Ma è così difficile buttare la spazzatura? Stai tutto il giorno a casa!” mi ha detto mia figlia adulta. La mattina dopo, mia madre è “andata in pensione”.

“Mamma, non riesci nemmeno a buttare la spazzatura? Stai tutto il giorno a casa senza fare niente!” mi ha lanciato mia figlia adulta. Stamattina la mamma è “andata in pensione”.

“Ma dai, mamma, era così difficile portare fuori l’immondizia? Il sacchetto è là da tre giorni. Tu sei sempre a casa, non fai un bel niente!”

Ecco, così, appena varcata la porta. Elena Maria si è bloccata con l’asciugamano in mano. Aveva appena finito di lucidare l’ultimo dei dodici bicchieri di cristallo nell’antica credenza. Solo perché voleva che brillassero. Perché la casa fosse accogliente.

Alzò gli occhi su sua figlia. Anna, la sua bambina ormai adulta, trentenne, intelligente, la sua Annina. Elegante nel cappotto firmato, con la borsa costosa, stanca dopo il lavoro. Un bel viso, ma le labbra sempre serrate, come se avesse appena morso un limone.

E intanto, a lei, Elena Maria, le doleva la schiena – aveva tirato fuori i tappeti per pulirli, lavato sotto il divano. Le ginocchia le facevano male – aveva lavato a mano la nuova camicia di seta di Anna, per paura di rovinarla in lavatrice.

E le dita? Le dita profumavano ancora d’aglio. Aveva preparato le polpette – quelle di pollo, le preferite di Anna, con il purè morbido. L’aroma riempiva la casa – quel profumo caldo, di famiglia…

“Mi… mi sono distratta, Annina,” sussurrò Elena Maria. E il cuore le sprofondò giù, verso quelle ginocchia doloranti.

Nessun “grazie, mamma, che buon profumo”. Nessun “ti sei stancata?”. Solo un rimprovero. Come se non fosse sua madre, ma la domestica. O un aspirapolvere con un guasto al sistema.

“Eh già, distratta…” borbottò Anna, lasciando le sue costose scarpe proprio in mezzo al corridoio. “Io sono in piedi dalle otto di mattina! Riunioni, rapporti, il capo è una bestia! Torno a casa e sogno solo di riposarmi. E invece trovo la montagna di spazzatura all’ingresso. Fantastico!”

Entrò in cucina senza neanche guardare la madre. Appoggiò la borsa sulla sedia con un tonfo, sollevò il coperchio della pentola con un clang.

“Oh, polpette. Almeno qualcosa.”

“Almeno qualcosa…” Elena Maria strizzò l’asciugamano così forte che le nocche sbiancarono. Un nodo le serrò la gola, quasi non riusciva a respirare.

Oh, come le veniva da urlare!

Raccontarle che il suo “non fare niente” era iniziato alle sei del mattino, quando era andata al mercato sotto il freddo per prendere la carne fresca per le polpette.

Che poi aveva stirato quelle camicie da ufficio di Anna perché “mamma, tu lo fai meglio, senza pieghe”. Che era andata a pagare le bollette, un’ora in fila, perché Anna “non aveva tempo per queste stupidaggini”.

Che si era seduta solo mezz’ora prima!

Ma tacque. A che serve? Anna non l’avrebbe ascoltata. Non l’aveva mai ascoltata.

Le venne in mente la settimana prima. Anna al telefono, dal lavoro:

“Mamma, ciao! Senti, ricordi la mia camicia bianca, quella che adoro? L’ho messa nel bucato. Me la lavi per domani, per favore?”

“Annina, ma è insieme alla roba colorata…” iniziò cauta Elena Maria.

“Oh, mamma, tirala fuori! È così difficile? Tanto stai a casa!”

E lei l’aveva tirata fuori. E l’aveva lavata. A mano.

E la storia delle tende? Anna era entrata, aveva annusato l’aria:

“Qui si respira a fatica, mamma.”

Ed era sparita in camera, immersa nel telefono. Il giorno dopo, Elena Maria, gemendo, era salita sulla scala per smontare quelle tende pesanti.

Le aveva lavate, e poi stirate ancora bagnate, appese al peso – senza una piega. La sera Anna era entrata in cucina:

“Oh, ora è meglio. Bravo, mamma.”

E basta. “Bravo, mamma”. Come se avesse detto a un cane: “Porta le pantofole!” e lui le avesse obbedito.

Elena Maria aveva passato la notte fissando il soffitto. Non piangeva. Forse le lacrime si erano esaurite.

Si erano asciugate da qualche parte dentro di lei, trasformate in sale amaro. E al loro posto, nel cuore, cresceva un vuoto sonoro.

E poi, all’alba, quando fuori la luce iniziò a filtrare, quel vuoto divenne una decisione. Chiara, fredda e semplice, come l’aria gelida del mattino. Basta. La sua pazienza aveva raggiunto il limite.

La mattina dopo, Anna non si svegliò con il solito profumo di caffè, ma con un odore nauseabondo. Che schifo!

Balzò dal letto – il cuore in gola. In casa loro c’era sempre odore di frittelle della mamma, o di caffè appena fatto. Ora invece sembrava che qualcosa avesse preso fuoco.

Corse scalza in cucina, e lì… Un quadro da museo.

Al tavolo perfettamente pulito, senza una briciola o una pentola in vista, sedeva sua madre. In una vestaglia di velluto – quella che “tiene per le occasioni speciali”. I capelli ben pettinati, come se andasse a teatro. Beveva lentamente il tè dalla sua tazza preferita, con i nontiscordardimé. E leggeva un libro.

Sul fornello – nulla. Né porridge, né uova. Solo due fette di pane carbonizzato che spuntavano dal tostapane, come lingue nere. Ecco la fonte della puzza.

“Mamma? Che succede? C’è un incendio?” esalò Anna, guardandosi intorno.

Elena Maria si staccò dal libro con calma. E sorrise – un sorriso luminoso, sereno, quasi beato, che fece venire i brividi ad Anna.

“Buongiorno, piccola!” la voce era calma, dolce. “No, che incendio. Ho solo deciso di seguire il tuo consiglio di ieri. Anche io ‘non farò più niente’.”

Anna rimase a bocca aperta.

“Cioè? E… e la colazione?”

“La colazione, cara, ora tocca a te,” annuì la madre, bevendo un sorso di tè. “Come la cena. E il pranzo del weekend. E le pulizie. E il bucato. E, naturalmente, buttare la spazzatura,” su quest’ultima frase, Elena Maria fece una lieve ma significativa pausa.

“Vedi, Anna, io ho già dato il mio contributo a questa casa. Quarant’anni in fabbrica, e poi il secondo turno a casa, gratis. Ora basta. Da oggi sono ufficialmente in pensione. Non solo quella di Stato, ma anche quella domestica. Tu sei una donna adulta, padrona di casa.”

Anna aprì la bocca – e si bloccò. Guardò sua madre, quel viso tranquillo, e non la riconosceva. Dov’era finita la sua mamma sempre indaffarata, un po’ colpevole, pronta a saltare al primo richiamo? Davanti a lei sedeva un’altra donna – distaccata, sconosciuta.

“Stai… stai scherzando?” sussurrò alla fine, la voce che le tremava. “Mamma, è uno scherzo?”

“Ti sembro una che scherza?” girò la pagina con eleganza. “Sai, ho improvvisamente tanto tempo libero. Non so nemmeno come usarlo. Voglio iscrivermi in biblioteca. A yoga per pensionati – dicono che faccia bene alla schiena. Forse

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

2 × five =

Ma è così difficile buttare la spazzatura? Stai tutto il giorno a casa!” mi ha detto mia figlia adulta. La mattina dopo, mia madre è “andata in pensione”.
Sin da bambino, Francesco ha sempre sognato di vivere in città. Tuttavia, quando finalmente il suo sogno è diventato realtà, si è accorto che era stato un errore.