Diario, 15 novembre
Lavinia Rinaldi aveva sempre fretta. Corro da quando mi ricordo, e oggi non è stato diverso. Nel tardo pomeriggio, mentre correvo per via degli Orafi con il cappotto sbottonato a metà e una cartellina stracolma di progetti che rischiavano di scivolare a ogni passo, il cielo si è rabbuiato allimprovviso. La pioggia era iniziata come un sussurro, ma in pochi istanti si è trasformata in una barriera dacqua, cancellando i marciapiedi e confondendo tutto.
Ho borbottato una maledizione tra me e me. Speravo di arrivare a casa, farmi una doccia calda e lavorare sulla presentazione da consegnare domani. Ma quel diluvio non mi ha lasciato scelta. Dovevo trovare riparo.
Sono entrato di corsa in una piccola libreria-caffè, una di quelle che sembrano sopravvissute al tempo, con scaffali in legno consumato, vecchie poltrone e laroma intenso di caffè appena macinato che si mescolava a quello della carta. Mi sono scrollato la pioggia dai capelli e mi sono avvicinato al banco.
Un tè nero, per favore ho chiesto senza ancora alzare lo sguardo.
Niente caffè? mi ha domandato una voce maschile, amichevole e leggermente ironica.
Ho sollevato lo sguardo. Dietro al bancone cera un uomo alto, allincirca della mia età, capelli castani e barba di qualche giorno, con un sorriso che sembrava conoscermi da sempre.
Non quando devo concentrarmi ho risposto, un po sulla difensiva Il caffè mi rende nervoso.
Allora tè nero ha replicato lui, porgendomi una tazza Ma ti avverto, in questo locale quasi nessuno riesce a resistere al richiamo del caffè, vedi? e ha fatto cenno alle altre tazze fumanti sparse tra i pochi clienti.
Finalmente ho sorriso, forse il primo della giornata.
Come ti chiami? ho chiesto allora.
Giacomo Ferrara rispose, allungando una mano oltre il banco Proprietario, barista e lettore compulsivo.
Abbiamo stretto la mano, mi sono presentato anchio e sono andato a sedermi vicino alla finestra. Sentivo la pioggia tamburellare contro i vetri, come se volesse entrare anche lei.
Mentre cercavo di concentrarmi sugli appunti, Giacomo si è avvicinato con un libro dalla copertina blu e le scritte dorate.
Se non ti dispiace penso che questo libro potrebbe piacerti.
E come fai a saperlo? ho chiesto curioso.
Non lo so. Però di solito chi entra di corsa sotto la pioggia, chiede del tè e ha quella faccia di chi non vuole vedere nessuno di solito ha bisogno prima di tutto di una buona storia.
Accettai il libro, quasi per gioco. Mentre sfogliavo le pagine, il profumo del caffè delle altre tazzine e il ticchettio della pioggia creavano una culla accogliente tuttintorno.
Sei sempre qui? ho chiesto dopo qualche minuto.
Ogni volta che piove rispose enigmatico.
Sorrisi, pensando a una battuta. Ma poi realizzai che era serio.
I giorni successivi Firenze ha ripreso il suo solito ritmo e io il mio: ufficio, progetti, corse continue. Ma un martedì, una tempesta improvvisa mi ha fatto varcare ancora una volta la porta della libreria.
Giacomo era lì, come se mi stesse aspettando.
Di nuovo tu disse, versandomi il tè senza che io lo chiedessi.
Di nuovo la pioggia risposi.
Quella volta parlammo di più. Scoprii che aveva ereditato la libreria dal nonno, che per anni era stata solo una bottega di libri rari. La caffetteria laveva aggiunta lui, per dare alle persone un motivo in più per restare.
A Giacomo raccontai che facevo larchitetto in uno studio importante, dodici ore al giorno sempre di corsa.
Devessere stancante commentò.
Molto ammettei Ma correre è lunica cosa che so fare.
Mi guardò con una calma contagiosa.
A volte, bisogna lasciarsi raggiungere dalla vita disse piano.
Da quel momento, ogni pioggia era una scusa per tornare da lui, nella piccola libreria di via degli Orafi. A volte leggevo e basta, altre parlavamo di libri, film, viaggi che nessuno dei due aveva ancora fatto.
Un giovedì di dicembre, Giacomo mi fece una proposta:
Sabato chiudiamo prima. Suoneranno qui dei musicisti jazz. Ti va di venire?
Non ero abituato ad accettare inviti improvvisati. Ma stavolta dissi sì.
Quella sera la libreria era illuminata solo dalla luce soffusa delle candele; le scaffalature gettavano lunghe ombre sulle pareti. Giacomo mi aveva riservato un posto in prima fila. Durante il concerto, le nostre ginocchia si sfioravano appena.
O forse non era affatto un caso.
Quando la musica finì, lui mi versò un bicchiere di Chianti e si sedette accanto a me.
Ti ho visto tante volte correre qui per scappare dalla pioggia disse. Ma secondo me, in fondo, scappavi da qualcosaltro.
Rimasi in silenzio, colpito dalla precisione delle sue parole.
Forse hai ragione sussurrai. E forse qui dentro me lo dimentico.
Quella sera, quando uscimmo, pioveva di nuovo. Giacomo mi accompagnò alla porta.
Non ho lombrello dissi.
Nemmeno io. Ma se camminiamo piano, magari non ci bagniamo troppo.
Non corremmo. Attraversammo la strada ridendo, sotto la pioggia battente, con lacqua che ci colava sui capelli e sugli abiti.
Allangolo, prima di salutarci, Giacomo sorrise:
Non aspettare la pioggia per tornare.
Ricambiai il sorriso.
Ci proverò.
Non tornai il giorno dopo. Né quello ancora. Ma la domenica, con il cielo limpido, entrai nella libreria.
Giacomo mi guardò, fingendo stupore.
E la pioggia?
Oggi lho portata dentro.
Quel giorno niente tè, niente caffè. Solo una lunga conversazione, silenzi piacevoli e sguardi che raccontavano ben più delle parole.
Quando calò la sera, Giacomo mi condusse in un piccolo angolo segreto della libreria: una stanza con una grande finestra affacciata sullArno.
Qui leggeva mio nonno quando pioveva spiegò. Diceva che il suono dellacqua gli ricordava che tutto continua a scorrere.
Appoggiai la fronte al vetro.
Forse è proprio questo che amo di questo posto mi ricorda che posso fermarmi.
Giacomo si avvicinò piano, tanto che sentivo il suo respiro ancora prima di vederlo accanto a me.
Puoi fermarti e restare.
Mi girai verso di lui. Proprio in quellistante, la pioggia ricominciò a tamburellare sul vetro come se ci stesse aspettando.
Pare che il cielo sia dalla nostra parte sussurrò.
Sembra proprio di sì risposi, prima di baciarlo.
Un bacio lieve, caldo, che sapeva di caffè e di tè nero. Un bacio senza fretta.
Da quel giorno, ogni pioggia è diventata il nostro appuntamento. Ma non importava più se fuori pioveva o splendeva il sole: la libreria di via degli Orafi era ormai il nostro posto.
Lì, in quellangolo sullArno tra libri e tazze fumanti, io e Giacomo abbiamo imparato che lamore non arriva sempre con il cielo sereno
A volte la pioggia serve solo a convincerti a restare un po di più.
Forse la vita sta tutta qui: imparare a fermarsi, anche solo il tempo di un tè, per lasciarsi trovare da chi sa aspettarti.






