**La Chiamata che ha Cambiato Tutto**
Elisa stava alla finestra, scrutando il buio del cortile.
“Di nuovo le lampadine sono fulminate. Sono già le dieci e Sofia non è ancora tornata. Se solo sapesse quanto mi preoccupo. Ha solo quattordici anni. Eppure, con suo padre ci sa fare: lo manipola come unadulta, e lui le dà i soldi appena apre bocca.”
Il cancello sbatté, e nellarco risuonò il passo familiare. “Sofia!”, si rallegrò Elisa, scostandosi dalla finestra Dio non voglia che la figlia la veda, altrimenti sarebbe un altro litigio.
“Mamma, sono a casa!”, gridò Sofia dallingresso.
“Cè qualcosa da mangiare?”
“E il saluto?” voleva baciarla sulla guancia, ma quella schivò, infilandosi in camera sua.
“Ho fame! E non ho tempo da perdere!”
“Dove corri a questora di notte? Sono già le dieci”, disse Elisa, nervosa, pregustando lennesima discussione.
“Eccola che ricomincia con le sue prediche”, borbottò Sofia, abbastanza forte da farsi sentire. “Ho quasi quindici anni, sono grande ormai!”
Cominciò a tirare fuori vestiti dallarmadio, cercando quel certo abitino. Elisa la guardava, sconcertata.
“Dove trovo le parole giuste? Come la fermo?”, pensava freneticamente.
“Che fai, statua?”, strillò la figlia. “Esco con le ragazze, cè la festa al locale stasera. È Halloween, tutti lo festeggiano, e io dovrei essere da meno?”
Trovò labito che cercava: corto, scollato dietro, con volant rossi.
“Sofia, dove lhai preso quel vestito? È volgare. Sai chi porta certe cose?”
“Non lo so e non mi interessa! Lho comprato ai saldi per Halloween. Me lha pagato papà.”
Estrasse dalle scarpe rosse con tacchi altissimi.
“Che figata, vero?”, indossò il tutto e sfilò davanti alla madre, dimenando i fianchi. “Marco impazzirà quando mi vedrà.”
“Sofia, non esci”, disse Elisa, piano.
“Cosa?!”, la figlia si voltò di scatto.
“Sì, chi sei per dirmi cosa fare? Guardati! Sei una fallita! Papà ti ha lasciata e nessuno ti ha più voluta!”
“Fallita!”, ripeté, assaporando la parola.
Elisa scattò come una molla e, dopo averle dato uno schiaffo sonoro, uscì sbattendo la porta, mentre dietro si levavano urla isteriche.
“Strega! Ti odio! Te la farò pagare!”, strillò Sofia come un maialino ferito.
Elisa entrò in bagno, aprì lacqua fredda. Si lavò il viso, si guardò allo specchio e sorrise amaramente: “Fallita. A me sembra di avercela fatta. Ho un lavoro che amo, una casa accogliente, e non sono neanche male. Ma con Sofia non riesco a capirci. Da quando ha compiuto dodici anni, è come se lavessero sostituita. Fa la ribelle, ha già provato a fumare. Qualsiasi cosa dica, la prende male. Sono andata dal prete, mi ha detto che è tutta colpa dellorgoglio. Sono daccordo. Ma cosa faccio? Sono andata anche dalla psicologa, ma i suoi consigli non servono a niente. Ogni giorno peggioriamo. Come se fossi la sua nemica, non sua madre. Se solo sapesse quanto la amo, quanto mi fa male il cuore per lei. E ora lho pure schiaffeggiata. Come faccio? Almeno non piango.”
Aprì la porta e tese lorecchio: Sofia parlava al telefono, agitata. “Marco ci sarà gli ho promesso che andavo”, sentì.
“Marco Lo ricordo in prima elementare, sembrava un girino, così piccolo e occhialuto. Ora è un principe. Non cè da stupirsi che tutte le ragazze si siano innamorate di lui, eppure esce con la mia Sofia. Ovviamente gli piace. Ma a chi non piacerebbe? È bellissima.”
Elisa sospirò, chiuse la porta a chiave e nascose le chiavi. “Non la mando a quella festa. Per nessuna ragione! Con Marco non le succederà nulla. E poi questa festa di Halloween sa di stregoneria, ho sentito.”
Voleva andare in camera sua in silenzio, ma Sofia, sentendola, sbucò nel corridoio.
“Non te lo perdonerò mai! Ti denuncerò!”, urlò con la faccia stravolta dallodio. “Salterò dalla finestra, ma stasera esco! Tu non capisci cosa sia lamore! Lui mi aspetta! Gli ho promesso!”
“Se Marco ti ama davvero, aspetterà tutto il tempo necessario”, disse Elisa guardandola con affetto. “Povera la mia bambina”, pensò, “come posso aiutarti?”
“Che mi guardi, capra senza corna!”, urlò Sofia. “Chiamo papà, lui mi porta al locale!”
“Chiamalo”, rispose Elisa, “ma stasera non esci. Ho chiuso la porta.”
“Ah, vuoi così? Bene. Allora preparati.”
Elisa sentì la figlia buttare via le scarpe, poi parlare di nuovo al telefono. Ogni tanto una risata sinistra.
“Non serve uscire. Halloween è già arrivato a casa nostra.” Si asciugò le lacrime, prese un sonnifero. “Forse domani sarà meglio”, pensò, chiudendo gli occhi.
***
Squillò la sveglia. Elisa si lavò e si mise a preparare la colazione. I litigi lunghi non erano nel suo carattere. E Sofia di solito si calmava in fretta. Le scenate serali finivano davanti a un caffè al mattino.
Ma stavolta non andò così. La figlia passò accanto alla tavola apparecchiata con aria ostinatamente indifferente, si vestì in fretta e, chissà perché, prese il certificato di nascita.
Tutto il giorno Elisa cercò di non pensare alla lite, ma uscendo dallufficio non riuscì a pensare ad altro: “Come sta Sofia? Mi ha perdonato? Cosa le dico? Forse dovrei scusarmi per lo schiaffo? Ma forse no. Se solo sapesse quanto mi fanno male i suoi insulti. Il mio cuore fa male. Lultimo elettrocardiogramma non era buono. Ora torno a casa, berremo un tè con i pasticcini, faremo pace e tutto tornerà a posto. Basta solo pazientare.”
Elisa respirò sollevata, entrò in pasticceria e comprò gli éclair preferiti di Sofia.
“Tesoro! Ho preso i tuoi dolci preferiti! Facciamo pace?”, chiamò dallingresso, ma nessuno rispose.
“Strano”, entrò in cucina. Sofia non cera.
I panini preparati al mattino erano intatti.
“Meglio un magro accordo che una grassa lite”, pensò Elisa, prendendo il telefono.
Stava componendo il numero quando squillò. Un numero sconosciuto.
“Elisa Romano?”, una voce femminile, metallica.
“Valentina Rossi. Servizi sociali. È arrivata una denuncia di tua figlia per maltrattamenti, quindi siamo stati costretti a prelevarla direttamente da scuola.”
“Cosa?!”, Elisa rimase senza fiato. “Non ho capito.”
“Tua figlia, per garantire la sua incolumità, è in una struttura protetta. Resterà lì fino al processo.”
“Quale processo?!”
“Quello per la decadenza della patria potestà.”
“Io?! Perché?!”
“Ieri hai picchiato tua figlia! O lhai dimenticato? Sei sobria almeno?”
“Come ti permetti!”, Elisa cominciò a ans




