Alyosha sapeva solo di essere stato trovato urlante dalla fame e dalla paura sulla soglia di un orfanotrofio. Sua madre, forse per un ultimo barlume di coscienza, lo aveva avvolto in una coperta calda, legato sopra una sciarpa di cachemire e adagiato il neonato piangente in una scatola di cartone. Probabilmente non voleva che Leshka morisse di freddo.

**Diario di un uomo senza nome**

Di sé, Alessio sapeva solo una cosa: lo avevano trovato piangente dalla fame e dalla paura davanti allorfanotrofio di Firenze. Sua madre, forse con un briciolo di coscienza rimasto, laveva avvolto in una coperta di lana, legato un foulare di cachemire intorno al corpicino e deposto il fagotto urlante in una scatola di cartone. Non voleva, probabilmente, che prendesse freddo.

Non cera alcun biglietto con il suo nome, la data di nascita o la sua provenienza. Ma nella manina stretta a pugno, il piccolo stringeva un grosso ciondolo dargento a forma della lettera Alunica eredità di sua madre.

Non era un ciondolo qualunque, di quelli che si trovano in ogni gioielleria, ma un pezzo unico, con il marchio dellartigiano. Le autorità, seguendo questa traccia, cercarono di rintracciare la madre irresponsabile per punirla, ma il caso si arenò. Lorafo che aveva creato il ciondolo era morto di vecchiaia, e nei suoi registri non cera traccia di quellopera.

Così, allorfanotrofio, lo registrarono come Alessio Ignoti. E così, nel mondo, nacque un altro figlio dello Stato.

Passò tutta linfanzia tra quelle mura, sostenuto dallassistenza sociale. Gli mancò terribilmente lamore dei genitori, e il suo più grande sogno era un giorno trovarli.

«Devessere successo qualcosa di terribile, se mamma ha fatto così. Mi troverà e mi porterà via», pensava, come tutti gli altri bambini abbandonati.

Quando lasciò listituto per affrontare il mondo, leducatrice gli mise al collo il ciondolo e gli raccontò la sua storia.

«Allora, mamma voleva che un giorno la trovassi?» chiese il ragazzo.

«Forse! O forse hai solo strappato il ciondolo dal suo collo. I bambini piccoli afferrano tutto, no? Era stretto nel tuo pugno senza catenina!»

Alessio ricevette dal governo un piccolo appartamento, minuscolo ma suo. Si iscrisse a un istituto tecnico, si diplomò e trovò lavoro come meccanico.

***

Conobbe Giulia per caso: si scontrarono per strada, letteralmente a testa bassa. O meglio, prima si urtarono, e i libri di moda che stringeva le caddero dalle mani. Poi, mentre Alessio si chinava goffamente per raccoglierli, le loro fronti si incontrarono con tale forza che videro le stelle. Rimasero seduti per terra, ridendo tra le lacrime, mentre la gente li aggirava stupita. In quel momento, Alessio capì di essersi innamorato per sempre.

«Devo rimediare! Ti invito a prendere un caffè!» le propose.

Giulia stessa si stupì di aver accettato così facilmente. Quel ragazzo goffo come un orsacchiotto le sembrava dolce e quasi familiare.

«Sai, Ale? Ho limpressione di conoscerti da una vita!» gli disse dopo cinque minuti.

«Non ci crederai, ma provo la stessa cosa!»

Iniziarono a frequentarsi, legati da unaffinità così forte che non riuscivano a stare un minuto senza pensare allaltro. Si chiamavano, si scrivevano, si sentivano. Se Alessio si feriva al lavoro, Giulia lo chiamava subito: «Che è successo?»

«Tu sei me, e io sono te. Sei il mio destino!» le disse un giorno Alessio. «Peccato non poterti presentare ai miei genitori come la mia fidanzata. Non ne ho.»

«Be, io sì! E sono sicura che piacerai a loro.»

***

«Cioè, il mio ragazzo viene dallorfanotrofio? Hai perso la testa? Lì sono tutti arrabbiati, asociali!» Elisabetta, la madre di Giulia, si afferrò il petto e caduta sulla poltrona di pelle.

«Mamma, Alessio è buono e allegro! Non puoi generalizzare!» protestò Giulia.

«Esatto, piccola! Prima di giudicare, bisogna conoscere! Portalo qui, parliamo e vediamo cosa pensa questo tuo Alessio. Poi decideremo se preoccuparci!» intervenne il padre, Marco, un ufficiale in pensione.

«Marco, non capisci! Non abbiamo cresciuto nostra figlia con tante cure per farla sposare con un senza famiglia! E se i suoi genitori fossero degli alcolizzati?» strillò Elisabetta.

«Lo scopriremo quando lo conosceremo!» sbuffò Marco.

Elisabetta non osò contraddirlo e se ne andò in camera sua, sbattendo la porta.

Marco strizzò locchio a Giulia: «Non ti preoccupare, passerà!»

«Grazie, papà! Allora lo invito sabato?»

«Certo! Devo pur sapere chi ha rubato il cuore della mia unica figlia.»

***

Sabato, Alessio, vestito elegante e con due mazzi di fiori (uno per Giulia e uno per la futura suocera), più una torta, bussò alla porta.

Giulia, raggiante, lo condusse in cucina. «Mamma, papà, ecco il mio Ale!»

Marco gli strinse la mano. Elisabetta accettò i fiori e dun tratto impallidì. Rimase muta a lungo.

Poi, riprendendosi, invitò tutti a tavola. «Scusate, credo di essermi emozionata.»

A cena, chiese: «Alessio, quel ciondolo è particolare. Non sembra un pezzo qualunque.»

«È lunico ricordo di mia madre. Lo stringevo in mano quando mi trovarono.»

Elisabetta non parlò più per tutta la serata. Non mangiò, solo rigirò i piselli nel piatto. A Marco, invece, il futuro genero piacque. Trovarono punti in comune: calcio, sci, pesca

«Un ragazzo eccezionale!» disse quando Alessio se ne andò.

«Eccezionale?!» urlò Elisabetta. «Maleducato, arrogante»

«Elisa, ma che dici? Cosa ti ha fatto?»

Ma lei fu irremovibile. Si girò verso Giulia: «Devi lasciarlo! Subito!»

Non volle aggiungere altro e, come al solito, si rinchiuse in camera.

***

«Cosa devo fare?!» pensava freneticamente. «Comè possibile che si siano incontrati, sotto questo cielo così vasto?» Alzò gli occhi pieni di lacrime su una vecchia foto nascosta nella libreria.

Nellimmagine in bianco e nero, una giovane Elisabetta la fissava con aria altezzosa. E al collo, lo stesso identico ciondolo che aveva visto su Alessio.

«Allora non lho perso quel giorno! È stato quel moccioso a strapparmelo!»

Afferrò la foto e la nascose. «Marco e Giulia non devono vederla. Devo trovare una soluzione!»

Passò la notte in bianco. Lunica idea fu parlare con Alessio e chiedergli di sparire per sempre.

«Piccola, perdonami per ieri. Vorrei scusarmi anche con Alessio. Mi dai il suo numero?»

Giulia, ignara, glielo diede felice e uscì di casa.

Elisabetta chiamò subito. «Alessio, potrebbe passare oggi? Tra unora?»

«Certo!»

Unora dopo, Alessio era sulla soglia. Elisabetta, con gli occhi rossi, lo fece entrare.

«Dobbiamo parlare. Deve lasciare Giulia. È un segreto. Giuri che né lei né Marco lo sapranno mai.»

«Giuro» rispose Alessio, affondando sul divano. Le gambe gli tremavano.

«Alessio,

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one + seven =

Alyosha sapeva solo di essere stato trovato urlante dalla fame e dalla paura sulla soglia di un orfanotrofio. Sua madre, forse per un ultimo barlume di coscienza, lo aveva avvolto in una coperta calda, legato sopra una sciarpa di cachemire e adagiato il neonato piangente in una scatola di cartone. Probabilmente non voleva che Leshka morisse di freddo.
Ricominciare da capo: riscrivere tutto