Sotto un cielo grigio ardesia, Bella tremava mentre la ruvida corda le stringeva il collo. I suoi due cuccioli, Giacomo e Margherita, si stringevano alle sue zampe, i corpicini tremanti di paura. Ea

Sotto un cielo grigio ardesia, Lupa tremava mentre il nodo grezzo le stringeva il collo. I suoi due cuccioli, Nino e Stella, si stringevano alle sue zampe, i corpicini scossi dalla paura. Quella mattina, il loro padrone crudele li aveva trascinati ai margini di un terreno abbandonato, legati a un palo arrugginito, e se nera andato senza voltarsi.

Il cuore di Lupa batteva forte, ma rifiutava di cedere al panico. Avvicinò Stella con il muso, tenendola al sicuro sotto una zampa. «State vicini», sussurrò con tono dolce. Nino guaì, il suo lamento acuto echeggiò nel campo deserto. Lupa lo spinse con delicatezza. «Sono qui», mormorò. «Ce la faremo».

Passarono ore. Il vento sferzava le erbacce, schioccando contro il loro pelo. Lupa scrutava da un lato allaltro, cercando qualcosa che potesse aiutarli. Ma ogni strattonare la corda stringeva ulteriormente il nodo. Emise un ringhio basso e determinato, iniziando a scavare il terreno arido con le zampe, sperando di allentare il palo. Stella annusò la terra incuriosita, e Nino si unì a lei, le piccole unghie graffiando il suolo accanto alla madre.

Al crepuscolo, i fari di unauto si avvicinarono. Una voce gentile chiamò: «Cè qualcuno?». Un giovane di nome Luca entrò nella radura, una torcia in mano. Si bloccò vedendo Lupa e i cuccioli, i loro occhi pieni di sollievo e paura.

«Oh, poverini», disse Luca, inginocchiandosi per sciogliere le corde. Prima liberò Stella; la cucciola rotolò contro Lupa con un guaito felice. Poi toccò a Nino, la coda che si agitava così forte da sembrare in procinto di rompersi. Infine, la corda di Lupa cadde, e lei si alzò, scrollando via lultimo disagio dal pelo.

Luca li prese tutti tra le braccia, avvolgendoli in una coperta morbida che teneva per emergenze. «Ora siete al sicuro», sussurrò, portando la famiglia tremante nel suo furgone. A casa sua, diede a Lupa e ai cuccioli una zuppa calda e acqua fresca. Quando preparò un letto di coperte accanto al caminetto, Lupa si raggomitolò attorno a Nino e Stella, il cuore gonfio di gratitudine.

Quella notte, mentre i tre scivolavano in un sonno senza sogni, Lupa immaginò di correre libera in campi verdi, i suoi cuccioli al fianco. E nel suo cuore, la gentilezza di uno sconosciuto brillò abbastanza da scacciare le ombre più cupe.

Mi ha insegnato che anche nel buio, basta una mano tesa per riaccendere la luce.

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Sotto un cielo grigio ardesia, Bella tremava mentre la ruvida corda le stringeva il collo. I suoi due cuccioli, Giacomo e Margherita, si stringevano alle sue zampe, i corpicini tremanti di paura. Ea
Lina era considerata cattiva. Cattivissima, quasi da farle pena, così cattiva che proprio non si poteva non parlarne. Tutti cercavano di farlo capire alla donna: Lina era cattiva. Cattiva, e in più anche sfortunata. Senza marito, il figlio adulto che vive per conto suo. Lina è sola, non serve a nessuno. Arrivata al lavoro lunedì, tutte si vantano di quanto hanno pulito/cucinato/stirato tutto il weekend. Chi all’orto in campagna, chi a preparare marmellate. Lina tace, cosa dovrebbe dire? Non ha niente da raccontare: nessun uomo, figlio cresciuto, quindi silenzio. Ogni tanto chiede di uscire prima: tutti sanno che lo fa un paio di volte al mese. Tutte scuotono la testa con giudizio, sanno dove va: a incontrare i suoi famosi amanti. Tutti sono sicuri che Lina abbia una sfilza di amanti – perché è così cattiva. Lina è cattiva, cattiva davvero. Loro invece sono brave, sposate, tutte indaffarate – ma Lina è la pecora nera. -“Lina,” dice la mamma, “ma perché sei così?” -“Così come, mamma?” -“Così poco sistemata, trovati almeno un uomo, figlia mia, magari fai pure un altro figlio, ormai oggi tutte fanno figli dopo i quaranta…” -“Ma mamma, perché mi dovrei trovare ‘un uomo qualunque’? Per un altro figlio con ‘qualche uomo qualunque’? Mamma – seriamente – perché dovrei? Ho già un figlio, Ale mi basta e avanza…” “-E l’uomo che dici tu, che ci faccio? Anzi, Oleg c’è già.” -“Lina! – sospira la mamma scoraggiata, – Oleg non è il tuo uomo!” -“E invece sì!” ride Lina, “mi invita a cena, mi fa i regali, mi porta in vacanza, non mi assilla, non mi costringe ad andare da sua mamma a lavare i vetri, non mi sfrutta per lavare calzini, non vuole la cena pronta, non mi butta addosso i problemi, non fa il peso morto sul divano… Un paradiso!” -“Certo, il paradiso… tutto sulle spalle della povera moglie di Oleg però.” -“E vorresti che toccasse a me?” No, grazie! Ho quarant’anni passati, sono stata due volte, due! sposata e da quella felicità sono scappata a gambe levate. Il mio primo marito, il padre di Ale, quello che mi avete imposto tu e papà quando avevo appena diciotto anni—perché era più grande, più maturo, un uomo “serio”, mi amava, aveva i soldi… Cinque anni chiusa in gabbia, niente studio, niente amiche, nemmeno occuparmi di Ale potevo: troppo giovane, avrei potuto sbagliare; dovevo solo servire lui e la sua mamma. Però almeno l’oro non mancava, no? Mi portava fuori una volta al mese, esibirmi come la mogliettina perfetta. Lui invece con le “bambole” ci andava lo stesso… E quando finalmente sono scappata e ho chiesto il divorzio, grazie alla nonna che mi ha aiutato, si è portato via tutto, pure le mutande… La seconda volta? Un matrimonio per amore, mi ricordi? Studiavo e lavoravo dalla mattina alla sera, per non pesare su di voi… “-Come puoi dire così? Ti abbiamo forse mai negato niente, io o tuo padre?” -“Tu no, mamma… ma il papà sì…” Così sono corsa a risposarmi: senza amore ci avevo già provato. Che è cambiato? Niente. Solo più fatica. Ora ero “Lina – deve tutto a tutti”. Il ‘grande amore’ sul divano, Lina al lavoro, asilo, spesa, senza macchina (mica ne serviva una a me – serviva a lui). Poi cucinare, lavare, stirare, e non sia mai che il marito non riceva le sue “coccole”, sennò chissà che fa… I soldi non bastano? Sono problemi miei. Se il figlio è “solo mio”, che me li procuri io. E se serve riparare la macchina? ‘Che famiglia siamo!’ Ma niente aiuto. Per due matrimoni, uno che portava i soldi, uno no, non è cambiato niente: tutti contenti, tranne me, mamma. “-Tutte vivono così, figlia mia.” “-Lascia che vivano così, mamma. Io non lo farò.” -“Come ho passato il sabato? Nikita e Masha mi hanno mollato i bambini, sono andata al parco, ho fatto i pancake, pulito tutta casa, stirato, cucinato per tutti… e domenica pure…” “-Mamma, ti ricordi che non hai mai fatto così con Ale? Non ti ho mai mollato mio figlio per andare chissà dove…” “-Tu eri autonoma… ma questi qui, non ci sono parole…” -“Vuoi sapere come ho passato io il weekend scorso, mamma? Venerdì Ale mi ha portato il gatto di Marina, la sua ragazza, e mi hanno lasciato la pizza. Ho mangiato e ho guardato serie tv: mica dovevo svegliarmi presto. Sabato: caffè, pulizie veloci, ho provato a chiamarti, volevo portarti al museo. Mi risponde papà: “la mamma lavora, tu vai ai musei perché non fai nulla!” Stavo per offendermi, poi ho lasciato perdere. Sono andata al museo, quello che ti piaceva tanto; dopo, relax, negozio, torno a casa, il gatto dormiva. La sera: divano e serie tv. Domenica: dormo fino alle undici col gatto, volevo invitarti per una gita, ma ha risposto Masha, tu sempre impegnata. La sera Oleg mi invita al ristorante: sono andata, non vedo perché dire no. Sono una donna libera. Con Oleg non ci scambiamo pensieri pesanti: solo cose belle. Lunedì sono andata al lavoro rilassata. Ho provato a uscire con uomini “liberi”, lo sai? Una tragedia. O cercano mamme, o sono pieni di problemi, ex mogli, figli da mantenere, amarezze da sfogare… Uno mi ha detto che “devo” amare i suoi figli perché sono donna, e lui manterrà tutti (ex moglie compresa), ma spenderà solo il resto del suo stipendio per noi “per hobby”! E io dovrei voltarmi a mantenere Ale “perché ha già suo padre”? Certo, come no… Insomma, sono diventata cattiva, avida e spietata nei loro occhi. Perciò, mamma, ora c’è Oleg. Sì, sono “cattiva” per tutti voi, ma io non mi vergogno della mia vita. Mi dispiace solo che sia tu a vivere così, e cerco solo di fartene uscire ogni tanto, come oggi: ho inventato una scusa e ora usciamo insieme. Mamma, sto bene. Adesso pensiamo a NOI due. “-Lina, sei impazzita! E papà?” “-Papà sta bene, no?” “-Sì, ma… il pranzo…” “-Non dirmi che non l’hai già preparato.” “-Sì, però va scaldato, poi c’è Nikita…” “-Mamma! Permettimi di essere “buona”, dai, ti prego: andiamo a riposarci…” Il lunedì, tutte a lavoro si lamentano di quanto siano stanche di “riposare”. E Lina sorride con complicità: tutti sanno che Lina è cattiva, cammina leggera e ride tra sé, per motivi che conosce solo lei. Tanto lo sanno tutti quali pensieri passano per la testa di una come Lina: ovviamente, pensieri cattivi.