Biglietto di sola andata

Biglietto di sola andata

Smettetela di decidere al mio posto! Non voglio questa vita! Capite? Non la voglio! Sarò io a determinare il mio destino! urlava Giulia, senza alcuna intenzione di controllare il turbine di emozioni che le invadeva il volto. I suoi occhi sprizzavano rabbia: sembrava che da un momento allaltro potesse scagliarsi addosso ai genitori.

La sua voce si propagava ben oltre le mura della casa, vibrando nellaria della sera. Subito fuori, sulla stradina del borgo, iniziò il solito movimento: i vicini, come richiamati dal tuono, scivolarono fuori dalle loro corti. Chi fingendo di togliere erbacce, chi portando fuori la spazzatura, chi fermandosi proprio appoggiato al cancello: tutti, però, avevano gli occhi fissi verso la casa di Rosa.

In questo piccolo paesino toscano, ogni minima tempesta familiare diventava in pochi attimi argomento di pubblico interesse. Un litigio così acceso, poi, era un vero spettacolo.

Avete sentito? La figlia di Rosa non si tiene più! bisbigliavano le donne. Alza la voce con la sua mamma, pensa di poter comandare lei! Ormai non ha più paura di niente, questa ragazzina!

Nelle loro parole si confondevano curiosità, giudizio e quellirrefrenabile gioia che si prova davanti allo scandalo: finalmente qualcosa con cui condire la cena tra i biscotti e il caffè.

Dentro, la tensione vibrava come una corda tesa. Rosa, rossa dindignazione, fissava in silenzio la figlia. Dalla stanza accanto, i passi pesanti di suo marito Paolo si facevano vicini: aveva sentito gridare e ora marciava verso il conflitto.

Adesso ti permetti pure di urlare contro i genitori?! la voce di Paolo tremò sulla soglia, graffiante.

Seguì un urlo secco di Giulia, subito coperto dai suoi singhiozzi soffocati. Luomo continuò a rimproverarla con parole dure, sgradevoli, niente che dovesse uscire da quelle mura.

I vicini rimanevano in ascolto, col fiato sospeso. Alcuni si avvicinarono di soppiatto alla siepe, cercando di cogliere ogni dettaglio del litigio. Ma presto quelli che volevano solo godersi lo spettacolo si arresero, e i sussurri si spensero. Piano piano, la gente si disperse sulla piazzetta, scambiandosi qualche ultimo commento.

Eh, meritava una bella lezione, mormorò qualcuno, scuotendo la testa con aria di compatimento.

Al cancello restarono solo le più instancabili pettogole del borgo. La vecchia Maria, famosa per non perdersi mai gli affari degli altri, scosse il fazzoletto con un finto dispiacere:

Povera Rosa, che sfortuna con quella figlia! Eppure guarda le sorelle, sembrano nate da famiglie diverse! Elisa appena un anno più grande è proprio doro: aiuta in casa, lavora, porta qualche euro in famiglia. Ma questa Giulia… sempre a strepitare e a fare la testa dura. In casa muove un dito solo se la costringi!

Si aggiunse alla discussione la signora Giovanna, rispettata nellintero paese:

Hanno proprio viziato la ragazza. Troppa libertà, e ora la pagano cara. Dovrebbero pensare a farla sposare in fretta, anche se è ancora giovane.

Ma chi se la prende, una così? Chi vuole una ribelle? ironizzò Cesare, che viveva alle porte del paese. Elisa, invece, è già sistemata. Un bel fidanzato, che ragazzo in gamba! Appena compie diciotto anni la sposeranno abbracci e vino novello.

La discussione si accese ancora per qualche minuto, tra ricordi di passate marachelle di Giulia e rimpianti sulla gioventù moderna sempre meno rispettosa. Poi, piano piano, anche le ultime pettogole tornarono alle proprie case.

Soltanto Irene, rimasta in disparte, osservava la casa di Rosa con occhi diversi. Nel suo sguardo non cera giudizio solo compassione autentica per la tormentata Giulia. Dentro di sé, Irene non riusciva a provare stima per lubbidiente Elisa, che si piegava passivamente ai voleri della famiglia, abbassava lo sguardo e acconsentiva a ogni richiesta senza fiatare.

Almeno Giulia cerca di difendere la sua libertà, pensava Irene, malinconica. Elisa sa solo acconsentire e sparire. Crede che sia forza, ma è solo debolezza.

La mente di Irene tornò alla propria giovinezza e ai sogni mai realizzati. Da ragazza anche lei aveva sperato di lasciare quel paese, partire lontano, ricominciare da zero. Ma la paura del giudizio, la collera del padre e il terrore dellignoto aveva avuto la meglio.

Non ho avuto il coraggio di ribellarmi, sussurrò Irene, entrando lentamente in casa. Anche io volevo scappare e non tornare mai più. Aggrappati ai tuoi sogni, Giulia… magari ce la farai tu dove io ho fallito…

Le sue parole si persero nellaria tiepida, ma portavano una speranza sincera per chi aveva ancora il coraggio di sfidare la tradizione…

***

In una piccola camera, inondata da una luce ambrata che filtrava dai vetri impolverati, due sorelle erano sedute in silenzio. Elisa posò su un comodino un piatto di patate alla contadina col pollo, che fumava di profumi familiari. Si muoveva in punta di piedi, ma Giulia la sentì subito avvicinarsi, e si voltò dallaltra parte.

Giulia, perché fai così? domandò Elisa appena sussurrando, sedendosi sullorlo del letto. Perché provochi sempre papà? Sai che finisce male, ogni volta.

Giulia staccò piano la testa dal cuscino. Aveva ancora gli occhi lucidi, ma in fondo brillava uno sguardo ostinato. I capelli stravolti, una traccia rossa sulla guancia: era rimasta a lungo distesa, forse per piangere, forse per fuggire dalla realtà.

Che alternativa ho? rispose, amara, sollevandosi. Ci provo almeno a cambiare qualcosa! Non voglio marcire qui per sempre! In mezzo a gente che sembra vivere in unaltra epoca… Elisa, è il ventunesimo secolo. Le ragazze possono scegliere chi essere e dove vivere. Ma qui non vale. Siamo nate nel posto sbagliato!

Elisa si aggrappò alle lenzuola, esitante. Lei sapeva bene ciò che desiderava e aveva persino elaborato un piano da condividere con la sorella. Eppure, davanti alla rabbia di Giulia, comprese che era inutile parlarle: a ogni parola avrebbe ribattuto solo per il gusto di ribadire che tutto era sbagliato.

Non per questo bisogna fare scenate davanti a tutto il paese, mormorò Elisa, mordendosi le labbra. Volevo raccontarti quel che intendevo fare ma ora capisco che non serve. Rovesceresti tutto, cominceresti a discutere, gridare A che scopo? Se vuoi passare per pazza, fai pure. Non ti fermerò.

Giulia scattò in piedi, stravolta dalla delusione e dalla rabbia.

Non voglio vivere così! la voce le si spezzò in un grido sgraziato. Ci provo almeno a fare qualcosa, e tu

Se vuoi davvero andartene, vai, replicò Elisa, calma, con un sopracciglio appena sollevato. In quel momento sembrò molto più grande dei suoi anni. Cosa ti tiene qui? Il pullman parte ogni giorno: sali e cerca la tua nuova vita. Ma smettila di gettare fango sulla nostra famiglia.

Queste parole colpirono Giulia come una sberla. Si lasciò cadere sul letto, stringendo i pugni.

Facile per te dire vai, la voce le tremava, ma si ricompose presto. Ammettiamo che racimoli i soldi per un biglietto. E poi? Dormo sotto una pensilina? Non ti rendi conto di quanto sia tutto più complicato?

Elisa sospirò, stupita dallingenuità della sorella. O forse, non era ingenuità: forse non voleva affatto cambiare, voleva solo gridare.

Vuoi sapere un segreto? disse Elisa, dolce. I soldi… si guadagnano.

E a che serve? la interruppe freddamente Giulia, girandosi verso la finestra. Tanto mamma e papà si prendono tutto. Non ho neanche diciottanni. Tu sei comoda a parlare, tanto ti fa stare bene tutto così!

Seguì un silenzio che sembrava eterno. Fuori la sera calava lenta, tingendo i tetti di blu e viola. Elisa guardava la sorella il suo profilo duro, il labbro serrato e le si allargava dentro una delusione cupa. Aveva sperato che Giulia avrebbe capito, che avrebbe accettato il suo aiuto, che magari avrebbero potuto fare qualcosa insieme. Invece vedeva solo protesta, solo risentimento.

Senti, disse infine Elisa alzandosi dal letto, se non credi tu stessa di poter cambiare le cose, nulla cambierà. Volevo aiutarti. Ma tu non ascolti.

Prese il piatto vuoto e fece per uscire, poi si fermò sulla soglia.

Pensa a quello che ti ho detto. Perché lamentarsi e restare ferme non è lottare per il proprio destino. È solo autocommiserazione.

Giulia affondò la faccia nel cuscino, stringendolo forte, come a isolarsi dal mondo. Le spalle tremavano leggermente forse per le lacrime, forse per la rabbia. La sua posizione era chiara: il discorso è chiuso, non vuole più ascoltare.

Elisa restò a guardarla ancora un attimo, combattuta tra lirritazione e la compassione. Fece un respiro profondo. Le tornò in mente tutto quello che avrebbe voluto dire, del non arrendersi, del cercare soluzioni senza lasciarsi schiacciare dagli altri… Ma le parole restarono in gola.

È tutto inutile, pensò Elisa. Quante volte ho provato? Le ho dato segnali, spiegato, spinta… Ma lei niente: si tappa le orecchie, chiude gli occhi. Non si possono cambiare gli altri.

Restò in silenzio un attimo ancora, fissò la sorella curva, poi quasi senza tono mormorò:

Fai come vuoi.

E uscì senza sbattere la porta. Non aveva voglia di alzare altri polveroni. E non aveva più senso. Non avrebbe buttato via le sue energie per convincere Giulia, né modificato i suoi progetti per lei. Aveva già abbastanza pensieri per conto suo.

I piani di Elisa erano chiari, studiati nei minimi dettagli. Aveva riflettuto a lungo e deciso: non avrebbe mai accettato il futuro cucitole addosso dai genitori. Restare nel paese, sposare il figlio del sindaco un ragazzo che a malapena conosceva e che non provava nulla per lei sfornare figli uno dopo laltro, passare la vita tra faccende e sacrifici solo lidea le provocava repulsione.

Elisa sognava ben altro. Un giorno si sarebbe regalata la città vera, una città grande e rumorosa, ogni giornata diversa, ogni incontro fonte di novità. Una casa luminosa, con ampie finestre, una professione che le piacesse davvero, amici con cui condividere ogni pensiero. Aveva un solo desiderio: lasciare per sempre quel paese antico e fermo nel tempo.

Ma come trasformare il sogno in realtà? Era la domanda che lassillava. Aveva capito da tempo che se solo avesse confessato queste aspirazioni a mamma e papà, sarebbe scoppiato un inferno. Si sarebbero sentiti traditi, privati dei loro diritti su di lei. Avrebbero gridato, forse lavrebbero chiusa in casa, tolta ogni possibilità di scegliere.

Il tuo destino è la famiglia, la casa, i figli, le avevano sempre inculcato. Niente università, niente carriere, non servono. Una vera donna conosce il suo posto.

Così Elisa aveva deciso che avrebbe aspettato. Seguirsi un copione perfetto: impegnarsi, fingersi docile e premurosa, guadagnarsi la fiducia dei genitori. Solo così un giorno avrebbe avuto la libertà necessaria per andarsene davvero, senza che nessuno la ostacolasse.

Il suo piano funzionò. Pian piano Rosa e Paolo le concedevano più fiducia, la lodavano davanti a tutti, la portavano come esempio. Nessuno sospettava che dietro quella facciata di obbedienza cera il progetto di fuga.

Nel frattempo, Elisa aveva cominciato a mettere da parte qualche soldo. Sapeva che per affrontare la nuova vita lontano ci volevano euro: almeno quelli per il treno fino a Firenze, un po per la stanza, una scorta minima per il cibo. Appena fu assunto qualcuno nella nuova biblioteca del capoluogo, lei chiese subito il posto di collaboratrice. Niente di che: prestare libri, tenere in ordine, organizzare letture per bambini. Lo stipendietto era piccolo e una parte doveva darla ai suoi, ma lei imparò a risparmiare. Niente vestiti nuovi, niente dolci al bar, poche uscite. Il resto finiva in una scatolina di latta, nascosta dietro una tavoletta rotte sotto il letto.

A poco a poco la somma crebbe. Non era molto, ma sarebbe bastato per iniziare. Elisa aveva contato attentamente tutto: prezzo del biglietto per Firenze, laffitto minimo per una stanza in periferia, la prima spesa, domande discrizione. Aveva persino scoperto dove trovare un altro lavoretto e imparato a farsi il bucato da sola. Aveva studiato ogni dettaglio.

Quando mancavano pochi giorni al suo diciottesimo compleanno, Elisa capì che era il momento giusto. Aveva tutto pronto: borsa, soldi, documenti. Doveva solo cogliere lattimo.

Restava solo un problema: scappare senza destare sospetti. Suo zio guidava il pullman tra il paese e la città, lavrebbe riconosciuta subito. Se fosse sparita, i suoi avrebbero chiamato i parenti, si sarebbero messi in caccia. Doveva far sembrare tutto assolutamente normale…

***

Mamma, devo andare a Firenze, disse piano Elisa, misurando ogni parola. Si portò una mano alla guancia, come se soffrisse davvero. Mi fa malissimo un dente, ho passato tutta la notte sveglia dal dolore. E qui in paese non cè il dentista, ho già chiesto in giro.

Rosa, intenta a piegare lenzuola appena lavate, si irrigidì e aggrottò la fronte:

E chi ti accompagna? Papà lavora oggi, io sono sommersa dai preparativi per la tua festa… si guardò nervosa attorno, come se le piovesse lidea dal soffitto. Forse potresti chiedere alla signora Giovanna, va sempre in città…

Elisa represse un sorriso. Tutto filava liscio. Si avvicinò, prese la mano della madre e fece la faccia più innocente del mondo:

Non serve disturbare la signora, mamma! Mi arrangio, è tutto lineare fino alla stazione. Tanto sono cinque minuti a piedi dalla fermata… la voce quasi si abbassò a un sussurro E vorrei anche dare unocchiata a qualcosa per il mio fidanzato, magari riesco a trovare un pensiero carino…

La madre rifletté, incerta, la esaminò per capire se dicesse la verità. Poi sospirò e le lasciò fare:

Basta che non vai lontano… E stasera voglio saperti in casa, chiaro? Chiamami appena arrivi, non farmi stare in pena!

Dentro di sé, Elisa tirò un sospiro di sollievo: era fatta. Ma in volto rimase seria.

Certo, mamma. Appena ho finito torno subito. Laria della città non fa per me, finse di ricordarsi Ah, mi serve il documento. Senza carta didentità non mi visitano…

Rosa non oppose resistenza. Prese il documento dallarmadio e lo diede alla figlia. Elisa lo infilò velocemente in tasca, cercando di non tremare.

Mezzora dopo Elisa era alla fermata, il vento le scompigliava i capelli. Stringeva la sua borsa: dentro, solo il necessario. Nemmeno un cambio di vestiti, per non destare sospetti se la madre avesse controllato la camera. Se mamma cerca, non trova nulla, pensava.

Il pullman comparve puntuale. Elisa salì, comprò il biglietto, si sedette al finestrino. Il suo cuore batteva come un tamburo. Guardo fuori, le stradine del paese iniziarono a sparire: un po di nostalgia, tanta paura, tantissima euforia.

Arrivata a Firenze, Elisa non perse tempo. Si diresse subito alla stazione centrale. Le gambe tremavano, ma lei proseguì senza esitare. Fece il biglietto per il primo treno in partenza, non importava dove, purché lontano.

Quando il treno lasciò i binari della stazione, Elisa riuscì finalmente a respirare. Si rannicchiò al suo posto, la borsa stretta sul petto e gli occhi chiusi. Mille pensieri si rincorrevano: Se mamma chiama qualcuno qui? Se scoprono dove sono? Se mi cercano?

La paura la divorò per tutto il viaggio. Così, non appena il vagone rallentò a una stazioncina qualsiasi, Elisa scese di colpo. Non raggiunse la destinazione prevista, preferì cambiare ancora. Meglio essere prudente: se mi cercheranno, non mi troveranno qui. Guardò le strade sconosciute, la confusione della città, la fretta eppure non era paura: era coraggio.

Comprò quindi un biglietto per la città vera, quella che aveva già scelto da mesi: Bologna, abbastanza lontana da casa, piena di vita e con una delle migliori facoltà di medicina. Era lì che avrebbe ricominciato.

***

Elisa respirò il profumo della città nuova così diverso dal paese e si lasciò sfuggire un sorriso timido. Cera incertezza davanti a lei, ma per la prima volta era lei a tenere il timone della propria esistenza.

Il suo sogno iniziava a prendere forma! Due anni dopo quella fuga, lei aveva tra le mani il libretto universitario di Medicina e Chirurgia: il piccolo cartoncino colorato che dimostrava che ce laveva fatta. Era diventata studentessa!

Ma non era stato facile. La scuola del paese non aveva preparato nessuno per certe sfide: materie complicate, professori che chiedevano sempre di più. Elisa aveva lavorato senza sosta, imponendosi una disciplina di ferro. Sveglia allalba per studiare prima del lavoro, a letto dopo mezzanotte. Nel tempo libero leggeva biologia e chimica, anche nei corridoi dellospedale dove aveva trovato lavoro come donna delle pulizie. Lo stipendio era basso, ma lei si arrangiava.

Allinizio si vergognava: una giovane sognatrice, sotto lo sguardo severo delle infermiere, con lo straccio in mano. Ma presto capì: nessun lavoro la umiliava, era solo un gradino verso il suo traguardo. Lo staff cominciò a volerle bene, qualcuno le offriva una fetta di ciambellone e tanti le davano consigli preziosi.

Per lalloggio aveva avuto fortuna: un giorno trovò un annuncio scritto a mano in bacheca. La signora Teresa, vedova gentile, le offriva una stanza nella sua casa in periferia a prezzo bassissimo. Era sola, amava fare due chiacchiere. Mi farai un po di compagnia e, quando puoi, raccontami dei tuoi esami. Sono come una nipote per me. Così, Elisa ebbe il suo angolo: una camera minuscola, ma tutta sua, dove studiare in pace fra le piante sul balcone.

A casa, intanto, la cercarono a lungo. Telefonate, lettere, perfino una denuncia ai carabinieri. Ma quando finalmente fu trovata, lei era maggiorenne, e nessuno aveva più il diritto di costringerla. Spiegò ogni cosa con voce ferma e la polizia archiviò tutto: la ragazza sta bene e non vuole essere più contattata.

A Giulia, quando seppe che Elisa era scappata, quasi uscirono gli occhi dalle orbite: Avete visto? La tranquilla Elisa vi ha giocato tutti! Scommettevo che sarebbe finita male, invece E poteva portare pure me! Sapeva che volevo volare via da qui!

Elisa ogni tanto si informava di casa, ma senza mai rimpianto, solo una sottile e dolce malinconia. Non odiava i suoi, e nemmeno la sorella: semplicemente non poteva tornare. Quando su Facebook apparivano foto o racconti del vecchio paese, si ricordava che quello era solo il passato. Il presente, il futuro, erano ormai altrove: negli ospedali, tra le pile di libri, nei sogni ancora da realizzare.

Nelle sere di Bologna, seduta vicino alla finestra della sua cameretta, Elisa ripassava un esame e pensava: Presto potrò davvero aiutare i bimbi malati. Sarò ciò che ho sempre voluto essere. Fatica e notti insonni si scioglievano davanti all’immagine di una bambina che tornava a sorridere grazie a lei.

Eccolo, il grande coraggio: Elisa sapeva che il cammino era lungo, che la meta non si raggiungeva in un giorno, ma anche che non avrebbe smesso di lottare. I sogni, quelli veri, non si tradiscono mai. E stavolta, solo lei poteva scegliere la direzione del suo viaggio.

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