“Alla dacia ci vai? Allora vivi là!” rise la figlia, affittando l’appartamento.
“Mamma, ricordi dove ho messo la mia felpa blu?” gridò Beatrice dalla sua camera. “Quella con il cappuccio.”
Antonella Rossi si staccò dalle vecchie fotografie che stava riordinando e tese l’orecchio. La figlia frugava nell’armadio, facendo tintinnare le grucce.
“Lavata, credo,” rispose. “Guarda in veranda.”
“Trovata!” arrivò la voce dopo un minuto.
Antonella tornò alle foto. Ecco Beatrice piccolissima, tra le braccia del defunto marito Enrico, accanto alla loro prima macchina. Poi già scolara, con un mazzo di fiori il primo giorno di scuola. Poi il diploma…
“Mamma, cosa stai guardando?” Beatrice uscì dalla stanza, infilando la felpa blu.
“Queste vecchie foto trovate nel comò. Decido cosa tenere e cosa buttare.”
La figlia si avvicinò e sbirciò nella scatola.
“Guarda, siamo alla dacia!” Prese un’immagine dove stavano tutti e tre davanti alla veranda appena costruita. “Papà era ancora vivo. Quanti anni fa…”
“Otto,” sussurrò Antonella. “Ad agosto saranno otto.”
“Il tempo vola,” sospirò Beatrice, rimettendo giù la foto. “Mamma, volevo parlarti.”
Qualcosa nella voce della figlia allarmò Antonella. In trentaquattro anni di maternità aveva imparato a riconoscere ogni sfumatura. Quel tono prudente annunciava sempre una discussione spiacevole.
“Di cosa, cara?”
Beatrice andò in cucina, sedendosi al tavolo. Antonella la seguì.
“Vedi, mi è capitata un’ottima opportunità,” iniziò la figlia, evitando il suo sguardo. “Un cliente mi ha proposto un lavoro. Sviluppare un e-commerce, creare un sito.”
“Ma è fantastico!” si rallegrò Antonella. “Sei brava con i computer, fa per te.”
“Sì, ma c’è un problema.” Beatrice girò un cucchiaino tra le dita. “Mi offre un bel stipendio, ma solo se lavoro da remoto. Da casa. E qui, nell’appartamento, non riesco a concentrarmi.”
“Perché? Io non ti disturbo.”
“Mamma, dai… La TV, le telefonate, i vicini che mettono la musica. Mi serve silenzio.”
Antonella annuì. Nella loro palazzina anni ’60 l’isolamento acustico era inesistente, e i vicini giovani amavano la musica alta.
“Allora cosa proponi?”
“Pensavo…” Esitò. “E se affittassi un altro posto? Tranquillo, in una bella zona. Con quello che guadagnerò, posso permettermelo.”
“Affittare? E questo qui non è tuo?”
“Mamma, non fraintendermi. Certo che è mio. Ma mi serve uno spazio solo per lavorare. Almeno per un anno.”
Antonella la fissò, smarrita. Avevano sempre vissuto insieme, persino quando Beatrice si era sposata e il genero si era trasferito da loro. Ma il matrimonio era finito presto, e la figlia era rimasta.
“E io? Dovrei restare qui da sola?”
“Ma tu vai sempre alla dacia!” si animò Beatrice. “Da maggio a ottobre ci stai quasi sempre. Allora vivi là del tutto!”
“Come del tutto?” non capì Antonella.
“Voglio dire, trasferisciti là, e io affitterò l’appartamento. Dividiamo i soldi, equo.”
Antonella sentì un nodo in gola.
“Mi stai cacciando di casa?”
“Ma no!” agitò le mani Beatrice. “Nessuno ti caccia. È solo una soluzione pratica. A te piace stare là, e qui resta vuota inutilmente.”
“D’inverno cosa faccio? Là fa freddo.”
“Accendi la stufa. O mettiamo una pompa di calore.”
“Beatrice,” disse piano Antonella, “vuoi davvero che una donna di sessant’anni passi l’inverno in una dacia?”
“Ma ne hai solo cinquantanove! E poi, tanti pensionati vivono in campagna tutto l’anno. Aria pulita, silenzio, tranquillità.”
“E nessuno vicino, se succede qualcosa.”
“I vicini ci sono! Zio Paolo e zia Carla, i Sartori. Loro restano d’inverno.”
Antonella tacque, digerendo la proposta. Beatrice continuò:
“Pensaci. Che senso ha tenere un bilocale vuoto? Ora si affittano bene, soprattutto in questa zona.”
“E se il tuo lavoro finisse? Allora?”
“Non finirà. È un progetto lungo. E anche se accadesse, troverei altro.”
Antonella si alzò e andò alla finestra. Nel cortile giocavano bambini, un cane abbaiava, passavano macchine. La solita vita di città a cui era abituata da decenni.
La dacia… la dacia era un altro mondo. Seicento metri di terra in un villaggio a cinquanta chilometri dalla città. Una casetta che lei ed Enrico avevano costruito, l’orto, il giardino. Un rifugio dalla frenesia urbana.
Ma viverci tutto l’anno?
“Beatrice, e se mi ammalo? Se devo chiamare un’ambulanza?”
“Hai il telefono. E la macchina.”
“Ho paura a guidare. La patente c’è, ma non guido mai.”
“Imparerai. O prendi l’autobus.”
Antonella si girò verso la figlia.
“Hai già deciso, vero?”
Beatrice arrossì.
“No, certo. È solo un’idea. Pensa, non rispondere subito.”
“Quando vuoi saperlo?”
“Beh… il cliente ha detto che il progetto inizia il primo del mese. Quindi fra tre settimane.”
Antonella tornò alla scatola delle foto. Prese un’immagine di quando si erano appena trasferiti, giovani sposi. Lei ventidue, lui venticinque. Tutta la vita davanti.
“Ricordi come abbiamo avuto questo appartamento?” chiese alla figlia.
“Come potrei dimenticarlo. Me l’hai raccontato mille volte.”
“Tuo padre ha fatto la fila otto anni. Lavorava in fabbrica, faceva straordinari. Tutto per queste due stanze.”
“Mamma, ma quello era un altro mondo. Ora è diverso.”
“Sì, è diverso,” concordò Antonella. “Allora i genitori chiamavano i figli a casa, non li mandavano in periferia.”
“Dai, non esagerare. Non ti sto cacciando. È una soluzione vantaggiosa per entrambe.”
“Vantaggiosa.” Antonella sorrise amara. Quale vantaggio c’era nel vivere in una casa fredda d’inverno?
“Va bene,” disse. “Ci penserò.”
“Perfetto!” esultò Beatrice. “Vedrai, andrà bene. E i soldi dell’affitto li divideremo davvero. Ti serviranno per la pensione.”
La figlia l’abbracciò e la baciò sulla guancia.
“Vado da un’amica, torno tardi. Non aspettarmi a cena.”
Prese la borsa e se ne andò, lasciando Antonella sola con i suoi pensieri.
Quella sera, mentre fuori scendeva il buio e Beatrice non tornava, Antonella si sedette in cucina con una tazza di tè, cercando di capire cosa provava.
Da un lato, Beatrice aveva ragione. La dacia era un bel posto, ci passava tanto tempo. Aria fresca, silenzio, l’orto da curare.
Dall’altro, andarci per rilassarsi era una cosa. Viverci sempre un’altra. Soprattutto d’inverno.
E poi, la preoccupava quanto facilmente Beatrice avesse deciso di cambiare le loro vite. Come se la madre fosse un peso da scrollarsi di dosso con una scusa gentile.
Antonella ricordò quando, otto anni prima, dopo la morte di Enrico, era stata Beatrice a





