rivista.

«Allora è ufficiale, è iniziata lavventura», ha detto mentre il treno partiva.

Il viaggio è stato tranquillo: tè in bicchierini di plastica, chiacchiere con i compagni di carrozza, il monotono rullare dei binari. Allalba, mentre il paesaggio iniziava a riconoscere le colline veronesi, Ginevra ha sentito lemozione salire di nuovo. Saremmo scesi a una stazione sconosciuta, senza la guida di unagenzia, senza litinerario fissato.

Arrivati alla stazione di Verona, il caos era totale: gente che correva, valigie, genitori che salutavano i figli con fiori. La proprietaria ci aspettava alluscita, una signora vivace di 52 anni che ci ha indicato la via verso lappartamento, consigliandoci il negozio di formaggi a due isolati e lautobus per il centro.

Lappartamento era più bello delle foto: luminoso, con una cucina spaziosa affacciata su un cortile dove parcheggiavano due auto e due altalene per bambini.

«Che bello, potremmo persino preparare una focaccia», ha esclamato Ginevra.

«Siamo qui per rilassarci, non per fare panificazioni», ho ricordato.

«Cucinare è il mio relax», ha replicato.

Dopo aver sistemato le valigie, abbiamo preso un tè e siamo usciti a passeggiare. Il primo giorno è stato un piccolo caos: ci siamo persi qualche volta, abbiamo discusso su come raggiungere il fiume, io volevo lautobus, lei a piedi. Alla fine, camminando, ci siamo fermati su una panchina di un piccolo parco, abbiamo preso due gelati e abbiamo ascoltato un musicista di strada. Il ritmo lento mi ha colpito, mi sono accorto di quanto mi piacesse questo andare piano.

Il terzo giorno, però, un nuovo imprevisto: volevamo visitare un monastero sulle colline, ma il treno regionale era stato cancellato per lavori.

«Lo dicevo, senza agenzia finiamo sempre in un guaio», ha lamentato Ginevra.

«Non è colpa dellagenzia, è il treno che è stato annullato», ho risposto.

Ho cercato un piano B: cè una piccola isola sul fiume, un battello che parte ogni ora.

«Siamo sicuri di non perdersi con i biglietti?», ha chiesto.

«Anche se sbagliamo, è la nostra confusione, è la nostra avventura», ho detto.

Ci siamo ritrovati sul battello, il vento scompigliava i capelli di Ginevra, la città si allontanava lentamente. Guardando lacqua, ho capito che era proprio questo il pezzo mancante dei nostri viaggi precedenti: la libertà di cambiare rotta al volo.

Tornati allappartamento, Ginevra ha riflettuto ad alta voce: «Non mi aspettavo di non dipendere più da nessuno. Sto camminando da sola».

«E ti piace?», le ho chiesto.

«È spaventoso, ma anche eccitante», ha risposto.

Gli ultimi giorni sono volati. Abbiamo spuntato molte mete della lista, ma ne sono rimaste altre intatte. Lultima sera, Ginevra ha tirato fuori il quaderno delle prime note:

«Non siamo arrivati nemmeno qui, né lì», ha detto.

«Allora avremo un motivo per tornare», ho commentato.

«Oppure per andare altrove», ha aggiunto.

Il viaggio di ritorno in treno è stato più tranquillo, pieni di consigli su dove mettere la valigia, come fare il tè senza bruciarsi, come piegare il cappotto senza fare grinze.

Tornati a casa, la stessa cucina, gli stessi muri, ma sembravano leggermente spostati, come se avessimo visto il mondo da una nuova prospettiva. Ho messo la moka sul fuoco, Ginevra ha sistemato le valigie.

«Tornare alla normalità», ho detto, sedendomi a tavola.

«Cè qualcosa di anormale in questa normalità?», ha sorriso lei.

Ho riflettuto: «Era diversa, ma è comunque vita. E se lo facessimo ogni anno?»

«Sì, perché no?», ha risposto. «Il prossimo potrà essere Pavia, o Bologna, o le Cinque Terre, senza alberghi tutto incluso.»

«Solo, però, senza scegliere subito», ho aggiunto. «Devo ancora digerire questa avventura».

Un paio di giorni dopo, mentre il lavoro mi chiamava, ho preso di nuovo il quaderno. Ho scritto in cima: «Idee per il prossimo anno», e ho elencato città che avevo sentito nominare, lasciando spazio per date, percorsi e indirizzi.

Luca è entrato, ha visto il foglio, e ha sorriso.

«Stai già programmando?», ha chiesto.

«Sto solo raccogliendo opzioni», ho risposto. «Pianificheremo insieme».

Lui ha aggiunto un nome, poi un altro, sorprendendomi.

«Veramente vuoi andarci?», ho domandato.

«Non lo so», ha ammesso, «ma è bello sapere che possiamo almeno sognare. Poi vedremo».

Il pensiero di un corridoio infinito di viaggi, non più un lungo hotel con porte uguali, ma una strada dove possiamo svoltare, fermarci o tornare indietro, mi ha calmato.

Stasera, mentre guardiamo le notizie sul televisore un nuovo ponte a Venezia, un festival aE così, con il cuore leggero, mi preparo a scrivere il prossimo capitolo di avventure.

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