«Stavo con tuo marito mentre eri malata», sorrise l’amica. «E ora mi prendo sia lui che la casa…»

«Ero con tuo marito mentre tu eri a letto malata», sorrise lamica. «E ora mi prendo sia lui che la casa»

«Ero con tuo marito mentre tu eri a letto malata», disse Serena, aggiustandosi i capelli perfetti. La sua voce era calma, quasi annoiata, come se stesse commentando il meteo.

Caterina girò lentamente la testa sul cuscino, che le sembrava pieno di pietre. Lodore di medicine nella camera si mischiava al profumo pungente dei profumi di Serena. Quel profumo sembrava essersi infiltrato nelle pareti, nelle tende, nellessenza stessa della casa, cancellando ogni traccia di familiarità.

«E ora mi prendo sia lui che la casa. Marco ha già firmato tutto. Non preoccuparti, ti chiamerò un taxi sociale.»

Serena osservò la stanza con lo sguardo di chi già si sente padrona, soffermandosi sul vecchio cassettone in legno di ciliegiolunica reliquia di famiglia di Caterina. Il suo sorriso era affilato, come la lama di un bisturi.

Caterina guardò la donna che per ventanni aveva chiamato sorella. Ventanni di feste insieme, segreti condivisi, lacrime versate luna sulla spalla dellaltra. Ventanni ridotti a una frase, gettata in una camera soffocante di dolore.

«Non potevi», sussurrò Caterina. La sua voce era rotta, come un disco graffiato.

«Perché no?» Serena si avvicinò alla finestra e tirò bruscamente la tenda pesante, lasciando entrare una luce cruda. Caterina chiuse gli occhi per labbaglio. «Sei sempre stata troppo perfetta, Caterina. Troppo comoda. Credevi che il tuo sacrificio fosse una virtù? No, cara. Nel mondo doggi è solo debolezza. Una risorsa da sfruttare.»

Marco, suo marito, apparve sulla soglia. Non la guardavai suoi occhi erano fissi sul pavimento, sul disegno del parquet. Nelle mani stringeva una valigia. La vecchia valigia di Caterina, quella che non apriva da anni.

«Marco?» Lo chiamò, e in quella sola parola cera unultima, disperata speranza.

Lui trasalì, le spalle ancora più curve, ma non alzò lo sguardo.
«Mi dispiace, Caterina. Sarà meglio così. Per tutti.» La sua voce sembrava arrivare da lontano, come attraverso lacqua.

Serena lasciò sfuggire una risatina di vittoria.
«Vedi? Non nega neanche. Gli uomini amano la forza, lazione, la passione. Tu eri solo uno sfondo. Accogliente, caldo, ma sbiadito, su cui io risaltavo ancora di più.»

Si avvicinò al letto e si chinò così vicino che Caterina sentì il suo respiro caldo sulla guancia.
«Ho dormito nel tuo letto, indossato i tuoi vestiti di seta mentre lottavi per la vita. E lui mi guardava come non ha mai guardato te. Con fame. Con vero desiderio.»

Ogni parola era un colpo preciso, calcolato. Niente urla, niente drammi. Solo quel sussurro velenoso e il silenzio complice di chi un tempo le aveva giurato amore eterno.

«Vattene», disse Caterina così piano che quasi non lo sentì lei stessa.

«Oh, me ne andrò. Ma non da sola.» Serena si raddrizzò e fece un cenno regale a Marco. «Amore, aiutami. Dobbiamo portare via le cose di Caterina. Non può agitarsi.»

Marco entrò nella stanza e finalmente la guardò. Nei suoi occhi cera solo vuoto. Prese la valigia e la portò via, cercando di non urtare i mobili.

Caterina li guardò andare. Il dolore fisico della malattia per un momento si ritirò, sostituito da qualcosaltrofreddo, duro, cristallizzato dentro di lei. Capì allimprovviso che aveva vissuto per anni in unillusione.

In un mondo accogliente, creato dalle sue stesse mani, che era crollato non oggiera morto da tempo, solo che lei non aveva voluto ammetterlo.

Quando la porta dingresso si chiuse, tagliando ogni legame, Caterina rimase immobile per qualche minuto. Poi, lentamente, superando la nausea e le vertigini, si alzò dal letto.

Le gambe tremavano. Si avvicinò al cassettone. Il suo riflesso nello specchio era pallido, consumato, con occhiaie profonde. Ma gli occhi gli occhi erano diversi. Non cera più paura né lacrimesolo una calma arida, bruciata.

Prese il telefono. Le dita tremavano, ma compose un numero che conosceva a memoria.

«Vittoria? Buongiorno. Sono Caterina Rossi. Sì, la moglie di Marco. Ho bisogno del tuo aiuto. Mio marito ha fatto un grosso errore.»

Dallaltra parte, una pausa. Vittoria, vecchia socia di Marco, donna di vecchio stampo, non amava i drammi inutili.

«Caterina, cosa è successo? Marco sta bene?»

«Meglio di così. Ha appena portato via la mia valigia dalla nostra casa. Con la mia migliore amica.»

Unaltra pausa, questa volta tesa.

«Capisco. Soldi? Documenti? Cosa ha firmato?» La voce di Vittoria si fece dura, professionale.

«Ha dettotutto. La casa. Probabilmente anche i conti. È sicura di sé, Vittoria. Non ha il minimo dubbio. Non è una semplice storiella.»

«Dove sei adesso?»

«Ancora qui. Ma non resterò. Andrà nellappartamento sul Lungotevere. Quello della nonna.»

«Bene. È la scelta giusta. Non toccare niente, Caterina. Non parlare con nessuno. Sarò da te tra unora. E cerca di ricordare tutto ciò che Marco ha detto negli ultimi sei mesi. Qualsiasi dettaglio. Soprattutto sui nuovi progetti. Nomi che ha menzionato. Aspettami.»

Caterina riagganciò. Unora. Ne aveva una sola. Guardò la camera, che allimprovviso le sembrò straniera. La debolezza tornava a ondate, ma ora cera qualcosa di più della semplice volontà di vivere.

Si avvicinò allarmadio. I vestiti di Serena erano mescolati ai suoi. Caterina non li toccò. Invece aprì il fondo falso della scarpiera, quello che Marco non aveva mai notato in ventanni. Estrasse una chiavetta USB e un passaporto intestato a un nome diverso. Sorridendo per la prima volta da settimane, infilò tutto nella tasca del pigiama. Poi si sedette sul letto, chiuse gli occhi e cominciò a respirare lentamente, in attesa. Il gioco non era finito. Era appena cominciato.

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«Stavo con tuo marito mentre eri malata», sorrise l’amica. «E ora mi prendo sia lui che la casa…»
L’invidia della migliore amica.