La moglie perfetta: comfort e complicità nella vita matrimoniale italiana

La moglie comoda

Giulia, mi senti? La voce di Alberto era piatta, quasi professionale, come se stesse informando di qualcosa di insignificante, tipo è finito il pane.

Giulia era alla finestra, a guardare il cortile. Lì cresceva un vecchio sorbo, piantato ventitré anni fa, lanno in cui si erano trasferiti in quella casa. Lalbero era cresciuto tanto, largo, sicuro di sé. Proprio adesso, chissà perché, le venne in mente.

Sì, ti sento rispose.

Vorrei che capissi bene. Questo non significa che tutto va male. È solo che… è successo così.

Si voltò. Alberto era seduto al tavolo, le mani giunte, come durante le trattative daffari. Sessantun anni portati bene, sempre distinto, con la postura sicura che gli uomini hanno quando il denaro non è più un problema. Da ventisei anni conosceva quel viso: sapeva come si corrugava prima di argomenti delicati, come tamburellava le dita quando era nervoso. Ora, però, non tamburellava. Era strano.

È successo così ripeté le sue parole. Tutto qui?

Giulia, non essere così…

Così come?

Si alzò, camminò per la cucina. Grande, luminosa, con quella cucina Scavolini che avevano scelto insieme otto anni fa. Giulia aveva tanto discusso per il colore delle ante: lei voleva panna, lui bianco. Alla fine aveva ceduto. Lei cedeva spesso.

Non ti devo spiegare niente disse lui. Ma lo faccio. Perché ti rispetto.

Mi rispetti ripeté lei.

Sì. Abbiamo fatto una bella vita. Abbiamo tutto. I figli sono cresciuti. Non voglio scenate.

Giulia sentì qualcosa di pesante nel petto. Non dolore. Quellintorpidimento che prende quando si capisce qualcosa di enorme, ma non si è ancora pronti ad accettarlo.

Te ne vai disse. Non domanda. Fermo.

Me ne vado confermò lui. Solo per un po. Mi serve tempo.

Tempo ripeté. Notò di continuare a ripetere le sue parole. Come se dovesse metterle da qualche parte per capirle meglio.

Alberto si avvicinò, voleva prenderle la mano. Lei fece un passo indietro. Minuscolo, quasi invisibile. Ma lui lo notò.

Non arrabbiarti chiese piano.

Non sono arrabbiata.

Giulia…

Non sono arrabbiata, Alberto. Sto solo pensando.

Si fermò accanto a lei, poi annuì e uscì dalla cucina. Lei lo sentì passeggiare in camera, sbattere lanta dellarmadio. Stava preparando una valigia. Non tutto, solo qualcosa. Solo per poco, aveva detto. Guardò il sorbo e pensò che gli uccelli avevano già iniziato a mangiare le bacche. Linverno sarebbe arrivato presto. Così diceva sua madre, scomparsa sette anni fa. Ancora, ogni tanto, Giulia si trovava a pensare: Devo chiamare mamma. E poi si ricordava.

Aveva cinquantotto anni.

***

La sua amica Clara arrivò il giorno dopo, senza avvisare. Telefonò solo dal portone.

Apri, sono sotto.

Clara, non sono vestita.

Vestiti. Io aspetto.

Clara Santoro era sua amica dai tempi delluniversità. Trentasette anni di amicizia, a contarli davvero. Clara era rumorosa, schietta, a volte sfacciata. Tre anni prima aveva lasciato il marito Andrea, aveva pianto tanto, poi improvvisamente aveva smesso e aperto un piccolo negozio di merceria. Non era diventata ricca, ma portava a casa uno stipendio dignitoso, e diceva che così stava meglio che negli ultimi dieci anni.

Sedettero in cucina. Clara la strinse in un abbraccio vero, di quelli che pizzicano gli occhi. Ma Giulia non pianse.

Racconta disse Clara, versando il tè.

Sai già tutto.

Ma vorrei sentirlo da te.

Giulia raccontò. Breve, concisa. Alberto aveva detto che andava via. Solo un po. Gli serviva tempo. Non gli aveva chiesto da chi andasse. Non perché non lo immaginasse. Ma perché, se lavesse chiesto, sarebbe stato tutto reale: così, finché non chiedeva, poteva restare quella fragile incertezza.

E non glielhai chiesto? Clara la fissava attenta.

No.

Giulia…

Cosa?

Pensi di sapere da chi va?

Una pausa. Dal cortile salivano risate, qualcuno chiacchierava. La vita andava avanti indisturbata.

Lo immagino ammise Giulia. La sua assistente. Elena. Ha trentadue anni.

Clara tacque. Poi, piano:

Da quanto?

Non so. Un anno? Forse di più. Io… notavo delle cose. Ma non volevo pensarci.

Perché?

Giulia guardò la sua tazza. Di porcellana buona, parte di un servizio che avevano comprato a Vienna dieci anni prima. Era stato un bel viaggio. Alberto allora scherzava, rideva, la teneva per mano sul ponte di Praga.

Perché se ci pensavo, dovevo agire confessò infine. E io non sapevo che fare. Sono ventisei anni che non lavoro, Clara. Capisci? Prima i figli, poi la casa, poi… è andata così.

Lui ti manteneva.

Sì. Io mi occupavo della casa, dei figli, dei suoi genitori quando stavano male. Sono stata… si fermò per trovare la parola parte della sua vita. Una parte importante, credevo.

E ora non lo pensi più?

Ora penso che sono stata una parte comoda. Giulia lo disse senza amarezza, solo constatando. Una moglie comoda. Non facevo scenate. Accettavo tutto. Cucina bianca, non panna. Ferie in montagna, non al mare. Cena alle otto, non alle sette. Tutto come voleva lui.

Clara la guardava in silenzio. Era raro, per Clara.

Sei arrabbiata? chiese infine.

No. Non ancora. Forse lo sarò dopo.

E ora?

Giulia pensò. Dal cortile le voci erano sfumate. Il sorbo immobile.

Sto cercando di ricordare cosa mi piace sussurrò. A parte questa casa. A parte la sua vita. Cosa piace a me. E mi accorgo che non lo so. È… strano.

Clara le prese la mano. Non disse nulla. A volte, è lunica cosa giusta.

***

La figlia telefonò dopo tre giorni. Chiara viveva a Torino con il marito e i due figli. Aveva trentaquattro anni, sempre stata più legata al papà: pragmatica, decisa.

Mamma, papà mi ha detto. Tu come stai?

Bene.

Mamma, bene non vuol dire niente.

Chiara, sto davvero bene. Sto pensando.

A cosa? Nella sua voce cera quella tensione che diceva: ha già scelto una parte.

A tante cose.

Mamma, papà dice che è una cosa temporanea. Che avete bisogno di…

Chiara la interruppe Giulia, calma ma ferma. Non voglio parlarne con te. Né con te né con Marco. Sono cose tra me e papà. Va bene?

Pausa.

Va bene mormorò Chiara, più dolce. Sei da sola lì?

Sì. Sto bene.

Vuoi che venga?

No, grazie. Quando avrò bisogno lo dirò.

Riagganciò e restò a lungo a sedere in poltrona. Marco, il figlio, viveva a Milano. Non aveva ancora chiamato. Tipico di lui: evitava le conversazioni difficili fin da bambino, si nascondeva dietro mille impegni.

Lei capiva.

Si alzò, camminò in casa. Quattro camere, corridoio ampio, due bagni. Tutto perfetto, ordinato. Lei aveva sempre curato ogni cosa. Fiori veri ai davanzali, tende cambiate a ogni stagione. In cucina profumava di lavanda: lei stessa creava i sacchetti profumati.

La casa era bella. Ma le sembrava estranea.

No, non estranea. Solo… come un museo. Tutto al suo posto, ma niente che la rappresentasse davvero.

Si fermò davanti alla libreria. Sulla mensola centrale cerano i suoi libri. Pochi: soprattutto regali. Manuali di cucina, qualche romanzo, un vecchio volume di poesie di Montale, rovinato dai tempi delluniversità. Lo prese, lo aprì a caso. Lesse poche righe. Qualcosa, dentro, si smosse.

Non leggeva poesia da ventanni. Non aveva mai tempo.

***

Alberto richiamò dopo una settimana. La voce leggermente colpevole, ma con quella fermezza di chi ormai ha deciso.

Giulia, dobbiamo parlare.

Dimmi.

È meglio vederci.

Va bene. Quando vuoi?

Lui esitò. Forse si aspettava altro. Rimproveri, lacrime, domande. Lei non gliene dava.

Domani alle due? Passo da casa.

Va bene.

Lui arrivò alle due spaccate. Alberto era sempre puntuale, ne andava fiero. Mise su il bollitore, più per occuparsi le mani che per altro.

Stai bene disse lui, sedendosi.

Grazie.

Giulia, non vorrei che tu pensassi…

Alberto lo interruppe andiamo al sodo. Cosa vuoi dire?

Lui la guardò. Qualcosa nel tono lo bloccò.

Voglio il divorzio disse. Ufficialmente. Siamo adulti, non ha senso tirarla lunga.

Va bene.

Davvero?

Sì. Non ti ostacolerò.

Giulia… la fissava con quellespressione che prima era cura, ora sembrava altro. Mi prenderò cura di te. La casa resta tua. Ti darò dei soldi. Non ti mancherà nulla.

Mi darai dei soldi ripeté lei. Di nuovo, questa abitudine di ripetere. Forse nuova di quei giorni.

Beh, sì. Non hai mai lavorato. Avrai bisogno.

Il bollitore fischiò. Lei si alzò, versò lacqua. Tranquilla, senza fretta.

Alberto posando le tazze ti ricordi quando tua madre era malata? Tre anni così. Io andavo da lei ogni settimana. Facevo le punture, compravo le medicine, parlavo coi medici. Tu eri sempre impegnato.

Certo che ricordo.

E quando Chiara era incinta del secondo, con la nausea forte? Ho vissuto con loro un mese. Cucinavo, pulivo, mi alzavo di notte col grande.

Giulia, dove vuoi arrivare?

Tu dici ti darò dei soldi. Come se mi facessi un favore. Come se io non avessi fatto nulla per anni se non vivere sulle tue spalle.

Lui aprì la bocca, la chiuse.

Non intendevo questo.

Lo so cosa volevi dire. Volevi dire che sei una brava persona. Che pensi a me. Si sedette di fronte. Non sono arrabbiata, davvero. Ma non fingerò che mi fai la carità. Sappiamo entrambi che non è così.

Lui la guardò a lungo. Poi qualcosa nel suo viso cambiò. Meno sicuro.

Sei cambiata disse.

In una settimana?

In questa settimana, sì.

Lei prese la tazza. Bevve a piccoli sorsi. Fuori, nel cortile, una signora anziana dava da mangiare ai piccioni. Giulia la vedeva ogni giorno, ma non ne conosceva il nome.

Per quanto riguarda i soldi disse Giulia voglio la mia parte dei beni. È giusto. Ma non voglio ricevere da te. Sarebbe umiliante.

Giulia…

No, aspetta. Lascia che finisca. Posò la tazza. Sono ventisei anni che mi occupo di tutto. Non ti ho mai assillato, né preteso attenzioni oltre quelle che volevi darmi. Gestivo casa, cresciuto figli, accolto i tuoi soci, sorriso alle tue battute anche quando erano vecchie. Ho rinunciato alla mia carriera perché tu hai detto: Giulia, il teatro non ti serve, ti mantengo io. Ho accettato. E non mi pento. Ma diciamoci la verità: era un lavoro. Un lavoro vero. E lho fatto bene.

Cadde un silenzio. Alberto fissava il tavolo.

Non ho mai detto che facevi male disse infine.

Tu hai detto che ti prenderai cura. Come se fossi una bambina. Non lo sono, Alberto. Ho cinquantotto anni.

Si alzò, andò alla finestra, guardò il sorbo rosso e calmo.

Hai ragione disse. Piano. Hai ragione, Giulia.

Inaspettato. Lei quasi non se ne accorse.

Parliamone coi legali proseguì lui. Senza drammi.

Va bene.

Prese il cappotto. Alla porta si girò.

Giulia. Io… esitò.

Non cè bisogno disse. Non serve. Vai.

Uscì. Lei rimase a lungo seduta al tavolo. Poi prese il telefono e scrisse a Clara: Abbiamo parlato. Divorzio. Va tutto bene.

Clara rispose subito: Brava! Domani vieni in negozio. Ti faccio vedere i nuovi fili, ti piaceva ricamare.

Giulia sorrise. È vero, ricamava. Tanto tempo fa.

***

Le due settimane seguenti visse in uno stato strano. Né brutto né bello. Solo strano. Come se fosse uscita dalla cornice consueta e fosse stata appoggiata lì, su un tavolo: senza cornice, ma senza ancora sapere dove andare.

Andò da Clara in negozio. Si chiamava Filo dopo ago, in un piccolo locale sotto un caseggiato. Puzzava di cotone e di legno. Sui ripiani gomitoli, ricami, telai, ogni sorta di filo. Giulia camminava fra gli scaffali e toccava la merce. Mohair, cotone, fili di seta da ricamo. Lentamente, sentiva sciogliersi qualcosa dentro.

Guarda Clara le porse un telaio già preparato. Per principianti. Ma se vuoi proviamo qualcosa di più difficile.

Ma io ci riesco disse Giulia.

Riuscivi. Trentanni fa.

Non si dimentica.

Vediamo fece Clara, furba.

Giulia comprò tela, fili e aghi. Tornò a casa, si sedette alla finestra. Guardò lo schema a lungo. Poi cominciò. I primi punti vennero storti. Sfilò tutto. Ricominciò più piano, più concentrata. Le dita, pian piano, ricordavano.

Ricamò per tre ore senza accorgersene.

Era una strana sensazione. Buona. Semplice.

***

Marco chiamò a fine ottobre. Quasi un mese e mezzo dopo la conversazione con Alberto.

Ciao mamma. Come va?

Bene. E tu?

Tutto bene. Mamma, volevo… Insomma, ho parlato con papà.

Marco…

No, aspetta. Non sono dalla parte di nessuno. Volevo solo chiederti… Mi ha detto che hai rifiutato il suo aiuto. È vero?

Non esattamente. Non ho rinunciato alla mia parte. Solo, non voglio ricevere aiuti come fossero elemosina.

Mamma, è pratico. Non lavori, ti servirà qualcosa.

Marco, ho cinquantotto anni, non ottanta. Posso lavorare.

E cosa farai?

Bella domanda. Lei stessa ci pensava. Aveva lasciato lAccademia di Teatro al terzo anno per sposarsi, troppo tempo era passato. Ma le erano rimaste le lingue. Da giovane conosceva bene il francese. Negli ultimi anni guardava qualche film in lingua, capiva abbastanza.

Non lo so ammise. Ma troverò qualcosa.

Avvertimi se ti serve aiuto.

Te lo prometto. E aggiunse, con tenerezza: Marco, sei un bravissimo figlio. Ma non serve che mi salvi. Non sto affondando.

Silenzio.

Va bene, mamma. Chiamami quando vuoi.

Dopo quella chiamata, tirò fuori vecchi quaderni. Da qualche parte, tra i maglioni invernali, trovò la vecchia agenda con i vocaboli di francese. Scrittura giovane, veloce, sicura. Sconosciuta ormai. Forse scritta da unaltra donna.

Forse sì.

***

Lavvocato era un uomo anziano, serio, di nome Carlo Bruschi. Ascoltò Giulia con cura, qualche domanda, un cenno.

I suoi diritti sono ben tutelati, signora Giulia. I beni comuni vanno divisi a metà. Casa, villetta, conti. Bisogna solo decidere il come.

Voglio questa casa disse. Ci sono affezionata. Lui stesso ha detto che la lascerà a me.

Allora lui avrà compensazione in denaro.

O la villetta.

Certo. Ne avete parlato in modo civile?

Sì, abbiamo trovato un accordo.

Lavvocato la guardò sopra gli occhiali.

Una rarità disse.

Lo so.

Bene. Un mese e si preparano i documenti.

Uscì. Era un giorno di novembre, aria greve, niente neve, cielo basso. Si fermò un po, camminò senza meta. Lontano da casa. Semplicemente guardava la città.

La città era una provincia qualunque. Abitavano a Modena. Giulia era nata lì, aveva conosciuto lì Alberto, aveva vissuto tutta la vita in quella realtà. La conosceva come le proprie mani. Sapeva dove comprare il pane migliore, quale cortile nascondeva meli selvatici, dove, dinverno, si radunavano i pettirossi.

Anche quello era suo. Poco, ma autentico.

Entrò in un bar. Un locale piccolo, tranquillo, tavolini di legno. Ordinò un caffè e una fetta di crostata di mele. Si mise al tavolo vicino alla finestra e osservava la strada. Non pensava a niente in particolare. Semplicemente era, semplicemente stava.

E si rese conto che erano anni che non lo faceva. Solo sedersi, solo stare. Senza liste di cose da fare, senza lorario di qualcun altro.

Al tavolo accanto due donne, della sua età, ridevano. Una aveva uno scialle vivace. Laltra occhiali rotondi particolari. Giulia le guardava e pensava: ecco, è così che si vive. Si ride. Si portano scialli colorati.

Finì il caffè, lasciò la mancia, uscì.

***

A dicembre chiamò Chiara. Diversa, stavolta. Niente tensione.

Mamma, vengo da te per Capodanno. Da sola. Senza Stefano, senza i bambini. Posso?

Certo. E loro?

Da sua madre. Ho detto che voglio stare con la mia. Pausa. Mamma, avevo torto allinizio. Avevo subito pensato di dovervi riappacificare. Credevo di poter aggiustare tutto. Poi ho capito che non sta a me.

Chiara…

No, lascia parlare me. Pensavo che saresti andata in crisi. Che sola non ce lavresti fatta. Ci eravamo abituati che papà decide tutto, e tu… cercò una parola.

Allombra? suggerì Giulia.

Sì, più o meno. Ma tu non sei andata in crisi. Mi ha… non so. Mi ha cambiata, questa cosa.

Cosa è cambiato?

Ora penso a me stessa. Non solo a Stefano o ai figli. È egoismo?

No disse Giulia. Si chiama conoscersi.

Parlarono per unora. Dei figli, del lavoro di Chiara, del suo desiderio di imparare a dipingere: un sogno mai realizzato per mancanza di tempo. Giulia ascoltava e sentiva qualcosa di caldo. Non era orgoglio. Piuttosto riconoscersi: vedere se stessa in qualcuno, non quella che eri, ma quella che vorresti diventare.

***

Chiara arrivò il 29 dicembre. Portò vino, formaggio, delle buffe pantofole per regalo. Fecero lalbero ascoltando vecchie canzoni trovate su Internet. Chiara rideva delle difficoltà della madre con lapp musicale, e Giulia rideva insieme a lei.

Era bello. Semplicemente bello.

Per Capodanno chiamarono Clara. Lei arrivò con i suoi panzerotti e un barattolo gigante di cetrioli sottaceto fatti da sé. Sedettero a tavola, vino e chiacchiere. Non di Alberto. Daltro. Viaggi da fare: Clara sognava da anni la Sardegna, Chiara voleva andare al mare, Giulia confessò che sognava Parigi.

Parigi? Clara la guardò incuriosita.

Ho studiato francese da ragazza. Voglio vedere cosa resta.

Da sola?

Forse. O con qualcuno. Vedremo.

Chiara la fissava a lungo. Poi sorrise.

Sei cambiata, mamma.

Sei la seconda persona che me lo dice.

Prima papà?

Sì.

E come suonava quello?

Giulia pensò.

Come unaccusa. Come se avessi infranto le regole del gioco.

E adesso?

Ora sembra un complimento.

Clara alzò il bicchiere.

Alle donne che sanno rompere le regole! esclamò.

Brindarono. Fuori scoppiavano i primi fuochi dartificio. Un Capodanno rumoroso, pieno di luci, di odore di fuochi. Giulia guardava dalla finestra, pensando che per la prima volta da anni lo sentiva come suo nuovo inizio. Davvero suo.

***

A gennaio si iscrisse a un corso di francese. Una scuola di lingue vicino a casa. Il gruppo era vario: due studenti, una signora sui quaranta che stava per trasferirsi e un uomo anziano, il signor Giulio, che voleva leggere Victor Hugo in francese.

È lodevole disse linsegnante, un giovane di nome Riccardo, vagamente stupito dal gruppo.

Tutto ciò che si fa per sé è lodevole rispose il signor Giulio.

Giulia era daccordo, in silenzio.

Il francese non era facile. Ricordava più di quanto pensasse, ma la grammatica sfuggiva. Confondeva gli articoli, sbagliava. Non era abituata a sbagliare, a ricominciare.

Dopo la terza lezione Riccardo la chiamò da parte.

Signora Giulia, la sua pronuncia è ottima. Come mai?

Lavevo studiato da giovane.

Continui. È più importante di quanto sembri.

Camminando a casa ci pensò. Ottima pronuncia. Era lì, in lei. Sempre. Solo che non serviva a nessuno.

***

Firmarono il divorzio a febbraio. In studio dallavvocato, senza troppe parole. Alberto sembrava stanco. Giulia, a giudicare da come la guardava, diversa da come si aspettava.

Come stai? chiese fuori dallufficio.

Bene.

Sicura?

Sì.

Lui la guardò. Nei suoi occhi cera qualcosa che lei non seppe decifrare. Non colpa, non rimpianto. Qualcosa di spaesato, come se si fosse aspettato tuttaltro.

Ti sei iscritta a qualcosa? Clara lo ha detto.

Francese. E anche acquerello.

Acquerello? Non hai mai dipinto.

Mai. Ora sì.

Lui annuì. Indossò il cappotto. Alla porta si fermò.

Giulia. Io…

Alberto disse. Sei una brava persona. Solo che non eravamo fatti luno per laltra. O solo in modo diverso. Stammi bene.

Lui la fissò, poi uscì.

Giulia restò nellatrio, dietro la porta a vetri la strada, febbraio, neve, gente che corre. Un giorno qualunque. Aveva divorziato dopo ventisei anni. Un avvenimento importante. Doveva essere rumoroso. Invece era solo silenzioso.

Uscì. Profumo di neve, di aria fresca. Alzò il viso: neve fine, come polvere. Scioglieva subito, a contatto della pelle.

Tornò a casa con calma, attraverso il parco.

***

Lacquerello era più difficile del francese. I colori colavano, si mescolavano, il foglio si piegava con lacqua. La maestra, Manuela, una signora sulla cinquantina, con le dita sempre macchiate, osservava i suoi tentativi tranquilla.

Non controlli la pittura diceva. Vuoi gestire lacqua e il colore. Ma non piace.

E cosa piace allora?

Piace essere lasciata andare. Dai fiducia allacqua. Metti i colori. Lascia fare a lei.

Giulia provava. Allinizio male, poi meglio, poi un po meglio ancora. Metteva i lavori in una cartellina. Imperfetti, storti, a volte brutti. Ma suoi: le sue macchie di blu, i suoi alberi storti.

Un giorno Manuela si fermò, osservò un quadro. Un sorbo fuori dalla finestra. Bacche rosse, rami scuri, cielo grigio.

Questo è vero disse.

È storto.

Essere storti e veri non si esclude.

Giulia guardò il sorbo. Sulla carta era diverso da quello fuori. Ma era il suo sorbo. Quello che vedeva. Non quello che cera. Quello che sentiva.

Ed era una differenza importante.

***

In primavera Chiara tornò con figli e marito. Una settimana insieme. La sera, Chiara e Giulia rimanevano a parlare in cucina, mentre Stefano guardava la tv e i nipoti dormivano.

Sei felice? chiese la figlia, una sera.

Domanda difficile.

Perché?

Prima credevo di sapere cosera la felicità. Bella casa, famiglia, tutto a posto. Ora… non lo so. Sto bene. Che non è lo stesso.

Allora cosè?

Giulia pensò.

È quando ti svegli e la giornata è tua. Non nei programmi degli altri. Ma tua. Suona strano?

No disse Chiara, sottovoce. Non suona strano.

Pensare a te stessa, ci riesci?

Sì. Di più. Mi sono iscritta a pittura. Come te.

Davvero?

Sì. Acquerello. La domenica. Stefano era scettico ma si è abituato.

Giulia guardava la figlia. Trentaquattro anni. Intelligente, un po chiusa. Sempre con unombra dietro il marito pratico. Come sua madre, anni prima.

Chiara, non devi ripetere la mia storia.

Non la ripeto. Imparo da te.

Da me? si stupì Giulia.

Hai fatto ciò che non avrei mai immaginato. Non ti sei spezzata. Né indurita. Né sei venuta da noi a farti mantenere. Hai iniziato a vivere. Da capo. A cinquantotto anni.

Giulia rimase in silenzio.

Non pensavo si vedesse così da fuori.

È proprio così.

Dentro fa paura. Quando ti accorgi che metà di te non la conosci. Trentanni spesi senza poter dire nemmeno il tuo colore preferito.

E ora lo sai?

Ora sì. Blu. Quello dellacquerello.

Chiara sorrise. Rimasero abbracciate. Forte, come Clara allinizio.

Mamma, sei una forza.

Anche tu.

***

In estate Clara propose di andare insieme in Sardegna, dieci giorni, gruppo organizzato, ma tempo libero.

Non sono mai andata via senza Alberto ammise Giulia.

Appunto. Provaci.

Clara, io non sono da zaino e tenda.

Ci sono bungalow. Comodi, con doccia, tutto. Vieni?

Ci pensò tre giorni. Poi disse sì.

La Sardegna era un altro universo. Laghi specchiati, pini altissimi, silenzio pieno di suoni: vento, acqua, uccelli.

Giulia portò gli acquerelli.

Dipingeva ogni mattina, seduta sulla riva. I dipinti non erano perfetti, ma veri. Lo sentiva con tutto il cuore.

Al quarto giorno, seduta al lago, capì una cosa: non pensava ad Alberto. Per niente. Non perché si sforzasse, ma perché non era più una storia da pensare. Era finita. Senza risentimenti, senza perdono. Semplicemente conclusa. Come chiude un libro e ne prende un altro.

Era nuovo, era bello.

Clara si avvicinò.

Bello disse.

Davvero?

Davvero. Io lo appenderei in casa.

Giulia guardò il foglio: lago, pini, nebbia del mattino. Un po sfocato, storto. Vivo.

Forse lo appenderò anchio rispose.

***

A settembre fece cinquantanove anni. Organizzò una cena intima. Clara, la vicina Irene, due signore del corso di acquerello. Chiara la chiamò in video durante la cena, i nipoti urlavano: Auguri, nonna! agitandole cartoline fatte a mano.

Giulia guardava tutto e pensava: ecco, è così che devessere. Non silenzioso, non ordinato, ma vivace, un po confuso, pieno di vita.

Marco spedì dei soldi e un messaggio: Auguri, mamma. Presto passo!. Sorrise. Marco è Marco.

Clara alzò il bicchiere:

A Giulia: la donna che in un anno è diventata se stessa.

Sono sempre stata me si difese Giulia.

No rispose Clara. Ora sì.

Giulia non replicò. Forse aveva ragione.

***

A ottobre appese alla parete la sua acquerello sarda. In cornice, sopra il divano.

Prima cera una stampa scelta da Alberto. Qualcosa di neutro, senza carattere. La tolse delicatamente e la mise in cantina. Appendendo il suo lago, pensava: non è perfetto. Ma è mio. Io lho visto, lho sentito.

E forse, questa è la vera ricchezza: non ciò che è bello, ma ciò che è tuo.

Restò a fissare a lungo. Poi il telefono. Numero sconosciuto.

Pronto?

Signora Giulia? Sono Riccardo, della scuola di lingue. Cercava qualcuno per le conversazioni. Mercoledì sera inizia il club francese. Solo pratica. Si è ancora interessata?

Guardò lacquerello. Lago blu, nebbia.

Sì, mi interessa. Mi segni pure.

Novembre arrivò silenzioso. Giulia tornava dal club di francese, con un libro nuovo in borsa. Romanzo francese, scelto a caso dalla copertina.

Al portone stava Alberto.

Non lo vide subito. Si avvicinò e lo riconobbe. Era lì già da tempo, nervoso.

Ciao disse lui.

Ciao rispose. Né sorpresa, né paura. Solo la parola.

Posso parlare?

Una pausa. Poi:

Va bene. Saliamo.

Salirono. Lei appese il cappotto, offrì un tè. Lui rifiutò. Si sedette guardando lacquerello sopra il divano.

Lhai dipinto tu?

Sì.

È bello.

Grazie.

Lui fissava la parete. Poi:

Giulia. Io… non ce lho fatta.

Lei tacque, non aiutava.

Elena… si fermò. È giovane, diversa. Pensavo mi servisse una nuova vita. Ho scoperto che ero solo stanco. Non di te. Di me stesso, della mia età… Silenzio. Tu non hai mai chiesto cosera successo. Non hai mai chiesto niente.

Non erano affari miei.

Forse no. Ora la guardava. Sei cambiata. Completamente.

Sì, sono cambiata.

Non so spiegare… ti davo per scontata. Pensavo che ci saresti sempre stata.

Alberto disse, calma e senza dolcezza che vuoi da questa conversazione?

Lui la guardò a lungo, poi abbassò gli occhi.

Non lo so. Volevo solo dire che avevo torto. Che non sapevo cosa avevo.

Silenzio.

Fuori, autunno. Il sorbo spoglio. Ma lalbero era ancora lì. Solido.

Ti sento disse Giulia. Grazie per averlo detto.

Tutto qui?

Lo guardava: questuomo grande, stanco, spaesato, che era stato vicino ventisei anni, ed ora le era lontano.

Alberto prese il libro dal tavolo, il romanzo francese. Lo tenne in mano. Ora sto leggendo in francese. Piano, col dizionario. Ma lo faccio. Dipingo. Sono stata in Sardegna. Partecipo al club di conversazione. Dormo con la finestra aperta, perché mi piace. Mangio quello che voglio, non quello che fa comodo agli altri. Pausa. Non sono arrabbiata. Mi hai dato molto: casa, figli, anni di vita. Però mi hai insegnato anche altro. Che ho vissuto troppo a lungo la vita di qualcun altro. E questo è importante.

Tornerai? chiese, piano. Strana domanda. Lui stesso la trovò surreale.

Giulia guardò lui, poi lacquerello: lago blu, nebbia. Il suo sorbo.

Alberto, ho cinquantanove anni. E per la prima volta da tanto mi sento viva. Davvero. Pausa. Se vuoi, bevi un tè. Metto lacqua a scaldare.

Si alzò. Andò in cucina. Guardava fuori: il cortile, il sorbo spoglio, la vecchina in cappotto azzurro coi piccioni.

Dietro di lei, silenzio. Poi il divano che cigolava, passi.

Alberto apparve sulla soglia.

Giulia disse.

Lei si voltò.

Dimmi una cosa. Sei felice?

Il bollitore cominciò a sibilare. Un suono calmo, continuo. Il sorbo dietro il vetro, nudo ma saldo.

Sto imparando disse. Imparare la felicità è più difficile di quanto credessi. Ma ci provo.

Lui la fissava. Lei lo fissava. Due persone non più giovani, in una cucina che era stata di entrambi. Ora solo sua.

È bello così disse lui, infine. È davvero bello, Giulia.

Il bollitore fischiò.

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La moglie perfetta: comfort e complicità nella vita matrimoniale italiana
«Figlia, aiutami con il latte—i soldi scarseggiano e la situazione è davvero critica», disse la nonna, arrossendo e guardando altrove.