**Diario di Luca**
Avevo installato delle telecamere nascoste in casa. Ma non mi aspettavo che il primo video sarebbe stato la mia stessa vergogna
Un minuscolo puntino nero la fissava dagli scaffali dei libri.
Giulia spazzò via la polvere dalla mensola e si bloccò. Le dita si fermarono a un millimetro dallobiettivo. Non era un dettaglio darredo.
Era una telecamera. La sua mente rifiutava di accettarlo, cercando spiegazioni razionali: forse faceva parte di qualche nuovo sistema di domotica di cui Luca le aveva dimenticato di parlare?
Ma listinto, quella voce silenziosa che aveva ignorato troppo a lungo, urlava il contrario.
Suo marito, Luca, aveva messo una telecamera nella loro casa.
La realtà la bruciò come metallo rovente. Non un sospetto, ma una certezza. Perché? Per spiarla? La sospettava di qualcosa?
Assurdo. Lavorava da casa, la sua vita era trasparente, scandita da un programma fisso. Oppure lui pensava diversamente? Cosa voleva vedere? Mentre beveva il caffè? Mentre parlava con i clienti in videochiamata?
Non la toccò. Indietreggiò lentamente, e la stanza, così familiare e accogliente, allimprovviso le sembrò estranea, ostile. Ogni oggetto poteva nascondere un occhio indiscreto. Ora guardava tutto con diffidenza. Cercava.
La seconda telecamera la trovò in salotto, camuffata da rilevatore di fumo sul soffitto. La terza in cucina, integrata in una presa multipla.
Aveva tessuto una rete. Una ragnatela nella loro casa condivisa, nella loro vita insieme. E lei, Giulia, ne era la mosca, ogni movimento monitorato.
Qualcosa dentro di lei si spezzò. La donna che era stata fino a cinque minuti primaamorevole, fiduciosa, un po ingenuaera morta.
Al suo posto rimase solo un vuoto ghiacciato e una rabbia cristallina. Non aveva solo tradito la sua fiducia, aveva calpestato la sua dignità, trasformato la loro casa in una prigione.
Prese il tablet di lui, lasciato sul divano con la solita sicurezza arrogante. La password? La data del loro matrimonio. Che ironia crudele. Quella data, un tempo simbolo damore, ora era un simbolo di menzogna.
Sullo schermo cera unapp. Quattro riquadri che trasmettevano le immagini: salotto, cucina, camera da letto, ingresso. Tutti i punti chiave della casa sotto il suo controllo. Tutti tranne uno.
Il suo studio.
Lunico posto dove le aveva vietato di entrare senza bussare. La sua “fortezza”. E allora tutto ebbe senso. Non si trattava di chi volesse spiare, ma di dove volesse essere invisibile.
Si stava creando un alibi. Una zona sicura per qualcun altro.
Giulia entrò nello studio. Per la prima volta senza bussare. Laria era diversa, impregnata di un profumo costoso, ma non il suo. Cercò meticolosamente nella scrivania.
Nel cassetto inferiore, sotto una pila di vecchi documenti, trovò quello che cercava. La scatola del sistema di sorveglianza. E il manuale. Sfogliò velocemente le pagine. Per aggiungere una nuova telecamera, bisognava scannerizzare un QR code e inserire la password dellamministratore.
La password era scritta a penna sulla copertina: Luca_Re. Re. Che prevedibile. E che stupido. La sua arroganza era la sua debolezza.
Il piano le balenò in mente allistante. Rimosse con cura la telecamera dallingresso. La griglia di ventilazione sopra la sua scrivania massiccia era il posto perfetto.
Da lì si vedeva benissimo il divano di pelle. Con lapp sul telefono e la password del “re”, aggiunse senza problemi una nuova telecamera alla sua stessa rete.
Il sistema le propose persino la “modalità nascosta”, per evitare che il proprietario ricevesse una notifica.
Rimise tutto a posto, fino allultima particella di polvere. E aspettò.
Quella sera Luca tornò a casa, sorridente come sempre. La abbracciò, un bacio sulla guancia. Il suo tocco era viscido, falso.
“Stanco morto. Devo chiudere quel rapporto nello studio.”
“Certo, amore,” rispose Giulia, con una voce piatta come la superficie di un lago senza vento. “Io preparo la cena.”
Sparì dietro la porta della sua “fortezza”. E lei aprì lapp sul telefono. Il quinto riquadro sullo schermo si animò.
Allinizio lavorava davvero. Poi vide tutto.
Una ragazza scivolò nello studio. Viola. Entrata dal giardino. La conoscevala figlia di unamica di sua madre, sempre a lamentarsi della vita.
Si sfilò il cardigan, rimanendo in un vestito aderente, e avvolse le braccia al collo di Luca.
Giulia attivò la registrazione.
“Non ne posso più,” sbottò Viola. “Tutta questa segretezza mi uccide. Quando glielo dici?”
“Presto, piccola, presto,” la voce di Luca era suadente. “Devo preparare il terreno.”
“Il tuo ‘terreno’ sono i soldi dei tuoi genitori. Senza di quelli non sei nessuno. Non vorrai mica lasciare quella scema a mani vuote?”
Luca fece una smorfia.
“Certo che no! Ho tutto sotto controllo. Sabato cè la cena di famiglia. Gli dirò che ho un progetto geniale. Uno startup. Mi daranno i soldi. Una bella cifra. E poi poi partiremo insieme.”
“E Giulia?” chiese Viola, con una punta di invidia.
Luca scrollò le spalle.
“Non scoprirà nulla finché non saremo lontani. Giulia chiuse lapp, le dita ferme, il respiro calmo. Aprì il cassetto della cucina, prese il coltello più affilato e lo infilò nella borsa. Poi scrisse un biglietto: *Esco a fare la spesa. Torno per cena.*
Mentre usciva, si fermò un istante sulla porta, guardò lo studio con la luce ancora accesa, i due corpi nascosti tra le ombre. Sorrise.
Domani avrebbe prenotato il tavolo per tre alla cena di famiglia. E sabato, mentre lui raccontava la sua favola, avrebbe mostrato il video a tutti.
Suo marito non sarebbe partito con Viola. Sarebbe partito in manette.





