Annullare il matrimonio: quando dire “no” alle nozze in Italia

Annalisa fissava il bicchiere di vino, la mano leggermente tremante. Il rumore sottile delle onde si mescolava a quello dei bicchieri, delle forchette, alle risate troppo sincere dei tavoli vicini. Sul terrazzo sospeso sopra il Mar Tirreno, tutto risplendeva: le lanterne a filo, i vetri colorati, persino la luna sembrava posarsi sul mare calmo lì sotto. Ma lei vedeva solo il riflesso del suo viso nello specchio della finestra.

Ancora con la disposizione dei tavoli, Annalisa? disse Michele, posando la forchetta. Siamo in vacanza, al mare. Guarda che panorama.

Lo aveva guardato davvero, all’inizio. Il ristorante uscito da una cartolina di Positano, il cielo di un blu profondo che sapeva di tempesta, le luci dei pescatori lontani sulla baia. Tutto era come doveva essere. Eppure, era come se la scena le scivolasse addosso.

Volevo solo parlare di zia Grazia, disse infine, non si può mettere vicino a Carlo, lo sai, non si parlano dal 98.

Michele sospirò.

Dài, Annalisa.

Cosa?

Sei pesante.

Per un attimo credette di essersi sbagliata. Ma Michele la guardava proprio così, con quella calma feroce che fa più male della rabbia.

Hai detto che sono pesante?

Unaltra risata fragorosa dal tavolo vicino colmò il silenzio imbarazzato.

Sì, fece lui, sei pesante. Sono tre giorni che siamo qui, e tu non ti sei mai rilassata davvero. Sempre col telefono, sempre a rifare i conti, i calcoli, la lista degli invitati. Il menù, il budget, i fiori. Annalisa, il matrimonio è tra quattro mesi.

Proprio per questo dobbiamo pensarci adesso. Con calma, tentò lei.

Lui rise, amaro.

Calma, dici? La chiami calma questa?

Annalisa poggiò la salvietta sul tavolo con una cura quasi ostentata.

Qualcuno dovrà occuparsene. La sala va confermata con la caparra. Il catering va bloccato. Il fotografo vuole lanticipo.

Lo so, rispose lui.

Allora perché mi chiami pesante?

Michele abbassò lo sguardo verso lacqua nera.

Perché non riesci più a stare ferma. Neanche a mangiare. Neanche a guardare il mare. Sei sempre da unaltra parte. Sempre in mezzo a problemi che non sono nemmeno tuoi.

Sono la tua famiglia, ribatté lei, con uno scatto.

Annalisa, ti chiedo solo una cosa. Lascia stare il telefono. Bevi un bicchiere con me. Guarda questo cielo. Solo per stasera.

Obbedì. Poggiò il telefono nella borsa, prese il bicchiere di Falanghina, sentì l’amaro fresco sulla lingua. Intorno, il ristorante rideva.

Il silenzio pesò per cinque minuti. Poi Annalisa sussurrò:

Però, sul menù… cè il problema dei piatti di pesce. La moglie di Stefano è allergica, e se facciamo il buffet bisogna…

Michele si alzò in piedi.

Faccio due passi.

Ma non hai finito di cenare.

Faccio due passi, ripeté, già via verso il vialetto illuminato.

Lei lo seguì con lo sguardo: postura rilassata, la camicia chiara aperta sul petto, quellaria di chi non trattiene niente. Problemi lui non ne ha mai avuti, pensava. I problemi erano sempre i suoi.

Annalisa finì il vino, chiese il conto, pagò in euro, tornò in camera. Si fece la doccia, si stese sul letto; per ore guardò il soffitto mentre le onde, fuori dalla finestra, continuavano il loro mormorio senza fine. Michele non tornò.

Lo capì verso le due, quando si svegliò e trovò il letto ancora mezzo vuoto. Scrisse un messaggio. Poi un altro. Niente. Scese sul balcone. In piscina cera ancora qualcuno, musica e voci allegre. Il profumo dagrumi e di sale era forte e penetrante. Era una notte da cartolina, Annalisa ne ebbe la certezza, ma lei non ci stava dentro.

Difficile addormentarsi.

Allalba, quando le prime luci spegnevano il blu sul mare, arrivò un messaggio. Sono a Castellabate con alcuni che ho conosciuto ieri al porto. Torno stasera, non aspettarmi. Neanche uno scusa, neanche una spiegazione. Solo una notizia, secca come un orario dautobus.

Lesse tre volte, poi appoggiò il telefono rovesciato.

Preparò un caffè con la macchinetta rumorosa del minibar. Bevve in piedi, davanti alla finestra. Il mare era grigio diverso, incerto. Lha sempre pensato: il mare, al mattino, sembra uno che non vuole svegliarsi.

Annalisa aveva trentaquattro anni. Era analista finanziaria in unazienda di trasporti a Milano, nulla di esaltante ma sicura e ben ordinata. Dava valore alla stabilità. Nei numeri e nella vita. Prevedere, pianificare, notare i pericoli dove altri vedevano solo occasioni: era brava. Talmente brava da essere finita prigioniera del suo sguardo anche nella vita privata.

Conobbe Michele tre anni prima. Lui faceva il creativo in unagenzia. Scriveva jingle, si occupava di suoni per spot pubblicitari. Ma era musicista dentro. Il fine settimana suonava in un piccolo locale, scriveva canzoni, ascoltava jazz ricercato. Si fermava per strada solo per un riflesso di luce, solo per il battito dali di un passero sul selciato. Sapeva meravigliarsi. Fu per questo che la affascinò.

Al primo appuntamento arrivò in ritardo di quasi mezzora. Lei stava già pensando di andare via. Lui si precipitò, col fiatone, con un mazzo di margherite rovinato e una storia su un musicista incontrato in metro. Avrebbe dovuto offendersi, invece rise.

I primi mesi furono leggeri. Lui proponeva, lei talvolta cedeva. Poi andarono a vivere insieme, e Annalisa scoprì piano piano che la leggerezza di Michele era selettiva. Non pagava mai le bollette in tempo. Non si accorgeva quando mancava il latte. Ogni mese lei doveva ricordargli laffitto, fare la spesa, organizzare visite mediche, documenti, scadenze. Tutto finiva sulle sue spalle, non perché lui fosse cattivo, semplicemente non ci pensava.

Lei non si lamentava troppo. Non apertamente. Quando lo faceva, Michele annuiva, diceva Hai ragione, scusa, cambierò. Ma poi tutto restava uguale. Non era cattiveria: era fatta così la loro vita. Michele viveva per loggi; lei, per il dopodomani.

Fu lui a proporle di sposarsi una sera di dicembre, in un parco sotto la neve, senza anello, senza scena. Lo comprò dopo, una settimana dopo, un bel solitario dal taglio preciso. Annalisa disse sì: fu felice, con quella vertigine sottile dinfelicità che ha chi fa un salto nel vuoto.

Poi iniziò lorganizzazione, e anche lì, tutto addosso a lei. Michele aveva idee bellissime: orchestra vera, matrimonio a tema provenzale, torta a forma di chitarra. Tutto il resto i preventivi, i contratti, i menù, gli ospiti, le allergie, i pagamenti sempre sulle spalle di Annalisa.

Davanti al vetro, col caffè ormai freddo, Annalisa ci pensava seriamente. Ma senza piangere. E questo le parve strano: di solito, in crisi, si buttava su soluzioni veloci. Ora invece qualcosa la rallentava.

Spense il telefono, tenendo premuto finché lo schermo diventò nero. Non lo faceva da anni, se non da passeggera in aereo o al cinema.

Poi aprì larmadio. Vestiti scelti con logica: pantaloni di lino per le passeggiate, sandali comodi, giubbino per la sera. Tutto pratico. Ma, appeso lì, cera anche un abito: seta, rosso terracotta, sottile, quel tipo di vestito che non centra nulla col resto. Laveva comprato per un capriccio, senza pensare. Lo aveva infilato in valigia allultimo, come per scherzo.

Ora sapeva perché.

Annalisa lo indossò. Rossetto, sandali bassi, borsa piccola con portafoglio, passaporto, qualche euro. Il cuore le batteva forte mentre chiudeva la porta dietro di sé.

Alla reception un ragazzo gentile le chiese se voleva un taxi. Lei chiese del paese più vicino. Cè lautobus dalla piazza ogni ora, rispose lui. O in taxi, venti minuti. Annalisa scelse di camminare verso la piazza. Lautobus arrivò poco dopo.

Il paesino si chiamava Monteverde. Più piccolo di dove stavano: case color miele con i tetti in cotto, vicoli stretti, gatti ovunque, profumo di caffè e pane fresco. Pochi turisti; la cosa la rilassò davvero per la prima volta.

Camminava senza meta. Labito si impigliava a ogni ciottolo; Annalisa lo teneva alzato con una mano. Il sole aveva una luce gentile, le campane suonarono le dieci.

Girando langolo, vide una porta aperta da cui usciva odore di vernice. Una targa di legno: Atelier. Aperto. Si affacciò.

Dentro, piccola stanza piena di luce, quadri ovunque, quasi tutti mare, coste, scogli. Una donna appollaiata su una sedia alta, i capelli argentati corti, grandi occhiali. Stava scrivendo qualcosa, ma alzò lo sguardo e sorrise.

Entra, disse in italiano, poi intuì qualcosa nellaccento, please, come in, dont worry. I dont bite.

Sono italiana, ma non del Sud, non vorrò disturbare, disse Annalisa in un italiano quasi timido. Mi chiamo Annalisa.

Francesca, piacere. Questa è la mia bottega. Guarda pure tutto quello che vuoi.

Annalisa osservò le tele: un mare rabbioso, ma reale, e poi uno piatto, così quieto che cielo e acqua si fondevano. Quella la colpì.

Le piace quella? chiese Francesca.

Moltissimo. Quella calma. Perché non sai dove finisca il mare e dove inizi il cielo. Eppure non fa paura. È bello così.

Francesca la fissò curiosa.

È sola oggi?

Sì. Il mio fidanzato è andato via. In un altro paese, con amici appena conosciuti sul lungomare.

Francesca non fece una piega. Sorseggiò il caffè che aveva preparato, laltro lo portò ad Annalisa.

Allora ha scelto bene a venire qui, disse.

Il silenzio era quello vero e rarefatto, dove si sente persino il ticchettio del proprio respiro.

Dipinge da tanto? provò Annalisa.

Una vita. Quaranta anni da insegnante, poi ho aperto questo studio. Francesca sorrise di nuovo: Credevo, da pensionata, di dipingere solo per me. Invece la gente arriva, guarda, parla. Non mi dispiace.

Succede spesso? Che entri qualcuno solo per parlare?

Succede. Soprattutto quelli che stanno da soli. Guardò Annalisa in silenzio. Quando sei solo, ti accorgi delle porte aperte, del silenzio, degli odori.

Ieri abbiamo litigato, disse Annalisa dopo un po. Lui mi ha chiamata pesante. Perché parlavo della disposizione dei tavoli a cena.

Ma lei lo è? domandò Francesca con schiettezza.

Annalisa esitò.

Non lo so. Io faccio quello che deve essere fatto. Se non lo faccio io, non lo fa nessuno.

È vero, annuì Francesca. Ma sai una cosa? Quando in una coppia uno fa tutto e laltro niente alla fine, quello che fa tutto si arrabbia. Ma non con laltro. Con se stesso. Perché ha lasciato che succedesse.

Annalisa posò la tazzina.

Non sono arrabbiata.

Francesca annuì ancora.

Lei oggi si è messa un vestito bello, ha spento il telefono. Non è rabbia, è qualcosaltro.

Fuori una donna con la sporta salutava Francesca: La vicina, va al mercato, stessa strada ogni giorno da trentanni.

Che noia, sospirò Annalisa, come fosse Alice fuori dal nido.

Oppure affidabilità, ribatté Francesca. Dipende da come la guardi.

Andando verso un cavalletto vicino alla finestra, Francesca fece vedere una tela incompleta: la costa dallalto, orizzonte troppo netto.

Non riesco a decidermi, spiegò. Se lo lascio così sembra finto. Se lo sfumo troppo, perdo laria.

Annalisa si avvicinò.

E se ci mette qualcosa in primo piano? Qualcosa che trattenga lo sguardo, così lorizzonte viene dopo.

Francesca la osservò.

Lei dipinge?

Sono analista finanziaria.

Ma pensa per immagini.

Penso per schemi. A volte somigliano alle immagini.

La vecchia rise piano.

Sa, anche io da giovane ero la regista di tutto: soldi, bambini, casa, mostre del marito e pure le mie. Lui diceva pensi troppo. Ho passato la vita a cercare di essere più leggera. Mai riuscita. Quando è morto ventanni fa ormai mi disse una cosa: Se non ci fossi tu, mi sarei perso da tempo. Tu sei la mia riva.

È poetico, sussurrò Annalisa.

Forse. Ma la riva non si muove. Ci si va, si scappa, si torna. Lei vuole essere la riva?

Il silenzio della stanza gonfiava la domanda.

Ha figli? chiese Annalisa.

Due. Uno a Milano, laltra in Germania. Ognuno con la sua vita.

È sola?

A volte, Francesca scrollò le spalle. Ma cè solitudine e solitudine. Quella in cui ti manca qualcosa e quella in cui riscopri solo te stessa.

Non si è mai risposata?

No. Cera qualcuno, ma capii che mi toccava ancora essere la riva. Avevo voglia, per una volta, di nuotare pure io.

Sembrava sorridere di un ricordo leggero.

Resta qui ancora qualche giorno?

Non so rispose Annalisa sinceramente. Forse fino a dopodomani.

Allora torna domani. Ti porto al mercato, cè un vecchio che vende ceramiche mai viste. Ti farà bene.

Verrò, sorrideva Annalisa.

Quando uscì era già mezzogiorno, il sole dritto e brilla sui vicoli, un motorino sfrecciò facendo fuggire un gatto.

Mentre tornava verso la fermata, Annalisa pensava a che cosa voleva dire essere una riva. Non era bello, non era brutto. Era solo una scelta o unabitudine, che nasce quando gli altri non scelgono.

In autobus osservava il mare: qui blu, qui argento, ora nascosto dai monti. Oggi sembrava diverso da stamani.

Arrivò in hotel alle due e il receptionist le disse che il signor Romano era tornato, era in piscina.

Salì, indossò i soliti pantaloni di lino, una maglietta bianca. Giù Michele si era steso al sole, col telefono.

Ciao, fece lui, quasi normale, doveri?

A Monteverde. Da sola.

Da sola?

Sì.

Senti mi spiace per ieri. Forse ho esagerato.

Sì, ammise Annalisa.

Ma capiscimi credevo fosse vacanza, invece è sempre come a casa.

Come?

Sembri sempre al lavoro. Anche il matrimonio per te è lavoro.

Annalisa lo fissava. Era bello, come sempre. Con quella leggerezza capace di tagliarle dentro.

Michele, posso chiederti una cosa, sinceramente?

Certo.

In tre anni hai mai pagato tu, da solo, laffitto? Senza che ti ricordassi di farlo?

Esitò.

Beh

Nemmeno una volta. Andava sempre così. I medici, la spesa? Senza lista scritta? La voce le usciva piatta e fredda, Pure la tua parte didraulico, di bollette. Ti prende entusiasmo per le idee sul matrimonio. Orchestra vera, provenzale, la torta stravagante. Ma la fatica vera, chi la fa?

Sei tu che ti prendi tutto

Perché, se non io, chi? Non per egoismo, per necessità.

Michele si alzò, fece due passi, tornò.

Ok, hai ragione. Ma tu non lasci spazio. Fai tutto tu.

Magari è vero. Ma anche tu non cambi. Io non so lasciare andare. Tu non sai trattenere. E non si bilancia, capisci? Si accumula tutto su di me.

Non capisco dove vuoi arrivare.

Lo so, disse Annalisa. Ecco il problema.

Andò verso la piscina senza guardarlo.

Nuotò a lungo, fin dove non si toccava. Si distese sullacqua, il cielo era semplice, senza nuvole. Qualcuno urlava sulla spiaggia. Pensava a Francesca, al racconto della riva che non nuota mai.

Lei aveva smesso di nuotare da tre anni.

Quella sera cenarono insieme, ma in silenzio. Michele tentò di raccontare del suo viaggio a Castellabate, dei ragazzi di Berlino che vivevano senza programmi. Che vita!, disse, e sorrideva senza capire il suo sguardo.

Annalisa sapeva: lui voleva proprio quella vita, senza piani, senza liste, senza ansie. E aveva scelto lei così, credendo che il piano si generasse da sé, che qualcuno pensasse anche per lui. Senza cattiveria, semplicemente fatto così. Lei pure.

Quella notte non dormì. Guardava il suo anello con la pietra azzurra, quello che Michele aveva scelto da solo, perfetto. Cosa sarebbe successo tra un anno? E tra cinque? Avrebbe organizzato tutto e lui a sognare la libertà? Un marito da accudire, una famiglia su cui calcolare bilanci?

La mattina dopo, la decisione era già presa dentro di lei. Forse la sera prima, forse nellatelier di Francesca, forse da anni.

Si alzò piano, uscì sul balcone. Il mare era grigio e addormentato. Un piccolo peschereccio lasciava un sentiero bianco nellacqua.

La riva non nuota, pensò. Ma non è detto che la riva non possa farsi mare.

Quando tornò in camera, Michele si svegliò, sorrise.

Buongiorno.

Buongiorno, disse lei. Michele, devo dirti una cosa.

Lui si mise seduto.

Che succede?

Annulliamo il matrimonio.

Silenzio. Lui la fissava come se non capisse.

Come?

Annulliamo il matrimonio. Non dobbiamo sposarci.

Annalisa, dai. È per il litigio di ieri?

No. È per tutto. Tutto questo.

Si avvicinò, tolse lanello, lo mise nella sua mano. Lui lo guardava come qualcosa di sconosciuto.

Annalisa parliamone. Capisco di aver sbagliato

Michele, sei una bella persona. Sai vivere lattimo, sai vedere la poesia delle cose. È raro. Ma io per me è troppo faticoso. Non perché tu sia sbagliato. Semplicemente, non ci incastriamo davvero. Nessuno dei due può cambiare la propria indole. Ci abbiamo provato. E io non voglio più vivere gestendo anche la tua vita oltre alla mia.

Lui taceva, occhi bassi sullanello.

Sei sicura? mormorò.

Sì.

Niente potrà farti cambiare idea?

Non lo so. Forse sto sbagliando. Forse mi pentirò. Ma adesso so che non posso più. Non adesso che la fatica della nostra storia supera lamore.

Lui annuì piano.

Annalisa fece la valigia con calma. Lui seduto sul letto a osservare la finestra. Non disse nulla, non la trattenne. Forse capiva anche lui.

Alla porta si voltò.

Resterai qui?

Sì, finiscono i giorni prenotati, poi torno a Milano.

Stammi bene, Michele.

Anche tu.

Uscì. Alla reception le cambiarono il volo: prossimo a Napoli Capodichino in quattro ore. Taxi fino allaeroporto, valigia lasciata in custodia. Attese nella caffetteria di piazza. Un espresso, un cornetto, finestra vista strada.

Accese il telefono: decine di messaggi, mamma, amiche, lavoro. Uno della madre: Hai deciso il tessuto per i vestiti delle damigelle? Annalisa rispose secca: Matrimonio annullato. Ti chiamo quando arrivo. Sto bene. La madre richiamò subito; Annalisa non rispose. Mise via il telefono.

Finì il caffè, solo mezzo cornetto. Fuori, la vita proseguiva: la donna con la sporta che aveva visto dalla bottega, due uomini che chiacchieravano, un gatto sonnacchioso su una panchina.

Dentro, sentiva una strana cosa. Non dolore. Non sollievo. Laudato silenzio. Come nellatelier di Francesca.

Si ricordò della promessa di tornare. Ma domani sarebbe stata già a Milano. Prese il taccuino, scrisse Annalisa Atélier Francesca, Monteverde. Tornare qui. Da sola.

Il taxi arrivò puntuale. Il conducente, silenzioso, guidava lungo la costa, il mare blu terso sempre sulla destra.

Allaeroporto, bagaglio, check-in, sedile dattesa. Accanto a lei una donna con un bambino piccolo che giocava con una macchinina, più in là un uomo anziano si assopiva sotto il cappello. Un annuncio melodioso chiamava il volo per Roma, la voce sembrava quasi una canzone anche nelle avvertenze.

A quel punto Annalisa prese il telefono, aprì la lista dei contatti: catering, fotografo, wedding planner. Messaggi secchi e cortesi di disdetta. Verifica sulle caparre. Poi chiuse la tabella excel dei costi del matrimonio. Guardò le cifre, i preventivi, i vestiti mai ordinati. Chiuse tutto, cancellò il file.

Il bambino fece cadere la macchinina, la madre lo tranquillizzò. Annalisa li guardò pensando a quanto fosse strano sentirsi leggera, come chi dopo mesi toglie un peso enorme e ha le mani stanche anche senza più il fardello.

Chiamarono limbarco.

Si mise in fila, dietro una signora con un vestito a pois e una grande borsa a fiori. Questa rideva parlando al telefono, stringendo il passaporto tra le dita.

Sì, tutto bene! Sola? Sì, e allora? È andata bene, davvero. Ti bacio!

Spento il telefono, la signora le sorrise.

Prima volta che viaggio da sola. Ho sessantadue anni, i figli mi dicevano di non andare, ma ho voluto provarci, rise, pensavo di avere paura, invece sto bene.

Anche io, disse Annalisa.

Torni a casa?

Sì.

Fai bene, replicò la donna, anche partire senza meta a volte è la cosa giusta. Basta che sia scelta.

Passarono ai controlli. Annalisa trovò il suo posto vicino al finestrino. Un uomo col giornale si sedette accanto. Per fortuna nessuna voglia di chiacchiere.

Durante il decollo osservava la costa allontanarsi, il blu del Tirreno ridursi fino a sparire oltre le colline. Sopra le nuvole, posò la testa e chiuse gli occhi.

Sapeva già cosa laspettava: la madre con domande, lamica Chiara pronta a dire te lavevo detto, i colleghi che non chiederanno nulla. Lappartamento da dividere. Tutto era già nel suo futuro.

Ma adesso, sospesa in quel nulla fra partenza e ritorno, Annalisa era soltanto in un intermezzo fatto di silenzio. Ricordò il dipinto di Francesca: orizzonte sfumato, aria da riempire. Le era venuto spontaneo dire: Metti qualcosa in primo piano, così locchio trova appiglio. Forse anche la vita era così: invece di fissare lorizzonte, pensare alloggi. Un caffè, mezzo cornetto, il sorriso di una sconosciuta.

Non sapeva se aveva scelto giusto. Forse avrebbe rimpianto. Forse no. La vita, lo sapeva bene lei che di piani viveva, non segue mai le tabelle.

Ma sapeva una cosa: in quel momento, non le pesava più nulla.

Era così strano che dovette toccare piano questa sensazione, dentro di sé. Non faceva male.

Laereo volava verso nord. Oltre il finestrino solo infinite nuvole bianche. Luomo accanto sfogliava le pagine. Un bimbo piangeva dietro, su qualche sedile.

Annalisa tirò fuori il taccuino, segnò Tornare a Monteverde. Da sola. Chiuse il blocco.

Guardò fuori. Tra le nuvole si aprì una fessura e la terra, piccola e bellissima, le apparve per un istante.

Poi di nuovo nuvole.

La hostess passò col carrello.

Un caffè, grazie, sussurrò Annalisa.

Con latte?

No, semplice.

Scaldò le mani attorno al bicchiere. Semplice calore, niente di più.

Poche file più avanti cera la signora a pois. Annalisa vedeva la sua borsa, la sua assurda, bellissima borsa.

Pensò al suo vestito terracotta, ora in valigia. Avrebbe trovato il modo di indossarlo ancora. Prima o poi.

Il caffè sullaereo non era buono. Ma lei lo sorseggiava piano, guardava la luce e pensava che forse a Milano sarebbe stato già buio e sarebbe servito il giubbino appena scesa. Poi pensò che avrebbe potuto dimenticarlo, e che non sarebbe morto nessuno.

Laereo proseguiva. Sotto, lItalia disseminata di strade e campi, ognuno con la sua storia. Ognuno in viaggio per un motivo suo, tremante e fragile.

Annalisa chiuse gli occhi.

In quel momento, per la prima volta da molto tempo, stava semplicemente bene.

Non felice. Non tranquilla. Non sicura. Bene e basta, senza motivo e senza dover dare spiegazioni.

Semplicemente bene, come capita quando si ricomincia a fare qualcosa per sé.

La hostess raccoglieva i bicchieri.

Mancano ancora due ore? chiese Annalisa.

Poco meno, rispose la hostess.

Grazie.

Si abbandonò sullo schienale. Le nuvole si fecero più chiare. O forse era solo la sua sensazione.

Due ore. Poteva dormire. O restare lì, senza sapere, per la prima volta, che cosa avrebbe fatto dopo.

E questa era finalmente una buona sensazione.

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Annullare il matrimonio: quando dire “no” alle nozze in Italia
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