Non sono una badante
Chiara, oggi non ho delle belle notizie mi ha detto Marco, posando il cucchiaio sul piatto e abbassando lo sguardo. Mia madre sta peggiorando. Ha ormai ottantanni. Non riesce più a cavarsela da sola. Ha bisogno di assistenza costante.
Lo immaginavo ho sospirato, asciugandomi le mani con lo strofinaccio. Hai parlato con Riccardo? Probabilmente dovremo trovare una badante. Non possiamo portare avanti tutto solo noi.
Sì, ne ho parlato. Ma la badante costa davvero tanto. E poi, fa paura lasciare una sconosciuta in casa. Sarebbe meglio se ci occupasse qualcuno della famiglia.
“Abbiamo deciso”? ho stretto le labbra, irrigidita. Tu e tuo fratello avete già valutato tutto tra voi?
Sì. E ci sembri la più adatta. Mamma ti conosce, si fida di te. Con una sconosciuta non accetterebbe mai. E poi, tu sei a casa, potresti anche lasciare il lavoro per starle vicino.
Il cuore mi si è stretto. Lavoravo come ragioniera, mi mancava poco alla pensione. Rinunciare ora? Perdere tutti gli anni di contributi e la pensione?
Marco, lasciami riflettere. Non sono di ferro. Anche la mia salute non è perfetta. E comunque, neppure mi avete chiesto un parere. Semplicemente, mi avete messo davanti al fatto compiuto.
Chiara, sai benissimo che tua suocera ci ha lasciato questo appartamento. Ha sempre fatto tutto per noi, ora tocca a noi dimostrare riconoscenza. Io e Riccardo daremo una mano, non resterai da sola.
Sapevo benissimo che mi avrebbero aiutata solo se fosse stato comodo per loro. Alla fine, sarebbe ricaduto tutto sulle mie spalle. Ma non ho replicato. Ho chiesto un mese di permesso al lavoro “per assistere una parente” ponendo una sola condizione chiara:
Solo un mese. Poi ne riparliamo. Non voglio prendermi quest’impegno per un tempo indefinito.
Va bene, daccordo. Intanto la portiamo qui, così non dovrai impazzire avanti e indietro.
Il giorno dopo, Maria Bianchi, la madre di Marco, è arrivata davanti alla porta del nostro appartamento a Bologna. Era debole, faceva fatica a muoversi. Le abbiamo procurato una sedia a rotelle, abbiamo sistemato una coperta, disposto i medicinali, bacinelle, cuscini, plaid. La casa si è riempita improvvisamente di quellodore acre di vecchiaia e disinfettante.
Marco ha iniziato subito a impartire ordini:
Mettile un cuscino dietro la schiena. Il brodo si è freddato, riscaldalo. E controlla che prenda tutte le medicine adesso tocca a te occupartene!
Ho risposto in silenzio facendo tutto. Ma non avevo più quarantanni. La schiena doleva, la pressione saliva, le articolazioni si facevano sentire. Mentre mia suocera, quasi apposta, iniziava a fare piccoli dispetti: a volte versava lacqua, a volte nascondeva le pillole, si lamentava per ogni rumore.
Dopo qualche giorno, è arrivato Riccardo con sua moglie, Elisabetta. Nemmeno si sono tolti i giubbotti, hanno girato lappartamento come fosse un tour guidato. Hanno commentato tutto: “Qui mamma non respira bene”, “Qui cè troppa aria”. Io restavo nellangolo, come unombra.
Mamma, come va? Chiara ti tratta bene? ha chiesto Riccardo.
Figlio mio, chi mai potrebbe volere una vecchia in giro? si è lamentata Maria Bianchi. Mi guarda come fossi un peso. Niente lasagne, zero attenzioni. Fa tutto a malincuore…
Non ce lho più fatta.
Le lasagne arrivano domani. Oggi ci sono polpette e minestrone. Perché dovrei preparare tutto insieme?
Chiara, è intervenuta Elisabetta, come puoi non cucinare ogni giorno? Una persona anziana va nutrita quasi come un bambino. O ti pesa troppo?
Elisabetta, io cucino, lavo, pulisco, assisto Prova tu, poi ne parliamo. Quando toccherà a te, deciderai tu come fare.
Ma io lavoro! Non posso. E non sono nemmeno capace! si è affrettata Elisabetta, scomparsa ogni traccia di arroganza.
Sono usciti esattamente come erano arrivati: nessun aiuto, nessuna offerta concreta.
E Marco, nonostante le promesse, si faceva vedere sempre meno:
Chiara, sei una donna. Devi imparare a gestire. Io lavoro, torno stanco. E poi, è tradizione: sono le nuore che si occupano delle suocere. Nessuno si è mai lamentato.
Ho taciuto. Contavo i giorni che mi separavano dal ritorno in ufficio.
Dopo tre settimane, Marco si è presentato con una “proposta”:
Ho parlato con Riccardo. Mamma ti farà testamento per lappartamento. Tu lasci il lavoro e ti occupi di lei senza limiti di tempo. È una soluzione giusta.
Cosa?! sono impallidita. Davvero pensi che cambierei la mia vita per qualche metro quadro? Non voglio una casa in cambio della mia salute! Non voglio barattare anni della mia vita per una eredità!
Pensa almeno a nostro figlio! Potremmo vendere casa, dividere e dare qualcosa a Matteo.
Forse tra dieci, quindici anni. Ma io? Dovrei scomparire come se non esistessi più?
Marco è rimasto in silenzio, con uno sguardo risentito.
Non mi importa della casa, Marco. Voglio vivere. Tornare al lavoro, bere il mio caffè la mattina, leggere, non correre con le bacinelle. Hai un fratello che si prenda anche lui le sue responsabilità. O trovate una badante!
Tutto ruota attorno ai soldi! E poi il tuo stipendio è piccolo. È meglio se stai a casa!
No! Ho deciso! lho guardato diritto negli occhi. Fate come volete. Ma io non posso più occuparmi di Maria Bianchi.
Una settimana dopo, ho radunato le mie cose. Serenamente, senza liti o grida. Ho affittato una stanza in un appartamento condiviso. Matteo, mio figlio, mi ha sostenuta: ha promesso che mi aiuterà economicamente, che mi chiamerà, e verrà a trovarmi.
Marco ha capito in fretta: la mamma aveva realmente bisogno di assistenza. In poco tempo hanno trovato una badante. Brava, preparata e con tutte le carte in regola.
Per la prima volta dopo tanti anni, mi sono sentita libera. Senza sensi di colpa, senza catene. Finalmente solo donna. Ho bevuto il mio primo caffè mattutino guardando il sole sopra i tetti di Bologna, sentendo di vivere, dopo tanto tempo, la mia vita per me stessa.



