Pensavo fossi venuta solo a fare le pulizie rise mia suocera mentre smistava le mie valigie.
Mi senti, Giorgio? Sto parlando con te e tu sei incollato al telefono!
Sì, ti sento. Cosa vuoi?
Ginevra strinse i pugni. Quel tono distaccato, quellindifferenza che da mesi la irritava, la stavano facendo impazzire. Io continuavo a fissare lo schermo, senza alzare gli occhi.
Volevo parlare di dove andare in vacanza. Ma a te non importa, come sempre!
Ginevra, sono stanco. Domani ne riparliamo?
Domani! Sempre domani! Che, oggi non è vita?
Finalmente staccai lo sguardo dal cellulare e la guardai con fastidio.
Che ti prende? Ho mille cose da fare, la testa mi scoppia. Non è il momento di pensare alle vacanze.
Lavori sempre! E quando è stata lultima volta che abbiamo passato del tempo insieme? Che ne dici di una cena solo per noi?
Basta, Ginevra. Non cominciare.
Ma le parole si erano accumulate: delusioni, silenzi, solitudine tra le quattro mura del nostro appartamento.
Non cominciare? Ti accorgi neanche che esisto? Sono solo un mobile per te? Ho preparato la cena, lavato le camicie e tu mi tieni in disparte?
Mi alzai, infilai il cellulare in tasca.
Vado da Sergio. Qui è un continuo baggìo, solo litigi.
Vai via! urlò Ginevra. Come al solito, quando cè da parlare finisci subito da un amico!
La porta sbatté. Ginevra rimase sola al centro della stanza, le mani tremavano, la gola si riempiva di un nodo. Andò in cucina, si versò dellacqua, si sedette al tavolo e appoggiò la testa sulle braccia.
Il nostro matrimonio sembrava un tempo un sogno: ridevamo, progettammo, sognavamo. Ora eravamo due estranei sotto lo stesso tetto. Io ero sempre al lavoro o da amici, lei girava in casa a cucinare e pulire, e nessuno la vedeva.
Ginevra tirò fuori il cellulare e scrisse a una amica, Cinzia: Posso venire da te?
La risposta fu rapida: Certo! Che succede?
Ti racconto dopo, parto tra mezzora.
Ma non partì. Si sedette sulla poltrona a riflettere e, allimprovviso, pensò: perché non andare dalla suocera, Margherita?
Margherita, la madre di mio padre, viveva da sola in una grande casa di campagna, costruita dal defunto suocero. Io ci andavo di rado, sempre occupato. Ginevra, però, laveva aiutata qualche volta e la suocera la apprezzava.
Con decisione, Ginevra salì in camera da letto, prese dalla credenza una vecchia valigia da viaggio e iniziò a infilare vestiti, maglie, jeans, il suo trousseau, libri, il caricatore del telefono. Non sapeva per quanto tempo sarebbe restata; forse una settimana, forse di più. Aveva bisogno di respiro, di silenzio, di ritrovare sé stessa.
Quando tornai tardi, trovai Ginevra addormentata. Si era solo mascherata. Mi sdraiai sulla mia metà del letto senza toccarla.
Il mattino dopo si alzò presto, indossò un cappotto, prese la valigia, lasciò a tavola un biglietto: Sono andata da tua madre. La aiuterò in casa. Tornerò quando deciderò. E uscì.
Il pullman da Roma a Orvieto impiegò tre ore. Ginevra guardava fuori dal finestrino, i campi e i boschi scivolavano, il cuore era agitato ma allo stesso tempo leggero. Aveva scelto di non restare a casa a rimuginare, non a scatenare un altro litigio, ma di prendere il volo.
Il villaggio la accolse con il silenzio e lodore dellerba appena tagliata. La casa di Margherita sorgeva al bordo del bosco. Ginevra aprì il cancello e camminò sul sentiero. Sulla soglia, la suocera stava pulendo patate in un grande secchio.
Ginetta? alzò la testa sorpresa. Da dove vieni?
Buongiorno, Margherita. Sono venuta da lei.
Margherita asciugò le mani sul grembiule, si alzò. Era una donna robusta, spalle larghe, volto rotondo e gentile. I capelli grigi erano intrecciati in una treccia.
Vieni dentro, vieni dentro! Giorgio con te?
No, sono sola.
Da sola? osservò la valigia. Per molto tempo?
Posso stare un po? Non vi disturbo?
Ma certo, cara! Non è un disturbo. Entra, preparo subito il tè.
Ci addentrammo nel corridoio fresco, poi nella grande cucina luminosa. Laria profumava di aneto e pane appena sfornato. Sulle mensole cerano barattoli di marmellata, panni ricamati appesi alle pareti.
Ginevra posò la valigia vicino alla porta. Margherita si mise a stirare, a prendere le tazze, a tagliare una torta.
Siediti, sei stanca dal viaggio, vero? Come sei arrivata?
Bene, grazie.
E Giorgio? Lavora ancora? Non è riuscito a venire?
Ginevra rimase in silenzio, non sapeva cosa dire. Margherita la osservò con attenzione.
Cè una lite?
Sì, ammise piano Ginevra. Sono stanca, Margherita. Ho deciso di allontanarmi per un po.
Margherita annuì, versando il tè.
Capisco. Gli uomini a volte sono così: freddi, poi caldi. Bisogna saperli gestire.
Non so gestire, stringé la tazza tra le mani. Forse mi ha lasciato.
Smetti di dire sciocchezze! sbatté la mano. Giorgio ti ama. È solo preso dal lavoro, è diventato distante. Qui potrai riprendere le forze, e vedrai che le cose cambieranno.
Ginevra annuì, senza credere davvero, ma non voleva discutere.
Margherita, dove posso dormire?
La stanza accanto, appena rinnovata. Sistemati.
Ginevra portò la valigia nella piccola stanza con una finestra sul orto, un letto, un armadio, un tavolino. Sistemò la valigia su una sedia e si sedette sul bordo del letto. Il telefono vibra. Un messaggio di Giorgio: Ho letto il biglietto. Sei davvero andata da tua madre?
Ginevra rispose: Sì.
Perché?
Perché dovevo.
Quando torni?
Non lo so.
Non ricevette più messaggi. Pose il telefono da parte e guardò il soffitto, sentendo un misto di dolore e sollievo.
La sera, a tavola con Margherita, la suocera parlò del suo orto, dei vicini, del tetto che perdeva e dei lavori da fare.
Gli dico a Giorgio di venire, di aiutare. Ma lui è sempre occupato.
È vero, osservò Ginevra.
Molto, confermò Margherita. Ma a che serve guadagnare soldi se la vita scivola via? Non viene da sua madre, non presta attenzione alla moglie.
Ginevra rimase colpita.
Lo sai? chiese.
Non sono cieca, cara. Vedo che sei depressa. Pensi che non capisca perché sei qui? Non è per aiutarla, è per te.
Non ti sto mentendo.
Non menti, rispose Margherita, versando altro tè. Solo taci. È tuo diritto. Rimani finché vuoi, ho compagnia e tu riposi.
Le lacrime salirono agli occhi di Ginevra.
Grazie, è molto gentile.
Oh, tesoro, sospirò Margherita. Anchio ho passato momenti difficili con mio figlio. Ho dovuto adattarmi. Limportante è non tenere tutto dentro, parlare, spiegarsi.
Ho provato. Lui non ascolta.
Allora non hai provato nel modo giusto. Gli uomini sono come bambini, bisogna essere più astute.
Ginevra ascoltava, ma era scettica che lastuzia potesse risolvere quel male più profondo.
Il giorno dopo Margherita la svegliò presto.
Ginetta, alzati! Aiutami a innaffiare lorto, il sole sta per picchiare.
Ginevra si vestì di jeans vecchi e una maglietta, uscì con la suocera. Margherita mostrò dove crescere i pomodori, i cetrioli, le diede un annaffiatoio. Lavorare allaria aperta era piacevole; il sole scaldava, lodore di terra riempiva laria, i pensieri si placavano.
Finito, Margherita la accompagnò in casa.
Facciamo colazione. Ho preparato delle frittelle.
Sedute al tavolo, mangiavano frittelle con panna e marmellata. Margherita raccontò della gioventù, di come aveva incontrato suo marito, di come avevano costruito la casa.
Era duro, ma insieme. È questo che conta: stare insieme. Voi due sembrate vivere separati.
È vero, ammise Ginevra. Sono una serva in casa: cucino, pulisco, e non cè dialogo.
Lui era così da bambino, disse la suocera, pensosa. Taceva, teneva tutto dentro. Il padre gli diceva: Parla, ragazzo! e lui non faceva altro che tacere.
Cosa si fa con una persona così?
Lo ami, lo sopporti, ma senza silenzio. Fai vedere che sei lì, che conti per lui.
Non so se conto ancora.
Margherita la guardò a lungo.
Conta, cara. Solo che lui non sa mostrarlo.
Ginevra finì il tè, voleva credere, ma il cuore era ancora incerto.
Il giorno passò tra le faccende: raccolta di mele in cantina, altro innaffiamento, qualche cucitura. La sera Margherita tirò fuori il ricamo, un panno di lino.
Siediti, se vuoi, ho ancora il telaio.
Ginevra si avvicinò, non usava il ferro da tempo, ma era tranquillo, il ticchettio dellorologio riempiva lambiente.
Sai, Ginetta, sono felice che sei venuta.
Davvero?
Sì. Da sola è noioso. E mi preoccupo per Giorgio. Ho paura che vi allontaniate ancora di più.
È così, rispose Ginevra.
Non è ancora tardi per tornare indietro.
E se non voglio?
Margherita alzò lo sguardo dal ricamo.
Allora è più grave di quello che pensavo.
Silenzio. Ginevra sentiva un conflitto dentro: una parte voleva tutto finire, laltra ancora sperava di poter riparare.
Quella notte sognò un lungo corridoio; alla fine cera Giorgio, ma non mi sentiva. Si girava e se ne andava. Si svegliò sudata. Fuori era ancora buio. Pensò se fosse un segno, se fosse ora di lasciar andare.
Al mattino Margherita le notò gli occhi rossi.
Hai dormito male?
Un po
Versò una tisana alla melissa.
Puoi chiedermi quello che vuoi.
Vi siete mai pentiti di aver sposato il padre di Giorgio?
Margherita rifletté.
Sì, qualche volta. Quando bevesse troppo o taci fosse per settimane, mi veniva voglia di scappare. Ma non lo feci. Lamavo, pensavo ai figli, ci si adattò.
Io non voglio solo adattarmi, sbottò Ginevra. Voglio essere amata, apprezzata.
È giusto, annuì Margherita. Non devi sopportare se è davvero brutto. Ma a volte vale la pena tentare ancora, parlare senza urla, senza colpe.
Ho paura sia troppo tardi.
Non è tardi finché siete entrambi vivi e insieme.
Una settimana passò. Ginevra si abituò alla vita tranquilla del villaggio: orto al mattino, colazione semplice, pomeriggi a ricamare o a chiacchierare. Giorgio chiamava una volta al giorno, chiedendo quando sarebbe tornato. Lei rispondeva evasiva, senza sapere davvero.
Una sera, sul portico, arrivò la vicina, zia Valeria.
Oh, che ospiti! esclamò. Chi è, Margherita?
È mia nuora, Ginevra.
Ah! E Giorgio ancora non è venuto?
Lavora, rispose Margherita brevemente.
Certo, lavora, commentò Valeria, ridacchiando. La figlia è qui a fare le pulizie, a dare una mano. Bravo, ragazza!
Ginevra rimase in silenzio. Quando Valeria se ne andò, Margherita le sorrise.
È bello che la pensi così. Così non sparlerà di una fuga.
Non sono fuggita, replicò Ginevra. Ho solo preso una pausa.
Lo so, cara. Lo so.
Qualche giorni dopo Ginevra decise di aprire la valigia. Le cose erano stropicciate, bisognavano di essere stirate. Portò la valigia in cucina, iniziò a sfilare vestiti, maglie. Margherita, tornata dallorto, la guardò e sorrise.
Pensavo venissi solo a fare le pulizie, disse, osservando la pila di vestiti. Ma sei pronta per linverno?
Ginevra, con un vestito in mano, si scusò.
Scusi, Margherita, non volevo abusare della vostra ospitalità.
Dai, scherzo! la accarezzò sulla spalla. Vivi finché vuoi. Ma dimmi, pensi di restare qui per sempre o tornerai a casa?
Ginevra si sedette.
Non lo so, onestamente. Qui mi sento bene, è tranquillo. Ma il pensiero di tornare mi rende triste.
Allora non sei pronta ancora, annuì Margherita. Il tempo lo dirà.
Si sedette di fronte a lei.
Ginevra, ti parlo come una madre. Mio figlio è mio figlio, lo amo, ma è sbagliato. Lha portata a questo punto. Se decidi di andare via, capirò. Se resti, aiuta Giorgio a migliorare, a capire il tuo valore.
E se non vuole imparare?
AllAlla fine, Ginevra decise di tornare a casa, ma con la determinazione di ricostruire il loro rapporto passo dopo passo.



