Otto anni di piccolezze

Otto anni di piccolezze

Il telefono ha squillato alle sette e mezza di mattina, proprio mentre guardavo lacqua bollire in un pentolino sulla vecchia cucina a gas. Il fornello aveva le griglie in ghisa, incrostate di strati di grasso altrui che ormai non riuscivo più a far venir via del tutto. Ogni mattina quel grasso mi ricordava che quellappartamento non era mio, che lì ci avevano vissuto altre persone, con le loro abitudini, i loro minestroni, le loro vite.

Ho guardato il display. Chiara.

Ho risposto.

Ancora non hai risposto al suo messaggio, ha detto mia figlia, senza nemmeno salutare.

Buongiorno, Chiaretta.

Mamma, sono seria. Mi ha scritto ieri sera lui. Dice che lo stai ignorando.

Lacqua è arrivata a bollore. Ho spento il fuoco e gettato nel pentolino una bustina di tè. Economico, italiano, in confezioni di cinquanta. Non era come quello in foglia, inglese, che Cesare ordinava in quella bottega storica di Brera.

Che parli, ho detto.

Mamma, ti rendi conto? Vivi da sola in quel buco dellOrtica, starai combattendo con le blatte, hai quasi sessantanni

Ne ho cinquantotto.

È quasi sessanta! E hai lasciato un uomo a modo, una casa in centro, una vita sistemata. Per cosa?

Ho guardato fuori dalla finestra. Il cielo era grigio, da Novembre, un platano spoglio, il muro scrostato e ingiallito della casa accanto. Sotto è passato un tram. I binari erano vecchi: la prima volta che ci ho dormito sopra, le prime due notti, non sono riuscita a chiudere occhio per tutto il rumore.

Poi mi sono abituata.

Chiaretta, sto facendo tardi per andare al lavoro.

Ma tu non vuoi mai affrontare la questione!

Vorrei, ma non adesso così. Piuttosto, vieni sabato? Faccio il brodo.

In quel tuo buco non ci vengo.

Un buco. Quella parola era arrivata anche a lei, ormai. Sarà stata zia Teresa.

Va bene, ho risposto tranquilla. Allora ci sentiamo dopo.

Mamma

Chiara, ti voglio bene. A dopo.

Ho lasciato il telefono sul tavolo. Ho travasato il tè nel bicchiere sfaccettato che avevo trovato nel mobile della cucina, tra pentole mai mie. Di quei bicchieri, veri vetro da osteria, pesanti, non se ne vedevano più da trentanni. Ho fatto un sorso. Il tè era caldo, un po amarognolo, sapeva leggermente di carta.

Lho bevuto in piedi, guardando fuori.

Poi mi sono vestita ed uscita.

***

Il portone odorava di muffa e di gatti. Da qualche parte al terzo piano viveva un felino che non avevo ancora mai visto, ma ogni notte miagolava puntuale. Lascensore non cera. Quattro rampe giù, tra cassette della posta spaccate, una slitta dimenticata dallinverno scorso.

Fuori cerano cinque gradi, non di più. Ho stretto il cappotto e mi sono avviata verso la metropolitana. Il quartiere dellOrtica ancora non lo conoscevo bene: sei mesi lì e a volte mi confondevo tra i vicoletti. Lambrate, Casoretto, Città Studi. Le strade erano diverse dal centro. Più tranquille, più larghe, alberate. La gente andava di fretta, come in tutta Milano, ma senza quellansia della città che avevo sempre detestato.

Al negozietto vicino casa ho comprato dello yogurt intero e mezza pagnotta. La cassiera, una ragazza giovane dagli ombretti troppo verdi, non ha nemmeno alzato lo sguardo. Ho contato gli euro, messo tutto nella borsa, e sono uscita.

In metro faceva caldo e cera confusione. Stavo in piedi, reggendomi, pensavo al progetto. Ieri io e Matteo avevamo appena completato il primo blocco di rilievo, e oggi dovevamo capire come sistemare il soffitto del seminterrato, che sembrava reggersi solo per miracolo e per qualche arcaico ingegno ottocentesco.

La villa era in zona Porta Vittoria. Piccolo complesso di fine Settecento, corpo centrale, due dépendance e quel che restava di una rimessa che col tempo era diventata irriconoscibile. I proprietari erano cambiati mille volte, i comunisti al potere lavevano trasformata in deposito, poi era rimasta abbandonata ventanni. Ora si erano trovati i finanziamenti, la gente giusta che voleva farne un centro culturale, e una squadra di progettazione. Io ero la responsabile del restauro. Matteo, il mio collega, curava la parte strutturale.

Quello era un lavoro vero. Non le piccole ristrutturazioni dappartamenti che facevo negli ultimi anni con Cesare, giusto per non starmene con le mani in mano, ma una cosa grande, piena di storia.

***

Quando sono arrivata, Matteo era già lì. Era in piedi nella sala grande al piano terra, il suo immancabile piumino grigio, il metro a nastro in mano, e guardava il soffitto.

Buongiorno, ho detto.

Guarda qui, mi ha indicato un punto dove lintonaco ormai era scrostato lasciando scoperti i mattoni. Credo di aver capito perché il soffitto è ceduto. Sopra, la trave è rotta per tutta la lunghezza. Quasi da cambiare.

Rottura o apertura sugli anelli di crescita?

Vieni, ti faccio vedere.

Siamo saliti per le scale che, anche se in parte già rinforzate, scricchiolavano sotto ogni passo. Mi tenevo al corrimano e sentivo quellodore di vecchio legno, secco, polveroso, e altro che non so descrivere se non come odore del tempo. Odore di vite passate e disperse tra quei muri.

Quellodore lho sempre amato.

Matteo mi ha mostrato la trave. Mi sono chinata, acceso la torcia, guardato bene la crepa.

Non è sugli anelli, ho detto. Vedi la direzione? È un danno meccanico. Qui ci hanno appoggiato qualcosa di molto pesante.

Una macchina.

O più di una, era adibita a magazzino.

Matteo si è accovacciato accanto a me. Fuori, dalla finestra rotta, il vento faceva frusciare i rami.

Quindi cambiamo, ha detto.

Sì, ma con la stessa tecnica. Ieri in archivio ho trovato la specifica: sicuramente era pino nostrano, ma stagionato bene.

Trovarlo adesso

Conosco un fornitore in Valtellina, ci ho già lavorato per una ristrutturazione in Porta Romana. Li chiamo.

Matteo ha annuito. Si è tirato su, scrollandosi le ginocchia. Alto, un po curvo, con labitudine di ascoltare a capo chino sembrava sempre immerso nei propri pensieri. Ma non era vero: ascoltava tutto, interveniva bene, non interrompeva mai. In quattro mesi ci avevo preso gusto a lavorare con lui.

Vuoi tè? ha chiesto. Ho il thermos.

Volentieri.

Siamo andati nel corridoio, lui ha tirato fuori il thermos e due bicchieri di plastica. Ha versato.

Oggi sei ha iniziato, guardandomi.

come?

Non so. Molto concentrata.

Ho sorriso.

Questo significa che mi ha chiamato o mia figlia o mia sorella.

Non ha chiesto altro. Mi ha passato il bicchiere.

Non era tè da bustina, finalmente.

***

Con Teresa ci eravamo viste domenica. Era arrivata senza avviso: Apri, ho portato la torta, ha detto al citofono. Ho aperto.

Teresa ha tre anni più di me, vive con il marito a Greco, lavora come contabile in una ditta edile, e ha delle certezze granitiche nella vita, che non cambierebbe per nulla al mondo. È entrata, ha guardato lappartamento con quellespressione che conosco dallinfanzia: fra compassione e trionfo.

Madonna, ha detto Questo è un bagno o uno sgabuzzino?

È il bagno.

La piastrella è incrinata.

Teresa, hai portato la torta.

Ho portato. È andata in cucina, ha posato la torta, ha guardato di nuovo attorno. Spiegami. Da un bel trilocale in centro, parquet, soffitti, un uomo a posto Ti picchiava?

No.

Tradiva?

Non lo so, magari. Ma ormai non me ne importava nemmeno.

Allora cosè? Perché te ne sei andata? Sei scema alla tua età, lo capisci?

Ho preso i piatti.

Teresa, lasciamo stare.

Lascio stare cosa? Sono tua sorella! Devo o no dirtelo? Anche Chiara piange. Lui chiama, chiede se so qualcosa di te. Un uomo a modo.

Bravuomo, ho ammesso ma per qualcunaltra. Taglia la torta.

Sei sempre la solita. Taglia la torta. Non vuoi parlare.

Parlo. E ti ho già spiegato tutto. Più volte.

Non hai spiegato niente! Stavo male. Stanno male tutti, eppure mica scappano in una topaia.

Non è una topaia, qui ci sono solo io.

Da sola! ha sbuffato. Hai cinquantotto anni, sei qui, lavori per pochi spiccioli, e mi dici che stai bene?

Lho guardata. Teresa era pesante, calda, col suo solito maglione beige, e in faccia aveva una vera domanda. Non capiva. E come arrabbiarsi?

Terry, ho detto piano. Senza di me andrai a fondo, sciocca, ha ribattuto lei.

Ho scosso la testa: Andrò a fondo, ma di mia scelta.

Lei mi ha guardata male.

Che dici?

Nulla. Ho tagliato la torta. Con cosa lhai fatta?

Cavolo. Ancora sospettosa. Lena, dal dottore almeno ci vai?

Ci vado.

E che dice?

Che prendo le scelte giuste.

Li pagano per quello, lo sai.

Abbiamo fatto merenda. Teresa mi raccontava del marito, del suo mal di schiena, dei vicini che avevano preso un cane e quello abbaiava sempre. Io ascoltavo. Il cielo dietro il platano si faceva viola, cadeva la sera.

Prima di uscire si è fermata sulla soglia.

Gli scriverai almeno? ha detto. Sta male.

Va bene, ho mentito.

Sapevo che non lavrei fatto.

***

Con Cesare siamo stati insieme otto anni. Niente matrimonio: lui non voleva fedi, il che già diceva molto, ma lho capito troppo tardi.

I primi due anni, diversi. O così credevo. Era attento, mi portava in ristoranti, a teatro, siamo stati a Firenze, a Parigi. Mi diceva che ero intelligente, che avevo gusto. Poi è cambiato, quasi impercettibilmente, una crepa nellintonaco.

Piccolezze, allinizio. Una volta ho messo un vestito verde per la sua cena aziendale il mio preferito. Mi ha guardata sulluscio e ha detto: Sei sicura?. Nientaltro. Solo: Sei sicura?. Mi sono cambiata. Messo il nero.

Poi critiche sulla mia cucina. Su come parlavo coi suoi amici. Che passavo troppo tempo sul lavoro per risultati troppo piccoli. Questultima, detta col tono di uno che vuole farti un favore.

Lena, dai, il restauro… non è un campo in cui si combina chissà cosa. È da chi non ha ambizioni.

Io le ho.

Ma no. E sorrideva. Sei una buona professionista. Solo nella media. Non è una colpa. Non tutti devono eccellere.

Allora non ho saputo rispondere. Sono rimasta zitta. In unaltra stanza a fissare il muro, chiedendomi come le sue parole, dette con tanta bontà, mi facessero così male.

Non urlava mai. Non alzava le mani. Faceva altro: lentamente, giorno dopo giorno, mi convinceva che senza di lui non ero niente. Che il mio lavoro era da poco, le mie amiche insignificanti, i miei gusti provinciali. Che gli dovevo tutto.

Preparavo la minestra e pensavo: Ho salato troppo? Telefonavo a unamica e mi chiedevo: Esagero? Andavo a una riunione e pensavo: Sembro troppo sicura? Quella voce interiore era la sua.

Poi cè stata quella sera.

Eravamo da suoi amici, Davide e Marta, un bellappartamento in Garibaldi. Si parlava di un nuovo progetto residenziale, io ho commentato la facciata, una soluzione brutta, tipica del risparmio sui progettisti. Detto con tono neutro.

Cesare mi ha guardato e ha sorriso con la solita smorfia.

Elena è esperta, ha detto a Davide ma esistono esperti pratici e quelli teorici. Elena è più teorica. Da anni non fa nulla di grande.

Un silenzio. Marta mi ha guardato. Davide ha alzato il bicchiere.

Ho sorriso.

Finito di mangiare, bevuto il vino, fatto conversazione. Poi sono salita su un taxi. Durante il tragitto Cesare parlava dei suoi affari; io guardavo fuori la notte e mi ripetevo una sola cosa: non ce la faccio più.

Non lui è cattivo, non sono infelice. Solo: non ce la faccio più. Un muro.

Me ne sono andata tre mesi dopo. Cercato casa, trovato questa nellOrtica. Due viaggi in furgone per la roba. Cesare era in trasferta. Ho lasciato le chiavi e un biglietto Scusa.

Perché proprio quella parola? Non lo so.

***

Il novembre nellOrtica aveva qualcosa di particolare. Il parco vicino, e tornare la sera, passando tra gli alberi anziché tirare dritto a casa, era una piccola deviazione necessaria. Le foglie per terra, fanghiglia sulle scarpe, ma nellaria cera quiete, quellodore di terra umida, corteccia bagnata, che respiravo come se ne avessi un bisogno vitale.

A casa faceva freddo. Il riscaldamento dei vecchi stabili funzionava a fasi alterne, i radiatori antichi o bollivano o restavano gelidi. Il rubinetto di cucina perdeva. Avevo chiamato il proprietario mille volte, prometteva un idraulico. Mai venuto.

Ho comprato una guarnizione e lho cambiata io. Quaranta minuti, due unghie rotte, una bestemmia quando la chiave mi è scivolata e ho sbattuto il gomito. Poi lacqua ha smesso di sgocciolare.

Mi sono sentita ridicolmente fiera, ma felice.

La sera lavoravo al tavolo. Aprivo le tavole da disegno, accendevo la mia vecchia lampada con paralume verde, comprata anni fa al mercatino sui Navigli. A Cesare dava fastidio, diceva che rovinava lo stile. In centro era relegata in sgabuzzino. Qui era al posto donore.

Il lavoro sulla villa avanzava piano; prima rilievi, poi archivio, quindi analisi dei danni. Amavo quella lentezza, la sincerità di questi lavori: il muro o tiene, o cede. O cè storia, oppure è solo narrativa.

Avevo scovato nei registri milanesi vecchi documenti: la villa era appartenuta a un tal Benedetti, poi alla figlia Angela che ci aveva fatto una specie di scuola. Poi rivoluzione, poi magazzino. In una foto depoca ho trovato una donna sulla cinquantina, schiena dritta, con quello sguardo che pare sapere qualcosa che il fotografo ignora.

Lho fissata a lungo.

Poi sono tornata ai disegni.

***

Matteo mi ha chiesto una volta come ero approdata al restauro.

Eravamo in auto, stavamo scaldando il motore per andare in archivio. Fuori nevicava per la prima volta.

Negli anni Novanta facevo edilizia nuova, ho detto. Progettavo palazzi, uffici. Si guadagnava bene, lavoro ce nera. Poi, per caso, sono finita ad aiutare nei rilievi di una chiesetta in Brianza. Andata con unamica, per curiosità. E da lì

E poi?

Ho deciso che quello era più importante.

Lui è stato zitto un po.

Non capita spesso, ha detto. Capire cosa è importante.

Tu lhai capito?

Non subito. Ho fatto tanto quello che si doveva. Poi ho smesso.

Lho guardato. Scrutava il parabrezza, coperto di fiocchi.

E poi?

E poi questo. Ha accennato fuori dal finestrino, verso la villa. E mi va bene così.

In macchina cera caldo, la pelle dei sedili profumava, si sentiva odore di caffè.

Abbiamo guidato via.

***

Cesare si è presentato mercoledì.

Non lo aspettavo. Ha suonato alle otto di sera, mentre ero china sui disegni e mangiavo yogurt dal vasetto. Il citofono, quello vecchio, scampanellante come tutti gli altri in questo caseggiato.

Ho aperto pensando fosse il proprietario o un vicino.

Invece lui, con cappotto di cachemire e un mazzolino di crisantemi. Non li sopporto, non li ha mai capiti in otto anni.

Ciao, ha detto.

Sono rimasta zitta un attimo.

Chi ti ha dato lindirizzo?

Chiara.

Chiara. Ho incassato linformazione per dopo.

Che vuoi?

Parlare. Ha fatto quel suo mezzo sorriso. Mi fai entrare?

Ho esitato. Poi mi sono scostata.

È entrato. Ha dato unocchiata. Lho visto che fissava lingresso minuscolo, la tappezzeria screpolata, lattaccapanni storto, i miei stivali per terra.

Vivi qui, ha detto. Non era una domanda.

Sì.

Elena Mi ha sfiorato la mano. Ho ritirato la mia. Lui non si è offeso, ha solo spostato i fiori. Ascolta. Capisco che avevi bisogno di tempo. Ma sono passati sei mesi. Basta, no?

Basta che?

Basta stare da sola, questa pausa, come si chiama. È entrato in cucina, ha notato i disegni sparsi sul tavolo. Lavori?

Sì.

Che progetto?

Restauro di una villa a Porta Vittoria.

Bene, ha detto, con la solita aria condiscendente. Bene per te.

Bene in generale. La villa è del Settecento.

Ha posato i fiori sopra i disegni. Li ho spostati via.

Elena, ha detto ti rendi conto di cosa fai? Vivi qui. Indica tutto con la mano.

So dove abito.

Voglio che torni a casa.

Lho guardato. Cesare era un belluomo, oggettivamente: sessantacinque anni ma più giovane, curato, slanciato. Il cappotto gli calzava a pennello.

Perché?

Sembrava non aspettarsi la domanda.

Che vuol dire perché?

Vuoi che torni. Ma perché?

Mi mi manchi.

Che cosa?

Elena, che discorsi fai.

Normali. Dici che ti manco. Cosa ti manca?

Mi guarda. Compare lombra di quellirritazione che ormai conosco.

Mi manchi tu. Come persona. Siamo stati insieme otto anni.

Ricordo.

E quindi? Così, finito?

Non è così. Ho incrociato le braccia. Ero in maglione e jeans sgualciti, niente a che vedere con la donna che si aspettava. Me ne sono andata per otto anni. Solo che tu non te ne sei accorto.

Non capisco.

Lo so.

Spiegami.

Ti ho già spiegato. La voce era ferma. Mi stupiva quanto. Sei mesi fa sarei già crollata, implorato, pianto. Ricordi quella sera da Davide e Marta?

Quale sera?

Dicesti che sono teorica. Che non faccio progetti grossi. Davanti agli altri.

Riflette.

Ho scherzato. Non ricordo, ma sarà stato uno scherzo.

Forse. Ho annuito. Ma era solo una delle tante. Le ricordo tutte.

Elena, sei troppo sensibile.

Può essere.

Non era umiliante.

Ok, ho detto. Vada per questo. Ma io mi sono sentita male lo stesso.

Per una sciocchezza.

Otto anni di sciocchezze.

È rimasto zitto. Ancora una volta si guarda intorno. Nota il bicchiere vicino ai fornelli, la vecchia lampada col paralume verde.

E qui stai bene? Un filo dincredulità.

Ho riflettuto. Non per lui, ma per me.

Dipende dai giorni, ho ammesso. A volte è difficile, a volte mi sento sola. Le stufe scaldano male. Ma sto meglio che là.

È unillusione.

Può darsi. Ma è la mia.

Si è rimesso il cappotto.

Non sono uno sconosciuto, per te.

No, ho detto. Non sconosciuto, ma neanche più mio. Cesare, vai a casa.

Un attimo ancora, poi si è avviato. Ha aperto la porta.

Te ne pentirai.

Non come minaccia, quasi dispiaciuto.

Può essere, ho risposto.

La porta si è chiusa. Ho fissato il marcio della tappezzeria e il piccolo spioncino. Sono tornata in cucina. I crisantemi in un vaso. Fiori, in fondo. Mi spiaceva buttarli.

Mi sono rimessa ai disegni.

Il tram ha sbattuto sul binario, rumoroso. Una volta, poi ancora, poi silenzio.

Mi sono accorta che quel suono ormai lo sentivo mio.

***

La presentazione della proposta era fissata per la seconda settimana di dicembre. Preliminare, volevano vedere limpostazione: cosa si conserva, cosa si rifà, cosa invece resta nuovo. Mi sono preparata con cura. Matteo lavorava in parallelo. La sera ci sentivamo per i dettagli, anche per litigare.

Una sera ha proposto una soluzione per il solaio, io non ero daccordo, abbiamo discusso quaranta minuti, e alla fine avevamo ragione entrambi, solo da punti diversi: lui vedeva la resistenza, io la forma.

Sei dura, ha detto dopo, senza giudizio.

Sul lavoro.

Sul lavoro va bene.

Basta così. Nessuna smanceria.

E mi sono trovata a sorridere da sola, dopo aver messo giù.

***

Tre giorni prima della presentazione, ha chiamato Chiara. Stavolta di sera.

Mamma, con un tono diverso. Non quello da mesi precedenti. Posso venire?

Vieni.

È arrivata con una bottiglia di vino e laria di qualcuno che doveva ancora trovare le parole. Era proprio me da giovane: stessi zigomi, le stesse mani. Trentadue anni, designer, viveva con un ragazzo a Porta Romana.

In cucina. Ho diviso il vino nei soliti bicchieri dacqua: una sola coppa buona in casa, ma Chiara ha detto che così andava bene.

Ti ha chiamato lui dopo essere stato qui? mi ha chiesto.

No. Scrive qualche messaggio.

Cosa ti dice?

Dipende. Rispondo poco.

Chiara ruotava il bicchiere tra le dita.

Gli ho dato io lindirizzo, ti sei offesa?

No.

Pensavo non so, magari vi parlavate e

Abbiamo parlato.

E?

Niente. Se nè andato.

Mi ha guardata. Poi guardando il vino ha detto:

Io sono sempre stata dalla sua parte, lo sai?

Lo so.

Mi dicevo che eri tu fuori dal mondo, che dovevi tornare normale. Mi faceva pena, sembrava così solo, spaesato.

Sa mostrarsi bene, lui.

Già. Mi guarda in faccia. Lho capito da poco. Mi ha chiamato dopo essere stato qui. E mi ha detto che tu sei sempre stata un po svanita. Che ti ha sopportato. Che in fondo ti ha fatto un favore, otto anni.

Ho annuito.

Sono sue parole.

Mamma. Chiara, per la prima volta da mesi, mi guardava davvero. Stavi male?

Tanto.

Perché non me lhai mai detto?

Ci ho pensato.

Perché è difficile trovare le parole. Non ti picchia, non ti tradisce, non ti caccia di casa. Spiegare perché stai male è difficile. Soprattutto a una figlia che lo vedeva solo da bravo uomo.

Si è alzata, mi ha abbracciata. Dimprovviso. Io sono rimasta impacciata, poi lho stretta anche io. I suoi capelli profumavano di quel bagnoschiuma alla pera che aveva dai tempi del liceo.

Non sei scema, ha sussurrato. Zia Teresa sbaglia.

Ho riso piano.

Mi fa piacere sentirlo.

Abbiamo finito il vino. Chiara ha osservato i disegni, chiesto della villa. Ho mostrato la foto di Angela Benedetti. Le somigli, ha detto. Ci ho ripensato. Forse sì.

Chiara è andata via verso mezzanotte. Ha promesso che sarebbe tornata sabato prossimo.

Ho lavato i bicchieri. Riposto i disegni. Mi sono fermata alla finestra.

Il tram non passava più, era tardi. Il cortile era silenzioso, azzurro sotto il lampione. Nellappartamento di fronte una finestra accesa, cera una sagoma.

Devo chiamare Matteo domani per quel punto del solaio, ho pensato. Ma era ormai ora di dormire.

***

La presentazione si è tenuta nella sala riunioni della società. Il cliente era importante, squadra di avvocati, tecnico dei beni culturali molto pignolo. Ho risposto alle domande. Matteo integrava la parte tecnica. Una volta il cliente ha chiesto dei tempi per le nuove travi, io ho risposto sincera: se troviamo subito il legname, rientriamo, altrimenti ci vorranno tre settimane in più. Il tecnico ha fatto una smorfia. Ho aggiunto: Meglio dirlo ora che dover spiegare ritardi.

Ha annuito. Quella mi sa che è piaciuta di più.

Dopo, in corridoio, Matteo stringeva la cartella con i progetti.

Credo ci andrà bene, ha detto.

Penso anchio.

Mi ha guardata. Gente che passava, via vai di cartelline.

Hai voglia di mangiare qualcosa? ha proposto. Davanti cè un posto carino. Così festeggiamo.

Lho guardato.

Sì, ho detto.

Abbiamo camminato per Milano a dicembre, sotto i lampioni, sullo sfondo la villa, la neve sui cornicioni antichi. Matteo era accanto, leggermente inclinato, nella sua solita postura. Non abbiamo parlato di cose importanti. Del legno, del tecnico, del fatto che fa buio troppo presto.

Il locale era piccolo, silenzioso, tende pesanti e tavoli di legno. Abbiamo ordinato piatti caldi e un bicchiere di rosso. La conversazione è andata lunga, non solo lavoro. Sulla città, sui cambiamenti, libri. Non guardavo più lora.

Quando siamo usciti, mi ha aiutato col cappotto. Un gesto semplice. Non ci ho dato peso. O forse sì, ma non di fretta.

Fuori, dopo un attimo, ha detto:

Sono contento di lavorare con te.

Ho risposto:

Anche io.

Ci siamo incamminati verso le due diverse linee della metro.

***

Ho capito che anche otto anni di piccolezze possono insegnarti a sentire di nuovo i rumori di casa tua. E che la libertà, anche tra il freddo, il vino nei bicchieri dacqua, le crepe e i silenzi della sera, vale la pena.

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Otto anni di piccolezze
Zia, hai un po’ di pane? Potresti darmene anche a me?