Sono andata in ospedale a trovare l’amica e sono rimasta a bocca aperta vedendo chi condivideva la stanza con lei

«Valeria, cara, come mi hai spaventata!» entrò in fretta nella stanza dospedale Lucia, reggendo una busta di frutta. «Quando tua figlia mi ha chiamato dicendo che avevi avuto un problema al cuore, sono quasi svenuta!»

Valeria giaceva sul letto vicino alla finestra, pallida ma con un sorriso sulle labbra.

«Lucia, tesoro mio, grazie per essere venuta!» allungò una mano verso lamica. «Qui mi annoio a morte, stavo per impazzire dalla noia.»

Lucia posò la borsa sul comodino e si guardò intorno. La stanza aveva quattro letti, ma solo due erano occupati. Sul letto accanto a Valeria, una donna con lunghi capelli grigi, raccolti in una treccia ordinata, giaceva voltata di spalle.

«Chi è la tua vicina?» chiese Lucia a bassa voce, sedendosi sulla sedia accanto al letto dellamica.

«Lhanno portata ieri. Si chiama Marina De Luca. Molto tranquilla, quasi non parla. Legge libri o guarda qualcosa sul telefono» rispose Valeria, abbassando anche lei la voce. «Dicono che abbia la pressione ballerina, come il mio cuore.»

In quel momento, la vicina si girò, e Lucia sentì il sangue gelarsi nelle vene. Quegli occhi castani familiari, i lineamenti sottili che gli anni non avevano cambiato, il neo sulla guancia sinistra…

«Marina?» sussurrò Lucia, incredula. «Marina Rossi?»

La donna sul letto vicino si irrigidì, poi si sollevò lentamente e fissò Lucia.

«Lucia Bianchi?» la sua voce aveva le stesse inflessioni di trentanni prima. «Dio, non posso crederci…»

Valeria guardava luna e laltra con espressione confusa.

«Ma voi… vi conoscete?» chiese.

«Ci conosciamo» rispose Lucia brevemente, senza staccare gli occhi da Marina. «Molto bene.»

Un silenzio imbarazzante calò nella stanza. Marina abbassò lo sguardo sulle sue mani, mentre Lucia continuava a fissarla, come per assicurarsi che non fosse unallucinazione.

«Ragazze, ma che succede?» sbottò Valeria. «Lucia, sembra che tu abbia visto un fantasma!»

«Quasi» mormorò Lucia. «Io e Marina… non ci vediamo da molto tempo. Tantissimo tempo.»

«Trentadue anni» aggiunse Marina, ancora senza alzare gli occhi.

«Mamma mia!» Valeria cercò di sollevarsi sul letto. «Eravate amiche a scuola?»

«Non proprio amiche» Lucia si sedette sulla sedia, ma tesa, come pronta a scattare in piedi da un momento allaltro. «Avevamo… interessi in comune, una volta.»

Marina alzò la testa e per la prima volta guardò Lucia dritto negli occhi.

«Come sta Andrea Martini?» chiese piano.

Lucia strinse le mani così forte che le nocche sbiancarono.

«Mio marito è morto otto anni fa» rispose seccamente. «Infarto.»

«Mi dispiace, non lo sapevo» Marina abbassò di nuovo lo sguardo. «Mi spiace davvero.»

«Non fa niente» Lucia fece un gesto vago con la mano. «Che ci vuoi fare… La vita è così.»

Valeria osservava le due con crescente curiosità.

«Sentite, ma ditemi davvero come vi conoscete! Io qui mi sento unidiota, non capisco niente!»

Lucia e Marina si scambiarono unocchiata. In entrambe si leggeva la riluttanza a riaprire quel capitolo.

«Lavoravamo insieme» disse finalmente Lucia. «Nella stessa scuola. Io insegnavo italiano, Marina… cosa insegnavi?»

«Storia» rispose Marina. «E educazione civica.»

«Vedi, Valeria» Lucia si rivolse allamica. «Eravamo colleghe. Ma non per molto.»

«Non per molto» concordò Marina. «Solo due anni.»

«E vi siete litigate per il lavoro?» Valeria non sembrava intenzionata a mollare.

«Per un uomo» rispose Lucia con inaspettata schiettezza. «Una classica storia tra donne.»

Marina trasalì, come se lavessero colpita.

«Lucia, non è così…»

«E comè allora?» Lucia la fissò. «Sapevi che tra noi cera una storia! Te lavevo detto io stessa! Eravamo amiche!»

«Lo eravamo» ammise Marina a voce bassa. «E io non volevo… è successo senza volerlo.»

«È successo» ripetè Lucia, amara. «Ti è successo di portarti via luomo di unaltra.»

Valeria spostava lo sguardo dalluna allaltra, come se seguissero una partita di tennis.

«Non lho portato via io» disse Marina, un po più forte. «È stato lui… mi ha detto che con te non cera niente di serio, che era solo…»

«Era solo cosa?» chiese Lucia brusca.

«Che era una cosa passeggera. Che anche tu lo sapevi.»

Lucia rise, ma era una risata amara.

«Ah, quel farabutto! A te diceva che con me non cera niente, e a me raccontava che eri una ragazzina superficiale che gli si buttava addosso!»

Marina impallidì ulteriormente.

«Ha detto così?»

«Esattamente così!» Lucia si alzò e fece qualche passo per la stanza. «E noi, due stupide, gli abbiamo creduto! E per colpa sua ci siamo odiate! E lui, il verme, se la rideva!»

«Ragazze» intervenne cauta Valeria «forse è meglio calmarsi? La pressione…»

«No, Valeria, va bene» fece un gesto rassicurante Lucia. «Anzi, è un bene che ci siamo incontrate. Finalmente tutto è chiaro.»

Si sedette di nuovo e guardò Marina.

«E poi cosè successo? Dopo che me ne sono andata dalla scuola?»

«Abbiamo continuato a vederci per altri tre mesi» rispose Marina piano. «Poi ha detto che sua moglie iniziava a sospettare, e che dovevamo stare più attenti. Le uscite si sono diradate, poi sono finite. Alla fine dellanno scolastico ho saputo che si era divorziato.»

«Divorziato?» Lucia si stupì. «Questo non lo sapevo.»

«Divorziato, e un mese dopo si è risposato con linsegnante di ginnastica della scuola vicina. A quanto pare, la loro relazione andava avanti da sei mesi.»

«Accidenti…» Lucia scosse la testa. «Quindi eravamo in tre. O forse di più.»

«Forse di più» concordò Marina. «Allora ho capito che ero stata una stupida. E mi sono vergognata così tanto per quello che era successo tra noi…»

«Di cosa ti vergognavi?» Lucia si chinò verso di lei. «Eravamo entrambe vittime di quel… di quel bugiardo!»

«Ma io gli ho creduto! Gli ho creduto quando diceva che tu non eri seria con lui! Eppure vedevo come lo guardavi, come ti rattristavi quando ti parlava freddamente in pubblico… Vedevo che lo amavi!»

Lucia rimase in silenzio a lungo, poi mormorò:

«Lo amavo. Tantissimo. Era il primo vero amore.»

«Anche per me» confessò Marina. «Il primo. E credevo che anche lui… Che sciocche siamo state!»

«Sciocche» concordò Lucia. «E giovani. E lui ne ha approfittato.»

Valeria singhiozzò.

«Oddio, ragazze, mi fate così tanta pena! Aver rovinato unamicizia così per colpa di quel… di quel mascalzone!»

«Lamicizia è una cosa, lam

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Sono andata in ospedale a trovare l’amica e sono rimasta a bocca aperta vedendo chi condivideva la stanza con lei
— Mamma, papà, salve, ci avete chiesto di passare: che succede? — Marina e suo marito Tullio fecero irruzione nell’appartamento dei genitori. Tutto era iniziato molto tempo fa… Mamma era malata, un brutto male, secondo stadio… Dopo la chemio e la radioterapia sembrava andare meglio, ma a quanto pare era presto per stare tranquilli: la mamma peggiorava di nuovo. — Marinella, Tullio, buonasera, entrate pure — la mamma era pallida, magra come una ragazzina. — Figli, sedetevi, abbiamo una richiesta insolita da farvi, ascoltate la mamma — il papà era visibilmente emozionato. Marina e Tullio si sedettero curiosi. Irina guardò il marito Beppe in cerca di sostegno. — Marina, Tullio, forse vi sembrerà strano ma… vi chiediamo tanto una cosa. Adottate un bambino per noi, vi preghiamo! A noi non lo darebbero mai, per l’età e altre ragioni. Un attimo di silenzio. Per prima si riprese la figlia: — Mamma, forse ti stupirà ma noi volevamo già dirvelo… Volevamo un maschietto, abbiamo già due bambine — le vostre nipotine. E non ci sono garanzie che il terzo sia un maschietto, e poi ormai la salute non lo permette, Margherita già è nata con il cesareo, i medici non consigliano altre gravidanze. Ci avevamo pensato: magari adottare davvero un bimbo dal brefotrofio, un maschietto da crescere. E adesso lo chiedi tu… Da dove ti viene questa idea? — Marinella, non so da dove iniziare, — Irina accarezzò i capelli corti ricresciuti — la verità è che sto di nuovo male. La scorsa settimana mi è venuta a trovare una vecchia amica di lavoro, Nadia… Ti ricordi, aveva quella voglia sopra l’occhio? Dicevano fosse pericolosa, ma adesso è sparita, le ha fatto una strega di campagna, la nonna Zina. Nadia insisteva che dovevo incontrarla anch’io… e così siamo andate. Marina e Tullio ascoltavano, senza capire dove volesse arrivare. — La nonna Zina mi ha chiesto subito se avessi un figlio maschio. Ho spiegato che ho solo te, Marinella, e due nipoti femmine. Ma poi mi ha chiesto: e prima di tua figlia? Solo papà e io lo sappiamo, ma tanti anni fa ho perso un bambino, era un maschietto, doveva essere il primogenito… Non ce l’ha fatta. Irina si torceva la maglietta tra le dita. — E poi? — sussurrò Marina. — Nonna Zina mi ha detto: “adotta un bambino maschio”. Poi mi ha lasciata lì. Mi sono sentita in colpa… Forse è il destino che vuole che io dia amore e calore a un altro bimbo, per ritrovare un equilibrio. E poi in fondo io e papà possiamo davvero dare tanto a un bimbo solo e bisognoso. Non è solo per guarire, è proprio che lo desidero col cuore. Salvare una piccola vita dall’orfanotrofio. Mi capite? — Mamma, sì, ti capisco e ti appoggio — Marina corse ad abbracciarla. Marina e Tullio avevano già avvisato la direzione dell’orfanotrofio. Vennero invitati a conoscere i bambini. Irina e Beppe andarono con loro. Nella sala giochi c’era un bambino biondo che costruiva diligentemente una torre, la lingua tra i denti. Ma da un angolo giunse la voce più flebile di un altro bimbo, più grande, con occhi tristi. — Signora, per favore, porti via me. Le prometto che non se ne pentirà mai. Mi prenda con sé… Marina e Tullio completarono rapidamente le pratiche e adottarono Niccolò. Le sorelline Maja e Tatina erano fiere di avere un fratello. Niccolò prese presto a chiamare Marina e Tullio “mamma” e “papà”. Andava spesso anche dai nonni Irina e Beppe, che abitavano vicino. Chiamava Irina “mamma Irina”, con naturalezza. Lei lo fissava e sentiva che forse sì, era veramente il suo bambino perduto che ora le era tornato. Sotto consiglio dei medici Irina iniziò una nuova terapia, ma peggiorava sempre più. Niccolò la accarezzava, le chiedeva: — Mamma Irina, perché sei malata? Io voglio che guarisci! — Non lo so, Niccolò, ma prometto che ci proverò — a Irina piaceva tantissimo sentirsi chiamare così. Beppe parlò con i medici: serviva un’operazione, ma le probabilità erano 50 e 50. Ma dovevano provarci. Il giorno dell’intervento tutti erano in apprensione. Marina chiamava di continuo, Beppe aveva promesso di avvisare tutti appena ci fossero novità. Solo dopo si accorse che non vedeva Niccolò. Lo trovò accovacciato sul pavimento, con la faccia contro la vestaglia di Irina, che piangeva sussurrando: — Mamma Irina, non andare via. Non voglio perderti di nuovo, per favore! Resta con me per sempre… Il telefono squillò, Beppe e Niccolò saltarono. Era il chirurgo, voce stanca e seria, e il cuore di Beppe si fermò… Possibile fosse la fine? — Beppe? Sono il dottor Michele Ivani. L’intervento è stato difficile, ma è andato a buon fine. Sua moglie ce l’ha fatta. Era davvero in bilico, sembrava aiutata da qualcosa o qualcuno… Le faccio i complimenti, ha ancora molto per cui vivere. — Grazie, grazie dottore! — Beppe abbracciò Niccolò. — Hai sentito? Tutto bene! La nostra mamma Irina è viva! E che fortuna averti con noi, piccolo mio. E grazie per come hai pregato per mamma Irina, grazie di cuore, figlio mio!