Attento, che quella sedia la spacchi!

Rompi la sedia.

Hai asciugato troppo lanatra, disse Massimo, senza alzare lo sguardo dal suo telefono. Di nuovo.

Giulia stava in piedi davanti ai fornelli indossando il grembiule che aveva messo alle dieci del mattino e che ormai sembrava parte di lei. Era quasi buio fuori, sul finire di un giorno dottobre, e la luce della cucina sembrava galleggiare, come unacqua calda e silenziosa. Sul tavolo, coperto da una tovaglia bianca stirata due volte, cerano piatti lucidati fin dal mattino, che riflettevano il lampadario come piccoli laghi immobili. Lanatra era distesa su un grande piatto, brunita e lucida, circondata da mele gialle. Profumava di cannella e miele. Tre volte Giulia aveva aperto il forno a controllare la temperatura, tre volte aveva contato i gradi.

Massimo, non è asciutta. Ho controllato.

Ti dico che è secca. Quindi è secca.

Ripose il telefono nella tasca della giacca e si spostò in salotto, a verificare se i bicchieri erano sistemati giusti, quasi li spostasse con la mente.

Giulia Rinaldi aveva ventotto anni. Da cinque era sposata con Massimo Rinaldi, che ne aveva quarantadue. Aveva una ditta edile, due uffici tra il centro e le vie tortuose di Milano, una bella macchina tedesca una Alsazia argento , un appartamento in Piazza Cinque Giornate e una casa fuori città in Brianza, dove andavano una volta lanno, forse. Massimo era uno che negli aperitivi faceva girare le teste: la voce bassa, lo sguardo troppo fisso. Sapere che non era daccordo bastava a farti dubitare di te.

Giulia laveva conosciuto ai ventitré, collezione autunno di un master in storia dellarte. Stava finendo la tesi sui fiamminghi del Seicento e il suo relatore la adorava. Poteva parlare di Rembrandt per ore, e Massimo, allora, la ascoltava con la testa un po inclinata, sorridendo, dicendo piano: Tu sei speciale. E lei ci credeva.

Sei mesi dopo il matrimonio, fu Massimo ad accarezzarle la scelta di non tornare in dottorato. Non chiedeva, suggeriva: Mi serve una moglie viva accanto, non una che scrive di morti di trecento anni fa. Che avrebbero viaggiato, che lei non avrebbe dovuto lavorare, che a tutte le sue spese ci avrebbe pensato lui. Lei accettò. Era convinta che quello fosse amore. Credeva di scegliere la loro vita comune.

Non viaggiarono. O meglio, era lui che partiva per affari, talvolta la portava con sé, più spesso no. Lei rimaneva in quellappartamento luminoso e silenziosissimo. Cucina, libri, film, yoga nella Palestra Betulla a pochi isolati. Al terzo anno di matrimonio, Giulia rimase incinta. Pensavano entrambi ai figli, almeno così pareva. Al quarto mese, la gravidanza si fermò da sola, la vita svanita in silenzio. Il ginecologo disse: Succede. Aspettate, riprovate. Quella sera Massimo era a una cena con soci. Tornò a notte e, dopo aver ascoltato il racconto sommario, disse: Pazienza. Alla prossima. Niente abbracci, solo la doccia, poi a letto.

Dopo quellinverno, Giulia iniziò a mangiare. Non per fame, ma perché il cibo era lì, era suo, e impastare le alleggeriva il petto. Mani nella farina, mele da sbucciare, gesti che non reclamano pensieri. Venti chili nellarco di un anno; se ne accorse, cambiando taglia e occhiando di sfuggita gli specchi, come se quegli specchi potessero parlare.

Massimo se ne accorse prima. Allinizio taceva, la osservava a cena con quel silenzio denso di parole sospese. Poi, piccoli colpi davvertimento: Sicura della seconda porzione? oppure Hai ricominciato yoga? No? Dovevi…. Poi fu diretto: Giulia, fai fatica a vederti. Lei lo accusava di essere duro. Io dico la verità, se vuoi altro basta dirmelo. Lei taceva.

Quella sera sarebbero arrivati i soci di Massimo: tre uomini, grossa roba con la Immobiliare Rialta. Uno, Gennaro Pavesi, abruzzese, avrebbe portato la moglie. Sei persone a tavola. Giulia si era organizzata tre giorni per preparare tutto: antipasti freddi, zuppa, anatra alle mele, due insalate e la torta di mele, obbligatoria per Massimo. Fa atmosfera, la torta. Alle sette già aveva piedi e schiena che cantavano dolori strani.

Quando il campanello squillò poco dopo le otto, Giulia si tolse il grembiule e si infilò il suo vestito blu, liscio, sistemò i capelli e raggiunse Massimo allingresso.

Gennaro Pavesi era alto, i capelli grigi sulle tempie; la moglie, Vera, ben pettinata e ordinata in modo che sembrava impossibile fosse anche lei reale. Subito sorrise a Giulia:

Si sente un profumo meraviglioso qui. È cannella?

Cannella e miele, disse Giulia. Lanatra è con le mele.

Sublime. Adoro lanatra, Vera le sfiorò la mano. Fai tutto tu?

Sì, tutto io.

Bravissima.

Gli altri due ospiti uomini più giovani, giacche stirate, telefoni sempre in mano salutarono Giulia con cortesia rapida, già immersi in discorsi con Massimo su un cantiere che sembrava esistere solo nella loro voce.

Giulia servì il vino, gli antipasti, controllò che a nessuno mancasse nulla. Quando portò la zuppa a tavola, Massimo le sussurrò, abbastanza forte perché i bicchieri tremassero:

Puoi andare in cucina. Qui ci arrangiamo.

Lei lo guardò.

Vorrei sedermi, rispose.

Cè ancora da servire. Vai.

Andò. Dal piano cottura percepiva le risate in salotto, le scaglie di chiacchiere che cadevano dallaltra stanza. Vera raccontava qualcosa, gli uomini ridevano, e Massimo rideva più forte. Dal forno, dietro il vetro, la torta cresceva, quasi respirasse quieta.

Quando tornò con lanatra, uno dei più giovani si chiamava Carlo si alzò:

Faccio io, e le prese il vassoio.

Grazie, disse Giulia.

Ma siediti con noi, insistette Vera, facendole spazio.

Giulia si avvicinò a una sedia di legno scuro, con lo schienale intagliato. Una delle sei che Massimo aveva comprato a unasta antiquaria in Brera. Diceva che avevano più di cento anni.

Fu in quel momento, mentre il silenzio si arrotolava piano come il fumo, che Massimo pronunciò la frase che Giulia avrebbe poi ricordato come un lampo dentro una nebbia viscosa. Detto senza rabbia, quasi con una gentilezza da sogno:

Giulia, lascia stare quella sedia. La rompi. E ci levi anche lappetito.

Tutto divenne di ovatta. Carlo restò fermo con il vassoio. Gennaro Pavesi guardò il suo piatto. Uno dei ragazzi sfiorò lo schermo del telefono come se stesse premendo un tasto di fuga. Vera fissò Giulia, e in quegli occhi Giulia lesse qualcosa che non era compassione. Era riconoscimento.

Meglio che resti in cucina, aggiunse Massimo. Cè la torta da finire.

Giulia non rispose. Annui, uscì.

In cucina prese le presine, aprì il forno e tirò fuori la torta, dorata, uniforme, ben gonfia. La lasciò su una griglia, tolse i guanti, li depose accanto al lavello. Fissava la torta, pensava che Massimo aveva detto quella frase davanti a Vera, davanti a Carlo che le aveva dato una mano, davanti a tutti.

Non pianse. Era strano, perché una volta avrebbe pianto per molto meno. Solo un vuoto immobile. Qualcosa dentro forse non si spezzò. Piuttosto si posò, come un chicco di pietra dombra che si incastra alla perfezione nel suo buco.

Tornò in sala, servì la torta. Quando Vera esclamò che era splendida, Giulia sorrise. Rispose a Gennaro su che mele usavaRenette. Sono più acidule, reggono la pasta meglio. Massimo la guardava con uno stupore velato, come se aspettasse uno sfogo, non la calma.

Gli ospiti se ne andarono quasi a mezzanotte. Vera, indossando il cappotto, afferrò la mano di Giulia con fermezza:

Sei unospite meravigliosa. Davvero.

Le posò addosso uno sguardo lungo, non da commiato, ma quasi una sigla segreta.

Giulia chiuse la porta. Massimo passò oltre, afferrò il cellulare e si perse sul divano. Lei rimase qualche secondo nel corridoio, poi raggiunse la camera da letto.

Aprì larmadio. Dallo scaffale alto tirò giù la borsa da viaggio azzurra col manico lungo. Sistemò i vestiti con cura, senza fretta: due maglioni, jeans, tre abiti, biancheria e calzini. I documenti dal cassetto che Massimo non guardava mai: carta didentità, patente, bancomat su cui aveva conservato, a fatica, qualche risparmio messo da parte dalla spesa domestica. Portatile, caricabatterie, necessaire.

Non prese lanello. Restò sul comodino, accanto alla lampada. Neanche la collanina col ciondolo del primo anniversario. O gli orecchini. Non per un gesto, solo perché non voleva nulla suo.

Quando Massimo apparve sulla soglia, aveva già chiuso la borsa.

Cosa fai?

Vado via.

Ora? Ma è notte.

Sì.

Giulia, non perdere la testa. Dove pensi di andare?

Da Chiara.

Da Chiara, ripetè lui, come se Chiara fosse unallucinazione. Parla con lei domani, dormi adesso.

Io esco, Massimo.

Un attimo di silenzio.

Per la questione della sedia? Sul serio? Volevo solo evitare che rompessi lantiquariato.

Lo so benissimo coshai voluto dire.

Cosa avrei voluto dire? Dimmi.

Lo guardò. Per la prima volta, ferma, sguardo diritto.

Hai voluto che capissi qual è il mio posto. Ho capito, grazie.

Afferrò la borsa, uscì. Massimo la seguì nel corridoio.

Giulia, fermati. Non ti voglio più in casa se te ne vai ora.

Indossò il cappotto, prese le chiavi, aprì la porta.

Va bene, disse. E uscì.

Fuori era freddo, quasi notte fonda; via Monte Nero pareva una lingua bagnata e silenziosa. Giulia camminava verso la metro, pensando solo che la borsa pesava troppo, che forse avrebbe dovuto indossare altre scarpe, e che Chiara magari dormiva già. Era tutto lì: borsa, scarpe, Chiara.

Chiara Bernardi aprì dopo tre minuti dal suono del campanello, mezza addormentata, i capelli arruffati. Guardò Giulia, la borsa, di nuovo Giulia.

Vieni. Vuoi una tisana?

Sì.

Sedettero in cucina, nella piccola casa di Chiara su Corso Genova, sorseggiando tè caldo. Chiara non fece domande, mise soltanto i biscotti sul tavolo. Poi Giulia le raccontò tutto, in breve: la cena, gli ospiti, la sedia. Chiara ascoltò in silenzio.

Dovevi farlo da tempo, disse alla fine.

Anche tu me lavevi detto.

Te lho detto. Ma è meglio quando ci arrivi da sola.

Giulia annuì. Fissava la tisana e cominciava a pensare al domani: al lavoro, ai soldi, a quanto poteva restare da Chiara, al fatto che non aveva una professione vera, a quello che avrebbe fatto della sua laurea in storia dellarte. Al dottorato mai iniziato. Cinque anni a casa.

Sei sicura che non ti disturbo a stare qui?

Stai finché vuoi.

Troverò subito un lavoro.

Piano, ora dormi.

Dormì sul divano del salotto, addormentandosi piano ma tranquilla. Non pensò a Massimo. Pensò solo alla torta lasciata, già tagliata, nella vecchia casa. Era uscita bene.

Lavoro ne trovò dopo una settimana. Al supermercato FrescoLinea, cinque minuti da Chiara. Giulia compilò la domanda, fece il colloquio con la responsabile una certa Loredana Arcangeli, capelli come una spazzola e in tre giorni iniziò. Lavoro semplice, automatico: passa prodotti, prendi euro, grazie, arrivederci. La conversazione le veniva naturale. Qualche anziana iniziò a riconoscerla e dopo un mese la salutava col nome.

I soldi bastavano appena. Chiara non volle laffitto, ma Giulia faceva la spesa, cucinava ogni giorno, puliva casa. Era la compensazione minima che le sembrava giusto dare, una nuova forma di baratto fra amiche.

Massimo scrisse dopo due settimane. Solo: Sei ancora da Chiara? Giulia non rispose. Seguì un messaggio dellavvocato: Massimo era disposto a parlare della separazione. Una vecchia collega di Chiara, esperta di diritto, le confermò che lappartamento era stato comprato già da single, niente a cui lei potesse aspirare. Non chiese nulla. Solo un divorzio rapido e senza scene. Tre mesi dopo quella notte tutto fu regolato.

Continuò a lavorare alla FrescoLinea. Loredana Arcangeli le offrì un ruolo da capo cassa, qualche euro in più. Giulia accettò. Nel tempo libero iniziò a infornare dolci per passione: la cucina di Chiara era minuscola ma il forno era fedele. Pane dolce, plumcake, torta di mele. Chiara portava tutto in ufficio. Colleghi iniziarono a chiedere se potevano ordinare qualcosa.

Furono i primi piccoli ordini, in nero, fatti a mano: torta di compleanno, crostata per lufficio, biscotti per la nonna. Giulia teneva un taccuino: chi, cosa, quando, quanto, qualche banconota da parte.

Non credeva sarebbe diventato un mestiere. Lo faceva perché, semplicemente, le dava gioia. E perché si accorse di esserne davvero capace, più di quanto immaginasse.

Dopo sei mesi prese in affitto una stanza in una casa comune vicino a Porta Romana. Piccola, un solo finestrino, mobili che saporavano di altri. Ma finalmente sua. Comprai lenzuola nuove, due cuscini, una moka. Sul letto appese una cartolina di Vermeer, La ragazza con lorecchino di perla, che conservava da sempre. Le piaceva che la ragazza voltasse lo sguardo, come se avesse appena sentito qualcosa.

Con il corpo non seguì nessuna dieta. Solo camminava di più, mangiava con attenzione. Niente pesi, niente bilancia. Ogni tanto faceva due vasche in piscina, labbonamento alloratorio costava poco. Il peso calava piano. Non si sforzava; capiva che il corpo portava quello che la vita le posava addosso. Ora meno.

Riprese ad andare ai musei, da sola, magari la domenica: biglietto ridotto, tutto il tempo davanti a un quadro, nessuno a disturbare. Pensava a volte al dottorato, non con rimpianto, ma come a una storia parallela. La sua strada ormai andava altrove.

Entrò in pasticceria per caso. Un piccolo locale si chiamava Farina e Miele, aperto in primavera in una via silenziosa. La proprietaria, Silvia, le spiegò che faceva torte su ordinazione e corsi. Una domenica, Giulia entrò solo per curiosità; chiacchierò con Silvia, che la invitò a dare una mano qualche weekend. Così iniziò.

Era tuttaltra cosa: pareti bianche, scaffali colmi di formine, lodore di burro e baccelli di vaniglia. Cera chi sedeva ai pochi tavoli, bambini che premevano il naso sulla vetrina. Silvia era rapida, precisa e dolce.

Hai mai pensato di aprire qualcosa di tuo? chiese Silvia, lavando i piatti insieme a lei dopo la chiusura.

Non davvero, rispose Giulia, ma subito si corresse: Forse sì. Ma non ci ho mai creduto.

Si può fare, disse Silvia. È dura, ma si può.

Giulia continuò a lavorare alla FrescoLinea altri mesi, ma non toccò i soldi messi da parte. Osservava come lavorava Silvia, come trattava i fornitori, come fissava i prezzi. Chiedeva senza paura; Silvia rispondeva sempre.

Per laffitto di un laboratorio mise da parte i risparmi in poco più di un anno. Una parte gliela prestò Chiara, unaltra Silvia che, chissà perché, ci credeva più di Giulia stessa.

Il locale era in una traversa tra Porta Romana e i Navigli. Un piano terra, finestrina su una strada addormentata. Le pareti le tinse da sé: bianco e verde chiaro. Gli scaffali li costruì un falegname amico di Chiara. Un po spese più del previsto per la vetrina, ma si ripeté che era un investimento.

La chiamò Renetta. Perché la renetta è più acidula e tiene meglio.

Il primo mese pensò solo a impasti, numeri, orari: fornitori, fatture, tasse. Pochi clienti allinizio, poi sempre più. Qualcuno la nominava tra amici, qualcun altro riportava unamica. Qualcuno tornava per la torta di mele, come quella di mia nonna, solo meglio.

Lavorava tanto. Di più che alla FrescoLinea. Ma diverso. Non perché costretta: perché voleva.

Conobbe Vittorio, il secondo mese di Renetta. Entrò per caso, cerco un dolce per il compleanno di mamma. Lei consigliò una torta alle pere e cannella. Posso scrivere sulla scatola Mamma, sei la migliore? Certo. Lui sorrise, ringraziò, si fermò sulla porta:

Lei lavora qui tutti i giorni?

Chiusa il mercoledì.

Capito, e se ne andò.

Tornò quel venerdì, prese caffè e una fetta di torta di mele. Si sedette al tavolo vicino alla finestra, a leggere qualcosa sul cellulare. Quando uscì, disse:

Ottima torta.

Grazie.

Renetta?

Lei lo guardò bene: trentacinque, forse, camicia a quadri, viso aperto.

Renetta, confermò.

Lho riconosciuta dal gusto.

Ma lei se ne intende di mele?

Mia madre ne coltiva in montagna. Sono cresciuto con le renette.

Così, piano piano. Iniziò a passare due volte la settimana. Parlavano, dapprima poco, poi sempre di più. Ingegnere, lavora per una ditta piccola, si occupa di impianti, abita da solo a Lambrate, calmo, poche parole. Quando parlava, la guardava: non disturbava, non indagava. Solo guardava.

Un giorno la invitò a passeggiare la domenica al Parco Sempione.

Lei ci pensò un attimo, poi disse sì.

Passeggiarono tre ore. Parlarono di tutto: lui della mamma, della montagna, di come aveva studiato a Torino e poi era tornato a Milano per lavoro. Lei raccontò di storia dellarte, di Vermeer, di Renetta, di come tutto era iniziato, di quanto il primo anno era sembrato impossibile. Di Chiara.

Di Massimo no. Non perché dovesse, solo perché non era il momento.

Vittorio si chiamava Vittorio Benedetti. Sapeva ascoltare, e fare domande vere, attente, mai leggere. Un giorno si presentò con una cassetta di mele: Mia madre dice che queste possono servirle. Giulia rise.

Siete daccordo tu e tua madre?

Non ancora, disse lui. Non sa di te. Ancora.

Quel ancora, lei lo sentì. Non disse nulla ma lo raccolse.

Si frequentarono senza fretta: musei, una volta lo portò al Museo Poldi Pezzoli, gli raccontò i segreti dei fiamminghi. Vittorio ascoltava serio, ponendo domande sincere, non per gentilezza. Poi si sedettero in un bar e parlarono di come la luce venisse vista nel Seicento. Giulia capì che non ne parlava con nessuno da tantissimi anni.

Di Massimo gli parlò solo dopo quattro mesi, quando ormai era chiaro che tra loro non era solo una simpatia. Preparava il caffè a casa sua, lui vide una vecchia fotografia sullo scaffale, una bambina in braccio a una signora davanti a una staccionata.

Sei stata in campagna?

Da bambina. La nonna stava vicino a Mantova.

Era bello lì?

Sì. Profumava di dolci la mattina. Mi svegliavo così.

È per questo che cucini?

Ci pensò.

Sì, anche. E perché a un certo punto era lunica cosa che mi dava pace.

Vittorio la guardò negli occhi.

Vuoi raccontarmi?

E le parole uscirono: i cinque anni, il dottorato, linverno freddo, la cena, la sedia. Parlò con una calma nuova, senza tremore. Lui ascoltò in silenzio. Solo quando arrivò al momento con gli ospiti, lui disse piano:

Ma come ha potuto.

Non era una domanda.

Non so. Credo pensasse di poterlo fare.

E tu?

Io ho capito di no. E sono uscita.

Aspettò un poco, poi disse:

Hai fatto bene.

Giulia annuì.

Volevo dirtelo. Fa parte di me. Non è tutto, ma è parte.

Lo so. Grazie per averlo detto.

Non le disse povera. Non disse che uomo terribile. Solo accettò tutto, restando lì.

Due anni dopo quella notte Renetta andava a gonfie vele. Clienti abituali. Due volte la settimana corsi di cucina: uno solo per bambini, uno per adulti. La gente prenotava con anticipo. A dicembre Giulia prese con sé una ragazza del liceo alberghiero, Martina, che aveva mani veloci e sguardo gentile.

Vittorio cera quasi ogni giorno. Talvolta aiutava a spostare scatoloni. Talvolta restava solo seduto con il portatile, sorseggiava caffè, guardava i passanti dalla finestra. Non avevano fretta, né bisogno di dare nomi o definizioni. Solo stavano, e a Giulia bastava così.

Pesava una quindicina di chili in meno che quella notte, più o meno. Non sapeva il numero preciso, non pesandosi mai. Un giorno provò il vecchio abito della borsa blu, le stava bene. Ci pensò un attimo e lo rimise nellarmadio. Nulla di speciale. Il corpo era solo ciò che era.

Adesso lo specchio lo viveva senza imbarazzo né orgoglio. Guardava i suoi occhi, si sistemava i capelli e partiva per il lavoro.

Massimo chiamò a novembre, due anni e un mese dopo quella notte. Numero sconosciuto. Giulia rispose per riflesso.

Giulia, disse lui.

La voce, la stessa. Forse un po più stanca.

Sì, disse lei.

Sono Massimo.

Capisco.

Una pausa.

Vorrei incontrarti. Parlare.

Di cosa?

Di noi. Di tutto. Tacque. Devo dirti una cosa.

Giulia stava dietro al bancone, Martina sistemava scatole, fuori pioveva piano, un piombo sottile contro il vetro.

Va bene, disse. Passa qui. Ti do lindirizzo.

Il giorno dopo, martedì, verso le due, lui arrivò. Giulia lo scorse dal vetro, la giacca elegante, un ombrello. Era dimagrito, il volto tagliente, due ombre nuove negli occhi. Entrò e si guardò attorno.

Qui. Sorrise. Bello. Fai tutto tu?

Quasi tutto.

Come va?

Bene. Siediti.

Martina servì il caffè. Giulia pose davanti a lui una fetta di torta di mele. Massimo la guardò e sorriso appena.

Renetta?

Sì.

Hai sempre usato quella.

È più acidula. Regge meglio la pasta.

Bevve un sorso. Lei lo fissava, calma, mani intrecciate.

Giulia. Io… Si bloccò. Lavoro va male. Rialta ci ha mollati, altri due partner anche. Ho chiuso un ufficio su due. Gli avvocati smangiucchiano tutto il resto. Va tutto in pezzi.

Giulia ascoltava, in silenzio.

Ho pensato molto. A noi, a tutto. A quella sera. La guardò. Ora capisco. Non è stato giusto. Ero in torto.

Lei attese.

Sì, disse. Non eri giusto.

Volevo solo dire che mi dispiace. Davvero.

Lo sento.

Pensavo. Potremmo. Cè una possibilità di ricominciare? La frase rimase in sospeso, ma lei capì.

Lo guardò per quello che era ora, per la faccia scavata, la stanchezza, la ruga scura tra gli occhi. In quel momento sentiva solo che era un estraneo, niente odio. Solo estraneità.

Massimo. Mi fa piacere che tu labbia realizzato. Contava: dirlo.

E…?

Ora no. Non voglio ricominciare. Non per rabbia. Sono cambiata. Quello che potevi darmi non mi serve più. Né prima, né adesso.

Lui tacque.

Stai con qualcuno?

Non centra.

Curiosità.

Capisco. Comunque, ti auguro che le cose migliorino. Sul serio. Ma senza di me.

Gli occhi di lui luccicarono. Non sapresti se fosse pentimento o solo esitazione di chi si aspettava unaltra fine.

Sei cambiata, disse.

Sì.

Molto.

Sì.

Bevve il caffè, si alzò, mise la giacca, prese lombrello.

La torta è buona, disse.

Grazie.

Come sempre.

Si diresse verso luscita. La mano sulla maniglia restò lì, un attimo.

Giulia, io… Non disse altro.

Ciao, Massimo, rispose lei.

Lui aprì, la porta richiuse la sua ombra nella pioggia. Martina dietro il bancone puliva la vetrina con esasperata applicazione. Giulia guardò fuori, lo vide sparire verso langolo, limpermeabile ormai scuro dacqua.

Restò seduta ancora un secondo. Poi si alzò, andò in cucina, cominciò a impastare una nuova torta: farina, burro, sale, tutto al suo posto preciso.

Vittorio arrivò alle quattro e mezza, come sempre. Mise lombrello a sgocciolare, si sedette al tavolino.

Comè andata oggi? chiese.

Martina posò il caffè senza che lui chiedesse.

Normale, rispose Giulia. È passato qualcuno… del passato.

Vittorio la guardò.

Va tutto bene?

Sì, si avvicinò. Tutto bene.

Le prese la mano, la strinse. Nessuna domanda. Fuori cadeva una pioggia lenta. Nellaria, cannella e mele. Dal forno si sollevava una torta nuova, gonfia come un respiro caldo.

Martina trafficava tra i vassoi. Una donna e un bambino si affacciarono alla vetrina. Il piccolo allungò il dito:

Mamma, guarda, cè la torta di mele.

La vedo, rispose lei. Entriamo?

Sì! urlò il bambino.

Vittorio rise piano. Anche Giulia. Lei andò ad aprire. Quando la porta si schiuse, nellaria entrò lodore fresco di pioggia, che si mescolava a zucchero e cannella.

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