Avete vissuto abbastanza, ora tocca a noi

**Un sogno strano e surreale, tra case e richieste**

“Avete già vissuto, ora tocca a noi,” sibilò una voce nellaria pesante della cucina.

“Ascolta, mamma, molti miei amici hanno avuto aiuto dai genitori per la casa,” disse il figlio ormai adulto, mentre la luce del tramonto tingeva di oro le pareti. “Mi sposo presto, potreste darmi una mano? Volete forse che viviamo per strada? Non serve comprare, potremmo arrangiarci: potremmo stare in quel monolocale che affittate. Basterebbe intestarlo a me per correttezza, no?”

***

Ginevra sedeva al tavolo della cucina, le dita che sfioravano le bollette come foglie secche. Suo marito, Marcello, era già uscito per lavoro, ma lei non riusciva a trovare la forza di riordinare. I pensieri le ronzavano nella testa come api impazzite. Larmonia in famiglia si era incrinatail figlio minore, Luca, non faceva che tormentarli con le sue pretese.

Lei sognava finalmente un po di libertà: una camera da letto arredata a suo gusto, un salone con mobili nuovi e luminosi. Il matrimonio del figlio avrebbe portato via un po di peso, lasciando la casa a loro due. Ma il destino aveva deciso altrimenti: il divorzio della figlia maggiore, Alessia, da un marito scansafatiche, aveva sconvolto tutto. La stanza più grande ora ospitava lei e i nipotini, Matteo e Sofia.

Tra un mese ci sarebbe stato il matrimonio di Luca con la sua fidanzata, Beatrice. Lui laveva già portata a vivere con loro mesi prima, e ora sette persone si accalcavano in un trilocale, come sardine in scatola.

Beatrice entrò in cucina, impeccabile come sempre. Ginevra la guardò e sentì un brivido.

“Buongiorno, Ginevra,” disse lei, aggiustandosi la coda di cavallo perfetta. “Fate colazione? O preferite che aspetti? Non voglio intralciarvi.”

La parlata era troppo disinvolta, senza rispetto. Beatrice sembrava ignorare di proposito il “signora.” Che sfacciata! Se fosse dipeso da Ginevra, non avrebbe mai accettato una simile ragazza in famiglia. Ma Luca ne era pazzo, e lei e Marcello dovevano sopportare.

“Buongiorno, Beatrice. Ho già mangiato,” rispose Ginevra, secca. “Aspetta un attimo, finisco di sistemare e poi puoi accomodarti.”

Beatrice prese un bicchiere e lo riempì dacqua.

“Ginevra, volevo chiedervi una cosa. Io e Luca stavamo discutendo su dove vivere dopo il matrimonio Cosa ne pensate?”

Ginevra posò le bollette. Eccola, la domanda che aspettava da mesi.

“Ne abbiamo già parlato. Avete una stanza qui. Vivete con noi.”

Beatrice posò il bicchiere. Il suo viso si trasformò in unespressione che Ginevra aveva già etichettato come *disprezzo compassionevole*.

“Siamo onesti. Avete fatto un bellissimo lavoro in casa. È accogliente, luminosa. Ma è *vostra*. Voi e Marcello ci avete vissuto trentanni. E con Alessia e i due bambini siamo già in troppi. Io e Luca non vogliamo vivere sotto una lente dingrandimento.”

“E come immaginate la vita dopo il matrimonio?” chiese Ginevra, trattenendo a stento lirritazione. “Non avete una casa vostra. Al massimo potete permettervi un affitto.”

“Proprio di questo parlavamo,” disse Beatrice, sedendosi. “Pensavamo a quel monolocale che affittate. Potremmo viverci noi. Pagheremmo, ovvio O potreste *regalarcelo*.”

Ginevra sorrise, ma era una smorfia.

“Ho due figli, se non ricordi. Dovrei regalarla a voi e lasciare Alessia senza niente?”

“Alessia può stare con voi,” replicò Beatrice, alzando le spalle. “Avete tre stanze. Tu e Marcello in una, Alessia con i bambini nellaltra. Cè spazio per tutti.”

“Alessia non può vivere con noi per sempre,” disse Ginevra, stringendo i pugni. “Ha divorziato. Ha bisogno della sua vita. E poi, te lo ripeto: non vi darò quella casa. Non voglio risolvere i vostri problemi. Siete giovani, lavorate. Dovete guadagnarvela.”

“Ma ci vorranno anni!” esclamò Beatrice, alzando le mani. “Luca ha avuto una promozione, ma per comprare ci vorranno almeno cinque, sette anni! Noi vogliamo vivere *ora*!”

“E allora perché questa festa sontuosa?” ribatté Ginevra, con un tono che non ammetteva repliche. “Perché limousine, colombe, banchetto per cento persone, se non potete permettervi nemmeno un angolo? Sareste potuti sposarvi in municipio e mettere da parte i soldi per un acconto. Non sarebbe stato più saggio?”

“Questo è il *vostro* punto di vista,” disse Beatrice, cercando di restare calma. “Noi la pensiamo diversamente. È il nostro giorno, lo vogliamo festeggiare come abbiamo sognato. Voglio un vestito bellissimo, voglio che le mie amiche vedano che non siamo dei pezzenti. Voglio farle rosicare! Davvero non capite?”

“Capisco benissimo,” annuì Ginevra. “Capisco che vuoi fare la bella figura. E capisco anche che senza una casa, il divorcio è dietro langolo. Le persone intelligenti prima comprano, poi si sposano.”

Beatrice la fulminò con lo sguardo e uscì dalla cucina. Non aveva più argomenti.

***

Quella sera, Luca tornò alla caricaGinevra capì subito che Beatrice lo aveva spinto. Stavolta la discussione riguardò lanniversario recente dei genitori.

“Io e tuo padre abbiamo festeggiato trentanni di matrimonio al ristorante *perché ce lo potevamo permettere*,” disse Ginevra, la voce che si spezzava. “Abbiamo vissuto dieci anni tirando la cinghia, abbiamo pagato il mutuo dellauto che *ti abbiamo regalato*. Sì, abbiamo festeggiato bene, perché ce lo meritavamo!”

“Avreste potuto stare a casa! Un barbecue in campagna, sarebbe costato meno. Sapete quanto mi servirebbero quei soldi ora? Duecento? Trecento *mila euro*?”

Ginevra si voltò di scatto.

“*Tu* mi dici questo?” sibilò. “Tu che non hai nemmeno risparmiato per un abito decente? Quello da sposo lo abbiamo pagato noi! Il *settanta per cento* delle spese del matrimonio le abbiamo coperte noi, abbiamo dovuto chiedere un *prestito* per accontentarvi. E ora mi rimproveri?”

“Non urlare,” sbottò Luca. “Nessuno ti sta rimproverando. Io *pretendo* solo ciò che mi spetta. Dove devo portare mia moglie? Qui? In un buco affittato? Mamma, te lo chiedo!”

“E io ti chiedo perché i suoi genitori non vi aiutano!” urlò Ginevra. “Vuoi che vi regali lunica sicurezza che ho per la vecchiaia? Quella casa la affitteremo, come sempre!”

“Perché dovete tenervela? Avete già vissuto, ora tocca a noi!”

“Hai dimenticato che hai una sorella, Luca. Alessia ha due figli, lei ha più bisogno di voi, giovani e sani!”

La discussione fu interrotta da passi frettolosiBeatrice irruppe in salotto.

“Alessia può contare sul suo ex marito,” tagliò corto. “O su quella casa che le lascerete. Dateci il monolocale, non vi chiederemo altro. Vero, *Luchino*?”

Lo scontro infuriava. Ognuno credeva di avere ragione. Luca e Beatrice avevano perso ogni ritegnoormai non chiedevano più, *pretendevano* una casa che non gli apparteneva.

***

Mancava una settimana al matrimonio. Il weekend fu stranamente tranquilloLuca e Beatrice erano andati da amici in campagna, Alessia e i bambini erano partiti per trovare una cugina in unaltra città. Ginevra e Marcello guardavano la TV quando suonarono alla porta. Si scambiarono unocchiatanon aspettavano nessuno.

Marcello andò ad aprire. La serratura scattò, e nello stesso istante una voce stridula risuonò nellingressoera la suocera di Beatrice, Donatella.

“Marcè, ciao! Ginevra cè? Fammi passare!”

Ginevra si irrigidì. Aveva incontrato la donna solo tre volte, ma bastò per capire da chi Beatrice avesse ereditato il carattere.

Si affrettò in ingresso, giusto in tempoDonatella si era già tolta le scarpe.

“A cosa dobbiamo il piacere?” chiese Ginevra, senza salutare.

Donatella sorrise, ma era più una smorfia.

“Gine, sono venuta a parlare. Cè una cosa che dobbiamo sistemare. I ragazzi si sposano tra poco, e la mia Beatrice è in pensiero. Ieri è venuta da me in lacrime, *si lamentava di te*!”

Ginevra alzò un sopracciglio.

“Oh, davvero? E di cosa mi accusa?”

Donatella fece una smorfia.

“Non fare la sciocchina! Perché non lasciate che i ragazzi stiano in quel monolocale? È vuoto, no? Non vorrai mica negare un tetto a tuo figlio?”

Marcello sbuffò, ma Ginevra gli strinse la mano, pregandolo di trattenersi.

“Donatella, perché *voi* non comprate loro una casa? Perché devo pensarci io?”

Donatella fece una faccia stupita.

“Ma io non ho quei soldi! Viviamo con lo stipendio. Se avessi una casa libera, gliela darei volentieri Dai, Gine, smettila di fare la testarda. Dagliela, quella casa. Non litighiamo, eh?”

Marcello non resistette. Spostandola con un gesto deciso, aprì la porta e ringhiò:

“Basta! Fuori, subito! E di a tua figlia che *nessuno* le regalerà niente. Punto.”

Donatella uscì borbottando insulti. E Marcello chiamò Luca, ordinandogli di andarsene non appena tornato.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

19 − 17 =