‘Non abbiamo un posto dove vivere con la mia nuova moglie, lascialci stare nella tua casa al mare’, mi ha chiesto l’ex. Ho accettato. Poi ho chiamato la polizia e denunciato l’intrusione.

«Io e la mia nuova moglie non abbiamo un posto dove vivere, lasciaci stare nella casa al mare», mi chiese lex. Lo feci. Poi chiamai la polizia e sporsi denuncia per effrazione.

«Lhai saputo?» La voce allaltro capo del telefono era disgustosamente familiare. Dolce, melliflua, la stessa che un tempo giurava eterno amore.

Rimasi in silenzio, osservando i disegni del gelo sul vetro. Una chiamata da mio ex marito, Domenico, dopo due anni di quasi totale oblio, non poteva portare nulla di buono. Era sempre il preludio a una richiesta.

«Anna, non fare muta. Ho bisogno di te.»

«Ti ascolto», risposi asciutta, la voce spezzata come un ramo secco.

Esitò, cercando le parole. Era il suo solito modo: tastare il terreno prima di colpire.
«Capisco che sembra strano Io e Livia siamo in difficoltà. Abbiamo lasciato lappartamento, non troviamo altro.»

Tacqui, lasciandolo parlare. Ogni sua parola era un sasso gettato nello stagno della mia pace interiore.

«Non potresti lasciarci stare nella casa al mare? Solo un paio di mesi, il tempo di sistemarci. Non ti daremo fastidio, quasi non ci sentirai.»

«Io e la mia nuova moglie non abbiamo un posto dove vivere, lasciaci stare nella casa al mare». Detto con tanta naturalezza, come se mi avesse chiesto di passargli il sale a tavola.

Come se non ci fossero stati tradimenti, bugie e quel giorno in cui se nera andato, lasciandomi a raccogliere i pezzi.

Nella memoria, unimmagine lampeggiò. Ventanni prima, mentre costruivamo quella casa. Dodo, giovane, abbronzato, con un martello in mano, rideva:
«Questa è la nostra fortezza, Annina! Qualunque cosa accada, avremo sempre questo posto. Il nostro rifugio.»

Quanto erano velenose, ora, quelle parole. *Il nostro rifugio.* Lui ci aveva portato unaltra. E ora voleva farne la padrona.

«Dodo, hai perso la testa?» chiesi, cercando di mantenere la voce ferma.

«Anna, ti prego. Non abbiamo altro posto. Conosci Livia, è incinta. Non possiamo dormire per strada.»

Colpì dove faceva più male. I bambini. Quello che noi due non avevamo mai avuto. E loro, invece, senza sforzo.

Chiusi gli occhi. Dentro di me lottavano due bestie. Una voleva urlargli tutto ciò che pensavo di lui, sbattere il telefono e dimenticarlo per sempre. Ma laltra laltra sussurrava: questa è loccasione. Non perdonare. Per ristabilire la giustizia.

«Giurasti di esserci luno per laltro, in ogni circostanza», disse con tono quasi supplichevole. Premetteva sul senso del dovere, su quella “brava ragazza” che ero stata per lui per tanti anni.

Ricordo. Il matrimonio. Giovani e ingenui, mi guardò negli occhi: «Giuro che non ti tradirò mai». E poi, quindici anni dopo, mentre faceva le valigie: «Scusa, è successo. I sentimenti sono finiti».

Tradito. Finiti. E ora chiedeva aiuto.

Nella mia testa, una chiarezza gelida e cristallina. Il piano nacque allistante. Crudele. Perfetto.

«Va bene», dissi con calma, sorpresa io stessa dalla mia fermezza. «Potete restare.»

Dallaltra parte, un sospiro di sollievo. Iniziò a ringraziarmi, a dire che sapeva che non lavrei abbandonato. Non lo ascoltai.
«Le chiavi sono al solito posto. Sotto il sasso accanto alla veranda.»

«Grazie, Annina! Mi hai salvato!»

Riagganciai. La trappola era scattata. Bastava aspettare che la bestia abbassasse la guardia.

Passarono due giorni. Vivevo come su spine, sobbalzando a ogni squillo. Sapevo che avrebbe richiamato. Voleva assicurarsi che fossi ancora al suo gioco.

La chiamata arrivò di sabato mattina.

«Ciao! Siamo già qui, tutto perfetto», annunciò allegro. Il tono non era più supplichevole, ma padronale.

«Cè tanto da fare: ragnatele, il giardino è incolto. Ma niente paura, io e Livia sistemeremo tutto.»

Strinsi il bordo del tavolo fino a sbiancare le nocche. «Noi sistemeremo tutto». *Nella mia casa.*

«Non vi ho chiesto di sistemare nulla», dissi con precisione. «Vi ho concesso di stare qui.»

«Anna, suvvia! Vogliamo solo migliorare. Livia dice che laria fa bene al bambino. Ha già scelto un posto per le peonie. Sotto la finestra della camera da letto.»

*La nostra* camera da letto. Dove la carta da parati aveva ancora i graffi del gatto.

«Non toccate le mie rose», riuscii a dire.

«A chi servono, quelle spine», sbuffò. «Livia vuole le peonie. Sentì, unaltra cosa. In soffitta cè un sacco di roba tua. Scatoloni, vestiti vecchi. Non sappiamo dove metterli. Posso buttarli nel capanno?»

Un lampo dal passato. Il nostro primo appartamento. Dodo “ammodernò” il bagno, strappando le piastrelle che io e mamma avevamo scelto con cura. «Erano fuori moda, Anna, le rifarò moderne», disse allora. Il risultato era stato brutto, economico e doloroso per il portafoglio. Le sue iniziative mi erano sempre costate troppo.

«Non toccare la mia roba, Dodo.»

«Ma che te ne fai? È spazzatura!» Si irritò. «Abbiamo bisogno di spazio! Non puoi capire? Livia è nervosa, non deve stressarsi!»

Una voce sottile, dolciastra, si intromise:

«Dodino, non litigare. Chiedile con gentilezza. Annina, non lo facciamo per dispetto. Ci serve solo spazio per le cose del bambino. Il lettino, il passeggino»

Recitavano una commedia. Lui premeva, lei ammorbidiva. E io avrei dovuto sciogliermi e cedere tutto.

«Ho detto: non toccate le mie cose. E non piantate nulla nel mio giardino. Vivete qui e ringraziate.»

«Ringraziare?» esplose. «Ho speso quindici anni della mia vita con te! E tu ti aggrappi a vestiti vecchi! Sai cosa? Cambierò la serratura del capanno, ho perso la chiave. Riprenditi le tue scatole quando ce ne andremo.»

Riagganciò.

Guardai fuori dalla finestra, al grigio della città. Non si limitava a vivere nella mia casa. La stava conquistando. Rimodellandola. Cancellandomi. E cambiare la serratura non era più ardimento, ma una dichiarazione di guerra. Ebbene, avrebbe avuto la sua guerra.

Aspettai una settimana. Continuai la mia vita, vidi le amiche, lavorai. Ma sotto quella superficie, un piano freddo e preciso prendeva forma.

Il sabato seguente andai alla casa al mare. Senza preavviso. Parcheggiai lauto oltre la curva e mi avvicinai a piedi, come una ladra.

La prima cosa che vidi furono i cespugli delle mie rose, sradicati. Quelle piantate da mia madre. Giacevano accanto al recinto, come cadaveri.

Al loro posto, terra smossa e germogli pallidi. Peonie.

Dentro di me, qualcosa si spezzò. Non era solo prepotenza. Era profanazione.

Feci il giro della casa. In veranda, mobili di vimini nuovi.

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‘Non abbiamo un posto dove vivere con la mia nuova moglie, lascialci stare nella tua casa al mare’, mi ha chiesto l’ex. Ho accettato. Poi ho chiamato la polizia e denunciato l’intrusione.
La rivolta tardiva