Un pezzetto di felicità

Un pezzetto di felicità

Ludovica aprì piano la porta della cameretta e, un po’ di nascosto, gettò unocchiata allinterno. Giulia era seduta sul letto, tutta immersa nei suoi pensieri da bambina, e passava in rassegna una schiera di giocattoli come se dovesse controllare che nessuno mancasse allappello. Il cuore di Ludovica si strinse oggi era un giorno importante, il compleanno di Giulia, eppure aveva sulla coscienza una pesantezza da far invidia a una lastra di marmo. Si sforzò comunque di sorridere con calore e provò a parlare con la voce più allegra che riuscì a trovare:

Giulia, tesoro, hai già deciso con quale vestitino accoglierai gli ospiti?

La bambina si animò subito, quasi avesse sentito la parola magica. Balzò in piedi, gli occhi che brillavano, e agguantò al volo dalloccorrente un vestitino rosa con la gonna svolazzante, leggero come zucchero filato tra le mani. Stringendo con orgoglio labito al petto, rispose piena di entusiasmo:

Quello rosa! La nonna ha detto che sembra proprio quello di una principessa vera!

Ludovica annuì, aggiustando automaticamente una ciocca di capelli. Avrebbe voluto lasciarsi travolgere dalla gioia della figlia, ma i pensieri la riportavano sempre a ieri sera, come quando cerchi di evitarli e tornano comunque. Nella testa risuonavano ancora le parole di Stefano, fredde come laria del freezer: Chiedo il divorzio. E non voglio più vedere tua figlia.

Giulia, del tutto ignara delle tempeste che si agitavano dentro la madre, girò su se stessa sognando ad occhi aperti la tenera cerimonia che laspettava. Poi si fermò improvvisamente, fissando Ludovica con quegli occhi grigi e grandi pieni di aspettativa:

Mamma, papà viene?

Ludovica sentì un nodo in gola grosso come una palla da tennis. Deglutì, cercando qualche parola che non facesse a pezzi il cuore già delicato di una bimba. Come spiegare a una piccola di cinque anni che chi cullava le sue risate fino alla sera prima, ora voleva cancellarle insieme a loro? Che le promesse dette con il sorriso a volte si sbriciolano come biscotti troppo friabili?

Papà è molto impegnato a lavoro riuscì infine a dire, dosando la voce per sembrare sicura. Ma ti vuole bene, davvero. Tanto bene.

Giulia lasciò scivolare il vestito. Le spalle le si abbassarono, nello sguardo fece capolino una delusione amara ma dignitosa. Si rifugiò in una vocina flebile, rivolta chissà a chi:

Aveva detto che veniva a vedere come ballavo il cigno

Il campanello squillò tutto dun tratto, facendo sobbalzare Ludovica che stava finendo di sistemare le ultime cose. Dalla finestra già si vedeva calare il crepuscolo. In casa, intanto, il clima cominciava a scaldarsi: arrivavano i colleghi del vecchio lavoro con figli a traino, la vicina con la nipotina, qualche lontano parente che non si sa bene da dove rispuntasse.

Ludovica, con gesti nervosi, sistemò un ricciolo dietro lorecchio, tirò giù la gonna del vestito buono, inspirò a fondo e si avviò a ricevere gli ospiti. Voleva che il compleanno di Giulia fosse perfetto uno di quei giorni che restano nei ricordi come una fetta di torta ben riuscita e dolce a lungo.

Stefano si presentò dopo un po. Nel frattempo, il tavolo era già carico di leccornie, la casa profumava di crostata alle mele e bucato fresco, i bambini Giulia in testa con le amichette trasformavano il soggiorno in una giungla di urletti allegri. Stefano entrò senza bussare, in abito elegante, unespressione distante, come se stesse entrando in banca piuttosto che alla festa di sua figlia.

Allora, qui si festeggia già? chiese con quella voce tagliente che, come una fetta di salame mal tagliata, rovinava latmosfera.

Ludovica rimase in piedi, la mano sospesa con la teglia di pasticcini. Provò a dire qualcosa, ma non fece in tempo: zia Maria, vecchia amica della mamma di Stefano, lo accolse con entusiasmo esagerato:

Stefanuccio! Ti stavamo aspettando! Vieni che assaggi la torta, lha fatta Ludovica con le sue manine!

Lui manco la guardò. Superò zia Maria come un treno regionale, dritto in mezzo alla stanza dovera Giulia, che felice nel suo vestitino rosa mostrava i passi del balletto alle amiche. La bimba si bloccò vedendo il padre, il volto che si illuminava di gioia.

Papà, guarda, danzo così! disse alzando le braccia come ali di cigno.

Stefano invece non perse tempo:

Basta. Chiedo il divorzio. E non voglio più vederti. Non chiamarmi più papà.

Sul salone calò il gelo, come se si fosse rotto il termosifone in pieno inverno. Qualcuno trattenne il fiato, qualcuno si girò a cambiare argomento guardando con interesse improvviso le foto sulle pareti. Giulia restò immobile al centro, le braccia che le cadevano, il vestitino tutto spiegazzato tra le dita.

Papà sussurrò lei con una voce così persa che Ludovica sentì il cuore schiacciarsi come una spugna.

La decisione è presa, tagliò corto lui, senza nemmeno rivolgerle un ultimo sguardo. Si avviò verso la porta come se nulla ormai potesse scalfirlo.

Ludovica gli corse dietro, dimentica di torte e ospiti. Lo raggiunse già sulluscio, lo afferrò per la manica.

Ma come fai?! Ha solo cinque anni! Oggi è il suo giorno! le tremava la voce, ma cercava di mantenersi salda anche se dentro tutto si era rotto.

Io ne ho trentacinque, rispose Stefano, negli occhi neanche uno straccio di dubbio. Sono stanco. Tu, la casa, la bambina non ce la faccio più. Vedrai che presto avrò una famiglia normale.

La porta sbatté con un’eco fastidiosa. Gli ospiti si guardarono tra loro imbarazzati, qualcuno si congedò frettoloso scusandosi, qualcun altro si buttò sulle scarpe con laria di chi ha un treno da prendere.

Giulia restò lì, in mezzo alla stanza, stringendo il vestitino rosa. Poi si accasciò piano, abbracciò il vestito e scoppiò a piangere, lacrime silenziose e continue che le bagnavano le guance e le spalle.

* * * * * * * *

I primi mesi senza Stefano furono per Ludovica una specie di nebbia fitta giorni che si confondevano, la testa come ovattata. Era abituata a fare la casalinga, su insistenza di Stefano che laveva convinta che la casa sarebbe stata più nera duovo (come diceva sua suocera), calda e curata. Ora, però, quello stesso nido si stava sbriciolando.

Il lavoro arrivò quasi per magia, come se il destino avesse deciso di darle una mano. Al centro commerciale vicino quello di quartiere, mica la Rinascente stava aprendo un negozio di abbigliamento. Ludovica prese coraggio e ci portò un curriculum del paleolitico, risalente a quando lavorava ancora lei, forse al tempo delle lire. La responsabile era una ragazza sorridente e sveglia, che dopo aver letto con attenzione i fogli alzò lo sguardo:

Lesperienza cè, laspetto pure. Facciamo una prova per un mese.

Ludovica annuì quasi incredula. Allinizio fu dura: imparare i codici delle promozioni, usare la cassa che sembrava un computer NASA, sorridere a clienti e clienti anche quando avrebbe voluto piangere o dormire in magazzino. Lo stipendio appena sufficiente per tirare la carretta, ma era già qualcosa il suo primo mattoncino per ricostruire una casa tutta nuova.

Trovare un posto allasilo fu unimpresa degna di Ulisse: file, moduli, preghiere e anche qualche piccolo sacrificio (tipo promettere crostate alla bidella). Alla fine riuscì ad avere un posto per Giulia in una sezione con orario lungo. Una vittoria: così poteva lavorare senza vivere col cuore in gola per andare a prendere la piccola.

Una sera, mentre Ludovica sistemava Giulia nel letto, la domanda arrivò secca come un colpo di vento:

Mamma, papà ci ha lasciate?

Lei si gelò. Rivelare la verità era come camminare su un campo minato: essere sincera avrebbe fatto troppo male, ma mentire anche quello non era giusto.

Papà ora non può essere con noi, rispose con una dolcezza quasi chirurgica accarezzandole i capelli. Ma non vuol dire che non ti vuole bene.

Giulia restò in silenzio un po, poi sussurrò a occhi chiusi:

Io sì che gli voglio bene.

Ludovica quasi si sciolse in lacrime. Sistemò la coperta, aggiustò la posizione del cuscino e andò in cucina, dove lasciò andare finalmente quelle lacrime silenziose che aveva tenuto dentro per mesi. Fuori le luci di Torino (perché mica abita a Milano, Ludovica di milanesi ce nè già abbastanza nei romanzi) brillavano tra il rumore delle macchine e gli autobus che passavano, ma in quella cucina cera solo il suo respiro e una pace stanca.

Col tempo arrivò anche la lettera dellavvocato (firmata, timbrata e pure con francobollo storto): richiesta formale di divisione dei beni. Bastava già la firma a mettere lansia. Lappartamento, comprato durante il matrimonio, doveva essere diviso. Ludovica fece due conti: i suoi risparmi erano ridicoli. Chiamò parenti, chiese prestiti chi aiutava, chi faceva finta di non sentire, chi prometteva e spariva. Alla fine non bastavano comunque.

Venda le disse il notaio, con laria rassegnata, prenda la sua parte. Almeno può comprare qualcosa o affittare. Meglio che restare senza nulla, signora.

La vendita andò più veloce della domenica allEsselunga. Prese la sua fetta in euro, e davanti a sé aveva due strade: microbilocale in periferia oppure affitto di una villetta minuscola ma graziosa. Scelse laffitto: trovò una casetta in un cortile tranquillo, niente lusso, ma piena di sole e con uno spicchio di giardino. La proprietaria, una simpatica signora coi capelli bianchi e tanta saggezza casalinga, le diede fiducia:

Basta che pagate puntuale, signora, e la casa è vostra. Non sono tipo da sfrattare.

Il trasloco fu una giornata epocale: scatoloni, urlacci dei facchini, Giulia seduta sopra i pacchi, con la faccia smarrita.

Dovè la mia stanza rosa? domandò poverina.

Quel colpo fece più male di mille discorsi. Ludovica si inginocchiò e la abbracciò:

La faremo insieme, vedrai.

E così fu. Con i pochi euro superstiti, comprarono vernice rosa pastello, carta da parati con le farfalle, un letto nuovo ma economico con zanzariera anni 80 che Giulia chiamava il baldacchino reale. Ludovica tinse con calma le pareti, la sera bevevano tè e sognavano la camera finita. Piano piano, la stanza prese vita; le farfalle parevano muoversi, il letto pareva un vero trono. Giulia rideva e correva, regina del suo regno, e Ludovica sentiva in fondo al cuore una speranza nuova.

La seconda entrata in casa arrivò del tutto inaspettata. Nello stesso centro commerciale, poco lontano dal negozio, aveva aperto una caffetteria. Ci passava sempre davanti, intravedeva i baristi giovani e le file con la gente che già alle otto del mattino chiedeva un espresso e una brioche.

Una sera, Ludovica ci entrò per un tè e, vedendo una barista in difficoltà con troppi ordini, riuscì a darle una mano con la memoria e la calma della mamma negoziante. Il titolare, che con gli occhi non si perdeva nulla, il giorno seguente la fermò:

Senta, potrebbe venire a dare una mano qualche sera come barista di supporto? Stipendio modesto, eh, ma meglio di quello del negozio. E può portare Giulia: cè langolo bimbi qui accanto, i figli dei dipendenti possono stare lì gratis. Allora?

Ludovica esitò: già faceva fatica a incastrare tutto. Ma i soldi in più servivano come il pane. Pensò a un gelato in più, a una settimana di tranquillità, allautonomia e disse sì.

Da allora la sveglia suonava alle sei, si metteva in piedi, portava Giulia allasilo, lavorava otto ore in negozio, merenda al volo, seconda corsa in caffetteria fino a sera. Tornava a casa così stanca che dormiva vestita sul divano.

Una mattina, Giulia pronta per lasilo, le mise il plaid sulle spalle:

Mamma, sei stanca, eh?

Una carezza infantile migliore di qualunque caffè. Ludovica sorrise nel sonno e si promise di non mollare, per lei.

La quota della casa venduta la mise in banca tutta in un conto deposito i famosi euro che, anche se pochi, davano almeno un po di sicurezza. Gli imprevisti la lavatrice che muore, una visita medica, un paio di scarpe nuove ora non erano più catastrofi.

Un giorno allasilo, nel prendere Giulia, Ludovica notò un uomo ad aspettare anche lui. Stava lì mentre il figlio, Matteo, si infilava le scarpe. Al vedere Ludovica, le sorrise:

Lei è la mamma di Giulia? Mio figlio è Matteo, sono Andrea.

Ludovica rispose lei, provando a sembrare meno stravolta di quello che si sentiva.

Vedo che è sola anche lei, disse Andrea senza filtri, ma con gentilezza. Se vuole la posso accompagnare, ho la macchina.

Ludovica ringraziò e declinò: la prudenza, dice la zia Concetta, non è mai troppa.

Settimana dopo, diluvio torinese, autobus in panne e nessun altro allorizzonte. Giulia che tremava in un impermeabile troppo leggero. A un certo punto, si fermò proprio lauto di Andrea:

Salite, vi porto io. Oggi non è proprio giornata

Questa volta Ludovica accettò. Lauto calda, le gocce sui finestrini, odore di caffè dalla termos. Matteo dietro, intento a raccontare la Guerra dei Dinosauri al suo tirannosauro di plastica. Andrea la guardava con quei suoi occhi sinceri e, più che parlare, ascoltava davvero.

Duro vero? chiese semplicemente.

Ludovica non trovò le parole, ma Andrea non ne richiese. Le confidò di lavorare come autista del 118, turni mattoidi e una moglie che laveva lasciato per uno che tornava a casa in orario.

Da quel giorno, si rividero spesso attorno allasilo o al supermercato. Dialoghi brevi, leggeri, piano piano sempre più semplici e spontanei. Andrea aiutava quando poteva: un sacchetto di spesa, un passaggio a casa. Nessuna pressione, nessuna fretta.

Allinizio Ludovica rifiutava: lorgoglio della mamma-single torinese resiste sempre un po. Ma la vita vera è più forte della teoria e, una sera, accettò il passaggio e il favore di Andrea.

Poche settimane e ci si abituò: non era per pigrizia, ma perché con lui la fatica diventava più leggera. Lui non chiedeva mai nulla in cambio. Così, una domenica al parco, mentre i bimbi giocavano, Andrea le disse:

Non devi fare tutto da sola. Ogni tanto, appoggiati anche tu.

Guardandolo, Ludovica sentì qualcosa sciogliersi. Forse, davvero, non era più sola al mondo.

Giulia e Matteo divennero inseparabili: giochi, altalene, scorribande nei prati. Ludovica e Andrea, nel frattempo, scoprivano il piacere di parlare per il solo gusto di ascoltarsi. Davvero, senza dover recitare la parte.

Un pomeriggio, col sole calante e profumo di autunno, Andrea si fermò al volo di una chiacchiera, la guardò e confessò:

Pensavo di non innamorarmi più. Poi ho visto te: così forte, eppure così fragile.

Ludovica, col sangue alla testa, stavolta non trovò parole, ma da dentro sentiva salire una gioia timida. Non il colpo di fulmine da fiction, ma una certezza sottile.

Arrivò il momento di trasferirsi insieme, dopo mesi di prove generali. Lappartamento di Andrea era grande, con due camere per i bambini, soffitti alti, finestre dove passava un sacco di luce. Andrea si mise a imbiancare, montare letti, aggiustare mensole tutto con quella pazienza che non si compra al mercato. Il giorno della grande fusione, li radunò e li abbracciò tutti insieme:

Adesso questa è casa nostra.

Giulia, curiosando nella stanza nuova, si voltò a guardarlo e lo chiamò, con timore ma anche con speranza:

Papà.

Fu semplice, nessun effetto speciale, ma bastava vedere la faccia di Andrea per capire che per lui era il regalo più grande. Le prese la manina, si abbassò:

Solo se ti va bene davvero.

Certo che sì, rispose convinta Giulia.

Mentre Ludovica li abbracciava entrambi, la casa profumava ancora di vernice fresca e promesse. Nel disordine del trasloco, per un attimo tutto si fermò.

* * * * * * * *

Stefano ricomparve dopo tre anni. Ludovica aveva quasi smesso di aspettarsi altri colpi di scena da lui la vita era ripartita, le vecchie ansie sembravano lontane come una quota di mutuo già pagata. Un sms, da un numero sconosciuto: Dobbiamo parlare. Ci vediamo al bar vicino al parco?

Ci pensò, poi rispose: Va bene. Alle tre.

Arrivò con un po danticipo. Ordinò un caffè, scelse il tavolo più in disparte, ingannò il tempo fissando le mattonelle. Quando arrivò Stefano, quasi non lo riconobbe: più magro, capelli grigi, uno sguardo ben lontano da quello di una volta. Si sedette, sistemò le mani sul tavolo come chi si tiene aggrappato a qualcosa.

Ho ripensato a tutto, cominciò, guardandola finalmente negli occhi. Forse abbiamo avuto troppa fretta

Ludovica appoggiò piano la tazzina. Dentro di sé sentiva la rabbia spuntare come ortiche, ma la voce le uscì ferma e composta:

Troppa fretta? Tu hai messo il punto finale davanti a tutti, nel giorno di compleanno di tua figlia. E ora parli di ripensamento?

Ho sbagliato tutto si schermì lui. Quella donna mi ha solo spennato. Appartamento, macchina, euro a palate appena ha finito di racimolare, si è dileguata.

E hai pensato di tornare al piano B: io? Quella che si può mollare senza troppi pensieri, ma se le cose vanno male ci si può anche ripensare?

Stefano seccato si irrigidì, le braccia conserte.

Sei sempre stata troppo risentita, borbottò. Per forza me ne sono andato. Non mi capivi, mai una volta che mi apprezzavi!

Ludovica si sentì venir su una rabbia potente, ma trattenne tutto in un respiro profondo.

Non ti apprezzavo? Ho lasciato il lavoro, ho costruito la nostra vita si interruppe: perché giustificare a chi, tre anni prima, nemmeno aveva provato a capire?

Insomma, tagliò corto. Ora ho una famiglia vera. Un marito che mi ama, una casa dove mi sento a casa mia, una figlia serena. Non intendo mandare allaria tutto solo perché a te è andato storto qualcosa.

Stefano scattò in piedi, il viso paonazzo per la rabbia e una dignità ferita. Si fermò sulla soglia, indeciso se litigare ancora ma alla fine lanciò solo un: Vedrai che te ne pentirai, uscendo come uno che ha appena perso la Sampdoria allultimo minuto.

Ludovica non lo seguì. Restò lì, gustando la sensazione leggera della fine di un peso. Bevve un sorso del suo caffè ormai freddo: ormai, che importava il sapore?

Fuori, il sole di Torino scintillava. A casa cerano Giulia e Andrea ad aspettarla, e una giornata che prometteva rumore di posate e allegria.

* * * * * * * *

A casa, la accolsero le urla e le risate. Giulia e Matteo correvano nel salotto, la loro risata cristallina che riempiva ogni stanza. Andrea era sul divano con il giornale, ma più che leggere sembrava appassionato solo a veder giocare i bambini.

Mamma è tornata! fu Giulia a notarla per prima, e le si avvinghiò alle gambe. Abbiamo fatto una fortaccia con i cuscini! Vieni a vedere che capolavoro!

Matteo, con aria fiera, spiegò:

Io facevo il guardiano! Nessuno è riuscito a entrare!

Ludovica arrossì di tenerezza. Accarezzò entrambi, poi osservò la struttura non male, anzi meglio di tante delle case in vendita!

Ma manca solo una bandiera! La facciamo subito?

I piccoli si precipitarono a cercare carta e pennarelli. Ludovica finalmente si concesse un respiro, uno vero, e guardò Andrea che si avvicinava.

Due minuti per noi? gli sussurrò.

In cucina, Andrea fece per preparare il tè ma poi spense il bollitore, preferendo ascoltare.

Tutto a posto? chiese serio, ma con quella gentilezza che nella Torino dei bar non si trova nemmeno al mercato di Porta Palazzo.

È tornato. Stefano. Voleva tornare indietro.

Andrea non si sorprese. Si limitò ad abbracciarla forte, lasciandole capire che per lui non cerano dubbi.

E tu che cosa gli hai detto? domandò, guardandola negli occhi.

Che sono felice. Che ora ho una vera famiglia. E che non cambierò nulla al mondo, e nel dirlo sentì una sicurezza nuova.

Andrea sorrise e le diede un bacio sui capelli.

Ecco, così si fa.

Dalla sala ecco ancora risate la fortaccia era collassata, ma nessuno si lamentava. Ludovica rise e tirò Andrea per mano:

Forza, cè una bandiera da costruire con i bambini!

Si sedettero sul tappeto, tra pennarelli, risate e cuscini da palazzo reale. Andrea, questa volta, lasciò in pace il giornale: preferiva godersi la scena. Quando i bambini finalmente crollarono a dormire, loro si misero comodi sul divano.

Ludovica si accoccolò contro di lui, respirò piano il profumo familiare e finalmente sentì che tutto era andato a posto.

Sai disse a occhi chiusi dopo la separazione pensavo che non ce lavrei fatta. Che le cose sarebbero crollate. Invece sono qui. E ti ho trovato.

Perché sei forte, e adesso siamo insieme, rispose Andrea, stringendola.

Lei sorrise. Lo guardò, piena di riconoscenza.

E se quel giorno non avessi accettato il tuo passaggio?

Andrea fissò la luna che filtrava dalla finestra socchiusa.

Ti avrei trovato lo stesso. Alcune cose sono scritte.

Ludovica non era una da grandi discorsi filosofici. Ma quella sera sentiva davvero che tutto quello che aveva vissuto laveva portata lì, in quella casa con le risate dei bambini e la presenza di un uomo che sapeva capirla anche quando non diceva nulla.

La luna continuava a brillare, il traffico si sentiva solo lontano, e lì sul divano la serenità sembrava davvero una cosa possibile. Ludovica pensò, chiudendo gli occhi: Ecco, questo è il mio presente. Senza fanfara, ma con la certezza tranquilla che, alla fine, la felicità è fatta di piccole cose: risate, un abbraccio e una casa che profuma di vita vera.

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