Ma sei fuori di testa?” sibilò lui, facendo un altro passo avanti, invadendo il suo spazio personale.

Ma sei sano di mente? sibilò lui, facendo un altro passo avanti, invadendo il suo spazio personale.
Perché non hai aperto a mia sorella?

Luca non entrò in casa irruppe, portando con sé dalla tromba delle scale una folata daria fredda autunnale e il tanfo del suo fastidio.

La chiave girò nella serratura con violenza, la porta sbatté contro il muro, e lui si fermò sulla soglia, senza togliersi la giacca zuppa di pioggia.

Il suo volto, solitamente bonario e un po pigro, era distorto dalla rabbia che non cercava nemmeno di nascondere.

In cucina, sul piccolo divano vicino alla finestra, sedeva Beatrice. Stava leggendo.

La luce dellabat-jour cadeva sui suoi capelli e sulle pagine di un grosso libro rilegato. Non sussultò al rumore, non alzò lo sguardo. Solo il dito che seguiva le righe si fermò.

Aspettò che luomo ripetesse la domanda, stavolta più forte, con una nota di furia mal trattenuta.

Beatrice, ti sto parlando! Elena mi ha chiamato, quasi in lacrime. Lei e suo marito sono passati apposta durante la pausa pranzo, affamati, e tu non hai aperto! Cosa dovevo dirle? Che mia moglie ha deciso di fare la difficile?

Solo allora Beatrice si staccò dalla lettura, lentamente, quasi con riluttanza. Non chiuse il libro, ma vi infilò un segnalibro e lo posò sul divano accanto a sé.

Alzò gli occhi su di lui. Il suo sguardo era limpido, freddo come il cielo dinverno. Niente paura, niente colpa, niente rimpianto. Solo una calma, pesante stanchezza.

Ho sentito il campanello disse con voce monotona. E ho visto chi era dal citofono. Per questo non ho aperto.

Luca non si aspettava quella risposta. Si era preparato a scuse, a lamentele sul mal di testa, o alla classica scusa del “non ho sentito”.

Lammissione diretta lo sbalzò fuori dai binari. Fece qualche passo verso la cucina, lasciando impronte fangose sul pavimento pulito.

Quindi lhai fatto apposta? abbassò la voce, che però divenne solo più minacciosa. Hai visto che era mia sorella e lhai lasciata deliberatamente fuori dalla porta? Che razza di scherzo è, Beatrice? Sono abituati a pranzare da noi!

Pronunciò lultima frase come se si trattasse di una legge universale. Di una tradizione scolpita nella pietra.

*Sono abituati.*
Quelle parole rimasero sospese nellaria, cariche del suo sdegno e del suo silenzioso rifiuto.

Per lui era normale sua sorella e il marito, che lavoravano lì vicino, venivano a pranzo da loro ogni singolo giorno.

Era comodo, economico per loro, e, secondo lui, assolutamente normale. Non si era mai chiesto da dove venisse il cibo, chi lo cucinasse o pulisse dopo. Cera, punto. Come il sole che sorge.

Beatrice si alzò in silenzio dal divano. Era più bassa di Luca, più snella, ma in quel momento sembrava riempire tutto lo spazio della cucina.

Si avvicinò al piano di lavoro e vi si appoggiò, fissando luomo dritto negli occhi, il viso arrossato, le gocce di pioggia ancora sui capelli scuri.

*Sono abituati?* ripeté, con voce bassa che però colpì come una frustata.

Inclinò leggermente la testa, come se lo stesse studiando, un oggetto estraneo.

È ora di disabituarli.

Luca si bloccò. Il suo cervello rifiutava di processare quelle parole. Era una ribellione aperta.

La violazione di un patto non scritto su cui, secondo lui, si reggevano il loro matrimonio e la sua tranquillità.

La rabbia iniziale, scatenata dalla lamentela di sua sorella, si trasformò in qualcosa di più profondo e personale la sensazione che qualcuno avesse osato mettere piede sul suo territorio, sulle sue regole.

Ma sei sano di mente? sibilò di nuovo, avanzando ancora, invadendo il suo spazio. Con che diritto decidi chi può entrare in casa mia?

È mia sorella! La mia stessa carne! Non vengono da te, vengono da me! E tu, come mia moglie, dovresti essere ospitale. È il tuo dovere!

Parlava a voce alta, riempiendo la cucina con la sua indignazione. Ogni parola era unaccusa. Non chiedeva, affermava.

Disegnava un mondo con ruoli chiari: lui, capofamiglia, il sostentatore; lei, custode del focolare, garante della comodità e dei pasti caldi per lui e i suoi cari.

E ora quel quadro si stava squarciando.

Sei diventata avara, Beatrice! Unegoista! Ti dispiace dare un piatto di minestra ai miei parenti? Hai idea di come sembri agli occhi degli altri?

Rideranno di noi! Diranno che Luca è diventato un mammo, che è la moglie a decidere con chi può parlare!

Beatrice ascoltò la tirata senza cambiare espressione. Non abbassò lo sguardo, non cercò di intervenire. Lo fissò semplicemente, e in quella calma cera qualcosa di spaventoso.

Lasciò che sfogasse tutta la rabbia accumulata durante la breve telefonata con Elena.

Quando finalmente tacque, ansimante, lei non rispose alle accuse. Fece invece lultima cosa che si aspettava.

In silenzio, gli girò attorno, aprì il cassetto del tavolo e ne estrasse una calcolatrice economica, quella che usava per fare i conti delle bollette. Poi prese un bloc notes e una penna a sfera.

Luca la guardò sbalordito. Si aspettava lacrime, urla, discussioni qualsiasi cosa tranne quella fredda, metodica attività.

Beatrice si sedette al tavolo, posò davanti a sé il bloc notes e accese la calcolatrice. Il clic secco dei tasti risuonò nella cucina silenziosa.

Allora, facciamo due conti disse con tono neutro, come unannunciatrice di borsa. Partiamo dalla spesa.

Carne, verdure, pasta, pane, burro. Per nutrire quattro persone a pranzo servono iniziò a premere i tasti, le dita veloci sulla tastiera. In media, considerando i prezzi di oggi, circa venti euro al giorno.

Solo per il pranzo. Moltiplichiamo per due giorni lavorativi. Quattrocento euro. Questo solo per gli alimenti, pagati dal nostro budget comune.

Luca si bloccò, osservandola. Non capiva dove volesse arrivare, ma sentiva un brivido lungo la schiena.

Ora tocca a me continuò Beatrice, senza alzare lo sguardo, annotando i numeri in colonna. Fare la spesa, cucinare per quattro, apparecchiare, poi lavare i piatti e pulire la cucina. Mi porta via almeno due ore al giorno.

Un cuoco e una donna delle pulizie, nella nostra città, costano diciamo venti euro lora. Due ore al giorno, quaranta euro. Moltiplichiamo per venti giorni. Altri ottocento euro.

Cerchiò con la penna il totale. Poi girò il bloc notes verso il marito sconvolto.

Totale, milleduecento euro al mese. Questo è il costo minimo dell*abitudine* di tua sorella. Visto che sono in due, dividiamo a metà. Seicento euro a testa.

Ma siccome non vengono ogni giorno, contiamo solo i pasti effettivi. Prese la penna e scrisse in cima al foglio: *Listino prezzi*. Ecco.

Da oggi, il pranzo o la cena per i tuoi

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