«Il tuo posto è ai miei piedi, serva!» diceva la suocera. Dopo lictus, le assunsi una badante: una donna che aveva odiato per tutta la vita.
Hai spostato di nuovo la mia padella, Catina?
La voce di Suor Valentina, tagliente come una lama, squarciava laria della cucina. Si insinuava nelle pareti, impregna il legno del tavolo, e persino i fiori sulle piastrelle sembravano sbiadire al suo passaggio.
Catina si voltò lentamente dal lavello, asciugandosi le mani sul grembiule. La padellapesante, di ghisa, una reliquia della suoceraera sul fuoco più lontano, dove Suor Valentina laveva posata quella mattina. Nel suo posto, lunico giusto secondo lei.
Non lho toccata, Suor Valentina.
Non lhai toccata, dici? E allora chi? Il folletto? La suocera torse le labbra in un sorriso, il suo sguardo penetrante scivolò per la cucina. La cucina di Catina, ormai trasformata in un campo di battaglia dove lei perdeva ogni combattimento.
Ovunque regnava un ordine estraneo, opprimente. I barattoli delle spezie non erano in ordine alfabetico, come piaceva a Catina, ma per altezzacome soldati in parata. Gli strofinacci non erano appesi ai ganci, ma gettati sulla maniglia del forno, un dettaglio che la faceva disperare. Un caos soffocante, mascherato da perfezione.
Stavo solo chiedendo, Suor Valentina prese un cetriolo dal piatto e lo addentò con un crunch esagerato. Nella mia casa, spero di avere il diritto di chiedere.
«Nella mia casa». Una frase che Catina sentiva dieci volte al giorno. Eppure lappartamento era di Orazio, suo marito. Il loro appartamento. Ma la suocera si comportava come se fosse la sua dimora ancestrale, e loro semplici inquilini.
Catina tacque. Discutere con lei era come sbattere la testa contro un muro. Tornò a lavare i piatti. Lacqua scivolava via, portando con sé la schiuma e le sue lacrime non versate.
La sera arrivò Orazio. Il marito. Il figlio. Baciò la madre sulla guancia, poi sfiorò appena i capelli di Catina con le labbra.
Sono stanco morto. Cosa cè per cena?
Pollo con patate, rispose Catina, senza staccarsi dai fornelli.
Di nuovo? intervenne subito Suor Valentina dal suo «posto di guardia» sulla sedia. Orazio, tesoro, te lho detto: hai bisogno di carne vera. E lei ti nutre solo di formaggio, diventerai trasparente.
Orazio sospirò stanco e andò in camera. Non interveniva mai. La sua posizione era semplice e comoda: «Sono affari da donne, arrangiatevi». Non vedeva la guerra. Solo piccole scaramucce tra due donne che diceva di amare allo stesso modo.
Più tardi, quando rimasero sole in cucina, Suor Valentina si avvicinò a Catina. Profumava di un costoso profumo e di qualcosaltro, pesante, dominante.
Ascoltami, ragazzina, sibilò, perché Orazio non sentisse. Tu qui non sei nessuno. Solo unappendice di mio figlio. Unincubatrice per i miei futuri nipoti, niente di più.
Prese un tovagliolo e pulì con disgusto una macchia inesistente.
Ricordalo per sempre: il tuo posto è ai miei piedi. Sei una serva, e nulla più.
In quel momento il suo volto si contorse. Langolo destro della bocca cadde, la mano con il tovagliolo si abbatté inerte. Suor Valentina barcollò e scivolò lentamente a terra.
Nel corridoio dellospedale, lodore di sterilità e dolore altrui era pungente. Orazio sedeva, la testa tra le mani.
Ictus… Il dottore dice che avrà bisogno di assistenza continua. Il lato destro è paralizzato.
Alzò gli occhi arrossati su Catina. Non cera dolore, solo irritazione e un freddo calcolo.
Catina, io non posso. Il lavoro, lo sai. Toccherà a te. Sei la moglieè il tuo dovere.
Lo disse come se le passasse un testimone in una gara da cui si era già ritirato.
Sarebbe venuto. Avrebbe controllato. Ma il lavoro sporco, quotidiano, sarebbe stato suo.
Catina lo guardò e, per la prima volta in anni, non sentì nulla. Né pietà, né rabbia. Solo vuoto. Un campo bruciato.
Annui.
Tornata a casa, nella cucina vuota ma finalmente libera, Catina si avvicinò alla finestra. Nel cortile, Veronica, la vicina del quinto piano, giocava con la sua bambina.
Giovane, vivace, odiata ferocemente da Suor Valentina per le risate squillanti, le gonne troppo corte e lo «sguardo sfacciato».
Catina la osservò a lungo. Poi, nella sua mente, un piano prese forma. Freddo, preciso, crudele. Prese il telefono e trovò il suo numero.
Veronica? Buongiorno. Ho bisogno di una badante per mia suocera.
Suor Valentina arrivò una settimana dopo. Seduta su una sedia a rotelle, avvolta in una coperta, la parte destra del corpo inerte, la voce un suono incomprensibile, ma gli occhi…
Gli occhi erano gli stessi. Dominanti, taglienti, pieni di odio non consumato.
Quando Veronica entrò nella stanza, in quegli occhi scoppiò una fiamma così intensa che sembrò avvampare le tende. La riconobbe.
Buongiorno, Suor Valentina, Veronica sorrise, disarmante. Sono Veronica, da oggi mi prenderò cura di lei.
La suocera emise un suono gutturale. La mano sinistra si serrò a pugno.
Catina, esci, per favore, disse Veronica dolcemente. Io e la nostra assistita dobbiamo conoscerci.
Catina uscì in silenzio. Non origliò. Le bastava immaginare cosa accadesse in quella stanza.
Veronica era lo strumento perfetto. Aveva un raro dono: limmunità allodio altrui.
Per prima cosa aprì la finestra:
Che aria fresca! Apriamo un po questa prigione.
Poi accese la radio. Musica pop, quella che Suor Valentina chiamava «squallida». La suocera borbottò, gli occhi furiosi. Veronica, tornando con una scodella di minestra, annuì comprensiva:
Ti piace? Anche a me! È perfetta per lavorare.
La nutriva con un cucchiaio, ignorando i tentativi di respingerlo. La minestra colava sul mento, macchiando la camicia da notte.
Ma che bambina sei, rimproverò senza cattiveria. Se non mangi come si deve, lo farò come non si deve. E se ti sporchi, ti cambio. Non è un problema.
Orazio arrivò la sera. Suor Valentina si trasformava al suo arrivo. Negli occhi le danzava una tristezza universale. Tendeva la mano sana, borbottava, indicava Veronica.
Mamma, non preoccuparti, le accarezzò la mano, evitando di guardare la badante. Veronica è una brava ragazza. Si prenderà cura di te.
Portava arance, restava mezzora e se ne andava, sollevato.
Catina osservava da lontano. Non entrava quasi mai nella stanza. Dava a Veronica soldi e istruzioni:
Oggi puoi spostare le foto sul comò. E metti un vaso di fiori. Odia i gigli.
Veronica eseguiva con entusiasmo. Spostava mobili, leggeva romanzi rosa ad alta voce. Una volta portò sua figlia, Beatrice. La bambina rideva, correva, toccava la collezione di porcellanele reliquie della suocera.
Suor Valentina emise un grido muto. Lacrime dimpotenza le rigavano il volto. Guardò Catina, che era entrata, e nei suoi occhi cera una supplica. Per la prima volta, chiedeva qualizia alla nuora.
Catina la fissò, fredda:
Veronica, fai attenzione che Beatrice non rompa nulla, disse, e uscì. La vendetta era un piatto servito da altri.
Il finale arrivò inaspettato. Mentre Veronica riordinava larmadio, una scatola di legno cadde dallo scaffale.
Si aprì, spargendo lettere ingiallite, foto e un quaderno spesso.
Catina, vieni qui, chiamò Veronica. Abbiamo trovato un tesoro.
Suor Valentina, vedendo il quaderno, emise un lamento straziante. Catina lo raccolse. Era un diario.
Quella sera, dopo che Veronica se ne fu andata, Catina lo lesse in cucina.
Quello che scoprì cambiò tutto. Il diario non era della dispotica Suor Valentina, ma di una giovane Valeria, innamorata.
Scriveva del primo marito, Andrea, pilota collaudatore, che adorava. Della sua morte. Del fatto che era rimasta sola, al settimo mese di gravidanza.
Aveva partorito un figlio, lo aveva chiamato Andrea. Due anni dopo, durante unepidemia, il bambino era morto. «Il cielo mi ha portato via mio marito, la terra mio figlio», si leggeva, scritto con una grafia tremante.
Poi anni di miseria. Un secondo marito, il padre di Orazio, timido e remissivo, sposato per disperazione. La nascita di Oraziola sua ultima speranza.
E la paura, animale, che diventasse debole come il padre. Cercò di temprare il suo carattere con la sua durezza.
«Volevo un guerriero, e invece… Orazio», diceva una pagina.
Scriveva della sua invidia per chi viveva con leggerezza. Per chi rideva forte, come quella ragazza del quinto piano. Non odiava loro, ma il destino che laveva spezzata. Catina lesse tutta la notte.
La mattina andò da Veronica. Le porse il diario.
Leggi.
Veronica lesse seduta su una panchina in cortile. Quando tornò, il suo volto era serio.
Orribile, sussurrò. Povera donna. Ma, Catina, non la giustifica.
No, concordò Catina. Ma… non posso più continuare. La vendetta ha perso senso. È come picchiare un oggetto rotto.
Da quel giorno, tutto cambiò. Veronica non accese più la radio. Metteva dischi con canzoni del diario. Trovò un libro di poesie di Leopardi. Suor Valentina non credeva ai suoi occhi, ma una volta, mentre Veronica leggeva, una lacrima le scese sulla guancia.
Anche Catina iniziò a entrare nella stanza. Portava tè verde, si sedeva e raccontava della sua giornata.
Quando Orazio tornò, non riconobbe la casa.
Perché non cè musica? La mamma ha bisogno di allegria!
Ha bisogno di pace, Orazio, rispose Catina. E ha bisogno di un figlio. Non un ospite per mezzora, ma un vero figlio.
Gli diede il diario.
Leggilo. Forse scoprirai chi è davvero tua madre.
Quella sera, Orazio se ne andò con il diario e non tornò. Catina non chiamò.
Riapparve due giorni dopoinvecchiato, occhi cerchiati. Restò a lungo nel corridoio prima di entrare dalla madre. Catina sentì la sua voce:
Si chiamava Andrea, vero? E mio fratello… anche lui Andrea?
Suor Valentina trasalì. Negli occhi, la paura.
Non sapevo niente, mamma. Niente. Credevo che fossi sempre stata forte… sorrise amaramente. Hai passato la vita a temere che diventassi debole. E lo sono diventato. Mi sono nascosto dietro di te. Dietro Catina. Ho solo seguito la corrente. Perdonami.
In quel momento, Suor Valentina gli strinse la manodebolmente, ma consapevolmente.
Quando Orazio uscì, Catina era in cucina. Lui si avvicinò.
Ho prenotato la riabilitazione per la mamma. La porterò io. E pagherò Veronica. È mia responsabilità. Lo è sempre stata. tacque. Catina… non so come sistemare tutto. Ma voglio provare. Se me lo permetti.
Catina lo guardò. Nei suoi occhi, vero dolore.
Lavati le mani, disse. E prendi un altro tagliere. Taglierai i cetrioli.
Orazio esitò, poi sorrise appena.
Epilogo
Passarono due anni.
La luce dorata del tramonto avvolgeva la cucina. Profumo di mele al forno e cannella. Catina tirò fuori una teglia.
Orazio entrò con sua madre. Suor Valentina camminava lentamente, appoggiandosi a un bastone, ma camminava. La voce era ancora lenta, ma chiara.
Attenta, mamma, gradino, disse Orazio.
Si sedettero.
Che buon profumo, disse Suor Valentina, guardando le mele. Per lei, un vero complimento.
Catina le porse un piatto.
Serviti.
Non aveva perdonato. Non aveva dimenticato. Aveva solo capito. Dietro ogni mostro, cè una persona spezzata. La comprensione non aveva portato amore, ma pace.
Anche il rapporto con Orazio non era una favola. Imparavano a parlare di nuovo. A volte litigavano. Ma ora Orazio non scappavarimaneva, ascoltava, cercava di capire. Imparava a essere non solo un figlio, ma un marito. E un futuro padreCatina lo aveva scoperto solo una settimana prima.
Non glielo aveva ancora detto. Aspettava il momento giustonon per sorprenderlo, ma per dirlo con calma, come una parte naturale della loro vita nuova, ricostruita da zero.
Catina prese una mela. Era calda e morbida. Non aveva vinto la guerra.
Laveva solo attraversatae ne era uscita. Non spezzata, non amareggiata. Solo… intera. E questo era abbastanza.





