Stavo lavando i piatti quando mio marito è entrato urlando. Di nuovo sua madre. Di nuovo la sfiducia. Basta così.

Stavo lavando i piatti quando mio marito è piombato in cucina con un urlo. Ancora sua madre. Ancora la sfiducia. Basta.

Perché hai raccontato a mia madre delle cose sui soldi?!

Giulia Moretti si fermò con la spugna a mezzaria, lacqua saponata gocciolante sul polso, mentre Marco irrompeva come un temporale nella cucina. Non entrò: travolse la porta con i pugni chiusi, il viso contorto, pareva pronto a scoppiare. La tazza che stava risciacquando scivolò via, tornando con uno splash nella schiuma densa.

Cosa? Marco, coshai?

Niente coshai! Mi spieghi che significa?

Marco rimase immobile in mezzo alla cucina. La camicia, sgualcita, nonostante Giulia lavesse stirata quella mattina. Quando è nervoso, si agita come una trottola: scatta, saltella, sembra che non sappia dove andare.

Ho appena parlato con mamma. Mi fa: Marco, tua moglie ha spostato i soldi che stavate mettendo da parte per la macchina. Mi dici che roba è?! Vuoi spiegare?

Giulia chiuse il rubinetto lentamente. Indossava i guanti di gomma, gialli canarino. Li tolse, uno dopo laltro, li ripose sul bordo del lavandino. Il cuore le batteva in gola più che in petto.

Marco, aspetta. Quali soldi? Di che parli?

Non fare la finta tonta! Mamma dice che hai fatto un prelievo grosso. Da dove arrivano quei soldi e dove sono finiti?

Da quale conto?

Dalla nostra carta!

Marco, calmati e ascoltami.

Sono calmissimo!

Lo disse così forte che le stoviglie sullo scolapiatti tremarono. Giulia lo guardò fisso. Era paonazzo, gli occhi duri, inespressivi. Quel modo di fissarla lo conosceva, le era già successo, e lo detestava ogni volta.

Non ho mai ritirato niente dalla nostra carta. Questo è certo.

E allora che intendeva?

Giulia si appoggiò al lavello. Fuori era piena primavera, un sole tiepido, la domenica più banale del mondo, e lei che quella mattina pensava di spostare il comò vicino alla finestra. E adesso eccoli qui.

Marco, penso che tua mamma abbia capito male.

Mia madre non sbaglia mai!

Tutti sbagliano, Marco.

Non dare la colpa a lei! Ha parlato di estratto conto, ha detto che ha visto le cifre!

Quale estratto conto? Le hai fatto vedere lestratto della nostra banca?

Non appena lo disse, se ne pentì. Quella era una vecchia ferita. Maria Grazia, sua suocera, voleva sapere tutto di loro; Marco lo riteneva normale è mia madre, non unestranea.

Non le ho fatto vedere niente. Ha chiamato, le ho accennato qualche cosa.

Qualche cosa.

Giulia, non cambiare discorso! Cosa ci fanno i tuoi trasferimenti sul cellulare di papà?

Solo adesso capì. Le venne un respiro profondo, si avvicinò al tavolo, si sedette su uno sgabello.

Siediti anche tu, per favore. Parliamo con calma.

Preferisco stare in piedi.

Come vuoi. Marco, ascolta. Papà il mese scorso ha comprato una macchina usata. Lo sai.

Che macchina?

Dai, Marco. Te lho detto. Papà voleva una vecchia Fiat Punto per andare in campagna. Sta lì da solo, passa un pullman ogni tanto… Non può restare senza auto.

E quindi?

Papà non ci capisce niente con lapp della banca. Ha paura delle carte. Sai come sono certi anziani. Voleva pagare in contanti pur di non farsi fregare. Gli ho spiegato che il venditore accetta solo bonifico. Papà mi ha dato i contanti, io li ho messi sulla mia carta e ho fatto il bonifico. Tutto qui. Nessun mistero.

Marco non disse nulla.

Erano soldi suoi, Marco. Non nostri. Me li ha dati, io ho mandato il bonifico dallapp. Non ho tolto niente dal nostro.

E perché non me lhai detto?

Perché sono affari di mio padre. Devo chiedere il permesso anche per le cose di casa di papà?

Devi dirmelo quando passano soldi di qualcun altro dal nostro conto!

Non sono qualcun altro. È mio padre.

Vabbè! Io chi sono qui, allora? Un mobile?

Quella parola chi galleggiava nellaria come una macchia scura. Lei lo fissava dritta negli occhi. Era lì, il suo Marco, il marito di quasi ventisei anni, eppure ora… una stanchezza atavica le ricadde addosso. Vecchia, non fresca, era lì da tempo.

Sei mio marito, Marco. Solo che oggi sei venuto ad aggredirmi, senza neanche chiedere. Hai dato retta solo a tua madre. E io ora sto qui a discolparmi.

Non ti ho aggredita.

Marco.

Ok, forse ho alzato un po la voce…

Hai urlato.

Fu silenzio. Lui guardò altrove, sul frigorifero cera una loro foto di una vacanza, giovani e sorridenti. Guardò fuori dalla finestra.

Sì, un po.

Un po, disse lei piano. Né ironica, né altro: semplice.

Giulia, capisci… Mamma mi ha chiamato, ha detto cose…

Che cose?

Che hai trasferito tanti soldi. Non lo sapevo. Lei sapeva il costo della macchina di papà?

Non so come facesse. Ma ha fatto le sue somme. E tu sei corso da me.

Non sono corso. Sono venuto a chiarire.

Giulia si alzò. Aprì la finestra. Cera una luce dorata e fuori una gatta, Bianca di nome ma nera come la notte, seduta a scrutare linfinito.

Marco, ora ti dico una cosa. Non offenderti.

Dimmi.

Non mi va che tua madre sappia tutto di noi. Capisco che le vuoi bene, ma abbiamo la nostra di vita. E il fatto che lei mi controlli ogni movimento… non è giusto, Marco.

È solo che non le piaci, tutto qui.

Non centra amare o no. Non è nemmeno questione di simpatia.

Invece sì. Incolpi sempre mia madre.

Giulia chiuse un attimo gli occhi, inspirò.

Ricordi tre anni fa, quando tua madre disse che spendevo troppo per la spesa? Ti ricordi?

Forse sì…

Prese gli scontrini che le avevi dato, fece la somma, mi accusò che compravo cose inutili. Poi tu mi dicesti: Giulia, magari spendi meno? Te lo ricordi?

Voleva aiutare…

Voleva sapere quanto buttavamo via, ecco cosa voleva.

Sei ingiusta con lei.

Vuoi un altro esempio? Lanno scorso ero rimasta in ufficio fino alle nove e mezza per chiudere il bilancio. Mamma ti telefonò e ti chiese con chi fossi davvero. E tu mi hai guardata, come a dire Sei sicura che eri con un collega?

Marco fece una smorfia.

Solo per sapere…

Non hai mai avuto dubbi prima. Poi però, bastò che tua madre ti mettesse la pulce nellorecchio…

Giulia…

E cè dellaltro disse, sempre più piano ma ferma . Tua madre mi vide con Paolo, il vicino. Mi ha dato una mano con le borse, niente di più. E tu niente per tre giorni. Solo perché lei ti aveva detto un uomo. E tu ci hai creduto.

Marco taceva.

Non mi hai chiesto niente. Hai solo pensato male. Dentro di te, magari.

Lui la guardò. Nei suoi occhi non cera più rabbia, ma smarrimento. Aprì la bocca, poi la richiuse.

Giulia…

Non voglio litigare, Marco. Ma questo oggi non è la prima volta. Ogni volta dai più peso alle sue parole che alle mie.

Non lo fa apposta.

Magari. Ma alla fine, tu inizi a dubitare di me. E io sono stanca, Marco.

Cosa vuoi che faccia allora? Che smetta di parlarci?

No. Voglio che tu parli prima con me.

Lo disse come una pietra lanciata nel laghetto. Senza urla, senza pianti. Solo fermezza.

Marco restò lì. Guardò per terra. Poi lei.

Non lo sapevo di tuo padre…

Potevi chiedere. Bastava una frase.

E invece sono venuto a urlare. Come se fossi già colpevole.

Tacquero entrambi. In cucina solo il ronzio del frigorifero. Il sole stava tramontando controvoglia.

Giulia lo fissava: il suo Marco, compagno di una vita, ventisei anni, un figlio cresciuto, il padre di lui sepolto, anni di traslochi, malattie, e lui buono, lavoratore, con il vizio di prendere la tazza tra le mani ancora bambino. Sapeva tutto di lui. Eppure si trovavano lì.

Vai via, Marco.

Sobbalzò.

Cosa?

Ti chiedo di uscire dalla cucina. Voglio restare sola.

Ma dai…

Per favore.

Lui ci mise un secondo, poi uscì senza sbattere la porta. La sentì scricchiolare nel corridoio.

Giulia tornò ai piatti, riprese la tazza, la lavò con gesti assenti. Guardò fuori dalla finestra. Forse chiamare Laura, la sua amica Laura Gambardella. O forse meglio andar via, respirare altrove. Perché lì, con il frigo e il sole indifferente, non ce la faceva più.

***

Si preparò lentamente. Le mani esitavano. Aprì larmadio, guardò a lungo, tirò fuori un maglione, poi lo rimise, prese quello grigio che Laura le invidiava sempre. Ricordò il caricabatterie in cucina.

Tornare lì era difficile, non per Marco, che era nel soggiorno a trafficare col telecomando. Ma perché cera ancora quellaria pesante, da riempire di parole o di silenzi.

Entrò rapida, afferrò la presa, stava per andarsene.

Dove stai andando? Marco apparve sulla soglia.

Da Laura.

Perché?

Mi serve.

Giulia, sei agitata…

Sì, sono agitata. È proprio così.

Parliamo?

Abbiamo già parlato mezzora, Marco. Ti ho spiegato tutto.

Ma… ti prego, per bene.

Lei lo guardò. Aveva la borsa in mano, ancora il maglione, nel corridoio.

Vuoi una vera conversazione dopo che hai urlato?

Non ho urlato!

Marco.

Chiuse gli occhi, si sfregò il naso.

Vabbè. Ma non andartene. Sembriamo bambini.

I bambini non vanno via? Nostro figlio, Riccardo, si chiudeva in bagno per due ore quando era arrabbiato.

Riccardo è unaltra cosa.

Certo. Io torno dopo. Devo solo respirare.

Tu te ne vai, io che faccio? Aspetto?

Guarda la TV.

Giulia!

Si infilò la giacca.

Non ti fidi di me, Marco. Questo fa male. Non tanto le urla, ma la mancanza di fiducia.

Lui tacque.

Torno per cena. O domani. Non lo so.

Afferrò la maniglia. Lui era fermo, le mani incerte. Un modo di sembrare enorme e fragile insieme.

Giulia… sussurrò piano. Giulia…

E lei uscì.

***

La porta si chiuse. Marco rimase nel corridoio. Si spostò in soggiorno. Si sedette. Si alzò. Di nuovo si sedette.

Il cellulare sul tavolino: due messaggi di sua madre: Allora? Hai chiarito? e Fammi sapere, Marco.

Lo prese, lo fissò. Poi si alzò, andò alla finestra della cucina. Le betulle ormai nere nellombra, sole che calava. Sul cancello, il cane dei vicini, Argo, peloso e buffo, cercava chissà cosa.

Compose un altro numero.

Signor Giovanni? È Marco. Buonasera.

Oh, Marco! il suocero allegro e meravigliato . Tutto a posto?

Volevo solo chiedere… la settimana scorsa ha comprato la macchina?

Eh sì, risate . Una vecchia Cinquecento. Affare vero. Proprietario OK. E Giulia mi ha aiutato col bonifico, io con sti aggeggi del telefono… figurati.

Marco rimase in silenzio.

Marco? Sei sparito?

No, ci sono. Quindi erano i suoi soldi?

Ma certo! Di chi vuoi che fossero? Ho dato il contante a Giulia, lei ha sistemato tutto. Vieni a trovarmi, che ho fatto i cornetti. Non dire nulla a Giulia, che sennò ci sgrida per le calorie, eh eh!

Passo. Grazie, signor Giovanni.

Non cè di che. Ti aspettiamo.

Rimase lì, poi si sedette, la faccia tra le mani.

Scemo.

Proprio scemo.

Sua madre aveva telefonato, aveva insinuato, e lui aveva dato di matto con Giulia. Che aveva solo aiutato suo padre, come aveva sempre fatto con tutti.

La rivedeva: ai piatti con quei guanti gialli, le mani precise. Una stanchezza negli occhi che allora non aveva colto. Ora sì.

Anche sugli scontrini: aveva ragione. Sui silenzi di quei tre giorni: vero pure quello. Allora aveva quasi creduto di essere solo di cattivo umore, ma dentro sapeva che la frase non cè fumo senza arrosto della madre aveva scavato.

Giulia intanto metteva via la spesa e non chiedeva spiegazioni. Forse aveva capito tutto da sola, come sempre.

Prese il telefono. Compose il numero di sua madre.

Marco! Finalmente! Allora, hai parlato con lei? Si è giustificata?

Sì, mamma. Ha spiegato tutto.

E quindi?

Era suo padre che comprava lauto. Suoi soldi. Me lha confermato lui.

Silenzio.

Beh? la madre, voce tesa . Ma resta il fatto che dovevi saperlo.

Mamma.

Aspetta. Io penso a te. E se quella…

Mamma, basta. Ascoltami. È importante.

Dimmi.

Hai sbagliato. Hai insinuato cose sul nulla. Hai fatto scattare un casino inutile. E Giulia ora è andata via, per colpa mia, perché sono stato uno stupido.

Ma io non ho…

Mamma. Calmo, fermo. Tu fai spesso così. Metti in dubbio Giulia e io ogni volta me la prendo con lei. Poi tutto si rivela un errore. Non può più andare avanti così. Io vivo con Giulia, capisci?

Lo faccio per te…

Lo so. Ti voglio bene, mamma. Ma basta. Da ora in poi, se ti sembra qualcosa di strano, chiedimi soltanto: Verifica. Basta con le accuse.

Adesso difendi lei.

Difendo la nostra coppia. È così che deve essere.

Silenzio. Lungo. Sentiva solo il respiro secco dallaltro capo.

Ho detto tutto, mamma. Ti voglio bene. A presto.

Chiuse. Guardò il telefono, ormai silenzioso.

Sua madre avrebbe richiamato, o no. Si sarebbe offesa, come sempre. Ma ora era il caso di reggere. Avrebbe dovuto farlo prima.

Chiamò Giulia.

Risposta automatica. Segreteria.

Ripose il telefono. Si avvicinò alla finestra. Le foglie immobili, senza vento; sopra, un cielo terso e azzurro.

Si mise la giacca.

***

Laura Gambardella spalancò la porta, sgranò gli occhi, poi capì tutto dallo sguardo di Giulia.

Dai, vieni. Metto il bollitore.

La cucina di Laura era un rifugio: tendine a fiori, il gatto Cesare che sonnecchia sul termosifone, il profumo di biscotti al limone. Giulia sorseggiava il tè silenziosa. Laura non forzava. Sperava che, se ci fosse stato bisogno, avrebbe parlato lei.

Laura, sono stanca.

Lho visto.

Non per la lite. Se fosse solo una lite, sarebbe passato. Ma è qualcosaltro.

Cosa?

Giulia abbracciò la tazza.

Non si fida di me. Dopo ventisei anni. Basta una parola di sua madre e sono colpevole.

Ti crede. Solo che… beh, sai che mamma è speciale.

Lo so. Ma lui sceglie sempre di ascoltarla prima di ascoltare me.

Laura annuiva.

Non voglio che smetta di volerle bene, continuò Giulia. Solo un po di ordine. Che sono la prima a sapere le cose che mi riguardano. Che non debba scoprirle dalle sue urla.

Glielhai detto?

Sì.

E?

Me ne sono andata.

Un sospiro. Altro tè.

Forse hai fatto bene. Così riflette.

Ho paura.

Di che?

Giulia tacque.

Che nulla cambi davvero. Che dica hai ragione, scusa, e poi ricominci tutto come prima. Io non voglio vivere così. Non più.

Ma la gente cambia.

Sì, ma piano. A volte nemmeno cambia. Come fai a capirlo?

Nessuna risposta. Vero, e loro lo sapevano. Alcune domande restano domande, sospese nellaria.

Cesare si voltò di schiena, una macchina passò sotto la finestra.

Vabbè, Giulia posò la tazza. Vado.

Torni a casa?

Sì. Ho da fare.

Ti ha chiamata?

Giulia controllò il telefono. Una chiamata persa: Marco.

Sì.

Vedi…

Non vuol dire nulla, ma si alzò.

***

Sul tram, guardava le strade bagnate di primavera. La città: donne con la borsa della spesa, ragazzini in bicicletta, un vecchietto che dava da mangiare ai piccioni.

Pensava a suo padre.

Avrebbe dovuto passare da lui la settimana dopo. Ora che aveva la macchina nessun autobus lo avrebbe fermato. Ma la salute? Quanti anni aveva ormai?

Pensava a Riccardo, il figlio lontano. Chiamava poco, ma come era bello sentirlo. Aveva una brava moglie anche lui. Forse presto un nipotino.

Pensava alla carta da parati. Giallo tenue o beige? Forse beige è più caldo.

Il tram si fermò. Era la sua fermata.

Scese.

***

La porta non era chiusa con la chiave.

Giulia rimase un momento sulluscio. Marco chiudeva sempre. Entrò, si tolse la giacca.

Marco?

Sono qui, voce ovattata dal salotto.

Lo trovò seduto sul divano, senza TV, solo le mani sulle ginocchia. Due tazzine poggiate sul tavolino. Caffè? Tè?

Alzò lo sguardo.

Sei tornata, disse.

Sono tornata.

Restò sulla soglia. Lui si alzò, poi si risiedette. Poi ancora si alzò.

Giulia, ho parlato con tuo padre.

So che gli hai telefonato. Mi ha scritto.

È una brava persona.

Sì.

E mi ha invitato per la merenda.

Lo fa sempre.

Tensione, come una corda. Lei si sedette allaltro angolo del divano, prese una tazzina. No, era caffè.

Hai chiamato tua madre? chiese.

Esitò.

Sì.

E?

Le ho detto che basta. Che ora ce la vediamo io e te.

Giulia lo fissò.

Davvero?

Davvero. Sè offesa, ovviamente. Però… sai quella voce.

Sì che la so.

Pazienza, disse. Un po insicuro, ma deciso. Dovevo farlo prima.

Lei teneva la tazzina tra le mani. Lui era lì, con le spalle un po curve, ma reale. Come piaceva a lei. Non perfetto, disorientato, però ancora lì.

Giulia, scusami. Sono stato un cretino. Ho creduto a mamma senza pensare.

Sì.

Vuoi fare il restauro in casa? Dicevi degli arredi stamani.

Marco.

Dai! Decidiamo insieme. E andiamo al mare in vacanza. Solo noi.

La vacanza non mi interessa.

Lo so, non centra. É che… sto confuso. Non so che dire.

Lei posò la tazza.

Non mi serve niente di speciale. Solo la tua fiducia. È tutto qui. Non è difficile, Marco.

Io mi fido di te.

Oggi hai dato retta a tua madre.

Tacque.

Ho sbagliato.

Non è la prima. E io temo non sia lultima.

Non succederà più.

Calma. Ogni volta lo dici. Io voglio un patto.

Lui la scrutava.

Che patto?

Lei si voltò un poco.

Se la prossima volta tua madre ti dice qualcosa su di me, tu vieni e chiedi a me se è vero. Solo quello. Io ti rispondo. Puoi farlo?

Lui rifletté davvero, stavolta.

Sì, disse. Posso.

Siamo daccordo?

Siamo daccordo.

Il divano li teneva vicini, non abbastanza da toccarsi, ma quasi.

Fuori si faceva notte. Le betulle si stagliavano cupe nel blu.

Tua madre non mollerà, lo sai disse a bassa voce Giulia. Starà offesa, poi ricomincerà.

Sì.

E accadrà sempre.

Sì.

Come pensi di viverci?

Ci pensò, questa volta.

Non lo so ancora. Le voglio bene, ma invadere così non va bene. Devo parlarle di persona. Non per telefono. Deve capire.

Si metterà a piangere.

Piangerà. Ma avevi ragione tu.

Giulia lo guardò. Poi volse lo sguardo altrove.

Capisci che non si risolve in fretta?

Sì.

Che continuerà ad accusarmi?

Lascia pure che pensi così, disse Marco, stanco ma deciso. La mia vita è con te. Siamo noi la coppia, non lei.

Lei annuì. Il caffè era freddo. Ma lo bevve comunque.

La carta da parati, disse. Forse beige. O giallo chiaro. Devo vedere i campioni.

Lui le fece un mezzo sorriso.

Vanno bene entrambi.

Dobbiamo andare in negozio.

Quando vuoi, andiamo.

Lei annuì di nuovo. Silenzio. Fuori ormai notte, la lampada sopra il tavolino accendeva di tepore tutto.

Non era tutto risolto. Ma in quel momento, erano seduti vicini sul divano. E quello valeva qualcosa.

Marco?

Sì?

Fammi un altro caffè. Caldo stavolta.

Lui si alzò in silenzio. Portò via la tazzina, si infilò in cucina. Lei ascoltava lacqua che scrosciava, la macchina che borbottava.

Guardava dalla finestra. La vita era questa: feste rare, dolori piccoli e grandi, parole non dette, incomprensioni. Ma alla fine, stare qui insieme.

Lui tornò con due tazze fumanti. Si sedette vicino. Gliene porse una.

Grazie, disse lei.

Prego.

Poi, piano, lui le prese la mano con attenzione. Lei non la ritrasse.

Giulia… Di questo patto. Dici che basta chiedere?

Basta.

Tu risponderai sempre sincera?

Sempre.

Lui annuì.

Non sembra una cosa difficile…

Non lo è, disse lei.

Unauto passò lampeggiando. Il caffè era caldo, buono. Domani avrebbe chiamato papà, sapere se la macchina aveva tenuto.

La carta da parati la sceglieranno domenica.

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Stavo lavando i piatti quando mio marito è entrato urlando. Di nuovo sua madre. Di nuovo la sfiducia. Basta così.
Ha mandato sua figlia in un collegio e le ha promesso che le avrebbe portato una bambola, tutto a causa della sua nuova moglie!