Anche io ho provato quella sensazione di soffocare

Anchio non respiravo

Stefano lo annunciò la domenica sera, proprio mentre Claudia sistemava, piegandole con precisione, le camicie stirate. Entrò in camera da letto, si sedette sul bordo del letto e lo disse con lo stesso tono che si avrebbe usato per parlare di un rubinetto rotto.

Claudia, non respiro più.

Lei non sollevò lo sguardo, posò una camicia e ne prese unaltra.

E per cosa?

Per tutto questo. La routine. Ogni giorno uguale: ti svegli, mangi, prendi la macchina, torni, mangi, vai a dormire. E così via, sempre lo stesso giro.

Claudia piegò con cura le maniche, sistemò il colletto. Aveva cinquantuno anni, Stefano cinquantatré. Vivevano da ventisei anni in questo appartamento in via dei Tigli, avevano cresciuto il figlio Matteo, trasferitosi ormai da cinque anni in unaltra città da cui chiamava solo per le feste.

E cosa proponi? chiese lei in modo neutro.

Voglio andarmene.

A quel punto si fermò. Ma non per paura. Lo fissò soltanto con attenzione, come si guarda qualcuno che dice qualcosa che si sapeva già arrivare.

Andare dove?

Prendere in affitto un appartamento. Stare solo. Respirare.

Va bene, rispose lei prendendo la camicia successiva.

Stefano chiaramente si aspettava altro. Si sporse leggermente in avanti.

Non vuoi dire niente?

Che dovrei dire? Sei adulto, Stefano. Se vuoi andare, vai.

Non farai scenate?

Lei piegò la camicia, la mise sulla pila e finalmente lo guardò negli occhi.

No. Ma solo a una condizione.

Quale?

Non mi chiamare per chiedere cose pratiche: dove tieni questo, come funziona quello, dove ho messo quello. Se te ne vai, arrangiati.

Restò in silenzio.

Tutto qui?

Tutto qui.

Stefano non sapeva bene come reagire. Si era preparato a lacrime, rimproveri, a sentirla parlare degli anni trascorsi, di Matteo, di come queste cose non si fanno. Aveva persino fatto prove mentali delle risposte. E invece lei continuava a stirare le camicie.

Daccordo, disse infine. Allora preparo la valigia.

Fai pure.

Andò nello studio a prendere i suoi vestiti. Rimase lì a guardare le mensole per un po. Poi iniziò a mettere nella borsa jeans, magliette, calzini. Prese il rasoio, il caricabatteria del cellulare, il libro che non leggeva da mesi. Uscì nel corridoio. Claudia era già in cucina, e il suono delle pentole riempiva laria.

Vado, disse in direzione della cucina.

Buona fortuna, rispose lei di là.

La porta si chiuse dietro di lui. Rimase qualche attimo sul pianerottolo, aspettò. Niente. Nessun passo dietro la porta, nessun rumore. Solo silenzio.

Premette il pulsante dellascensore.

***

In due giorni, grazie ad un amico, trovò un piccolo monolocale nel quartiere vicino, al quarto piano, con le finestre che davano sul cortile interno. Il padrone di casa, un anziano coi baffi, glielo fece vedere rapidamente, prese lanticipo di due mesi in euro e salutò. Cerano un divano, un tavolo, due sedie, un vecchio frigorifero degli anni 70 e un fornello a gas. Alle finestre tende color senape scolorita.

Stefano appoggiò la borsa, si sedette sul divano e guardò attorno.

Il silenzio era assoluto. Nessuno nella stanza accanto, nessun televisore acceso, nessuno che lo chiamasse per cena. Si sdraiò sulla schiena, le mani dietro la testa e pensò: eccola qui, la libertà.

I primi due giorni non furono male. Si svegliava quando voleva, mangiava quello che gli pareva, ovvero quello che aveva preso al supermercato, girava in calzini per casa, senza dover dare spiegazioni. La sera telefonava al vecchio amico Luca, chiacchieravano a lungo, Luca rideva e diceva che aveva fatto bene, che era ora.

Il terzo giorno Stefano scoprì di non aver più calzini puliti.

Guardò la lavatrice piccola nel bagno. Aprì lo sportello, guardò dentro. Poi lo chiuse. Poi lo riaprì. Da qualche parte doveva esserci il detersivo: il padrone di casa aveva detto qualcosa del mobiletto sotto il lavandino. Trovò una scatola piccola, lesse: Per bianchi e colorati. Gettò una quantità a caso nello scomparto che gli pareva giusto. Selezionò un programma, premette il tasto.

La macchina partì, vibrando.

Dopo unora tirò fuori i calzini: erano umidi, quasi bagnati e leggermente rosa. Non capì subito perché, poi si ricordò di aver buttato nella lavatrice anche una maglietta rossa nuova.

Stese i calzini sul termosifone. Si asciugarono la sera dopo.

Il quarto giorno tentò di cucinare come si deve. Comprò petto di pollo, patate e cipolle. Trovò una padella col fondo rovinato. Mise dellolio, che iniziò subito a sfrigolare forte, il petto di pollo lo buttò intero, si attaccò subito alla padella. Le patate le pelò male, perse metà polpa, la cipolla lo fece piangere.

Alla fine nel piatto aveva una cosa marroncina, dura fuori e cruda dentro.

Mezzo lo mangiò, laltro lo buttò e ordinò una pizza dasporto dal bar del quartiere.

Dopo una settimana fece i conti di quanto aveva speso tra take-away e pranzi fuori: quasi quanto lui e Claudia spendevano per la spesa di un mese. Decise di darsi una regolata. Comprò ingredienti semplici, fece un po di pasta con il tonno. Riuscì bene, questa cosa lo rincuorò un po.

Ma in generale la quotidianità avanzava ovunque, lenta e inevitabile come la marea.

***

Il vero colpo arrivò il decimo giorno.

Stefano stava facendo la doccia e si accorse che lacqua non scendeva più. Guardò per terra: una pozza torbida si allargava sul pavimento. Spense lacqua, aspettò, ma la pozzanghera restava. Tastò coi piedi lo scarico: niente, tutto fermo.

Gli venne in mente la parola sifone. Claudia la usava a volte: bisogna pulire il sifone, altrimenti si finisce con lacqua stagnante. Lui annuiva, e tornava in soggiorno.

Stefano si accovacciò, guardò sotto la vasca. Vide tubi, un raccordo in plastica bianca. Lo toccò. Si svitò subito, troppo facilmente, e da sotto uscì uno zampillo. Non un filo dacqua: un getto veloce, freddo e sporco.

Balzò indietro, scivolò, provò ad afferrare lasciugamano che cadde e si inzuppò. Cercò di avvitare il raccordo di nuovo, ma lacqua continuava ad uscire. Finì per allagare tutto, il tappetino era una spugna.

Corse in corridoio, piedi bagnati che lasciavano orme, prese il cellulare e cominciò a cercare come chiudere lacqua dellappartamento. Poi si ricordò che il padrone di casa aveva parlato di una valvola sotto il lavandino della cucina. Corse, trovò la manopola, girò. Lacqua si fermò.

Rientrò in bagno. Sembrava la scena di un piccolo diluvio. Tappeti, asciugamani, pavimento: tutto bagnato. Dal sifone gocciolava.

Stefano si sedette per terra, in corridoio, in mutande bagnate, fissando il muro.

La prima cosa che gli venne in mente fu Claudia. Non un pensiero vero e proprio, ma il riflesso: chiamare Claudia, lei avrebbe saputo cosa fare. Stava già per selezionare il suo nome tra i contatti, poi ricordò la sua voce: Non chiamarmi per queste cose.

Posò il telefono.

Alla fine chiamò. Ma non Claudia: chiamò Luca.

Luca, ma tu sai come si aggiusta un sifone?

Un che? Luca era chiaramente impegnato, si sentiva rumore di fondo.

Sifone, il tubo sotto la vasca. Perde acqua.

Stef, io chiamo sempre lidraulico. Ti do il numero del mio, è bravo.

Lidraulico venne il giorno dopo. Guardò il sifone, sistemò in quindici minuti una guarnizione nuova. Chiese una cifra tale che Stefano rimase a fissarlo in silenzio qualche secondo.

È normale questa cifra?

Normalissima, rispose lidraulico senza molto interesse, e se ne andò.

Stefano chiuse la porta, pensando che Claudia non aveva mai chiamato un idraulico per queste cose da niente. Sistemava tutto da sola: stringeva, cambiava una guarnizione comprata al ferramenta. Non sapeva come, né quando. Succedeva e basta, come il tempo che cambia.

***

Nel frattempo gli venne unidea che gli sembrava giusta.

Chiamò Elena, con cui, ventanni prima, era stato quasi fidanzato, poi si erano lasciati quando aveva conosciuto Claudia. Sapeva da amici comuni che Elena era divorziata da sette anni. Si erano incrociati di tanto in tanto, chiacchieravano del più e del meno, si sorridevano.

Elena, ciao. Sono Stefano Carli.

Stefano? sorpresa, ma non infastidita. Quanto tempo.

Ecco… vivo da solo adesso. Pensavo, magari potremmo vederci, cenare insieme.

Paura? No, nella sua voce cera cautela.

Da solo con chi?

Sono via da mia moglie.

Vi siete lasciati?

Diciamo che siamo in pausa.

Capito, disse lei. Il suo tono cambiò, più prudente. Vediamoci, perché no.

Si trovarono in un bar del centro. Lei arrivò elegante, in un bel cappotto, capelli corti. Notò che stava bene. Ordinarono un bicchiere di vino, parlarono di conoscenti. Dopo un po lei chiese:

Raccontami di te. Lavori sempre nelledilizia?

Sì, responsabile approvvigionamento, come sempre.

E dove vivi adesso?

Ho preso in affitto un appartamento. In via Fiume.

E ci stai bene?

Avrebbe voluto dire sì, ma invece uscì:

Insomma. La lavatrice centrifuga male. E il fornello non va sempre.

Elena lo guardava con unespressione che decifrò solo dopo. Compassione, non come interesse amoroso, ma come si guarda qualcuno a cui le cose non girano bene.

Capito, disse lei di nuovo.

La conversazione arrancò. Si parlarono dei figli: lui di Matteo, lei della figlia ormai sposata. Presero un secondo bicchiere di vino, lei disse che lindomani avrebbe dovuto alzarsi presto. Si salutarono allingresso.

Tornò al monolocale vuoto. In frigo il nulla, i negozi stavano per chiudere. Trovò nel mobile una confezione di spaghetti istantanei e li fece con lacqua bollente.

Elena non lo chiamò più. E lui non ricambiò.

***

In quei giorni provò anche a vedersi con gli amici. Chiamò Luca, che propose il venerdì ma solo fino alle otto, ché cera la riunione a scuola di sua figlia e doveva andare a casa. Andrea rispose che poteva, ma che avrebbe dovuto riportarlo lui in macchina perché non poteva bere, la settimana dopo sarebbe andato con la moglie dai suoi suoceri.

Si trovarono in un bar vicino alla metro. Bevvero due birre, parlarono di calcio e lavoro. A un certo punto, Luca chiese:

Allora, come va questa vita da scapolo?

Bene, disse Stefano.

Claudia non ti chiama?

No.

Luca e Andrea si guardarono.

Mai?

Mai.

Di nuovo si guardarono. Luca fece ruotare la birra tra le mani.

Strano. La mia telefonerebbe tre volte al giorno.

Claudia non chiama, ripeté Stefano.

O è buon segno, o pessimo, rifletté Andrea.

In che senso, pessimo?

Nel senso che sta bene anche senza di te.

Stefano finì la birra. Non voleva pensarci. O meglio, ci pensava ogni giorno, ma non voleva ammetterlo.

Alle otto meno dieci Luca si alzò, Andrea anche. Lo salutarono stringendo la mano, dandogli una pacca sulla spalla. Ognuno tornava a casa dalla moglie, dalla riunione, dai suoceri.

Stefano rimase solo al tavolino. Ordinò ancora una birra, rimase fino alla chiusura.

***

Nel frattempo, Claudia nei primi giorni provò davvero qualcosa di simile allo smarrimento, ma non quello che si aspettava. Non era tanto vuoto per lassenza di lui, quanto piuttosto una strana sensazione daria nuova. Come se avessero spostato i mobili e non fosse chiaro se fosse meglio o peggio.

Chiamò la sua amica Linda il secondo giorno.

Se nè andato, disse Claudia.

Come sarebbe? Dove?

Ha preso in affitto un appartamento. Diceva che non respirava più.

Linda fece una pausa, poi sospirò.

Claudia, come stai?

Bene, stranamente. Nemmeno io me lo aspettavo.

Piangi?

No. Strano, vero?

Magari ti crollerà dopo.

Forse. Vedremo.

Poi la chiamò anche Beatrice, conosciuta in consultorio venticinque anni prima e da allora inseparabili. Beatrice era di tuttaltra pasta.

Meno male, disse. Claudia, te lo dicevo da dieci anni.

Che cosa?

Che vivevi come una donna di servizio, ma senza stipendio.

Bea, esageri

E quandè stata lultima volta che hai fatto qualcosa per te?

Claudia ci pensò. Non le venne risposta subito.

Lanno scorso, mi sono tagliata i capelli.

Appunto.

La settimana dopo Beatrice la invitò a yoga. All’inizio Claudia disse no, ma poi ci pensò e cambiò idea. Si ritrovò in palestra con una tuta vecchia rimasta chiusa nellarmadio, e scoprì che il corpo non si piegava più.

Tranquilla, sorrise listruttrice, una ragazza coi capelli legati. Siamo tutte così alla prima lezione.

Dopo due settimane Claudia si sentiva già più elastica. Andava a yoga tre volte a settimana. Dopo le lezioni lei e Beatrice ogni tanto andavano in un bar, si sedevano a parlare per unora. Claudia si rese conto di non farlo da una vita: parlare senza dover pensare di tornare presto, ché Stefano stava per rincasare e bisognava preparare la cena.

La sera leggeva. Prima i libri restavano sul comodino e si addormentava in venti pagine. Ora riusciva a leggere per più di unora, tranquilla.

Un giorno chiamò Matteo.

Mamma, papà mi ha detto che vive da solo.

Sì, è così.

E voi?

Cè un po di tutto, davvero. Ma sto bene, a dir la verità.

Matteo silenzio.

Vi separate?

Non lo so ancora. Non ci ho pensato.

Sei triste?

Sono stupita. Non triste.

Un altro silenzio. Da bambino era sempre stato lento a elaborare le cose.

Va bene, disse infine. Se hai bisogno, chiamami.

Anche tu, ogni tanto. Non solo per Natale.

***

Cè stato un momento in cui Claudia si fermò in cucina, con la tazzina in mano, e restò lì cinque minuti guardando fuori dal balcone.

Stava lavando la solita tazzina del caffè, e pensò: ventisei anni. È tanto. Più di metà della vita adulta. Cera stato di tutto, anche di bello. Il primo appartamento, ristrutturato con le loro mani, le dita spellate. Matteo piccolo, con le ginocchia coperte di mercurocromo. La vacanza di quindici anni fa al mare, quando risero per tre giorni di cose di cui non ricordava più la ragione, ma ricordava ancora le risate.

Tutto quello non sarebbe tornato, sarebbe rimasto nel passato come le foto nellalbum.

Aspettò che la sensazione passasse. Passò. Non subito, dopo qualche minuto, ma passò.

Poi mise la tazzina nello scolapiatti e si preparò per yoga.

***

Edoardo apparve per caso.

Era il figlio di una vicina anziana, la signora Teresa, ottantanni compiuti, memoria di ferro, abitudine di fermare la gente sulle scale per parlare mezzora. Chiese a Claudia di cambiare una lampadina, il figlio sarebbe arrivato la settimana dopo ma intanto era buio nel corridoio. Claudia gliela cambiò, le offrì il tè, e proprio in quel momento rientrò a sorpresa il figlio: non quello previsto, ma laltro, quello inatteso.

Si chiamava Edoardo, cinquantanni, barba curata, bel giubbotto, lo sguardo stanco di chi lavora troppo.

Mamma, ancora che sfrutti la gente? disse vedendo Claudia con la lampadina.

Claudia si è offerta, rispose Teresa, dignitosa.

Edoardo guardò Claudia.

Grazie mille. Io ci avrei messo ancora settimane a ricordarmelo

Figurati, rispose lei.

Rimasero dieci minuti sulla soglia. Lui lavorava nelledilizia, ma in unaltra azienda. Lei disse di lavorare come contabile. Si salutarono, lei tornò in casa.

Tre giorni dopo Edoardo suonò alla porta. Portò la spesa per la madre e, quasi per caso, consegnò a Claudia una scatola di cioccolatini come ringraziamento.

Davvero, non dovevi, protestò Claudia, ma li prese.

Possibile che entri un momento? chiese lui. Volevo solo sapere una cosa di tuo marito Stefano; mia madre racconta che lavorava negli approvvigionamenti e avrei una domanda su un fornitore.

Claudia rimase in silenzio un momento.

Stefano adesso vive da solo. Ma ti posso dare il suo numero.

Capisco, disse Edoardo, sul volto impossibile capire se fosse sorpreso o meno. Allora non ti disturbo.

Uscì. Una settimana dopo la richiamò per dire che aveva risolto il problema, poi la invitò a prendere un caffè, così, da vicini. Claudia ci pensò e disse sì.

Andarono a un bar in via dell’Orto. Parlarono di lavoro, della madre di lui, dei cambiamenti nel quartiere. Conversazione piacevole, lui ascoltava molto, rideva delle sue stesse battute.

Da quanto sei sposata? chiese lui, come se fosse una semplice curiosità.

Ventisei anni. O meglio, sono stati ventisei. Adesso non so.

Succede, disse lui, naturalmente.

Lei lo apprezzò per questo.

Si videro ancora qualche volta. Lui non aveva fretta, non proponeva nulla, ogni tanto la chiamava per sapere come stava. A Claudia piaceva proprio questa assenza di vincoli. Dopo ventisei anni di impegni, la libertà era come aprire la finestra in una stanza soffocante.

***

Stefano intanto cominciava a notare cose di sé che non aveva mai visto.

Per esempio, che non sapeva aspettare. Mai atteso nulla: a casa tutto si sistemava, il cibo appariva, i vestiti puliti comparivano, se qualcosa si rompeva veniva aggiustato. Ora doveva attendere che si asciugasse il bucato, che lacqua bollisse, che lidraulico arrivasse. Che passasse il raffreddore che si era beccato a metà della seconda settimana, steso col termometro a trentotto, solo nella casa in disordine, con acqua tiepida e tachipirina.

Oppure che non sapeva mangiare in silenzio. Per ventisei anni a tavola cera sempre qualcuno: prima Matteo, poi solo Claudia. Claudia parlava o stava zitta, ma era una presenza viva, anche nel silenzio. Qui invece era unaltra cosa: silenzio vuoto.

Cominciò ad accendere la TV mentre mangiava. Aiutava un po.

Verso la terza settimana chiamò Matteo.

Ciao, figlio mio.

Ciao papà. Tutto bene?

Sì, lavoro. Vivo in via Fiume.

Lo so, mamma me lha detto.

E come sta la mamma?

Matteo esitò, più a lungo del solito.

Bene. Dice che va bene.

In che senso, bene?

Nel senso che fa yoga, esce con le amiche.

Stefano assimilò.

Non le manco?

Papà, disse con cautela Matteo, mi chiami solo per sapere se manchi a mamma?

No, domandavo

Lei sta bene, papà. E anche tu. Va bene così.

Stefano chiuse la chiamata, seduto sul divano, con una sensazione indefinita. Non rabbia. Qualcosa di simile a quando entri in una stanza e non ricordi cosa dovevi prendere.

***

Al ventitreesimo giorno incontrò in ascensore la vicina del piano sotto, una giovane donna magari sui trentacinque anni che aveva già visto. Si presentò lei per prima: si chiamava Carlotta.

Nuovo inquilino? chiese.

Solo di passaggio, rispose lui.

Ah, avete litigato con la moglie?

Diretta.

Sì.

Succede, disse leggermente. Sta al terzo? Prima ci stava il signor Romano, quello che cantava di notte.

No, al quarto piano, quello delle tende senape.

Ah, lappartamento di Danilo. Affitta solo a uomini soli, dice che le famiglie creano problemi.

Scese. Carlotta viveva al primo piano, lavorava in una clinica veterinaria, aveva un gatto e tante piante in casa.

Un pomeriggio, portandole su le borse della spesa, lei gli offrì un tè. Casa curata, profumo di cannella, ci chiacchierarono. Era simpatica e intelligente, gli occhi sinceri. Ma lui pensò solo che lì era tutto pulito, mentre da lui cerano ancora piatti di due giorni nel lavello.

Si incontrarono altre volte in ascensore, chiacchierando davanti alle cassette della posta. Nulla successe, né poteva succedere: si sentiva come un pensiero lasciato a metà.

Una volta lei chiese:

Quanto resta ancora qui?

Non lo so.

Sembri uno che non ha ancora deciso dove andare.

Probabile.

Io ho passato due anni così dopo il mio divorzio. Poi ho pensato: perché perdere due anni?

Glielo stampò in testa.

***

Al trentunesimo giorno andò al mercato e comprò dei fiori. Non perché qualcuno glielo chiedesse, né per unoccasione, ma perché vide delle grandi margherite bianche e ricordò che a Claudia piacevano quelle, non le rose, troppo importanti.

Prese un grande mazzo, pagò e prese la metro per via dei Tigli.

Teneva i fiori in mano e la gente lo guardava in modi diversi: qualcuno sorrideva, altri senza interesse. Pensava cosa le avrebbe detto, cosa avrebbe risposto lei. Forse sorpresa, forse contenta. In fondo ventisei anni.

Arrivò davanti alla porta, suonò. Si accorse che cera un nuovo campanello.

Sentì passi dentro, voci: una di donna, la sua, poi una duomo, non la sua.

Rimase di sasso.

La porta si aprì a spiraglio sulla catena nuova. Per la fessura vide il viso di Claudia. Guardò lui, guardò i fiori. Nessuna emozione.

Stefano.

Claudia, sono venuto.

Vedo.

Ho sollevò il mazzo.

Lei lo fissava senza rabbia, senza pianto, senza il turbine che lui si aspettava.

Stefano, non ti apro.

Perché? non trovò altre parole.

Ho cambiato le serrature.

Ho notato. Ma perché?

Dietro di lei passò unombra, una figura maschile. Stefano la seguì con gli occhi.

Chi è?

Non ti riguarda, rispose, calma, solo un fatto.

Claudia, aspetta. Ho capito tante cose.

Cosa hai capito?

A bocca aperta non disse nulla, poi ci provò ancora.

Che stavo bene con te. Che non ho saputo apprezzare. Che tutto questo è stato un errore.

Lei impiegò tempo a rispondere.

Hai capito che stavi bene. Ma non perché stavi bene. Pensi ti mancassi io, invece ti mancava qualcuno che stirasse le tue camicie.

Non è giusto.

Forse. Ma è vero.

Claudia, ventisei anni.

Lo so. Sono stati. Buoni anni, a volte bellissimi. Ma non voglio altri ventisei.

Non vuoi darmi una possibilità?

Lei lo guardò. A lungo. Poi:

Sai qual è la cosa curiosa? Ho cominciato a respirare pure io. Anchio non respiravo più e non lo dicevo.

Lui rimase, il mazzo di margherite in mano.

Claudia.

Vai, Stefano. Chiama Matteo, parlaci. Non di me solo, parlaci e basta.

La porta si chiuse, piano, senza sbattere. Scattò la serratura.

Lui rimase lì. Il mazzo scivolò verso il pavimento, i fiori freschi e pieni, ignari di cosa stava succedendo.

Sul pianerottolo solo silenzio. Dietro una porta partiva il televisore.

Stefano si avviò verso lascensore.

***

Premette il pulsante, arrivò subito. Nello specchio dellascensore si rivide: un uomo in giacca, il mazzo in mano, un po sgualcito, con la faccia di chi ha appena chiuso un capitolo. O forse ne sta iniziando uno nuovo. O entrambe le cose insieme.

Uscì in strada. Era già sera, i lampioni accesi, i passanti indifferenti. Andò verso la metro coi fiori ancora in mano.

Poi si fermò.

Su una panchina stava seduta una vecchia signora che dava briciole ai piccioni. I piccioni si affollavano intorno.

Stefano si avvicinò e appoggiò i fiori accanto a lei.

Prenda, se le piacciono, disse.

La signora guardò lui, poi i fiori.

Bel mazzo. Non lhanno voluto?

No.

Succede, disse lei. E tornò ai piccioni.

Stefano riprese a camminare. La strada era sempre la stessa, le case immobili, la vita che scorreva. Da qualche parte in quella città Claudia richiudeva la porta, tornando alla sua serata e alla sua nuova vita che, sembra, le stava a pennello.

Da qualche parte, Matteo tornava a casa. E doveva chiamarlo, anche senza motivo.

Da qualche parte, il lavello della cucina colava ancora di piatti.

Stefano prese il telefono.

***

Poi, già in metro, fissò a lungo il vetro scuro del finestrino dove si vedeva solo il suo riflesso, sbiadito e confuso.

Strana cosa, pensava, senza pensarci davvero. Solo una cosa strana, e basta.

Il treno avanzava. Le stazioni si susseguivano. Nel vagone gente diversa: giovani, anziani, assonnati, allegri, con le borse, con un libro, concentrati sullo smartphone. Nessuno sapeva nulla di lui, dei suoi fiori lasciati su una panchina, dei suoi ventisei anni, della porta chiusa.

Scese alla sua fermata e salì in superficie.

Laria era fredda, col profumo della neve che ancora non era scesa ma si sentiva già nellaria.

Stefano si fermò, sollevò il viso, guardò il cielo.

Era scuro e normale.

Poi andò a casa.

***

Quella notte, verso le due, non dormiva e fissava il soffitto. Le tende senape non lasciavano passare la luce dei lampioni, il frigorifero brontolava a intermittenza. Tutto era come sempre, in questi trentuno giorni.

Ma ricordò una cosa.

Otto, forse dieci anni fa, lui e Claudia erano andati nella casa dei genitori di lei, in campagna. La sera sulla veranda, il tè caldo, silenzio, il bosco scuro dietro lorto. Claudia zitta, anche lui, e fu un silenzio bello, vivo, uno di quelli che si condividono.

Pensò allora: così va bene.

E non disse niente.

Solo laveva pensato e dimenticato.

Adesso sul divano di un monolocale, tentava di ricordarsi quando aveva avuto quel pensiero lultima volta. Niente.

Fuori iniziò qualcosa simile a neve, leggera, incerta. La prima dellanno.

In casa, silenzio.

***

Al mattino si alzò, mise su il bollitore e pensò che doveva comprare delle tazze decenti. Quella dellappartamento avevano lo smalto scheggiato e si faceva fatica a bere.

Poi pensò che doveva chiamare Matteo.

Poi che doveva tornare in pari col lavoro, che la relazione sul trimestre si avvicinava.

Poi pensò a quello che aveva detto Claudia: Anchio ho iniziato a respirare. Anchio non respiravo.

Non laveva mai notato davvero. O forse lo aveva intuito senza dargli peso. Lei era sempre stata lì, disponibile, faceva tutto quello che si doveva fare, ma nessuno le aveva mai chiesto se lei lo desiderasse o meno. Era in quella routine che a lui sembrava una prigione, non pensando che per lei poteva essere la stessa cosa, solo che lei ci stava dentro stirando le sue camicie.

Il bollitore fischiò.

Prese la tazza sbeccata, fece il tè e si sedette a tavola.

Fuori ormai nevicava davvero, bianco e regolare, depositandosi sul davanzale senza sciogliersi.

Stefano preso il telefono, trovò il contatto: Matteo.

Lo lasciò lì. Poi lo riprese.

Matteo, ciao, sono papà. Ho chiamato così, senza motivo. Stai lavorando?

No, disse Matteo, sorpreso. Ciao papà. Tutto bene.

E tu?

Bene. Lavoro. Da voi nevica?

Sì, ha appena iniziato.

Anche qui.

Rimasero in silenzio un secondo. Bel silenzio, vivo.

Papà, tutto a posto?

Stefano guardò fuori. La neve cadeva bianca e regolare, senza fretta, e ancora era tutto da capire.

Ci sto lavorando, disse.

Ok, rispose Matteo. Se hai bisogno mi chiami.

Ti chiamo, disse Stefano. E tu fammi sapere, non solo a Natale.

Promesso.

Si salutarono. Stefano posò il telefono, finì il tè. Era buono.

Fuori, neve.

***

Intanto, dallaltra parte di Milano, anche Claudia guardava fuori dalla finestra. Aveva una tazzina di caffè in mano, la casa era calda e silenziosa. Edoardo era già andato via: non restava mai a dormire, senza che ce ne fosse bisogno di spiegarlo.

Pensava a Stefano. Non con dolore, né con gioia; solo lo pensava come si pensa a chi è stato parte della tua vita per tanti anni. Se lo ricordava alla porta coi fiori, grande, un po spaesato, con la faccia di chi ha imparato qualcosa, ma forse non ancora abbastanza.

Non era più arrabbiata. Larrabbiatura era passata. Nei primi giorni dopo la separazione aveva scoperto di esserlo stata, e si era sorpresa. Da fuori era calma, ma dentro era rabbia silenziosa, vecchia, per tutte le cose invisibili e scontate. Perché lui si era stancato della routine, ma la routine la faceva lei, ogni giorno. Perché lui trovava tutto noioso e lei non aveva mai tempo di chiedersi se si annoiasse o no.

Poi la rabbia se nera andata. Era rimasto qualcosa di più quieto e fermo.

Prese il telefono e scrisse a Linda: Domani yoga? Linda rispose subito: Stavo aspettando che mi scrivessi. Sì.

Claudia sorrise e posò la tazzina.

Anche fuori dalla sua finestra cadeva la neve.

***

La sera dopo Stefano chiamò il padrone di casa e chiese se poteva prolungare laffitto per altri due mesi.

Certo, disse il padrone. Basta pagare in anticipo.

Poi Stefano andò al negozio di articoli per la casa e comprò delle tazze nuove, senza scheggiature. Due. Poi ci pensò e ne prese tre.

Passò al supermercato e prese da cucinare: pollo, cipolla, carote, patate. Cercò la ricetta del brodo sul telefono, facile, quattro passaggi. Al quarto cera scritto: salare a piacere.

Restò davanti alla pentola chiedendosi cosa volesse dire a piacere. Assaggiò, aggiunse sale, assaggiò di nuovo. Un po troppo salato, ma mangiabile.

Servì la zuppa in una delle nuove ciotole, non nella tazza. Si sedette.

Era silenzioso.

In quel silenzio, la zuppa era buona.

***

La vita andava avanti, come fa sempre: senza annunci o spiegazioni. Claudia andava a yoga, ogni tanto usciva con Edoardo, sempre senza premura. Stefano viveva in via Fiume, cucinava brodo, sentiva Matteo al telefono, ogni tanto vedeva Luca e Andrea, che finalmente restavano lì, tra amici, un po più a lungo.

Non avevano ancora chiesto il divorzio. Non per una decisione, ma per stanchezza di nuove fatiche.

Un giorno si incontrarono per caso nel solito supermercato di via dei Tigli. Lui era davanti ai latticini, intentissimo a leggere letichetta del kefir come se fosse una cosa importante.

Lei gli si avvicinò da dietro.

Stefano.

Si voltò. Si guardarono. Sembrava se la stesse cavando, era leggermente dimagrito, lo sguardo un po cambiato, forse più attento.

Ciao, Claudia.

Ciao. Stai bene, vedo.

Anche tu.

Si fermarono un secondo.

Prendi il kefir? chiese lei.

Sì, sto scegliendo.

Quello lì è buono, indicò una confezione.

Grazie.

Lui la prese. Lei andò per la sua corsia, lui per la sua.

Alla cassa si ritrovarono quasi in fila accanto. Lei fece i suoi acquisti, lui i suoi. Uscirono dal supermercato quasi insieme.

Allora… disse lui. Ciao.

Ciao, rispose lei.

Lei andò a destra, lui a sinistra.

***

La vita non si ferma, e ognuno resta con ciò che ha imparato davvero: a volte per respirare bisogna prima lasciar andare, sia le abitudini che chi amiamo, scoprendo così dove finisce il nostro respiro e dove inizia quello degli altri.

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sixteen − seven =

Anche io ho provato quella sensazione di soffocare
Giovane insegnante licenziata… solo per aver comprato scarpe a un ragazzo orfano