Ritorno a Me
Il vento mi ha colto alla stazione di Castrignano con un impeto improvviso, strapparmi il berretto prima ancora che potessi mettere piede sul marciapiede. Ho dovuto afferrarci al volo, sentendo le dita gelide dellaria autunnale infilarsi subito sotto il colletto. Lodore di foglie bagnate, fumo dei camini delle case lontane e qualcosa di indefinito ma familiare ferro, olio, vecchie assi mi ha riportato immediatamente allinfanzia.
Mi sono girato intorno.
Il piccolo edificio di mattoni, dipinto di un giallo sbiadito e con uninsegna Stazione di Borghi scrostata, dava limpressione di una vecchia guardia di cui Zio Michele si prendeva cura. Il binario, un tempo pulito dal vecchio guardiano, era ora invaso da erbe e tarassaco che spuntavano tra le crepe dellasfalto. Tutto era com’era, ma al contempo diverso, come se il mondo fosse stato stretto in un pugno.
Gli alberi, un tempo giganti nella mia fantasia, ora graffiavano appena il tetto della stazione. Il chiosco dove mi sedevo ad aspettare il treno per la città sembrava ridotto a un minuscolo sgabuzzino con assi marce. Anche il cielo pareva più vicino.
Ho sistemato il berretto più in alto, ho spostato lo zaino sulla spalla e ho iniziato a percorrere la strada familiare.
Scendeva verso il fiume.
Verso la casa del nonno.
Il sentiero serpeggiava tra casette inclinate, aggirava orti vuoti con i cancelli anneriti dal tempo. Il villaggio moriva silenzioso.
I giovani erano da tempo partiti alcuni in città, altri per lavori stagionali. Rimanevano solo gli anziani, che trascorrevano i loro ultimi anni nella quiete, e qualche famiglia che non aveva dove fuggire. Molte finestre erano vuote, le porte penzolavano su un unico cardine.
Lunico suono era il latrato dei cani, non gioioso ma malinconico, come se avessero dimenticato il motivo del loro abbaiare. Il cigolio del vecchio rubinetto di casa della zia Gretta si univa al tutto.
La casa del nonno si trovava allestrema punta della strada, accanto al fiume, dove il sentiero si dissolviva nella sabbia, e le radici delle vecchie salici si intrecciavano con la riva erosa. Era una struttura di legno, annerita dal tempo, ma ancora fiera, con cornici intagliate che il nonno scolpiva nelle sere dinverno. Ricordo ogni ricciolo, ogni fiore, perché da bambino, in punta di piedi, correvo a sfiorarli come a leggere antichi codici.
Il portico cigolava sotto i miei passi, traditore come venti anni fa. Il chiavistello era ormai un grumo di ruggine, ma io ho trovato sotto il terzo gradino della soglia la chiave nascosta, quella con il dente spezzato che sempre si inceppava.
La porta si è aprta con resistenza, come se la casa volesse trattenere lo straniero.
Lodore mi ha investito:
polvere accumulata negli anni di vuoto,
profumo acido dei libri vecchi,
sentore amaro di fumo di camino intriso nelle travi,
raggi di sole che filtravano attraverso vetri impolverati, facendo danzare la polvere nellaria. Ogni cosa sembrava fermarsi nel giorno della nostra partenza:
un grosso tavolo di quercia con i segni della scurella del nonno,
una lampada a petrolio sotto una cupola di vetro, testimone delle serate invernali,
un armadio di fucili due cacce e una vecchia spingarda, impregnati di olio di lino e polvere,
sulla parete, un po inclinata, fotografie in cornici fatte a mano:
il nonno da giovane, con una pistola al fianco e sguardo severo (1923, annotato a matita),
la nonna Anna con una cesta di legna, due secchi colmi, sotto un cielo di luglio,
il piccolo me, a piedi nudi, con una camicia scolorita e un sorriso birichino, con una canna da pesca in mano.
Ho scaricato lo zaino sul letto e una nuvola di polvere è salita al soffitto. Ho atteso, ascoltando il cigolio del pavimentoquel suono che sempre tradiva le mie notti davventura lungo il fiume.
Sono uscito in cortile.
Il fiume.
Il suo mormorio era lo stesso, un ruggito profondo come se dietro al cancellino si nascondesse una bestia immensa. Il vento spingeva le piccole onde, spezzando i riflessi di luce in mille scintille. Dallaltra sponda, incontaminata dalla civiltà, il bosco scuro si stagliava, antico e silenzioso come la memoria.
Ho inspirato a fondo, assorbendo quellaria umida, carica di alghe e legno marcio.
Non ero arrivato lì per caso.
Dopo il licenziamento (senza nemmeno un addio da parte dei colleghi),
dopo il divorzio (la porta si è chiusa definitivamente),
dopo che la città mi ha schiacciato con i suoi muri, la sua gente, le loro voci, il loro indifferenza.
Allora mi sono ricordato le parole del nonno, sussurrate accanto al fuoco notturno:
«Se lanima ti fa male, nipote, vai al fiume. Stai sullacqua finché non senti la sua voce. Lacqua lava tutto offese e dolore. Il fiume ricorda tutti coloro che vi sono giunti.»
Le mie mani si sono strette in pugno. Un fremito è passato nel petto, forse per il ricordo, forse per una premonizione.
I primi giorni sono stati silenziosi. Un silenzio denso, avvolgente, come resina. Non quello della città, falso, pieno di rumori di auto e passi di vicini, ma un silenzio vivo, curativo.
Ho riparato il tettosostituendo le tavole rotte con pannelli di gomma. Il martello risuonava sui chiodi, e il suono si levava sopra il fiume, come se bussassimo alle porte dei vecchi case del villaggio.
Ho tagliato la legnalascia del nonno era ancora affilata. I tronchi si spezzavano con un crepitio succoso, mostrando le venature interne. Lodore della resina di pino si mescolava al sudore della mia schiena.
Ho pescatoseduto sulla stessa pietra dellinfanzia, lanciai la lenza nellacqua scura. Le poche catture erano minuscole, non il grasso bottino dei tempi passati, ma bastava sentire il tremolio della linea, la resistenza dellacqua, lattesa paziente.
Solitudine.
Non era un vuoto gelido come quello dei grattacieli e delle metropolitane, né il silenzio di un telefono che non squilla più. Qui respirava, si riempiva di:
1. Ricordi
Quel tronco spoglio dove il nonno mi mostrava come fare le trappole per le leprile sue mani ruvide aggiustavano il nodo. Non stringere troppo, nipote, altrimenti sentirai il ferro.
Sotto il vecchio portico, la nonna Anna asciugava funghibelli canditi, porcini profumati di foresta. Li sfogliava mormorando preghiere, mentre io rubavo un piccolo pezzo finché non mi beccava.
Al portale, lultima volta, la madre, con il suo vestito azzurro economico e una valigia in mano, mi disse: Tornerò. Ma non è tornata.
2. Suoni
Il fruscio degli alberisalici antichi che si sfregano, come se scambiassero segreti.
Il fruscio dellacquanon quello di un rubinetto cittadino, ma il vero scorrere del fiume, con bolle e sassi che rimbalzano.
Il canto notturno di un uccellonon civetta, né gufo, ma qualcosa di indefinibile, quasi un richiamo.
3. Presenza di chi non cè più
Non cerano ombre nei angoli, né passi al piano di sopra. Ma a volte:
Sul tavolo appariva da sola la tazza di terracotta del nonno.
Nel fuoco del camino una fiamma ardeva più viva del solito.
Al mattino, sul davanzale, una traccia di mani bagnate come se qualcuno avesse premuto contro il vetro.
Ho acceso una sigaretta, lasciando che il fumo si mescolasse allaria fresca. Da lontano, oltre il fiume, si levò un ululato: lungo, solitario, familiare.
Un lupo? Forse. Ma il nonno diceva sempre: «Non sono gli animali a ululare, nipote. Sono le anime smarrite che bussano al mondo dei viviquelle che nessuno ricorda più, quelle che sono state cancellate dalla memoria. Sulle rive rimangono, incapaci di attraversare, finché un cuore non le richiama con vero amore.»
Un brivido mi percorse la schiena, ma non di paura. Era riconoscimento.
Quellautunno non sono più tornato in città. Ho vissuto nella casa del nonno: tagliavo la legna, alimentavo il camino, in primavera ho scavato lorto e piantato patate. Al mattino bevene tè con confettura di ribes, la sera leggevo i volumi dellarmadio. Di tanto in tanto andavo in città per provviste e sigarette. Aiutavo la zia Gretta quando mi chiedeva una mano.
Allinizio dellestate è arrivato mio figlio, Marco, quindici anni, con le cuffie nelle orecchie e unespressione di perenne insoddisfazione. Il primo giorno lha trascorso incollato al cellulare, lamentandosi per la mancanza di internet decente.
Il secondo giorno, mentre sistemavo la casa, il suo telefono è scivolato dalle mani e è caduto in un secchio dacqua. Il ragazzo, terrorizzato, lo ha tirato fuori fradicio.
Porca miseria! ha sbottato. Adesso non si accenderà più!
Lha gettato nel suo zaino con rabbia.
I giorni successivi sono cambiati. Allinizio Marco vagava come perso, toccando nervosamente le tasche. Poi ha iniziato ad aiutare nei lavori domestici, prima per noia, poi con crescente entusiasmo. Il quinto giorno, quando una trota argentata ha abboccato allamo, nei suoi occhi è scoppiata una gioia genuina e infantile.
Quando è partito, mi ha chiesto improvvisamente:
Papà, posso tornare durante le vacanze ha balbettato, ma non comprarmi un nuovo telefono, daccordo?
Ho annuito, trattenendo un sorriso:
Come vuoi. Ma non dimenticare la tua canna.
Una settimana dopo è tornato, e questa volta è rimasto fino alla fine dellestate.
In autunno il telefono ha squillato.
Stavo tagliando legna dietro la casa, così assorto da non sentire subito. Il cellulare era sul tavolo del giardino, lo schermo lampeggiava: Lena.
Mi sono fermato. Non ci sentivamo da sei mesi, da quando la moglie mi aveva urlato al telefono che ero un padre inutile.
Pronto? ho detto, strofinando la mano sul grembiule.
Allinizio solo il fruscio del traffico cittadino. Poi una voce incerta:
Ciao, Enrico! Lena ha fatto una pausa, come cercando le parole. Devo dirti una cosa su Marco È tornato completamente cambiato.
Mi sono seduto sul gradino.
Si lava i piatti da solo. Tiene ordine nella stanza. È la prima volta in quindici anni ha riso nervosamente. E grazie. nei suoi toni cera qualcosa di caldo, quasi una risata. Grazie a te.
Lho immaginata nella nostra vecchia cucina, a stringersi una mano sul petto, gestualità sua quando era preoccupata.
Ha visto unaltra vita, ho detto piano.
No. Ha visto te. una lunga pausa. Vorrei venire. Con lui. Per linverno. Possiamo?
Mentre le scene della nostra storia scorrevano nella mia mente, ho risposto:
Qui fa freddo, ho detto con voce rauca. Bisogna accendere il camino.
Mi insegnerai? ha sussurrato quasi senza sentirsi.
Venite, ho risposto, e ho sentito un sorriso nascere sul volto. Portate abiti caldi. E le scarpette di feltro.
Scarpette di feltro, ha ripetuto, e per la prima volta dopo anni, la sua voce ha mostrato tenerezza. Va bene.
Quando la chiamata è terminata, sono tornato a tagliare legna. Lascia cadeva più veloce, più decisa, il respiro accelerato per lemozione. Ho lanciato lultimo ceppo nel mucchio e mi sono raddrizzato. Sopra il fiume si alzava una nebbia leggera che avvolgeva la riva. Linverno si avvicinava, ma per la prima volta non lo attendevo con tristezza, bensì con un timido, pacato entusiasmo.
Dalla porta di casa è arrivato un cigolio la vecchia cancelleria, mosso dal vento, chiedeva tregua. Da sistemare prima del loro arrivo, ho pensato. Nella testa già elencavo le cose da fare: pulire il camino, ingrassare le chiusure, tirare fuori dalla cantina coperte e cuscini extra da asciugare.
Fermandomi alla cancelleria, ho capito che non guardavo più la mia dimora come un rifugio, ma come unabitazione pronta a riempirsi di voci. Quella sensazione era così nuova e fragile che anche laria fredda sembrava più calda del solito.




