– Ecco che arriva Vera! Oddio, adesso sì che ne vedremo delle belle!
Le pettegole della parte femminile più chiacchierona del condominio, sedute sulla panchina davanti allingresso, si ricompattarono, pronte ad assistere a uno spettacolo memorabile. Quando ricapiterà unoccasione così?
Vera era una donna tutta dun pezzo. Mai, mai che lasciasse trapelare i fatti di casa sua fuori dalle mura domestiche. Questo, ormai, lo sapevano tutti. Era arrivata giovane, da qualche paese dellEmilia intorno a Parma, per lavorare in una fabbrica tessile, e lì cera rimasta, sempre in attesa di un appartamento tutto per sé che però non arrivava mai. Una volta, ai dipendenti della fabbrica, la casa la davano. Poi tutto era cambiato, i proprietari si erano susseguiti, e il fatto stesso che la fabbrica fosse ancora aperta era una mezza fortuna. Cerano stati momenti durissimi. Spesso, in quegli anni, in palazzina si faceva la fame. Persino chiedere un prestito tra vicini non era sempre possibile.
Eppure Vera non si era arresa. Si arrangiava dove poteva, faceva le pulizie di notte nei portoni, lavava scale. Riusciva a stare in piedi e, incredibilmente, a dare una mano anche agli altri. Certo, quei suoi aiuti erano piccole cose, ma una cosa era certa: i bambini suoi e dei vicini non erano mai rimasti senza mangiare.
E sotto le feste, Vera passava personalmente porta per porta a sollecitare i mariti del condominio:
Dai Luigi, dai anche tu Giuseppe, cosavete in tasca? Soldi per il vino ve li do, ma i bambini una festa la devono avere! Poi vi vergognerete a guardarli in viso, ve lo dico io! Non resteranno piccoli per sempre. Se lo ricorderanno tutto!
Contro Vera non osava andare nemmeno il più attaccabrighe tra gli uomini. Dietro le spalle la chiamavano la madre di tutti ed erano terrorizzati da lei, specialmente dopo che aveva sistemato uno di loro il buon Luigi con un ceffone così potente sulla fronte che non si era più ripreso fino a sera.
Chi vedeva Vera per la prima volta rimaneva senza parole.
Cera ben donde!
Alta quasi un metro e novanta, calzava vecchie e malconce scarpe numero quarantacinque. Non era questione di lesinare, ma di dignità femminile: scarpe di quella misura nei negozi da donna non le trovavi neanche a pagarle a peso doro, e Vera non voleva saperne di indossare quelle da uomo. Quelle scarpe gliele aveva portate suo marito da Milano anni prima, spendendo tutti i soldi messi da parte per comprare vestiti nuovi per tutta la famiglia.
Ma che hai combinato, Sergio? esclamò Vera, rimasta senza fiato quando aprì la scatola, ma subito gli occhi le brillarono guardando quelle scarpe belle e robuste.
Dai, Verina, anche tu hai diritto a qualcosa mica sempre solo per noi!
E i bambini con cosa li mandi a scuola?
Ci arrangiamo!
Per due settimane dopo quella spesa, Sergio si spaccò la schiena al porto, ma a settembre i figli si presentarono alla prima campanella tutti bellissimi. Elena sorrideva radiosa, accarezzandosi i grandi fiocchi bianchi fra i capelli e ammoniva il fratello:
Comportati bene! Non fare vergognare la mamma!
Vera aveva avuto quei due gemelli, Paolo ed Elena, quando ormai si era quasi convinta che figli non ne avrebbe mai avuti. Aveva atteso quasi dieci anni, passando da un medico allaltro, abbassando lo sguardo per evitare le domande delle vicine impiccione, soffrendo in silenzio. Provava vergogna, verso Sergio, verso la sua numerosa e fertile famiglia, verso se stessa. Si sentiva una nullità. Nemmeno un figlio era riuscita a dare al mondo.
Non le era mai passato per la testa che la causa magari non fosse di lei sola. Lei amava suo marito, lo prendeva in compassione, ma su di sé riversava la rabbia. Arrivò persino a spaccare lunico specchio di casa, per non vedere più i suoi occhi color del temporale quello strano grigio che cambiava a seconda dellumore: a volte blu intenso, a volte scuro come una notte di tempesta.
E poi, quando ormai aveva lasciato andare ogni speranza, ecco che la vita decise che non era ancora giunto il suo tempo da donna: i bambini arrivarono assieme, nel momento più inaspettato.
Vera li strinse subito a sé, uno per parte, piangendo tanto da far commuovere tutti in sala parto, anche il burbero professore chiamato a consulto:
Ne ho viste tante di cose in corsia, ma questa questa è proprio un miracolo! E tutto grazie a lei, signora! Sa quanti uomini e donne forti la nostra Italia ha visto? Se verranno a mancare i giganti, saranno le donne a prendere il loro posto. Ma che dico, non serve adesso: la natura fa sempre il suo corso! Che donna, signori miei! Sapere cosa si vuole dalla vita Ecco come si fa, ragazze!
Vera dopo il parto sembrava una lanterna nella vecchia palazzina, brillava così tanto che sembrava accendessero i riflettori solo per lei.
Subito iniziò a fare ordine. Raccolse tutti gli inquilini, pretese che si facesse una sistemata al piano:
I bambini in una porcilaia non possono crescere! Fa male!
Nessuno si oppose, anche se qualcuno alzava le spalle perplesso. Quel condominio di famiglie non era mai stato proprio trasandato. Una volta allanno, prima di Pasqua, ci si metteva tutti insieme e si dava una mano di vernice, una spolverata alle finestre, si rinnovavano le porte: erano tradizioni portate dal paese, che nessuno aveva dimenticato.
Poi i figli crebbero. E Vera si mise a fare ordine anche nelle teste, non solo nei corridoi.
Ehi, datti una calmata! Se per caso sento ancora una parolaccia davanti ai bambini, giuro che ti insegno a parlare come si deve, senza insultare! Capito?
Nessuno osava ribattere: daltronde, era impensabile finire male con una donna del genere. Qualcuno si lamentava sottovoce, ma nessuno aveva mai il coraggio di affrontarla. Con una come lei, perdi pure la testa.
Era sempre più spesso chiamata a fare da giudice di pace. Qualcuna arrivava da lei piangendo per problemi familiari, altri chiedevano consigli. Vera sapeva come mettere pace tra genitori e figli, prendeva nota che nei casi più problematici almeno i bambini fossero curati e nutriti.
Nessuno le aveva insegnato a parlare con la gente, a trattare con i cuori feriti. Nessuno lì aveva mai sentito parlare di psicologia familiare o avvocato per il diritto di famiglia. La vita aveva ben poco di civilizzato o ragionato. Ma Vera, senza aver mai studiato mediazione, aveva qualcosa nel sangue, una specie di metronomo interno che le suggeriva quando interrompere uno scontro, quando intervenire, cosa dire. E per questo la rispettavano, la apprezzavano, ma anche la temevano un po.
Sei una strega, Vera! singhiozzava lennesima vicina, con un occhio pesto, mentre Vera le porgeva una tazza di tè e una ciotola di biscotti. Tu sai sempre cosa dire e dove mettere le mani Io non ci riesco.
Non serve! sorrideva Vera. Cosè successo adesso?
Eh, Vera
E si andava avanti così.
Il tempo passava, attorno cambiava tutto, ma in palazzina sembrava che la vita fosse rimasta ferma come lacqua di un vecchio pozzo. Tutto come sempre: lavoro, casa, rare feste brevi.
Lunica grande gioia di Vera erano i suoi figli. Elena e Paolo crescevano sani, svegli.
Tutti a mamma! diceva Sergio, orgoglioso.
Vera si schermiva, ma continuava a guardare suo marito dallalto in basso (e lui era quasi una testa più basso di lei), ma chi conosceva i Terziani sapeva che il capo di casa era Sergio, e Vera non lasciava passare sospetti diversi.
Se stavo da sola, altra storia. Ma qua, il marito è il capo e basta!
I vicini sussurravano:
Vera è una forza! Così si vive!
Lei sapeva di questi mormorii, ma non ci dava peso. Non raccontava mai dei fatti suoi, sui figli era parca di parole, niente vanterie, zero lamenti. Crescono e basta! Tutti sono stati bambini, prima o poi. E che cè da stracciarsi le vesti quando un figlio fa i capricci? Devi solo trovare la strada per arrivargli al cuore.
E che certi smarrimenti toccano a tutti, Vera lo sapeva bene. Bastava guardarsi attorno.
Prendi Nina Caporali, il figlio è in carcere da cinque anni. E tutto per cosa? Perché Nina, quando ha scoperto che il ragazzo aveva cattive amicizie, lha sbattuto fuori di casa, nonostante Vera la pregasse di mandarlo dai nonni un po di tempo. Ora Nina prepara i pacchi per il carcere e aspetta lamnistia. Magari il figlio tornerà prima.
O Simona Petrini con la sua Alessia, una tragedia che faceva sempre commuovere Vera. Alessia era bella, piena di sogni: voleva studiare medicina, anche se la scuola per lei era una fatica. Simona, invece, la convinse a mollare tutto: meglio un lavoro sicuro adesso che qualcosa chissà quando. Disse che non avrebbe aiutato e la pressione schiacciò Alessia, che andò a lavorare al supermercato dove la madre laveva sistemata. Poi conobbe un ragazzo, Antonio, e rimase incinta. I parenti di lui la respinsero. Simona costrinse la figlia ad abortire. Mentì che Antonio era venuto da lei a darle dei soldi per convincere Alessia. In verità, Simona aveva preso quei soldi con un prestito. Alessia non riuscì a parlare con Antonio, e alla fine si arrese. Il tutto andò male, e ora Simona si dispera e Alessia è lombra di se stessa. Quando Antonio scoprì che lei non avrebbe più potuto avere figli, si distrusse di rabbia e se ne andò. Poi tornò, ma Alessia lo mandò via. E così vivono: una madre e una figlia coperte dalle ombre di un bambino mai nato, ognuna a torturarsi nei sensi di colpa, amaramente.
Davanti a questi esempi, Vera si comportava allopposto coi suoi figli. Per Paolo ed Elena lei era la roccia, quella alla quale appoggiarsi senza mai temere.
Con quali forze Vera reggesse nessuno lo sapeva. Forse nemmeno lei.
Bisogna capirli, i figli. diceva a casa, versando il caffè per lamica Anna mentre questa la ascoltava rapita. Ma come si fa a capire se, a diciottanni, ti portano a casa una ragazzina uguale a loro e dicono: è amore, mamma, non possiamo stare lontani. Che fai? Li spezzi? Spieghi che è troppo presto? Che devono prima laurearsi, trovarsi un lavoro? Ma ti guardano in un modo che capisci: se rifiuti, perdi tutto, sia lui che la sua famiglia futura Che puoi fare? Li metti seduti, ascolti tutto e sposti il cervello per capire come aiutarli senza rovinarli.
Eppure ci sei riuscita, Vera.
Eh, ma a che prezzo, Annuccia! Il cuore lho lasciato tutto per strada. Ora le cose sono a posto. Paolo ha un buon lavoro, si è laureato da poco, te lo ricordi, venivate spesso. E anche Anita si dà da fare. Loro hanno il piccolo Saverio, che è ancora spesso malato e va tanto allasilo quanto in malattia.
E la madre di Anita, si è calmata?
Macché! Lha maledetta quando ha saputo della gravidanza. E sarebbe pure insegnante! Come si fa a desiderare il male per il proprio figlio? Che le serve adesso, a rimproverare tutta la vita? E Saverio, se non nasceva, ora non ci sarebbe. Paolo voleva lasciare gli studi e andare a lavorare in cantiere con il padre. Gli ho detto che tutto ha il suo tempo. Ora fa lingegnere, guadagna di più e ha un futuro davanti.
E Anita, come lhai accolta?
Facilissimo. Che dovevo dividerci? La madre lha cacciata di casa, quella è venuta da me con addosso solo gli stessi vestiti. Come potevo trattarla male? Sono mica una bestia. Sapeva che, se doveva litigare con Paolo, doveva cavarsela da sola. Sulle cose serie, come i problemi in ospedale con le analisi sbagliate, sono intervenuta io. Per il resto, si arrangino tra loro! Anita è sveglia e simile a me: mai a lamentarsi in giro, ragiona da sola e decide, e per questo le voglio bene. Se succede qualcosa di grave, sa che ci sono. Sulle sciocchezze non mi metto in mezzo.
E Elena? chiese Anna, prendendole una mano, consapevole della pena che da anni rosicchiava Vera.
Sempre uguale. Va per dottori con suo marito, ma niente serve.
Coraggio, Vera! Ricordati di te: anche tu pensavi che non ce lavresti fatta e invece hai avuto due figli doro! Arriverà anche per lei.
Se Dio vuole, Ana! Non oso più sperarci. Saverio cresce e Anita per ora non ne vuole altri: si è iscritta a dei corsi, lavora. Ma io lo vedo, come guarda Elena quel piccolo, e mi si stringe il cuore. Le sarebbe bastato così poco per essere una madre meravigliosa! Quanto affetto ha, quanto dà agli altri, figurati ai figli! I suoi alunni la adorano. Ma quella è la scuola. Quando entra in una prima classe, si strugge: a casa piange pensando a come sarebbe stato accompagnare i suoi figli a scuola
Ah, Ana, perché la vita è così dura? Chi non vuole li fa senza pensarci, anche cinque come Daria, la mia vicina. Due li hanno già portati via gli assistenti sociali, altri tre sono qui. Di sera vengono a casa mia quando sono affamati o la madre è sparita. Io li guardo mangiare e mi mancano le parole. Perché tutta questa ingiustizia? La mia cerca di chiamare un figlio senza riuscirci e questi non li vuole nessuno, neppure la madre eppure vivono, mi guardano con quegli occhi e aspettano. Ma cosa aspettano? Che posso dargli io, se la loro madre è ancora viva?
Non è mai stato un ostacolo per te, no? Anna sorrideva, togliendo i piatti dal tavolo.
Queste chiacchierate in cucina si ripetevano sempre uguali.
Gli anni passavano.
Il nipotino cresceva, dando orgoglio a Vera e Sergio. Quel piccolo orto che la fabbrica aveva assegnato a Vera era diventato un giardino dove nel fine settimana si riunivano i Terziani. Vera correva da una clinica allaltra con Elena, ancora speranzosa di aiutarla, consigliando anche il genero e cercando di alleggerire la figlia.
Tutto filava via tranquillo, finché non accadde qualcosa che lasciò di stucco persino le sue amiche più incallite.
Sergio si prese una sbandata.
Chi abbia acceso la miccia, nessuno lo capì mai, nemmeno Sergio.
Successe che incontrò Zina, formosa, con due occhi blu e un modo di fare simile a quello che aveva avuto Vera da giovane. Zina passò davanti a lui sfilando e, con una voce mielosa, lo fulminò:
Ma cosa mi guardi così, Sergio? Non dovresti, sei un uomo sposato!
Ancora un paio di incontri sulle scale, e tutto il condominio sussurrava, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione di Vera. Bisogna però riconoscere una cosa: le pettegole, sempre pronte a infierire sulla vita altrui, stavolta tacquero. Nessuna andò da Vera a illuminarla. Tutte si fermarono, in attesa di vedere come sarebbe andata.
Ma Vera, anche stavolta, le spiazzò. Quando Sergio le raccontò tutto, lei scosse appena le spalle e si morse un labbro per non gridare dal dolore che laveva trafitta fino al cuore, bruciando tutto.
Solo dopo, quando la notte calò e tutto si fece grigio intorno a lei, le sue mani grandi si raffreddarono e la voce diventò sottile, come mai Sergio laveva sentita.
Vai
Dove, Vera?
Da lei. Se è così che vuole il destino, allora lì è il tuo posto.
Ma come posso? E tu?
Io ho i figli, ho Saverio quello che ho. Del resto non mi è rimasto più nulla.
Vera si alzò senza ascoltarlo, uscì di casa in pantofole e attraversò quasi tutta la città sotto la pioggia, finché non arrivò dal figlio. Anita, aprendo la porta, si spaventò, poi la aiutò a togliersi i vestiti zuppi:
Mamma Vera! Non farmi spaventare. Cosè successo? Che ha fatto papà?
Eh? Vera sembrava svegliarsi solo allora, poi si lasciò andare e scoppiò a piangere.
Mai, né prima né dopo, aveva pianto tanto. Anita provò a consolarla, ma dovette chiamare il medico. Nemmeno il tranquillante funzionava, e la pressione balzò tanto in alto che il dottore si disperò. Lunico che riuscì a salvarla fu Saverio. Mezzo addormentato, si affacciò sulla porta, vide la nonna piangere e urlò ancora più forte, tanto che Vera si scosse, si alzò dal letto, si avvicinò e lo abbracciò:
Ma dai, piccino mio! Non piangere! La nonna è qui. Ora ti do un bicchiere dacqua, poi andiamo a nanna, eh? Domani andrà tutto meglio. Andrà tutto bene, vedrai!
Davvero? Saverio, stringendosi forte forte a Vera, singhiozzava.
Certo! Vera scostò il dottore. Non è niente, ce la faccio. Anita, passatemi la valeriana e una seconda coperta. Dormo io stanotte con Saverio. Buonanotte!
Il giorno dopo Vera rimase a letto col febbrone. Per una settimana fu uno spettro. Anita si prese una settimana di permesso per assisterla, protestando contro gli uomini che allimprovviso, nella mezza età, si convincono che il corpo giovane sia meglio dellamore di una vita.
Non lama, Paolo! Ne sono certa! Lui ama Vera! Ma spiegami, perché allora? Dimmi che lo capisci!
Nemmeno io, Anita! Paolo cambiava le pezze fredde alla madre e scuoteva la testa. Ho parlato con papà. È fuori di sé. Non ascolta. Ma continua a chiedere di mamma.
Hai litigato con lui?
Un po. Ma non so come si va avanti Non riesco a perdonare, Anita. Mi pare impossibile.
Anita lo stringeva e lui, grande e grosso, piangeva come un ragazzino.
Una cosa così non te la farò mai, lo sai?
Non lho mai pensato.
E adesso che facciamo?
Si va avanti. A mamma serve stare coi piedi a terra.
Cosa proponi?
Non volevo dirlo ora per non darle pensieri, ma è il momento giusto. Almeno si distrae un po…
E funzionò. Quando seppe che sarebbe tornata nonna, Vera riprese a vivere e mise da parte il suo dolore.
La nipotina, che chiamarono come lei, Vera, fu accolta dalla nonna in ospedale come una regina, tanto che Anita rise di gusto.
Mamma, sembri una regina col trofeo!
Ma che dici, è la mia gioia! La mia vita! Lei e Saverio sono tutto ciò che mi resta
E quanto si sbagliava Vera! Non poteva ancora sapere che la vita lavrebbe sorpresa ancora, intrecciando la sua storia con fili doro quando meno se lo sarebbe aspettata.
Fu il giorno in cui andò a prendere la nipotina che scoprì che Sergio aveva avuto un altro figlio. Anita, a disagio, confessò che in maternità aveva diviso la stanza con Zina.
Zina vuole lasciare il bambino disse Anita.
Come sarebbe?! Vera rimase impietrita davanti al frigo, dimenticando cosa stesse cercando.
Sì. Dice che ha trovato un altro uomo e vuole andarsene.
Ma come ha fatto? Era incinta…
Mah, che ne so? Vera, quel bambino è sano somiglia tanto a Saverio che mi sono spaventata. È incredibile!
E Sergio?
Non lo so. Non lho visto. Forse Paolo dovrebbe parlarci
No, ci parlo io. Vera ricordò solo allora di dover preparare qualcosa per Anita. Vuoi ricotta o uno sformato?
Qualsiasi cosa! Mangerei anche un cavallo! Mamma
Dimmi?
Come stai?
Non preoccuparti, non puoi! Va tutto bene, Anita. Ho ancora ragioni per vivere, tranquilla.
Intanto Vera passò giorni ad accudire la nipote, preparando piatti su piatti per la famiglia del figlio, poi decise: era ora di tornare a casa sua.
Ma dove vai con tutto quel cibo? Torni domani? chiese Anita.
Vedremo. Così sono tranquilla: almeno non morite di fame.
Ma ne avremmo per mesi! Che hai in mente, mamma?
Vera la guardò un attimo, poi scosse la testa:
Non chiedere. Nemmeno io lo so come andrà. Ora vado.
Lintero condominio la guardò avanzare, passo deciso, e trattenne il fiato: cosa succederà?
Vera, salutò con un cenno le donne sedute sulla panchina, ignorò Simona che si fece avanti e Nina che cercò di trattenerla.
Lasciali fare a loro, Vera saprà cosa è meglio…
La porta di casa era socchiusa. Vera si fermò, prese un grande respiro, trovò il coraggio, entrò. Senza filare dritta in salotto dove stava Sergio, passò nel bagno per lavarsi le mani, poi chiese:
Come si chiama?
Il piccolo sempre urlante da quando Sergio laveva portato a casa improvvisamente si quietò tra le braccia di Vera.
Cosimo. Come mio padre.
Bel nome. E non serve cambiare nulla.
Che vuoi dire?
Mi hanno sempre chiamata la madre di Cosimo, continueranno
Vera
Zitto! Adesso taci. Dopo dirai quello che vuoi. O forse non serve. La vita ha già disposto tutto.
Vera cambiò il bambino e cominciò a girare per la stanza cullandolo. Sergio rimase tremando sulla soglia, sapendo che nulla sarebbe mai più stato come prima. Ma cera un futuro: una nuova vita che respirava serena, tra le braccia di Vera. Lei si fermò, lo guardò e gli occhi, ora azzurri come il mare dagosto, si illuminarono mentre lei rideva:
Casanova, guarda che pasticcio! Ma che roba!
Sei anni dopo, sul lungomare di Genova, la gente si voltava al passaggio di una donna alta, robusta e dal vocione inconfondibile che spingeva una carrozzina e chiamava la sua numerosa tribù:
Saverio, prendi per mano Vera e Cosimo! Elena, mi aiuti con la carrozzina che devo allacciare il sandalo? Belle ma scomode queste scarpe!
Mamma, limportante è trovarle! Col tuo numero non è facile!
Che dici? Io oh, Milena si è svegliata! Elena, ma come fa a svegliarsi ora? Lhai appena allattata
Ha voglia di scoprire! Elena prendeva in braccio la piccola e sorrideva. Perché sei agitata? Dai, prendiamoci un gelato come da bambini! Ti ricordi, tu e papà ci compravate sempre due gusti? Uno allandata e uno al ritorno!
Sergio! Vera chiamava il marito. Gelato per tutti!
Arriva! Sergio prendeva in braccio la piccola Vera e si precipitava verso la gelateria.
Vera si fermava sul parapetto, il viso rivolto al sole.
Mamma Elena le si avvicinava, la testa appoggiata sulla spalla.
Che cè?
Come stai?
Bene, Elena. Bene Voi state bene, e questo è tutto. Tu hai fatto pace col passato. Paolo e Anita sono felici. I bambini crescono Cosaltro serve, a una madre?
Mamma, come si fa a dimenticare? Scusami, ma…
Vera si fece seria, ma subito cambiò espressione mentre la nipote le tendeva le braccia:
Non pensare al male che potrebbe accadere. Conta loggi, il qui ed ora, la gioia di adesso Il rancore? Ormai non mi appartiene più. Forse è sbagliato agli occhi degli altri, ma io non ho mai dato conto. Bisogna vivere con la propria testa. Tenersi dentro il dolore a chi serve? Se guardi Cosimo dici che il dolore è lì… Ma non è così. È mio figlio. Non permetterò a nessuna ombra di covare intorno a lui. Ti basta questa risposta?
Sì. Mamma…
Dimmi.
Ti voglio bene…
Pure io…
È vero che le nostre vicine ti chiamavano sempre la madre di Cosimo?
Eh sì. Ma ora lo dicono per davvero. rise Vera, prendendo il bambino tra le braccia. Allora, dovè il mio gelato?
Mamma, stavo portandotelo ma è sparito! Te lo porto subito!
Vai! Ma attento, altrimenti ti prende mal di gola e ci tocca restare qui mentre tutti fanno il bagno. Capito?
Il ragazzino scattante si liberò dalla madre, le diede un bacio sulla guancia e corse via. Vera, sollevando lo sguardo al sole, raccolse la sua tribù:
Ancora un po e si pranza Forza, bambini, che devo arrivare fino alla boa tre volte!





