Destino: Un Viaggio Attraverso le Pieghi della Vita

Era una di quelle giornate storte, lo sai, quelle in cui tutto sembra andare male.

Marco ci pensava, alla vita. Cosa aveva raggiunto? Quasi quarantanni, il diploma, un istituto tecnico, il servizio militare. Aveva un appartamento, una moglie, due bambini, una macchina vecchia che lo portava ogni weekend a quella stupida villetta in campagna dove non faceva altro che lavorare. Niente relax con una birra in mano, no. Lì toccava zappare, diserbare, raccogliere le foglie secche. Trasportare terra con la carriola, tagliare lerba, sistemare il tetto che perdeva, la staccionata cadente.

Il tram sferragliava come un barattolo arrugginito, oscillando sui binari. Marco guardava fuori dal finestrino, le luci dei lampioni che si accendevano una dopo laltra, una catena luminosa nel buio, e rifletteva. Pensava alla sua vita. In fondo, era come quella di tutti: famiglia, lavoro, la villetta, lo stipendio, i figli, i genitori, i suoceri. La partita la domenica, la birra dopo la sauna in campagna… Compleanni e feste in famiglia, tutto normale.

Ma improvvisamente Marco sentì che tutto gli sembrava piatto, monotono, troppo tranquillo. Voleva qualcosa di diverso, emozioni nuove. Si rese conto di essere sempre stato il tipo tranquillo, quello comodo per gli altri, quello che non aveva mai osato deviare dal percorso prestabilito.

E se avesse potuto ricominciare?

Gli venne in mente Lucia, il suo primo amore. I loro giri tenendosi per mano, i sogni, il primo bacio… Quelli che si baciavano finché non gli girava la testa. Marco si commosse persino, asciugandosi gli occhi appannati.

Poteva andare diversamente…

Lucia… Allegra, vivace, sempre con quel sorriso birichino. Quanto aveva sofferto quando si erano lasciati! Poi aveva conosciuto Elena, lesatto opposto: calma, affidabile. Con lei tutto era stabile, misurato.

“Vuoi portarmi a letto? Aspetta il matrimonio.”

“Mi hai portato dei fiori? Quelli rubati dal giardino del centro culturale? Stupido, potevano multarti!”

E così in tutto.

Subito dopo il matrimonio, aveva cominciato a chiamare i suoi genitori “mamma” e “papà”. Si era immersa nella vita familiare, e i suoceri la adoravano: intelligente, dolce, premurosa, brava a badare alla casa.

Ma forse non era quello che voleva lui.

Marco si perse nei suoi pensieri. Non avevano mai litigato, no. Lui si era tirato indietro, non aveva fatto quel passo decisivo, e lei era sparita. Poi aveva saputo che Lucia si era sposata con un altro.

Il tram frenò bruscamente alla fermata, le porte cigolarono, la gente scese e salì, spargendosi per la vettura.

Marco si alzò e si fece largo verso il fondo. Tre fermate ancora. Non prendeva più i mezzi da anni, ormai usava la macchina, anche se vecchia.

Si voltò verso il finestrino quando sentì una voce familiare:

“Marco, per favore, stai fermo.”

Si girò, cercando tra la folla chi avesse parlato. Gente stanca, stressata, immersa nei propri problemi. Una donna robusta teneva per mano un bambino di dieci anni, che si agitava cercando di raccontarle qualcosa.

“Mamma, lo sai che Veronica”

“Marco, ti prego, comportati.”

“Ma voglio dirtelo adesso! A casa cucini, poi devi ascoltare Anna che parla dei suoi fidanzati, poi Luca con i suoi esami alluniversità… Poi parli con papà di quella stupida villetta, e io? Perché sono il più piccolo? E perché mi avete dato questo nome ridicolo?”

“Ma che dici? È un bel nome!”

“Ah sì? ‘Marco il porcospino, mangia e non punga, ma se punge, fa male!’ Ecco come mi prendono in giro!”

Una vecchietta con i capelli tinti di rosso e un berrettino intervenne: “Dovreste ascoltare vostro figlio. Quando crescerà, non vorrà più parlare con voi.”

La donna sbuffò e lanciò unocchiata a Marco. Per un attimo i loro sguardi si incrociarono, poi lei si chinò verso il bambino.

“Dimmi pure, ma piano.”

Il bimbo cominciò a parlare felice, e la donna lo ascoltò.

E allora Marco capì. Era lei. Lucia.

Come aveva fatto a non riconoscerla?

Ecco comera la vita che non aveva vissuto. Quel bambino sarebbe potuto essere suo, Lucia sarebbe stata sua moglie, e magari avrebbe ignorato il più piccolo, parlato della villetta con lui…

Forse, se fosse stata al suo fianco tutti questi anni, non sarebbe stato più felice.

Lei non lo aveva riconosciuto. Per lei era solo un passeggero qualunque.

E Marco si sentì improvvisamente leggero. La routine con Elena e la famiglia non gli sembrava più così grigia, e la villetta gli piaceva davvero. Con il suocero e il cognato avevano organizzato una pesca… Sorrise. No, Elena lo ascoltava sempre.

La sua vita andava bene.

Anzi, perfino la macchina rotta era una benedizione: con gli amici lavrebbero aggiustata in due sere. Se non si fosse guastata, avrebbe continuato a credere che la sua vita fosse fallita.

Si avvicinò alluscita, passando accanto a Lucia e al bambino, e gli sussurrò qualcosa. Il bimbo sorpreso, poi scoppiò a ridere.

Marco scese e si avviò verso casa.

“Cosa ti ha detto quelluomo?” chiese Lucia.

“Mi ha insegnato come rispondere a quello che mi prende in giro!”

“Come?”

“Se io sono un porcospino, lui è un riccio: si arrabbia, ma non serve a niente!”

Lucia sospirò. “Sapeva sempre ribattere così bene.”

“Lo conosci, mamma?”

“No, non lo conosco. Smettila.”

Si sedettero su un posto libero. Il tram era quasi vuoto. Il marito non era riuscito a prenderli, e forse era meglio così. Ultimamente Lucia era sempre irritata, insoddisfatta…

Pensava che la sua vita sarebbe potuta essere diversa. Se non avesse conosciuto Roberto, se avesse aspettato Marco…

Ma ora il destino glielaveva mostrato: un uomo qualunque, sulla quarantina, con la pancetta e i primi segni della calvizie, stanco dopo una giornata di lavoro. Tutto il fascino di un tempo svanito.

“Marco, oggi prepariamo una torta?”

“La zebrata?”

“Sì, la zebrata!”

“Evviva!”

“Piano!”

Avevano chiamato il bambino come voleva il marito, e a Lucia piaceva quel nome.

Marco entrò in un negozio di fiori che stava per chiudere. Rimanevano solo tre garofani bianchi.

“Quanto?”

“Prendili, sono fuori stagione.”

“Non posso, almeno un euro…”

“Tienili, su.”

A casa, consegnò i fiori a Elena, che invece di lamentarsi sorrise.

“Che ti prende?”

“Nulla. Volevo farti felice.”

Quella sera, sdraiato sul divano, la sentì al telefono:

“Il mio oggi mi ha portato i fiori. “Che romantico. Da quando non faceva più gesti così?”
“Non lo so, ma sembra un altro. Oggi era in tram, ha detto che gli è passata tanta vita davanti. Che ha capito cose importanti.”
“Be’, qualunque cosa sia successa, mi piace.”
Anche a me, pensò Marco, stringendo a sé i piedi freddi di Elena e guardando i petali bianchi tremare nel vaso sul tavolino.

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— Sei di nuovo tornata tardi dal lavoro? — ringhiò lui con gelosia. — Ho capito tutto.