Il figlio di un altro

Un figlio non mio

Non mi hai chiamato per due giorni. Ho cominciato a pensare che fosse successo qualcosa.

Tutto bene. Sono stato solo molto preso. Riunioni, trattative… Sai com’è.

Lo so. Certo che lo so.

Posò il piatto di minestra sul tavolo e si allontanò verso la finestra. Era marzo. Di quelli grigi e umidi, con quel profumo che si sente solo all’inizio della primavera, quando la neve già si arrende, ma la terra ancora non sa cosa farsene. Guardava fuori senza vedere. Sentiva solo la voce al telefono. Una voce diversa dal solito. Più piatta, più attenta.

Ventidue anni di matrimonio insegnano tante cose. Insegnano ad ascoltare non le parole, ma quello che cè tra le parole.

Non glielo disse. Gli augurò semplicemente la buonanotte, poi riattaccò.

Mio marito sarebbe tornato venerdì. Il treno arrivava alle sette e mezza di sera e, come sempre, lo avrei aspettato in stazione. Non perché lui lo chiedesse: era una consuetudine. Ventidue anni, ed ero sempre lì, davanti al secondo vagone, con i suoi panzerotti preferiti del forno di Via Sadova, che lui chiamava il nostro.

Il giovedì sera preparai una crostata di mele, lucidai gli specchi dellingresso, cambiai le lenzuola. Tutto in modo calmo, ordinato. Solo ai margini dei pensieri si agitava qualcosa di piccolo e inquieto. Qualcosa senza nome.

Il venerdì venne con una pioggia gelida.

Indossai il cappotto grigio quello che lui diceva bello , presi il sacchetto coi panzerotti e andai in stazione. Stetti lì, davanti al secondo vagone, guardando la gente che scendeva dal treno. Sorrisi, secondo labitudine di chi sa già chi tra poco apparirà tra la folla.

Arrivò anche lui. Cappotto blu scuro, valigia con le ruote, un po stanco, un po incolto. Mi vide, sorrise. Si avvicinò, mi abbracciò e mi diede un bacio sulla tempia.

Ecco, sono arrivato.

Bentornato, dissi, stringendomi a lui per un istante.

In quellattimo accadde qualcosa. Minuscolo, ma inequivocabile. Mentre lo abbracciavo, la mia mano scivolò sulla sua sinistra. E dove per ventidue anni cera la fede che ci eravamo messi a vicenda in quellanonimo ufficio comunale di Via Primo Maggio, ora non cera nulla. Solo la pelle. Solo una mano, senza anello.

Non dissi niente. Lo presi sottobraccio. Portavo il sacchetto con laltra mano. La pioggia cadeva monotona.

Il viaggio?

Bene. Ho dormito metà strada.

Hai fame?

Un po. Cosa cè a casa?

Una crostata. Di mele.

Ottimo.

Lui parlava, io rispondevo, tutto perfetto. Tutto a posto. Tranne la fede.

In taxi guardavo fuori. Raccontava della trasferta a Bologna, dei colleghi, di come Daniele avesse fatto ridere tutti in riunione. Annuii, a volte dicevo davvero o che strano. Pensavo a una sola cosa. Che la fede non si sfila per sbaglio. Non la si lascia per caso. Si toglie di proposito. O se ne mette unaltra.

A casa si tolse il cappotto, si lavò, si sedette a tavola. Io versai il tè e posai la crostata. Gli sedetti di fronte.

Come si sta bene qui, disse. Ed era sincero. Lo sentii.

Sono contenta.

Tacemmo. Guardai le sue mani sul tavolo. La sinistra giaceva col palmo in giù. Seemingly per caso. Ma dopo ventidue anni, nulla è casuale.

Senti, dissi piano, la fede dovè?

Alzò la testa. Qualcosa lampeggiò nei suoi occhi, ma durò un istante. Poi sorrise. Un sorriso tra il colpevole e limbarazzato.

Che scemo che sono. Lho tolta in albergo a mettere la crema e deve essere rimasta lì nel cassetto del comodino. Domani li chiamo, la faranno arrivare.

Nel cassetto, ripetei.

Sì, sai comè, io…

Lo so. Dissi. Mangia la crostata, finché è calda.

Mi alzai, andai in cucina. Rimasi lì tre minuti, le mani aggrappate al lavello, fissando il muro. Poi mi versai un bicchiere dacqua, lo bevvi a piccoli sorsi, uno dopo laltro. Tornai, mi sedetti, sorrisi.

Lui continuò a parlare di Bologna. Io ascoltavo.

Quella notte faticai a dormire. Stesa accanto a lui, sentivo il suo respiro regolare. Non pensavo neppure allanello. Ripensavo a come era stato lui negli ultimi sei mesi. Più cauto nelle parole. Più attento appena tornato da un viaggio. Sempre un po di più. Come a compensare qualcosa.

Lintuito di una donna non è magia. È solo memoria lunga dei dettagli. Non inventavo nulla. Raccolgo solo ciò che cè già.

La mattina dopo si alzò presto, doccia, caffè, se ne andò in ufficio. Di sabato. Disse che cerano scartoffie urgenti, da sistemare dopo la trasferta.

Bevetti il caffè da sola, davanti alla finestra. La pioggia era finita. Il cielo, bianco e piatto.

Aveva lasciato il cellulare in carica comodamente in camera. Strano, lui non usciva mai senza telefono. Entrai non apposta. Solo per rifare il letto. Di abitudine.

Il cellulare era sul comodino, schermo rivolto verso lalto. Una notifica accesa. Non cercavo nulla. Vidi, e basta.

Negozio Gioia Per I Piccoli: addebitati 92 euro.

Mi fermai. Guardai quella scritta. Poi piegai il piumone, sistemai i cuscini, uscii dalla stanza.

Gioia Per I Piccoli.

Noi figli non ne avevamo. Non per scelta. Era andata così. Lavevamo accettato da tempo, smesso di parlarne, ci eravamo abituati a vivere in due, in quellappartamento di tre stanze, dove la terza era il mio atelier con i blocchi da disegno e i campioni di tessuti.

Gioia Per I Piccoli.

Forse era un regalo, pensai. Forse per qualcuno. Per Chiara, la nipote di mio marito, che lanno scorso aveva avuto un bambino. Forse.

Andai in cucina, presi uno straccio e cominciai a pulire i fornelli. Strofinai a lungo, finché i pensieri si acquietarono.

Forse.

Ma qualcosa dentro sapeva già che non cera nessun forse. Aveva già deciso. E quella cosa era spaventosamente tranquilla.

Tornò a pranzo. Con una busta, la lasciò vicino alla porta senza dire cosa fosse. Poi la busta sparì. Non chiesi nulla.

A pranzo:

Hai chiamato lalbergo? Per la fede?

Ah, no, non ancora. Domani.

Va bene.

Mangiava. Guardavo le sue mani. Sulla sinistra una linea più chiara. Dove stava lanello. Era stato tolto da poco. Portato fino a poco tempo prima. Non per sbaglio.

Dopo pranzo si addormentò sul divano. Io sfogliai in atelier il mio album dei tessuti. Non vedevo nulla. Solo voltavo le pagine.

Presi la decisione in silenzio. Senza pianti né rabbia. Solo capii che dovevo sapere. Non per coglierlo in fallo o fare scandali. Semplicemente perché una menzogna del marito che senti e non riesci a nominare è la cosa più difficile di tutte. Come camminare nel buio: non avere paura di cadere, ma di non sapere dove cadrai.

Lunedì partì di nuovo. Disse che aveva una riunione con i soci, sarebbe tornato la sera. Mi preparai venti minuti dopo. Presi le chiavi, il cappotto grigio, seguii la sua auto.

Non fu difficile. Conoscevo la sua macchina, sapevo che non correva mai. Rimasi a debita distanza. Le mani sul volante erano calme, anzi, sorprendentemente tranquille.

Non andava verso lufficio. Imboccò la tangenziale e uscì dalla città. Lo seguii. Sempre meno auto. Sembrava non badare agli specchietti. Guidava sicuro, come chi va spesso nello stesso posto.

Dopo quaranta minuti svoltò in una strada sterrata. Mi fermai accostando, poi ripresi piano. Si attraversava un piccolo boschetto di pini. Oltre gli alberi, apparve una zona residenziale. Piccole villette, giardini curati, staccionate.

La sua auto si fermò davanti a un cancello di legno beige. Il cancello era aperto. Dietro cera un villino giallo chiaro, col portichetto e unaltalena in giardino.

Parcheggiai distante, dietro una siepe. Scesi, camminai un po, mi fermai in modo da poter vedere attraverso il cancello.

Era già uscito dalla macchina. Stava vicino al portico. La porta si aprì e un bimbo piccolo, avrà avuto quattro anni, sbucò fuori. Giubbotto blu, stivaletti di gomma, ridente e vivace.

Papà! gridò il bambino. Papà è arrivato!

Mio marito si accucciò e lo abbracciò forte, affondando il viso nel collo del figlio. Il piccolo rideva, gli tirava il colletto.

Io guardavo.

Poi uscì una donna. Giovane, poco più di trentacinque anni. Pantaloni comodi, maglia morbida, capelli scuri. Aveva quellaria serena di chi si sente a casa.

Mio marito si alzò. Il bambino corse in giardino. La donna si avvicinò, lui la baciò. Non in fretta, non di sfuggita. Con la normalità di chi ama e si sente amato.

Sulla mano sinistra di lui brillava una fede.

Non la stessa. Un’altra.

Non so come rientrai in auto. Ricordo solo che ero là dentro, fuori il bosco di pini, che odorava di primavera e il silenzio era assoluto.

Doppia vita. Ecco cosè. Una doppia vita condotta al tuo fianco. Nel tuo letto, alla tua tavola, accanto alla tua crostata di mele.

Il bimbo avrà avuto quattro anni. Quindi, tutto iniziò almeno cinque anni fa. O prima. Cinque anni fa ridipingevamo la cucina e chiedevo consiglio a lui sul colore. Mi disse: Decidi tu, sei tu la nostra designer. Scelsi il terracotta. A lui piacque.

Cinque anni.

Tornai a casa. Guidai piano, senza musica. Pensavo al bambino col giubbotto blu. Al modo in cui gridava papà. Al fatto che quel bambino non aveva colpe. Nessuna.

A casa tolsi il cappotto e andai direttamente in camera da letto. Aprii il suo armadio e iniziai a piegare i vestiti. Con ordine: camicie, pantaloni, maglioni, biancheria, calzini, cravatte che non mette quasi mai ma che tiene. Non toccai i documenti. Solo cose personali.

Avevamo tre valigie. Ne riempii due, la terza a metà. Le posai vicino allingresso.

Poi sfilai la mia fede. La guardai. Ventidue anni era stata lì, al dito. Avevo smesso di notarla, come si smettono di notare le cose familiari. La posai sul davanzale allingresso. Accanto lasciai le chiavi di riserva dellappartamento, quelle che lui mi aveva dato tanto tempo fa per ogni evenienza.

Poi andai in cucina e misi sul fuoco lacqua.

Seduta al tavolo, sorseggiai il tè. Guardavo fuori. Era quasi buio. Marzo, a Milano, si fa buio in fretta.

Non piansi. Pensavo che avrei dovuto, ma nessuna lacrima. Solo un grande, silenzioso vuoto. Nessuna rabbia. Nessun risentimento. Solo vuoto.

Alle otto e mezza, la porta si chiuse.

Sono a casa, disse dallingresso. Con la stessa abitudine di ogni giorno per ventidue anni.

Silenzio. Lo sentivo immobile, vedendo le valigie.

Che succede? chiese.

Uscii dalla cucina. Rimasi sulla porta. Lo guardai.

Sono le tue cose, dissi, pacata.

Come? Che sta succedendo?

Lo sai benissimo.

Mi guardava, poi le valigie, poi ancora me. Il suo viso cambiava piano: prima stupore, poi qualcosa daltro.

Aspetta. Parliamone. Cosè successo?

Niente, risposi calma. So tutto.

Cosa sai?

Oggi sono stata a Rescaldina. Alla villetta gialla, con laltalena in giardino. Ti ho visto. Ho visto la donna. E il bambino.

Silenzio. Pesante, spesso.

Ho visto quando lui correva da te gridando papà, continuai. Si chiama Mirko. Ho letto il nome sulla giacca, mentre lo abbracciavi. Lettere gialle sul colletto. Mirko.

Lui chiuse gli occhi.

Senti… iniziò. Non è come credi.

Basta.

No, aspetta. Vorrei spiegare. È complicato. Avrei voluto…

Basta, ripetei. Stesso tono. Ferma. Non mi servono spiegazioni. Non ora.

Ma dovresti capire…

Non devo niente.

Tacque. Mi fissava stanco. Non neanche colpevole. Stanco, come uno che porta da tanto un peso e ora è stato scoperto.

Vai, per favore, dissi.

Dove dovrei andare?

Lo sai dove.

Mi voltai, andai in camera. Presi il cappotto, la borsa.

Vai via di casa? chiese lui.

Esco un po. Quando torno, tu non ci sarai più.

Uscì. Chiusi piano la porta. Niente rumori. Solo silenzio.

Fuori laria era fredda. Camminai sul marciapiede, respirando. Solo respirando. Sotto un lampione cera una pozzanghera, dove si rifletteva il cielo. La aggirai, andai avanti.

Non sapevo dove stessi andando. Solo avanti. Sulle strade solitarie, i lampioni, un tram lontano.

Unamica viveva nel quartiere accanto. Suonai al citofono, senza pensarci.

Chi è?

Sono io.

Pausa.

Sali.

Mi aprì. Mi guardò. Non chiese nulla. Solo si scansò e disse:

Un tè?

Sì.

Sedemmo in cucina. Spaziosa, un po’ incasinata, con lodore di caffè e un vago sentore di gatto. Mi versò il tè, avvicinò i biscotti, taceva.

Lui ha unaltra famiglia, dissi infine.

Lei posò la tazza.

Da quanto?

Un bambino. Quattro anni. Quindi almeno cinque anni. Forse di più.

Mamma mia

Basta, ti prego. Non voglio reazioni adesso.

Okay. Come stai?

Non lo so. Strano. Non piango.

È normale.

Forse. Solo penso che ventidue anni sono tanti. Una vita. E ora cosa ne faccio, di questa vita?

Lamica non disse nulla. Solo mi pose una mano sopra la mia.

Rimasi da lei a dormire. Sul divano. Dormii poco, mi svegliavo spesso, ma non piansi.

La mattina tornai a casa. Le valigie erano sparite. La fede ancora sul davanzale, con le chiavi. Lui aveva preso solo le sue cose.

Lappartamento era vuoto, silenzioso. Girai tra le stanze. Rimasi un po in camera. Poi andai in cucina, preparai il caffè.

Il divorzio fu lento, non immediato. Carte, firme, notai, file. Lui chiamò alcune volte. Prima per spiegare. Non risposi. Poi per sistemare la questione della casa. Quella volta risposi. Fu breve, pratico. Tono sommesso il suo.

Lappartamento rimane a te, disse. Non voglio nulla.

Va bene.

Stai bene?

Sì.

Mi dispiace.

Anche a me, dissi. Riattaccai.

Mi dispiaceva davvero. Non per lui. Per i ventidue anni persi. Per le crostate, le chiacchiere mattutine, i viaggi al mare, che ora sembravano diversi. Tutto era coperto da una pellicola sottile di dubbio. Mentre sorrideva a me, altrove una casa aspettava suo padre. Mentre diceva ti amo, un bambino gridava papà. Come tiene la testa tutto questo? Come si fa?

Non cercai risposte. Permisi che i pensieri stessero lì.

Alcuni mesi dopo incontrai la signora Gina, la vicina del piano sotto, settantaduenne.

Non vedo più tuo marito, va tutto bene?

Ci siamo lasciati, Gina.

Ah. Così tanti anni

Tanti.

E ora?

Ora vivo.

Lei scosse il capo, e andò. Tornai su, e per la prima volta in un mese risi. Perché e ora? era la domanda più sincera. Vivo, la risposta più vera.

Passarono mesi. Lestate fu calda e temporalesca. Aprii le finestre dello studio, lavorai con la brezza. Lavori cerano, non molti, ma arrivavano. Linterior design era il mio lavoro da sempre: iniziato prima del matrimonio, poi messo da parte e ripreso. Ora occupava più spazio di prima e glielo concedetti volentieri.

A giugno arrivò un nuovo cliente: una giovane coppia con un appartamento nuovo di zecca, volevano qualcosa di vero, personale. Li incontrai, ascoltai i loro desideri. Il ragazzo teneva sempre la mano della sua compagna. Un gesto naturale, non ostentato. Guardavo quella scena e sentivo solo interesse per la casa, nientaltro.

Fu un buon segno.

In estate andai a Firenze, da sola. Finalmente, senza rimandare. Musei, caffè, lungarno, album per acquarelli. Disegnai lì, in riva allArno. Male, ma non importava.

In un caffè sedetti accanto a una donna della mia età. Il cameriere confuse i nostri ordini, iniziammo a parlare. Si chiamava Angela, veniva da Torino. Anche lei, da sola.

Anche tu in viaggio da sola? mi chiese Angela.

Sì, la prima volta.

Io ormai da tre anni. Dopo il divorzio.

È strano?

Allinizio sì. Poi abitui. Poi scopri che è bello.

Parlammo ancora un po, poi ognuna andò per la propria strada. Ma quel dialogo rimase a lungo con me.

In autunno rinnovai latelier. Pitturai le pareti di bianco, comprai un nuovo tavolo, una lampada che desideravo da tempo. Ora mi sembrava che ne valesse la pena.

Un giorno, venne lamica, vide lo studio e disse:

Bello. Tuo progetto?

Certo.

Ti somiglia molto. Sei proprio tu.

In che senso?

Così: luce, spazio, niente fronzoli.

Poi ci pensai. Ero me stessa anche prima? Forse sì. Solo più silenziosa. Più attenta. Più modellata sullidea che lui aveva di me.

Ora ero più forte. Ordinavo al ristorante quello che volevo, non quello che andava bene”. Musica che piaceva a me, dormivo e mi svegliavo quando desideravo. Piccole cose, ma è da queste che si costruisce ogni giorno. E ogni giorno fa la vita.

Dinverno mi chiamò la sorella di lui. Sempre gentile con me. Voce incerta.

Solo per sapere come stai.

Benissimo, Paola. Davvero.

Lui mi ha raccontato. Io non sapevo. Voglio che tu lo sappia.

Lo so. Ti credo.

Non si fa, quello che ha fatto lui.

È successo. Non ci penso più ogni santo giorno.

Pausa.

Sei forte, disse piano.

Non lo so. Vivo. E basta.

Un po parlarono ancora. Paola disse: se hai bisogno, chiamami. Grazie, risposi.

Un tradimento. Suona terribile, come se devastasse tutto. Ma è silenzioso, fatto di piccole cose: una fede sfilata, una pausa al telefono, uno scontrino di un negozio per bambini. Poi vedi tutto assieme e capisci che il mondo era già cambiato da tempo. Solo tu ancora non lo sapevi.

Col tempo imparai a pensare a tutto questo serenamente. Non subito. Ci volle tempo. Talvolta sognavo. Sogni strani, non spaventosi. Camminavo nellingresso, pieno di valigie, senza sapere di chi fossero. Mi svegliavo, restavo nelloscurità, poi tornavo a dormire.

Una notte pensai al bambino. Mirko. Ora avrebbe avuto cinque anni. Forse frequenta lasilo. Corre ancora incontro a suo padre, gridando papà. Non ha colpe. Neppure la madre, forse, oppure sì. Le persone sono diverse.

Non provavo rabbia verso quella donna. Mi sorpresi, ma niente odio. Solo stanchezza per una storia complicata in cui ero finita senza volerlo.

Arrivò di nuovo la primavera. Esattamente un anno dopo quel venerdì in stazione.

Sedevo al solito caffè vicino a casa. Mi piaceva quel posto: silenzioso nei giorni feriali, profumava sempre di brioche e caffè, cerano tavolini vicino alla vetrina. Ero lì col tablet e gli schizzi per un nuovo progetto: grande appartamento in centro, la proprietaria voleva stile nordico, pulito e luminoso. Avevamo già discusso, a volte litigato con lei. Un buon progetto.

Lavoravo, sorseggiavo caffè, guardavo ogni tanto la strada. Era ancora fresco, ma nellaria già cera lodore della primavera. Quella sensazione; la neve si è arresa, la terra ci pensa su.

Tavolo accanto, una donna giovane lavorava al portatile. Poi alzò la testa e chiese:

Scusi, è una designer dinterni?

Sì. Come ha fatto a capirlo?

Ho visto il suo tablet di sfuggita. Bellissimi disegni.

Grazie.

Accetta nuovi incarichi? O ha già uno studio suo?

Per ora lavoro in proprio. Ma sto cercando un locale.

Che bello. Posso prendere il suo contatto? Stiamo traslocando, mi serve aiuto.

Le detti il biglietto. Lei lo prese, sorridendo.

Grazie. La scriverò.

Annuii, tornai al mio lavoro.

Cercavo uno studio già da due mesi. Pianterreno, grandi finestre. Non avevo ancora trovato il posto giusto. Ma non avevo fretta. Ormai non avevo più fretta per nulla. Era una novità. Mi piaceva.

Guardai la mia mano sinistra. Lanulare. Solo un po più chiaro degli altri, quasi invisibile. In un anno la pelle era tornata normale. Niente più fede. Solo la mano, solo le dita che reggevano una tazza.

Avevo creduto che quella parte avrebbe fatto sempre male. Invece no. Solo la mia mano, mia, adesso, con caffè caldo e un nuovo progetto.

Entrò una signora, con una bimba mano nella mano. La piccola vestiva un cappottino rosso, tirava la madre verso la vetrina dei dolci.

Mamma, quello! Voglio quello!

Aspetta, siamo appena entrate.

Dai, mamma!

La madre rise, sussurrò qualcosa alla bimba. Lei sorrise e corse a sedersi.

Le osservai. Non provavo niente di particolare. Solo le vedevo. La vita attorno. Diversa, viva, non sempre facile, ma vita.

Mi chiamò lamica.

Dove sei?

Al bar. Lavoro.

Come va?

Bene, davvero.

Sul serio?

Veramente.

Meno male. Guarda, volevo chiederti: ti ricordi che ti ho parlato di Giulio? Quello della nostra azienda, rimasto vedovo. Chiedeva di te. Vorrebbe conoscerti. Non ho promesso nulla, te lo dico solo.

Rimasi in silenzio per qualche secondo.

Marta, non ora, davvero. Non adesso.

Ok, ok. Te lho detto solo per informarti.

Ho sentito. Grazie.

Sei sicura che va tutto bene?

Sì. Ho lavoro, caffè, primavera fuori. Va bene.

Sei diversa, sai? Non in senso negativo.

Diversa come?

Più serena, sicura. Come se sapessi qualcosa che prima ti sfuggiva.

Ci pensai.

Forse è così, risposi. Un giorno ti racconto.

Va bene. Ciao.

Ciao.

Riposi il telefono. Guardai fuori. Una donna con limpermeabile giallo passava col caffè in mano e il cellulare. Dietro, un uomo con un cane enorme e peloso. Il cane si fermò, fiutò un albero, riprese il cammino.

La vita andava avanti. La mia, quella degli altri. Tutte.

Tornai al tablet. Sullo schermo, uno schizzo del soggiorno: pareti grigio chiare, pavimento in legno, divano color panna. Spostai la posizione del divano. Meglio. Aggiunsi una lampada accanto alla finestra. Ancora meglio.

A ventotto anni avevo iniziato a fare interior design sul serio. Pensavo fosse solo un lavoro. Poi avevo capito che lo spazio intorno è quasi il tuo mondo interiore, rovesciato fuori. Quando ti senti bene a casa, ti senti meglio anche dentro. Che la luce, laria, gli oggetti giusti cambiano pensieri e umore.

Valeva anche per la mia casa: rinnovai latelier, eliminai oggetti dal salotto che mi parevano non miei. I cuscini ricamati che aveva portato da una trasferta. La cornice gigante con la foto al mare, sorridenti. Non in preda alla rabbia; solo perché un giorno mi resi conto che non ne avevo bisogno. Che volevo vedere altro.

Al posto della foto, appesi un quadro comprato a Firenze da un artista di strada: piccolo, semplice, vista su un canale. Mi piaceva.

Gli oggetti raccontano chi siamo, chi eravamo, chi vorremmo diventare.

La cliente scrisse: Quando può mostrarmi i nuovi schizzi? Li aspetto con ansia! Risposi, fissammo per mercoledì.

Il caffè era freddo. Lo finii comunque. Chiesi il conto.

Arrivò il cameriere, foglietto dentro una cartelletta di pelle. Guardai, pagai col bancomat, sistemai tutto in borsa.

Tutto semplice. Al proprio posto.

Un anno fa, sotto la pioggia, portavo un sacchetto di panzerotti in stazione. E non sapevo nulla. O forse sapevo già senza parole.

Ora sapevo. E lo chiamavo per nome. E ci convivevo. Non era pesante. Solo così.

Rimisi il tablet in borsa. Indossai il cappotto. Uscii.

Quellodore di primavera era identico allanno scorso. La neve vinta, la terra che pensa. Camminavo e pensai a mercoledì, agli schizzi, alla lampada vicino alla finestra. Che dovevo fare la spesa. Che stasera non avrei cucinato, ma ordinato qualcosa. Che domani avrei telefonato a Marta e detto la verità: sto davvero bene.

Al semaforo, mi fermai. Accanto a me, un uomo con la ventiquattrore. Ci scambiammo uno sguardo. Solo due persone a un incrocio.

Scattò il verde. Attraversai.

Dopo qualche isolato, mi raggiunse la giovane donna del caffè, in cappotto rosso.

Aspetti! Lho già contattata ma ho pensato che forse non avrebbe letto. Mi piacerebbe lavorare con lei. Quando potrebbe per un incontro?

La prossima settimana. Martedì o giovedì.

Giovedì perfetto! La scrivo.

Daccordo.

Grazie! Sorrise, vera; poi tornò indietro a passi svelti.

La seguii con lo sguardo. Poi ripresi il cammino.

La mano sinistra, sulla tracolla della borsa. Anulare. Solo un dito. Solo una mano.

Non pensavo a cosa sarebbe stato domani. Se ci sarebbe stato mai un altro anello. O no. Non pensavo a Giulio dellazienda di Marta, il vedovo. Non pensavo a lui, ai nostri ventidue anni, alla villetta gialla con laltalena, a Mirko col giubbotto blu.

Pensavo solo a giovedì. Al nuovo cliente. A una bella occasione.

Bastava questo. Davvero.

Dietro langolo mi aspettava il bar Mattino, dove ogni tanto andavo il venerdì. Ma oggi era mercoledì. Decisi di entrare comunque. Perché sì.

Dentro era caldo, profumo di vaniglia. Al banco, una ragazza. Mi vide, sorrise.

Il solito?

No, dissi. Oggi qualcosa di nuovo. Che mi consiglia?

Ci pensò un attimo.

Oggi abbiamo introdotto una nuova bevanda: caffè con cardamomo e scorza d’arancia. Si chiama Marzo.

Marzo, ripetei. Ottima idea. Lo provo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

18 − 18 =