«Staremo qui per un paio di mesi», disse Luca insieme a sua madre. «Allora chiamerò la polizia», risposi, stringendo i pugni.
Nessuno ti toglierà lappartamento? Davvero? E quando il tuo exmarito bussa alla porta con la madre e le valigie, credendo di avere il diritto di vivere quicosa farai? Sorriderai e ti farà da via, oppure troverai la forza di sbattere la porta in faccia a quella presunzione?
Fiorenza ricordava ancora lultimo giorno in cui Alessandro se ne andò. Era un martedì qualunque; stava preparando la cena nella sua piccola cucina quando lui, senza una parola, infilò le cose in una borsa e disse: «Sono stanco, è tutto qui per me. Non ne posso più».
Non sbatté la porta, non urlò. Se ne andò in silenzio, come se fosse svanito dalla sua vita, insieme a sua madre.
Alessandro e la signora Maddalena, sua madre, erano due metà della stessa mela. La madre aveva sempre più importanza per lui di chiunque altro; una nuora era per lei solo un fastidio temporaneo. «La tua gestione domestica lascia a desiderare, figlio mio», diceva quando la vedeva. «Una famiglia senza figli non è vera famiglia», ripeteva, pur non volendo mai nipoti. Voleva solo il figlio al suo fianco, sempre, con quellamore materno che soffocava.
Tredici anni insieme svanirono senza traccia.
Nei primi mesi dopo la partenza, Fiorenza aspettava una chiamata, un messaggio, qualsiasi cosa. Poi smise di attendere, e, stranamente, divenne più facile.
Dopo un anno di solitudine si abituò al silenzio, al suo ritmo, al fatto che nessuno si accorse più del suo profumo preferito, che nessuno spegnesse la musica a metà canzone, che nessuno commentasse ogni suo gesto.
Allinizio si svegliava sentendo un vuoto, poi capì che non era vuoto, ma libertà. Pian piano iniziò a truccarsi al mattino, non per nessuno, ma per sé stessa. Comprò cuscini colorati, appese un quadro di una tigre femmina che Alessandro aveva definito «senza gusto».
E imparò ad amare la nuova vita, a volersi bene.
Dopo il matrimonio Alessandro aveva detto che andava tutto bene, che era solo per loro due. Ma quando andavano a trovare amici con figli, cambiava. Prima giocava con i bambini, rideva, poi cadeva nel silenzio.
Di notte andavano a letto fianco a fianco, senza abbracci, senza baci. Fiorenza propose unadozione; lui scosse la testa: «Non voglio il figlio di nessuno». Un muro si eresse tra loro, non di litigi, ma di silenzio. Sempre lo stesso appartamento, lo stesso tavolo, lo stesso letto, eppure infinitamente distanti.
Alluniversità aveva rinunciato a una gravidanza per paura di non gestire studi e bambino. Ne rimpiangeva ogni giorno, soprattutto quando capì che non avrebbe mai potuto diventare madre.
Una domenica sera, mentre usciva dalla doccia avvolta in un grande accappatoio, suonò il campanello. Era il suo giorno, quello in cui si concedeva di non essere insegnante, ma solo donna, con schiuma sul corpo, maschera per il viso e dolcetti in mano.
Aprì la porta e rimase immobile, incredula.
Lì cerano Alessandro, più snello, con un nuovo taglio di capelli, e accanto a lui la signora Maddalena, volto trionfante, entrambe con le valigie: lui con il suo consueto zaino, lei con due enormi bauli.
«Ciao», disse Alessandro osservandola dalla testa ai piedi. «Stai bene».
Fiorenza strinse laccappatoio. Il suo sguardo era freddo, valutativo, come se avesse il diritto di giudicare.
«Lappartamento di mia madre ha avuto una perdita dacqua, siamo allagati», continuò lui, come nulla fosse. «Le riparazioni dureranno due settimane, forse un mese. Dovremo stare qui. Tu sei sola, lappartamento è praticamente condiviso. Dopotutto, siamo marito e moglie, dopotutto».
Un anno intero senza una sua chiamata o un suo messaggio, e ora era lì sulla sua soglia come se fosse partito ieri.
«Non resteremo a lungo», aggiunse Maddalena. «Al massimo due mesi. Ti dispiacerà, Fiorenza?»
«Taia», fu la prima volta in tredici anni che la suocera usò un nomignolo affettuoso. Fu più spaventoso di ogni altra cosa.
Il suo vecchio sé, sempre obbediente e silenzioso, voleva dire «sì, certo, entrate». Ma un altro sé, quello che aveva imparato a vivere da sola, si svegliò.
«No», disse Fiorenza.
«Cosa?», chiese Alessandro, come se non avesse sentito.
«Ho detto no. Non vivete qui».
Maddalena si mise tra Fiorenza e la porta: «Che sguardo, tesoro? Pensate che ci piaccia bussare alla tua porta? Abbiamo una forza maggiore, non abbiamo altrove dove andare. E poi, devi a mio figlio molto. Ti ha ospitata quando gli altri non ti avrebbero accettata».
«Alessandro, muovi il piede», disse Fiorenza, i denti stretti, spingendo con il peso contro la porta. «Non scherzo».
«Andiamo, basta», insistette lui, aprendo la porta più in largo. «Staremo un mese o due, non è un problema. Fatti da parte, Taia».
Allungò la mano verso la spalla di Fiorenza. Lei indietreggiò.
«Prova a toccarmi».
Maddalena colse lattimo, forzò la porta, trascinando i suoi bauli dietro di sé.
«Che spettacolo, ragazza», sibilò, osservando il corridoio. «Il marito è tornato e ti comporti come una strega. E quellodore dobbiamo aerare la casa».
Fiorenza sentì il viso bruciare di rabbia e vergogna: avevano invaso la sua casa e os




