Quanto tempo ti ho aspettato?

Ciao, senti un po’ la storia di Ginevra, perché è una di quelle che non ti sai più dove mettere la testa.

Ginevra era seduta su una panchina del centro, appoggiata al suo Michele, quel tipo così familiare, così atteso. Non voleva nascondersi, voleva che tutto il borgo di Montelupo vedesse la loro felicità.

Aveva amato Michele per tutta la vita, ma solo più tardi ha capito che era amore vero. Quarant’anni di attesa per quel sorriso, e invece avrebbe dovuto aggrapparsi subito, senza perdere tempo con altri.

Il primo incontro fu il primo di settembre, quando si ritrovarono nella stessa classe del liceo. Michele era timido ma testardo, si mise subito al banco accanto a Ginevra, le portava il libro in silenzio, le lasciava copiare la matematica e infilava caramelle tra i quaderni. La gente li chiamava “torta e panna”, un soprannome che a Ginevra faceva impazzire perché lo trovava noioso e poco attraente.

Alle superiori Ginevra lanciava sguardi a altri ragazzi, ma lo sguardo cupo di Michele scacciava via ogni pretendente. Solo poco prima della maturità un temerario si fece avanti: Luca, il tipico ragazzo “cool”.

Luca era l’idolo di tutte le ragazze: suonava la chitarra, indossava jeans alla moda e non aveva mai una parola di troppo. Intorno a lui c’era sempre una comitiva rumorosa, risate a crepapelle, e ogni ragazza sognava di essere al suo posto, proprio come Ginevra, che si sentiva in preda a una strana e nuova attenzione.

Il giorno della cerimonia di maturità, Ginevra ricevette due dichiarazioni d’amore, una da Luca e una da Michele. Michele arrivò con dieci minuti di ritardo, le sue parole d’amore si persero nella foschia dei festeggiamenti. Ginevra, presa dalla confusione, non le prese sul serio.

Quando Michele le disse “Ginevra, scusa, ma io e Luca abbiamo deciso di sposarci e trasferirci in città, ci iscriveremo alla stessa università”, lei non finì neanche la frase perché Michele, all’improvviso, le afferrò la vita e la baciò. Il bacio non fu passionale, ma un tocco lieve sulle sue labbra, e le fece perdere l’equilibrio, come se un fulmine l’avesse colpita.

“Scusa!” ansimò Michele e sparì nel buio del cortile. Quella sera Ginevra non lo rivedette più. Una settimana dopo, chiedendo a zia Valeria, la madre di Michele, scoprì che il suo “fidanzato” era partito il mattino dopo la maturità per andare a Bologna a entrare nell’accademia di volo.

“Michele ha sempre sognato di diventare pilota!” esclamò zia Valeria con orgoglio.

Ginevra rimase senza parole, capì di non aver mai saputo cosa contasse davvero per lui, di averlo dato per scontato per dieci anni. E ora, senza di lui, sentiva un vento freddo che le sferzava la schiena, proprio dove era sempre stato il suo Michele.

Al terzo anno di università, Ginevra si sposò comunque con Luca, anche se non provava un amore travolgente. Aveva promesso e non voleva tirarsi indietro. Dopo vent’anni, ormai, non aveva più ragione di aspettare Michele, che non era più lì.

Entrambi si laurearono: Ginevra in Lettere, Luca in Matematica. Trovarono posto come insegnanti nella scuola del loro paese.

E lì, nella scuola di Montelupo, i ricordi di Michele la perseguitavano. Ogni volta che vedeva il banco dove avevano studiato, il suo cuore si stringeva. Una volta, quando Ginevra si slogò la caviglia in palestra, fu Michele a portarla al pronto soccorso con le braccia. In mensa, Michele metteva sempre sulla sua pietanza il pezzo più buono e prendeva per sé la pezzettina di pollo che a lei non piaceva.

Ginevra si sentiva in colpa per pensare ancora a un altro uomo, ma non poteva farci nulla. Non lo diceva a Luca per non rovinare il loro equilibrio: vivevano tranquilli, avevano due figli, una casa, una vita di insegnanti.

Quando i figli crebbero e se ne andarono, Luca improvvisamente chiese il divorzio. Era una sorpresa per gli amici, ma Ginevra sapeva già che il loro matrimonio era in frantumi da tempo, tenuto insieme solo dai figli. Si scoprì che Luca aveva una relazione da anni con un’altra donna, ma a Ginevra non importava più: aveva capito di non aver amato davvero il marito.

Dopo il divorzio, Ginevra sentì un peso sollevarsi: non doveva più sentirsi colpevole per non amare più. “Che Dio gli dia la felicità che non ho saputo dargli. Io ho perso la mia”.

Zia Valeria le raccontò che Michele, dopo l’accademia, aveva servito nell’esercito e poi era stato assunto come pilota per Alitalia. Decenni dopo, si era sposato.

“Immagina, Ginevra, la nostra Cristina è una vera hostess! Quando ho saputo, ho avuto paura di andare al matrimonio, temeva che la gente del villaggio ci guardasse come contadini. Ma erano gente semplice, anche se di città. La suocera viene a trovarci d’estate, andiamo a cercare funghi nei boschi. È una cosa che le spaventa ma le piace”.

Ginevra ascoltava le storie di zia Valeria e provava gioia per Michele.

Il ritorno di Michele al paese fu una sorpresa per tutti. Arrivò con la moglie e dichiarò che non avrebbe più lasciato la città. Costruì una villa lussuosa vicino ai genitori e si mise a gestire una fattoria, allevando capre di razza e vendendo latte al centro sanitario.

“Ma perché non sta più in città? Da pilota poteva vivere bene!” dicevano. “E poi sua moglie è malata, le restano pochi mesi. L’hanno portata qui per curarla con il cibo di campagna”.

Le voci giravano, e Ginevra sentiva il peso delle chiacchiere. Era imbarazzata che la gente parlasse di Michele e della sua moglie, e ancora più ferita di sentirsi menzionata in modo poco gentile.

Sapeva di essere stata sciocca a lasciarselo scappare, ma la vita non si può tornare indietro.

Un giorno, tornando a casa dal lavoro, Ginevra vide davanti alla sua porta Cristina, la moglie di Michele. Senza preamboli, Cristina le disse:

“Ginev

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