**Le Due Figlie Cattive**
“Vedi, quellappartamento a tre stanze non labbiamo comprato per niente. Sai cosa cè di meraviglioso?” La madre si avvicinò, gli occhi brillanti di gioia. “Lo affittiamo a studenti, stanza per stanza. Ci vivono già cinque ragazzi! Con i soldi che ci entrano, in pensione potremo permetterci tutto.”
Ginevra annuì, felice per loro. I genitori avevano lavorato duramente tutta la vita, meritandosi una vecchiaia serena. Ma poi intervenne il padre, Enrico Bianchi, che fino a quel momento aveva letto il giornale in silenzio.
“Lo sappiamo che hai già pensato a chi toccherà lappartamento. Siete in tre, è normale preoccuparsi. Queste sono cose della vita,” disse, piegando il giornale con fare solenne.
Ginevra scosse la testa. Non ci aveva nemmeno pensato. I genitori erano vivi e vegeti, che eredità? Ma la madre, Luisa, continuò con una tale aria di sufficienza che a Ginevra venne il gelo dentro.
“Ci hai pensato, eccome! Ti preoccupi di chi avrà questo tesoro. Non negare, cara!”
Ginevra aprì la bocca per ribattere, ma la madre non le lasciò dire una parola.
“Abbiamo deciso con tuo padre. Lappartamento andrà a chi si prenderà più cura di noi. Giusto, no?”
In cucina calò il silenzio. Ginevra li fissò, incredula. Era una gara adesso? Il padre si schiarì la voce, guardando oltre la sua testa.
“Vi abbiamo cresciuto, fatto studiare, rinunciato a tutto. Ora è ora di cambiare le regole. Dovete dimostrarci quanto valete. E se qualcosa nel vostro comportamento non ci piacerà…” Fece una pausa drammatica. “…niente eredità.”
Ginevra rimase a bocca aperta. I genitori la osservavano come aspettassero un applauso per la loro saggezza. Le si strozzò la voce in gola. Si alzò, borbottò qualcosa di impegni urgenti e scappò via.
Sul tram, di ritorno a casa, Ginevra non riusciva a capacitarsi. Che razza di asta era? Chi offriva di più per lappartamento? Prese il telefono e chiamò la sorella maggiore, Beatrice.
“Bice, non crederai mai cosa hanno combinato i genitori,” esordì senza preamboli.
“Lappartamento e leredità?” rispose Beatrice, stanca. “Me lhanno detto ieri. Sono ancora sotto shock.”
“E adesso che facciamo?” Ginevra strinse il telefono, cercando di sentire nonostante il rumore del tram.
“Non ne ho idea. Abbiamo sempre aiutato, pagato le bollette, fatto la spesa. E Marco, il nostro adorato fratellino? Sempre troppo occupato: lavoro, fidanzate…” Nella voce di Beatrice cera amarezza.
“E come decideranno chi si prende più cura di loro? Con un tabellone segnapunti?”
Beatrice rise, senza allegria.
“Sembra di sì. Forse è meglio così. Almeno capiremo come la pensano davvero. Anche se ho già unidea di chi vincerà la gara…”
Le settimane seguenti furono un incubo. Le chiamate dei genitori arrivavano con regolarità sospetta. Una sera, alle undici e mezzo, suonò il primo squillo.
“Ginevra, domani mattina dobbiamo andare in ospedale, e poi al supermercato. Puoi accompagnarci? La macchina lhai riparata, no?”
Domani aveva una riunione importante alle nove.
“Mamma, non potete prendere un taxi?”
“Ma che discorsi! Non siamo estranei! Una figlia non aiuta i genitori?”
Ginevra sospirò. Come sempre, cedette. La mattina dopo, saltando il lavoro, accompagnò i genitori in giro, ascoltando i loro elogi per Marco.
Venerdì, mentre era in ufficio a finire un report trimestrale, chiamò il padre.
“Figlia, ci hanno portato i mobili. Dobbiamo spostarli. I facchini costano troppo. Con sei mani ce la facciamo da soli.”
“Papà, sono al lavoro…”
“Che lavoro è se non puoi aiutare i tuoi genitori?”
Di nuovo, Ginevra mollò tutto e corse a traslocare mobili. Le fece male la schiena per tre giorni.
Nel weekend, finalmente libera per un appuntamento dallestetista, suonò il telefono.
“Ginevra, dobbiamo fare le pulizie di primavera. Togliere le tende, lavare i lampadari…”
Lestetista fu cancellata. Ginevra passò il giorno a strofinare, mentre i genitori sorseggiavano il tè e raccontavano quanto fosse meraviglioso Marco.
“Marco è così premuroso,” sospirava Luisa. “Ieri ci ha chiamato e abbiamo chiacchierato a lungo!”
“E lultima volta che è venuto ad aiutare?” sbottò Ginevra, asciugandosi il sudore.
I genitori si scambiarono unocchiata. La madre serrò le labbra.
“Che tono! Marco è impegnato. Ha un lavoro importante. Voi ragazze, invece, dovete occuparvi della famiglia. È il vostro dovere! Lui è un uomo.”
Ginevra digrignò i denti, ingoiando la risposta. Dentro ribolliva.
Una settimana dopo, era di nuovo lì, a preparare conserve per linverno. I genitori davano ordini dal tavolo.
“Meno aceto! Più prezzemolo!”
“Marco adora i pomodori sottaceto,” sognava il padre. “Quando verrà, sarà felice.”
“E quando verrà?” chiese Ginevra, svitando un barattolo.
“Non so… non lo vediamo da un mese,” ammise la madre. “È molto occupato.”
Ginevra si fermò, si asciugò le mani e li guardò. Lindignazione esplose.
“Quindi lappartamento sarà mio e di Beatrice? Visto che siamo le uniche che vi aiutano, mentre Marco è occupato?”
Luisa diventò paonazza. Si alzò, rovesciando la tazza.
“Egoista! E avida! Non pensi a tuo fratello! Solo a te stessa! Lui è un uomo! Deve portare una sposa a casa! Ha più bisogno dellappartamento! Leredità va al maschio! È lui il nostro erede!”
Qualcosa dentro Ginevra si spezzò. Anni di sacrifici, cancellati. Si tolse il grembiule, spense i fornelli.
“Erede? E noi che siamo? Perché non meritiamo niente? Siamo sempre qui, sempre pronte. Ma non basta, vero?” Fece un passo verso luscita.
I genitori la fissavano, sbigottiti.
“Avete ragione. Ora farò come Marco.”
Si avviò alla porta. Dietro di lei, esplose il panico.
“Ginevra, fermati! Hai capito male!”
“E le conserve? Non puoi lasciarle a metà!”
Ginevra si voltò. Sul viso, solo stanchezza.
“Sono occupata. Come Marco. Trovate qualcun altro. E, da oggi, arrangiatevi.”
Uscì, chiudendo la porta con calma. In cortile, chiamò Beatrice.
“Bice, basta. Non ce la faccio più.”
“Cosa è successo?”
Ginevra raccontò tutto. Beatrice tacque a lungo, poi sospirò.
“Sai cosa? Facciamo come Marco. Se lui è lerede, che si occupi di loro. Diventeremo due figlie cattive.”
“Proprio quello che pensavo.”
Da quel giorno, la vita cambiò. Alle richieste, rispondevano: “Siamo occupate, chiamate Marco. Le chiamate si fecero sempre più insistenti, poi, pian piano, smisero. Dalla finestra del cucinato, un pomeriggio dautunno, Ginevra vide suo padre trascinare un sacco dellimmondizia, curvo, mentre la madre litigava con un idraulico in cortile. Sorrise appena, versandosi il tè. Tre mesi dopo, Marco tornò. Trovò la casa in disordine, i genitori arrabbiati, e nessuna delle sorelle pronte ad accoglierlo. Tentò di aiutare, ma non sapeva dove fosse lo straccio per i pavimenti. Quando chiese dellappartamento, gli risposero in silenzio. Un anno dopo, lo vendettero a unagenzia immobiliare per metà del suo valore. Ginevra e Beatrice non dissero una parola. Ogni Natale, ora, prenotano un viaggio. Lontano.




