Ma che nonna sono per te?

“Ma che nonna sono io? Ho solo cinquantanni e qualcosa. Sono forse così vecchia?” borbottò mettendo sul tavolo una scodella di minestra e un cestino di pane.

“Nonna, metti qualcosa sul tavolo. Sto morendo di fame,” annunciò Michele dallingresso, appeso il berretto polveroso al gancio.

Tiziana sbuffò:

“Ma che nonna sono io? Ho solo cinquantanni e qualcosa. Sono forse così vecchia?” ripeté, continuando a sistemare la tavola.

Michele si lavò le mani e, passandole accanto, le diede un buffetto leggero sul sedere.

“E allora cosa sei? Hai una nipotina di due anni, quindi sei una nonna. Io sono nonno e ne vado fiero,” rise lui, sorseggiando la minestra bollente.

“Chiamami così a casa, non in pubblico. Ieri al supermercato hai urlato Nonna, qui ci sono gli stivali per te! Sai quanto è stato imbarazzante? Tutti ridevano alle mie spalle.”

Michele sbuffò:

“Non ridevano di te, ma di Michelino che ha lasciato cadere una moneta da venti centesimi e si è messo a piangere come se avesse perso lultimo soldo. Credevo si sarebbe messo in ginocchio a raccoglierla.”

Tiziana, sarcastica, chiese:

“E allora gliene hai comprata unaltra?”

Michele alzò le spalle, continuando a mangiare.

“Mi è sembrato di doverglo fare.”

Tiziana non riuscì a trattenersi:

“Ecco perché i soldi non ti restano mai in tasca. Sei uno sprecone.”

Quando Michele finì di mangiare e Tiziana iniziò a sparecchiare, esitò un attimo prima di parlare:

“Miche, cè una cosa. Antonio sta arrivando e pare che non sia solo.”

Lumore delluomo si oscurò allistante.

“E che ci viene a fare? Ricordi cosa disse quella volta? Andate via, non siete più niente per me. Lasciò Nadia quasi davanti allanagrafe e se ne andò. Il punto è che lei, a quanto pare, aveva visto il suo amico prima del matrimonio. La poveretta piangeva e giurava che era solo passato a prendere un nastro. Ma lui, testardo come un mulo, non voleva sentire ragioni. E adesso si porta dietro qualcuno. Avrà trovato qualche donnina di città, pronto a farle da servo. Chiamalo, scrivigli, fa quello che vuoi, ma che non si faccia vedere qui!” ribatté Michele, arrabbiato.

Tiziana abbassò lo sguardo, colpevole.

“Mi dispiace, ma arriveranno stasera”

Michele sbatté la porta e, prima di uscire, le lanciò:

“Allora arrangiati tu con loro.”

Tiziana lo guardò andare e sospirò. Due teste dure che si scontrano. Tutta colpa di quella Nadia. Quando Antonio annunciò che lavrebbe sposata, dentro di sé fece una smorfia. Non le era mai piaciuta. Sembrava modesta e gentile, ma si percepiva una certa falsità. Quando Antonio se ne andò dopo la lite, lei non pianse a lungo. Si risposò quasi subito, proprio con quellamico. La conclusione era ovvia: non cè fumo senza arrosto. Doveva esserci stato qualcosa.

Tiziana infilò la torta nel forno. Michele sbufferebbe un po e poi sarebbe tornato, dove poteva andare? Lei, in otto anni, aveva sofferto molto la mancanza del figlio. La figlia veniva quasi ogni settimana, per fortuna abitava vicino. Ma Antonino, il maggiore, le aveva logorato il cuore. Chissà se sarebbe rimasto a lungo. Limportante era che non litigasse di nuovo con suo padre.

Antonio arrivò quando Tiziana aveva ormai smesso di aspettare. Michele, invece, laveva stuzzicata tutta la sera.

“Continua a guardare dalla finestra e dovremo comprarne una nuova,” rise lui.

“Antonino, figlio mio,” Tiziana gli si gettò al collo, in lacrime.

“Come sei cresciuto, tutto tuo padre,” e solo allora notò la bambina con lo zaino in mano.

“Oh, e questa chi è? Come ti chiami?” si chinò Tiziana.

La bambina le porse una manina.

“Io sono Caterina, e lei chi è?” Tiziana si raddrizzò e guardò il figlio. Chi era questa bambina per lei?

Antonio posò le borse vicino alla porta e si sedette.

“Facciamo le presentazioni, mamma. Questa è Caterina. La figlia di mia moglie, Olga.”

Tiziana sorrise e si avvicinò alla bambina.

“Chiamami nonna Tiziana. Sei la mia nipotina.”

Caterina guardò Antonio.

“Zio Antonio, è vero? Questa signora è mia nonna?”

Lui annuì, stanco.

“Sì.”

Caterina abbracciò educatamente Tiziana.

“Buongiorno, nonna.”

In quel momento uscì Michele dalla stanza.

“Non ho capito, che zio Antonio e che nipotina?”

Il figlio si alzò e gli tese la mano.

“Buongiorno, papà. E perdonami per lultima volta che abbiamo parlato. Ero giovane, non conoscevo ancora la vita.”

Michelo sorrise.

“E ora ne hai avuta abbastanza?”

Antonio sospirò.

“Più che abbastanza.”

Il padre lo strinse forte.

“Allora, bentornato a casa, figlio mio,” e negli occhi di entrambi brillarono le lacrime.

Tiziana sospirò di sollievo. Si erano riappacificati.

Dopo cena, quando Caterina era già a letto, Antonio spiegò tutto.

“Quando me ne andai, ero furioso. Perché voi non sapevate tutta la verità, e io non volevo mettere Nadia in cattiva luce. Quella notte ero andato da lei per dirle buonanotte, che stupido. E lei era lì, tra i cespugli, abbracciata a Vittorio. Volevo dargli una lezione, ma Nadia non me lo permise. Urlò che lo amava. Allora lasciai perdere e me ne andai.”

Ma era acqua passata. Andai in città da un mio amico, Pasquale, e iniziai a bere finché non finirono i soldi. Dovetti cercare lavoro. Trovai un posto come guardiano in un negozio. Lì cera Olga alla cassa. Magra, piccolina. Una volta un cliente le fu sgarbato, dicendole che aveva sbagliato il resto. Lei scoppiò a piangere e corse nel retro. Io ero lì a bere un caffè. Le dissi:

“Vuoi che gli faccia vedere io?”

Lei sorrise.

“Se facessimo così con tutti, il negozio fallirebbe. La gente sfoga su di noi le proprie frustrazioni.”

E io:

“Dovresti abituarti, perché piangere?”

E lei:

“Non è quello. La padrona di casa ci sta cacciando. Non so dove andare.”

Allora chiesi:

“Quanti anni ha tua figlia?”

Olga tirò fuori una foto e, con orgoglio, disse:

“Tre. Mentre lavoro, la signora Lisa, la vicina, la tiene. Ci ospiterebbe, ma suo figlio la porta via e vende lappartamento. E come se non bastasse, lo stipendio arriva tra una settimana.”

Poi tornò alla cassa, a testa bassa.

“No, non mi innamorai di lei. Mi fece solo pena. Si vedeva che qualche farabutto laveva ingannata e abbandonata con una bambina. E lei non sapeva come cavarsela. Ebbi compassione. Alla fine del turno le proposi di trasferirsi da me per un po. Allora affittavo

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Ma che nonna sono per te?
Non sei all’altezza di mio figlio