– Chiara, di nuovo? Ma non è possibile! Lavoro solo per mantenere il tuo gatto!
Il gatto, che Chiara stava cercando disperatamente di infilare nel trasportino, riuscì a divincolarsi, atterrò goffamente sul pavimento e poi si rifugiò in un angolo dellingresso, miagolando cupamente. Da come la guardava, quello che una volta Chiara aveva chiamato con un nome altisonante Balzac sembrava proprio deciso a vendere cara la sua pellaccia, almeno secondo Daniele.
Era successo tanto tempo fa, perché Balza, come Chiara lo chiamava affettuosamente, abitava con lei da almeno dieci anni. Chiara non aveva idea di quanti anni avesse per davvero. Laveva trovato per strada, e non era certo un gattino: era già adulto, seppur giovane, come dissero allora i veterinari a sua mamma.
Furono Chiara e sua madre, Donatella, a portare Balza nella clinica veterinaria, ben avvolto in una vecchia copertina da neonato.
– Aiutatelo, vi prego!
– Ma dove avete trovato questo mostriciattolo? la veterinaria storceva il naso È un randagio!
– Che importa cosè? Questo è il mio gatto! Salvatelo! Vedete pure che sta male! E allora, che aspettate? I miei soldi valgono meno di quelli di chi qui porta i persiani?
Donatella in quel momento era davvero furiosa, e la veterinaria lo capì subito, tanto da non ribattere più.
Donatella Medici era una donna di unostinazione rara. Ma che ci vuoi fare? La vita la tempra, specie quando cresci una figlia da sola, assisti due anziani e campi col salario da maestra dasilo. Ti vengono su i denti, eccome!
Donatella sapeva difendersi, era tosta, ma anche buona come un pezzo di pane. Amava i bambini e i gatti, e, a volte, pure i cani. Anche se i cani, chissà perché, da piccola la spaventavano.
Non dava tregua a nessuno: né alle vicine di cortile, né ai genitori dei bimbi affidati a lei, né agli sconosciuti che ogni tanto si azzardavano a credere che una donna così minuta fosse facile da fregare.
Quello che la gente non capiva però, era che lei non urlava mai: bastava una frase giusta, un argomento azzeccato, e linterlocutore, invece di contraddirla, iniziava ad aprirsi, a lamentarsi, a raccontare di sé. Lei annuiva, ascoltava davvero, e poco dopo si sentiva ringraziare e si vedeva pure chiedere scusa. Un piccolo prodigio: sapeva ascoltare sul serio.
Eppure, con i familiari, quel talento svaniva. Mai trovava le parole giuste. Il marito, per esempio, se nera andato dopo una settimana dal matrimonio. Sua madre ci rideva sopra: Eh, già ha resistito abbastanza!
Fu doloroso, ma Donatella dovette ammettere che, forse, qualche ragione ce laveva. Con una come te è impossibile, si era sentita dire dal marito mentre sbatteva la porta, Tu, donna? Come me ballerina!
Lei ci era rimasta male, ma poco dopo scoprì di aspettare una bambina, e si tranquillizzò. Donna sì, altroché! Gli uomini mica partoriscono, no?
Donatella aspettava la nascita della sua bambina più di qualunque Natale o compleanno. Nella sua vita, di feste ne aveva viste ben poche, ma quella era una vera occasione di gioia.
Sua madre, però, non approvava.
– Ma perché vuoi complicarti la vita, Donatella? Sei giovane, piacente, e hai pure qualche prospettiva! Ma un figlio? Finirai a mangiare solo pasta e lenticchie! I figli costano, lo capirai più avanti!
– Mamma, non abbiamo forse vissuto così anche noi?
– Appunto! E che cera di buono?
Donatella rimuginava su quelle parole, ma dentro di sé, un senso di ribellione cresceva. Solo a immaginare di non avere quella figlia, le veniva il panico. Non poteva, non voleva privarsi dellunica cosa che desse senso alla sua esistenza.
A cambiare tutto fu larrivo improvviso della nonna in città, elegante col suo foulard della festa.
– Donatella, tieni la bimba! Ti aiuto io!
– Nonna! E il nonno? Come fa solo in campagna?
– Donatella cara, tuo nonno è ancora forte. Se proprio non ce la fa, lo portiamo qui!
Portò un pacco, avvolto nel suo asciugamano di lino ricamato.
– Ti ricordi? Aprilo.
Mai Donatella aveva visto tanti euro in vita sua.
– Il nonno ha venduto la casa: ora fanno passare la strada lì, i terreni adesso valgono oro. Qui trovi anche i nostri risparmi per una casa, piccola magari, ma tua. Poi andrai avanti da sola.
– Nonna, non posso…
– Ce la farai, Donatella! Non discutere. Non per te, fallo per la bambina. Chi si prenderà cura di lei, se non la madre?
Quellatto fu la goccia che fece traboccare il vaso tra Donatella e sua madre.
– Guarda un po… Quando servivano soldi a me, mamma, cosa mi disse? Che non ce nerano! Ora invece, arrivi tu con una dote intera? Va bene, che altro dire!
La nonna allora chiuse la porta, e si mise a parlare con sua figlia a lungo.
Inutile convincerla: la madre di Donatella non capiva perché la figlia avesse diritto a soldi, aiuti, persino una casa tutta sua. Troppa grazia! Neppure al Superenalotto si vince così!
Donatella non aveva nulla da rimproverarsi: non usciva, non si dava alle pazzie, era rimasta incinta del marito. Non si fa una famiglia con un solo cavallo che tira il carro, diceva la nonna. E se lui non aveva retto, la colpa era di entrambi.
– Dai, Donatella, ma che anni hai! la nonna si faceva forza con bonaria energia.
Donatella la ringraziò mille volte.
La casa, una vecchia abitazione a quattro locali, fu scelta dalla nonna con una determinazione e una furbizia che fecero impallidire il povero agente immobiliare, e ottenne pure un bello sconto.
– Ma che credi, nipote mia? Anni di mercato, le patate e i finocchi bisogna saperli vendere bene! E le case pure!
Nel giro di pochi mesi, grazie a una squadra di muratori napoletani e allocchio vigile della nonna, la casa fu rimessa a nuovo. Quando Donatella vide la sua cameretta, col lettino già pronto, scoppiò in lacrime.
– Che piangi? È ora di essere felice! Andiamo a vedere la cucina nuova!
Chiara nacque un po prima del previsto, fece preoccupare ma andò tutto bene. Era sana, forte e incredibilmente dolce. Donatella, dopo il trattamento ricevuto dalla madre, giurò a se stessa che mai sarebbe stata così dura con sua figlia.
– Certo che la nonna ti tratta meglio di me! si lamentava la madre di Donatella. Lei ti ha comprato la casa, ti aiuta colla bambina, e a me non fate neanche vedere la nipote!
– Mamma, nessuno te lo impedisce. Vieni, ma non urlare: Chiara si spaventa.
– Ma davvero! È una bambina, che vuoi che capisca?
– Non gridi, mamma… parli proprio a voce alta rispondeva Donatella, trattenendo a fatica le lacrime.
Sua madre non voleva ascoltarla.
– Vedrai come ci resterai male, quando tua figlia ti tratterà così!
– Non succederà mai! stavolta, Donatella era sicura.
– Vedrai! Tutto dipende da come cresci i figli! Io ti ho viziata, e ora siete così Brava figlia ti ritrovi! Che non ti calcola neanche più!
– Grazie, mamma… il suo tono era stranamente calmo.
– Per cosa?
– Per avermi insegnato come NON si fa. Mi hai tolto la voglia di sbagliare con mia figlia!
E pensare che, a parole, è tutto facile…
Non era certa di far tutto giusto, Donatella, ma almeno con Chiara ci provava. Chiara non era capricciosa, ma di carattere ne aveva eccome! Sapeva sempre quello che voleva e non mollava mai.
– Mamma, posso prendere una caramella?
– Chiara, dopo pranzo.
– Proprio mai, mai?
– No, amore.
– Va bene mamma, allora dopo pranzo potrò averne due? Se mangio tutta la pasta?
Donatella si faceva sempre una risata, ma poi gliele dava davvero, dopo che il piatto era vuoto.
Era una sciocchezza, ma così Chiara imparò senza urla e piagnistei, a risolvere le cose parlando. Persino la nonna si beccava qualche lezione:
– Nonna, non arrabbiarti! Sei bella solo se non hai le rughe. Vieni qui
Perché? chiedeva la madre di Donatella con aria indispettita, ma si lasciava accarezzare il viso con un dito.
– Vedi? Così sei di nuovo bellissima!
Donatella se la rideva tra sé, vedendo come Chiara sapesse sciogliere anche il cuore più duro.
Col tempo, la famiglia ritrovò il proprio equilibrio.
Donatella lavorava, e la nonna col nonno (trasferitosi in città) si prendevano cura di Chiara.
Le cose si fecero difficili quando la nonna si ammalò. I medici non erano ottimisti, ma Donatella aveva capito tutto.
– Nonna, andiamo a Milano per curarti?
– No, Donatella. Ho vissuto abbastanza. Mi dispiace solo per voi… E per il nonno. Non lasciatelo solo!
– Non dire queste cose…
– Sì, hai ragione. Non ascoltarmi, cara.
Fu proprio in quel periodo che Chiara portò a casa un gatto.
Quel giorno, Balza cambio tutto. Chiara tornando da scuola prese la via di casa ma sparì.
Il nonno la seguiva, ma perse di vista la nipote solo per pochi minuti.
Dove poteva essere finita una bambina in duecento metri di strada? Un mistero!
La cercarono tutti: compagni, vicini, Donatella chiamata durgenza, nonno e persino la nonna.
Fu Chiara a tornare da sola, piangente, con una smorfia di dolore e compassione. Donatella la strinse forte e prese subito la copertina, ci avvolse il povero gatto spaventato e domandò:
– Stai bene, Chiara? Ti sei fatta male?
– No! Mamma, sta male LUI! Non io!
E Donatella corse via.
La clinica veterinaria era poco distante ma bastò tutto quel tragitto per far capire a Donatella che quel gatto doveva restare. Se Chiara laveva portato, nessuno lo avrebbe mandato via. E quindi anche per Donatella era una nuova responsabilità.
Per fortuna non era così grave. Qualche cane aveva aggredito il gatto, ma era sopravvissuto. Bastò qualche puntura e un po di riposo per rimetterlo in sesto.
– Portatelo a casa! E fate le vaccinazioni appena si riprende! Sembra un vagabondo disse la veterinaria, mostrando il conto.
Donatella deglutì. Era una cifra da cui avresti potuto comprarti due gatti di razza.
– Si vede che ho gusti costosi sospirò, ma pagò.
A casa, facendo i conti con gli euro avanzati, Donatella notò che a fine mese mancava qualcosa. Servivano medicine per il gatto e per la nonna, e un regalo per Chiara che avrebbe compiuto gli anni a breve. Un compleanno era sacro; Donatella voleva regalare a sua figlia quello che lei non aveva mai avuto.
– Mamma, posso chiederti una cosa? Chiara spuntò in cucina tra una cosa e laltra.
– Dimmi, amore.
– Non voglio regali questanno, va bene? Posso tenere lui? Sarà il mio regalo
Donatella abbracciò la figlia e guardò quel batuffolo grigio che dormiva contento ai suoi piedi. Provò a metterlo nella scatola, ma lui la seguiva sempre, si accovacciava vicino a lei e faceva le fusa come una vecchia Vespa.
Inutile dire che Donatella accettò: Balza diventò di Chiara.
Quel gattaccio spelacchiato, cresciuto nei cortili, si abituò in fretta a casa, si comportava benissimo ed era diventato unombra per la nonna.
Ma la cosa più sorprendente fu il modo in cui cambiò tutta la loro famiglia.
Donatella, pagato il conto, disse basta. Voleva uscire dalla routine salariata e due pensioni. Ebbe paura, ma si licenziò: trovò subito lavoro come tata presso una famiglia raccomandata da unamica, e si rimproverò di non averlo fatto prima. Da lì in poi, le cose migliorarono: veniva passata tra clienti come una gemma preziosa, e a ogni passaggio lo stipendio aumentava. Bastava, la sera, tornare a casa e passare la mano sulla testolina guarita di Balza:
– Grazie, Balza! Se non ceri tu…
Il gatto rispondeva con le fusa, zampettando sulla sua mano e tenendo sempre docchio Chiara. Amava Donatella, certo, ma era la guardia del corpo di Chiara: la seguiva ovunque, salvo quando la nonna lo voleva nella propria stanza.
Lui cera quando la piccola faceva i compiti, con la zampa sulla penna e la coda sul quaderno; cera quando Chiara, silenziosa, aspettava fuori dalla stanza della nonna, piangendo in silenzio. Cera quando, poco dopo la nonna, anche il nonno si spense serenamente.
Cera quando Donatella, a sorpresa, incontrò un bravuomo, e finalmente si risposò, decisa a non farsi più dire che non era una vera donna. Lui la proteggeva e con la suocera trovò rapidamente un accordo: le lasciò pure la sua auto con tanto di autista per andare allorto.
Così, la madre di Donatella ora scendeva le scale agitando una cassetta di piantine e diceva alle vicine, fiera:
– Il genero mi accompagna, andiamo nella casa di campagna!
Chiara, ormai grande, frequentava il liceo ed era diventata del tutto autonoma. Con il patrigno andava daccordo, ma decise di restare a vivere nella sua casa dinfanzia.
Fu lì che portò il suo ragazzo.
– Oh ma che reggia, questa casa!
– Sì, come no sorrideva Chiara.
– Quanta roba! Ma cosè quello?!
Un gatto ringhioso saltò fuori dalla camera, lanciato contro Daniele, il fidanzato, che iniziò a saltare sulle punte urlando dal terrore.
– Portalo via! LIBERAMI DI QUESTO MOSTRO!
Chiara richiamò il gatto, ma tra Daniele e Balza fu subito guerra fredda.
Daniele non sopportava il gatto, e lo scacciava ogni volta trovasse modo di non farsi vedere da Chiara.
Dopo un anno, Chiara e Daniele si sposarono. Ma qualcosa tra loro si ruppe. Daniele iniziò a rimproverare Chiara, proprio come era capitato a Donatella anni prima:
– Ma che donna sei, Chiara? Questo sarebbe un sugo? È acqua rossa! Neanche sai cucinare. Ma che moglie sei?!
E dire che era stata la nonna a insegnarle a cucinare! Daniele non aveva altro da ridire, fino a che Balza non si ammalò.
– Cosha adesso?! tuonò lui vedendo la fattura della clinica Tu sei pazza? Non spendo così nemmeno per me! È solo un mucchietto di pelo!
– Daniele, Balza è uno di famiglia!
– Mica della mia! Non lo voglio! Anzi, se capita di nuovo lo butto fuori io stesso!
Chiara, che quel giorno scoprì di essere incinta, non rispose. Pensò che avrebbe parlato con calma.
Ma Balza, ormai anziano, ebbe una ricaduta e la mattina seguente fu necessario portarlo ancora dal veterinario. Proprio mentre Chiara preparava il trasportino, Daniele tornò dalla corsa, nervoso come sempre col suo benessere e la dieta.
Sentito che il gatto doveva essere curato ancora, Daniele lanciò la scarpa appena sfilata contro il muro:
– Basta! Questo animale va via! Non spenderò più un euro per lui! FUORI DAL MIO APPARTAMENTO!
– Insieme a me! Chiara lo guardò dritto, cosa che non faceva mai. Saranno stati gli ormoni, o la stanchezza.
– Allora vattene pure tu! Perché devo sopportare tutto questo?!
In quellistante, laria cambiò. Chiara che solo il giorno prima sognava una famiglia, capì allimprovviso di non volere più vivere così.
Non disse nulla. Non gli fece notare che era casa sua, non glielo ricordò affatto.
Prese dal giubbotto del marito le chiavi, se le mise in tasca, aprì la porta e guardò Daniele.
– Aspetto un bambino. Non posso stressarmi né litigare. Il gatto capisce. Tu, no. Ti prego, vattene. Quando ti calmi possiamo parlare. Ma ora non posso più vivere così. Se così facilmente scarti chi mi accompagna da sempre, come tratterai me, quando ti sarò di peso? Non ti interessa quello che provo, vero? Ecco allora. Abbiamo avuto bei momenti, Daniele. Ti ringrazio. Ma ora cè troppo dolore. Ed è troppo. Ora vai, puoi prendere le tue cose dopo. Ora devo portare Balza dal veterinario, sta male. Ne sono responsabile, quindi è giusto così.
Daniele non replicò. Buttò in borsa la patente e il giubbotto, e sbatté la porta.
Chiara sapeva che lannuncio della gravidanza laveva lasciato indifferente: non aveva nemmeno ascoltato. Lunica priorità di Daniele era disfarsi del gatto.
Così, prese il trasportino, attese che Balza vi entrasse tranquillo come se avesse capito tutto, e gli domandò:
– Pronto? Andiamo! Si cambia aria. Si comincia dalla tua salute.
Il gatto guarì. Certo, era anziano e Chiara avrebbe dovuto occuparsene ancora, ma Balza rimase parte della famiglia, accettando tutte le attenzioni della futura nipotina, che fu lunica a potergli fare davvero di tutto.
E Chiara non trovò mai miglior tata: bastavano cinque minuti, e la figlia si addormentava stringendo la zampa pelosa di Balza. Era così simile a Donatella che le venne voglia di darle lo stesso nome, ma fu propria sua mamma a sconsigliarla.
– Chiedi a Daniele, è comunque vostro figlio. Non starete insieme, ma questa bambina resterà un ponte tra voi. Provate almeno a mantenere la pace. Non sarà facile, ma per lei bisogna fare uno sforzo.
Chiara ascoltò, e Daniele ne fu sorpreso.
– Non sapevo avessi questa saggezza.
– Si cresce, Daniele allora?
– Dico grazie. Sì, grazie!
– Grazie di cosa?
– Per non aver messo lorgoglio davanti allinteresse di nostra figlia. Ci sarò, Chiara.
E Daniele mantenne la parola.
La piccola Alessia visse tra due case, senza chiedersi il perché degli strani meccanismi degli adulti. Due letti, due coniglietti di peluche uno da papà, uno da mamma. Una nonna Donatella e una nonna Valeria, la mamma di Daniele. Ma lamore era uno, condiviso tra tutti, e Alessia vi si tuffava felice, convinta che chi sa volersi bene sa anche prendersi cura degli altri.
E Balza, il vecchio gatto, sapeva tutta la verità su quella bambina. Ma non la svelò mai. Non perché non sapesse parlare, ma perché non ce nera bisogno.
Si sa, se la mamma-gatta è affettuosa, anche i micetti lo sono.
E con Alessia era così. E arriverà il giorno in cui anche lei donerà una nuova vita, si china sulla culla del suo bambino, gli accarezza la guancia come faceva la mamma, e sussurra:
– Ciao, piccolo mio ti ho aspettato tanto.






