Ho scovato un secondo telefono tra le cose di mio marito

Stavo spolverando lufficio di casa quando il panno sfiorò una pila di documenti sul bordo della scrivania. Le carte volarono in un attimo sul pavimento e, maledendo, mi misi a raccoglierle. Sotto la sedia scintillò qualcosa di scuro: un piccolo oggetto nero. Lo afferrai e ne estrassi uno smartphone avvolto in una custodia logora.

Strano, mormonai, girando il telefono tra le dita.

Il nuovo iPhone di Nicola, mio marito, era sempre nella tasca del suo giubbotto o sul comodino. Quello, invece, era decisamente più modesto, più semplice e sconosciuto. Premetti il pulsante: lo schermo si accese mostrando ora e data, senza chiedere password. Il cuore di Teresa si strinse, una mano si corse in gola.

Si sedette lentamente nella sedia, gli occhi incollati al dispositivo. In ventitré anni di matrimonio avevamo attraversato di tutto: litigi, ferite, sfiducia. Mai avrei immaginato un secondo telefono. Non mi consideravo una moglie gelosa; avevo sempre creduto nella solidità del nostro legame. E ora mi trovavo a scrutare una scatola nera colta da segreti potenzialmente distruttivi.

Ventitré anni insieme, due figlie è tutto vano? ribollivano i pensieri mentre il pollice scorreva il menu. Nessuna foto. Solo qualche contatto con numeri anonimi e iniziali. Poi un dialogo con A.S..

Stasera alle 19, come al solito? scrisse Nicola tre giorni prima.
Sì, ti aspetto, rispose brevemente.

Due giorni dopo:
Grazie per ieri. Come sempre al top.
Felice che ti sia piaciuto. Domani?
Ci proverò, ma non prometto.
Ti sospetto qualcosa, scrisse Nicola.

Il sangue di Teresa si fece ancora più scuro. Sospetti? Mai aveva pensato a una cosa del genere! Un misto di rabbia, delusione e ferita le invase il petto. Ventitré anni di fiducia e così, di colpo?

Il cigolio della porta dingresso annunciò il ritorno di Nicola, più presto del solito dal lavoro. Con il panno ancora in mano, lo infilai nello spazzolino della vestaglia e finsi di continuare le pulizie.

Tania, dove sei? chiamò la sua voce dal corridoio.
Nellufficio, sto mettendo ordine, risposi, cercando di parlare normalmente.

Nicola entrò, alto, in elegante completo grigio, i cinquantanni gli davano un aspetto più giovane di quanto la sua età suggerisse. Un tempo mi sentivo fiera di essere ammirata, ora provai solo un brivido di paura.

Comè andata la giornata? chiesi, strofinando una mensola di libri.
Normalissima, disse, allentando la cravatta. Solo stanco. Un cliente difficile mi ha fatto perdere tre ore.

Che cliente? A.S.? mi venne in mente la sigla, ma la trattai.

Perché sei così presto? chiesi, cercando di capire se quel telefono nascondesse qualcosa.

Mi sei mancata, mi avvolse alle spalle, il suo profumo di colonia e un accenno di sigaretta, nonostante avesse smesso da cinque anni. Il naso mi pizzicò.

Vado a fare una doccia, baciò la mia guancia e uscì.

Rimasi sola sul divano. Che fare? Scatenare una scenata ora? Seguirlo? O chiedere direttamente? Il telefono nella tasca della vestaglia pesava come un macigno. Lo estrassi e riaprii i messaggi. Niente di esplicito: né dichiarazioni damore né foto compromettenti. Solo il mistero del secondo cellulare.

La serata trascorse tesa. Cenammo insieme, guardammo una serie tv, chiacchierammo delle figlie. La maggiore, Ginevra, vive a Bologna con il marito e il loro figlio di due anni. La più piccola, Lidia, è alluniversità di Firenze. Nicola era come sempre: parlava di lavoro, scherzava, chiedeva dei miei progetti. Nessun indizio, se non il telefono segreto.

Alle dieci, si diresse verso il bagno. Apro il suo giubbotto dritto dal armadio, controllo le tasche: vuoto. Apro la valigetta: nulla. Stavo per arrendermi quando trovo in una tasca laterale una piccola scheda da visita: Alessia Rossi 3471234567. Alessia, la A.S. dei messaggi?

Il rumore dellacqua smise. Rimisi tutto al suo posto, mi infilai nel letto fingendo di dormire. Il cuore batté così forte che temei potesse sentirsi.

Il mattino seguente mi alzai prima di lui, fissando il suo viso addormentato. Era familiare, ma improvvisamente estraneo. Come aveva potuto tradirmi così? Cosa gli era mancato in tutti quegli anni?

A colazione, non ce la feci più:

Nicola, sei felice con me? chiesi, mescolando lo zucchero nel caffè.

Alzò un sopracciglio sorpreso:
Da dove escono queste domande?

Rispondi, per favore.

Certo, felice, mi mise la mano sopra. Ventitré anni, come si dice.

Il suo tocco, un tempo caldo, ora bruciava.

E tu non desideri niente di più? Qualcun altro?

Nicola si irrigidì:
Teresa, che succede? Sei strana da ieri sera.

Solo una risposta.

Non ho bisogno di altro, solo di te, della nostra famiglia.

Le parole suonavano sincere, ma io non sapevo più a cosa credere. Il telefono bruciava nella tasca della vestaglia; la carta di Alessia rimaneva davanti agli occhi.

Vai, non far tardi, cercai di sorridere, ma il sorriso si incrinò.

Dopo che se ne andò, presi di nuovo il telefono e aprii i messaggi. Cercai il nome di quella carta. Alessia Rossi era una professoressa di violino, non una massaggiatrice, con una foto di una donna sui quarantanni, capelli rossi e sorriso gentile.

Quindi è lei, pensai, il gusto amaro in gola.

A pranzo telefonai la vecchia amica Nina.

Immagina, ho trovato il secondo telefono di Nicola, dissi, la voce tremante.

Sul serio? E cosa cè? esclamò Nina.

Le raccontai dei messaggi, della carta, della professoressa di violino.

Ahi, Teresa che dolore, sospirò. Cosa farai?

Non lo so. Ventitré anni pensavo fosse tutto perfetto.

Parlagli. Meglio così che rimanere nel dubbio.

E se le dico che lho spiata?

Meglio affrontare la verità che vivere con lincertezza.

Dopo la chiacchierata mi sentii più confusa. Da un lato volevo una scenata, dallaltro temeva di distruggere quello costruito con tanto sudore. Che spiegazione poteva esserci per quel telefonino segreto?

Quella sera Nicola tornò con un mazzo di gigli.

Che cosa è? chiesi, il petalo mi sembrava un colpo di colpa.

Solo per farti felice, sorrise, baciandomi la guancia. Sembri un po giù ultimamente.

Davvero? risposi, forzando un sorriso.

Mentre cenavamo, il telefono nella vestaglia pulsava come un promemoria. Alla fine non reggi più:

Nicola, cosa diresti se anchio avessi un secondo telefono e lo nascondessi?

Lui balbettò un sorso di vino.

In che senso?

Nel senso letterale. Un telefono segreto, per conversazioni private.

Lui si irrigidì:
Ti chiederei a cosa serve e con chi parli.

Ingoiai la risposta:
E se ti rispondessi che non è affar tuo?

Allora sospetterei.

Mi alzai, andai nella camera, tornai con il cellulare nero.

Lho trovato nel tuo ufficio, sotto la sedia, gli dissi, posandolo sul tavolo. Ho letto i messaggi di Alessia e ho trovato la sua carta nella tua giacca.

Il suo volto si allargò. Guardò il telefono, poi me, e nei suoi occhi leggevo sorpresa?

Ecco dove era! esclamò, bussandosi la fronte. Lavevo cercato ovunque!

Questo è tutto? la mia voce tremò. Ventitré anni, Nicola! Come hai potuto?

Cosa? sgranò, perplesso. Ma pensi davvero

So! lanciai la carta contro di lui. Incontri serali, messaggi nascosti, la professoressa di violino rossa! Da quanto tempo?

Allimprovviso scoppiò a ridere, a ridere forte, fino alle lacrime. Restai immobile, non era la reazione che mi aspettavo.

Scusa, si asciugò le lacrime, ancora ridendo. Tesoro, non è quello che credi.

Allora cosa è?

Siediti, ti spiego tutto, mi fece scivolare una sedia. Ma prometti di non interrompermi.

Mi fermai, incerto.

Ti ricordi quando lanno scorso hai chiesto che regalo farti per i cinquanta? iniziò.

Annuii.

Volevo realizzare un sogno da ragazzino: suonare la chitarra.

La chitarra? chiesi, dubbiosa.

Sì. Da giovane, ma non avevo mai trovato il tempo. Ho poi deciso, a cinquantanni, di prendere lezioni private. Alessia Rossi è la mia insegnante; il massaggio è solo un suo hobby.

Ma perché il telefono segreto?

Perché volevo tenere nascosto il planning delle lezioni e i messaggi, così non avresti scoperto il mio progetto prima del compleanno di nozze. Quando scrivevo Teresa sospetta, era perché temei che mi avresti scoperto troppo presto. Tutto come al solito era il modo in cui descrivevo il suo progresso.

Il suo racconto suonava assurdo, quasi una barzelletta, ma vedevo la chitarra sul tavolo.

Dimostramelo, dissi.

Nicola si alzò, tornò allufficio e ritornò con una custodia per chitarra.

Lho tenuta nascosta dietro le cose invernali, spiegò.

Estrasse una chitarra acustica, si sedette e, con dita impacciate, strimpellò qualche accordo. Poi, con voce rauca, cantò la nostra canzone preferita, Tutto quello che ti riguarda. Non era perfetto, gli accordi si incrociavano, ma era evidente che si era impegnato.

Coprii il viso con le mani, le lacrime scivolavano, ora di vergogna ma anche di sollievo.

Mi dispiace, sussurrò, quando finì. Ho immaginato il peggio.

Nicola posò la chitarra, si inginocchiò davanti a me.

Scusami, non volevo ferirti. Volevo una sorpresa, un po di romanticismo ma è andata tutto male.

Perché non me lhai detto subito?

Mi vergognavo. A questetà bisogna sentirsi un po bambini, pensavo ti farebbe ridere.

Stupido, lo accarezzai sulla guancia. Non lavrei mai

Ora lo so, mi baciò la mano. Continuare le lezioni o finire la vergogna della mia testa grigia?

Continua, sorrisi tra le lacrime. Solo niente più telefoni segreti.

Rimanemmo a parlare fino a notte fonda, lui mostrava i suoi timidi progressi, io ridevo e piangevo, chiedendomi scusa per i sospetti.

Sai, dissi sdraiata, è sorprendente che dopo tutti questi anni riesci ancora a sorprendermi.

Spero sempre, mi avvolse.

Il mattino seguente chiamai Nina.

Indovina, alla fine non era come pensavo, dissi, la voce più leggera.

Sul serio? Una spiegazione normale?

Sì ha voluto imparare la chitarra.

Nina scoppiò a ridere.

A questa età? Che dolce!

Già, risposi. E ho capito quanto poco parliamo dei nostri sogni. Sempre lavoro, figli, casa

Dovreste fare più sorprese, allora.

Quella sera Nicola preparò una cena a lume di candela, con una piccola scatola sul tavolo.

Che cosè? chiese.

Apri, gli dissi, misteriosa.

Dentro cerano un plettro inciso Per il mio musicista personale e due biglietti: uno per lezioni di pianoforte per me, laltro con la prenotazione di un weekend in un agriturismo.

Sognamo insieme, dissi semplicemente.

Lui mi abbracciò, e rimasimmo così, a lungo, come se fosse la prima volta che ci scoprivamo. Davanti a noi cerano ancora molti anni, pieni di nuove avventure e di sorprese da condividere.

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Ho scovato un secondo telefono tra le cose di mio marito
Non solo una tata