Posto Vuoto
Sei diventata un posto vuoto, Elena. Capisci? Vuoto. Posto.
Lo disse con una voce piatta, appena percettibile, come se stesse leggendo la lista della spesa. Era in piedi davanti alla finestra, di spalle a lei, a guardare nel cortile. Sotto, qualcuno portava a spasso un cagnolino: un bassotto fulvo, vivace, che strattonava il guinzaglio verso una pozzanghera.
Elena Bianchi sedeva sul divano con una tazza di tè tra le mani. Il tè era ormai freddo da venti minuti, ma lei continuava a reggere la tazza, non sapendo dove altro mettere le mani.
Cosa vuoi dire? chiese lei.
La voce le uscì flebile, quasi impercettibile.
Proprio quello che ho detto. Marco si girò finalmente. Il suo volto era annoiato, lievemente stanco, come chi è costretto a spiegare lovvio. Ti guardo e non vedo nulla. Il vuoto. Il grigio. Tu cammini, cucini, dormi. Sei come un mobile, Elena. Un mobile solido e resistente, certo, ma pur sempre un mobile.
Elena posò la tazza sul tavolino. La porcellana tintinnò delicatamente contro il legno.
Dieci anni, sussurrò.
Che cè con dieci anni?
Abbiamo vissuto insieme dieci anni.
E allora? Marco fece spallucce, attraversò la stanza e si sedette nella poltrona davanti a lei. Dieci anni. Bastano a capire che non ha senso andare oltre. Non voglio andare avanti così. Voglio… fece una pausa, cercando la parola giusta …voglio sentire qualcosa. E tu non me lo fai sentire. Non mi ispiri più. Non ci sei, anche se stai qui seduta.
Elena sentì qualcosa dentro di lei incrinarsi, una piccola, ostinata barra che si piegava.
Dove dovrei andare, Marco?
È affar tuo. Accavallò una gamba sullaltra. Lappartamento lo sai, è intestato a mia madre. Quindi, legalmente qui, non sei nessuno. Non pretendo che te ne vada domani… Ti basta una settimana? Troverai qualcosa.
Una settimana andrà bene, rispose meccanicamente.
Va bene così. Prese il cellulare dal tavolino e cominciò a scrollare. La conversazione, per lui, era già finita.
Elena si alzò. Entrò in camera da letto, chiuse la porta alle sue spalle. Si sdraiò sopra il copriletto, fissando il soffitto. Il soffitto era bianco, con una minuscola macchia nellangolo che da due anni prometteva a se stessa di coprire, ma poi non aveva mai fatto.
Dallaltra stanza arrivava ovattato il suono della televisione. Marco si era già trovato altro da fare.
Non pianse. Semplicemente rimase lì, a guardare il soffitto bianco macchiato. Dentro di lei, nella zona del petto, era quieto, stranamente quieto, come il silenzio dopo che si è infranto un vetro.
***
La settimana si allungò in un tempo strano, nebuloso. Marco era quasi sempre fuori casa, tornava tardi, usciva presto. Non si parlavano. Elena faceva le valigie, e la cosa si rivelò umiliante nella sua facilità: di realmente suo, in quell’appartamento, non cera quasi nulla. Alcuni abiti, un cappotto, una scatola di vecchie fotografie, un fascio di riviste di cucito che conservava chissà perché, dato che era da tempo che non le sfogliava.
Le riviste di cucito le lasciò. Poi ci ripensò, e le prese indietro.
Chiamò la zia Graziella, cugina di sua madre, che non vedeva dai funerali di questultima, sette anni fa. Zia Graziella ascoltò tutto, rimase in silenzio a lungo, poi disse:
Vieni. Cè una stanza, è piccola ma cè. Starai da me finché non ti sistemi.
Zia Graziella viveva in periferia, in fondo a via Forlanini, dove il bus passava ogni ora e lalimentari La Moneta era lunico in tre isolati. Elena non aveva mai amato quella zona. Palazzine di cinque piani, cornicioni scrostati e platani che ogni maggio coprivano tutto di pollini bianchi.
Arrivò con due borse e una valigia di venerdì sera.
Santo cielo come sei dimagrita, disse zia Graziella aprendo la porta. Era bassa e robusta, con un volto segnato dalle rughe e un profumo che sapeva di valeriana e sugo casalingo. Entra, non rimanere lì impalata. Hai fame?
Non ora, zia Graziella.
Devi mangiare, tagliò corto lei avviandosi verso la cucina.
La stanza era piccola, con un divanetto stretto, un vecchio armadio e una finestra che dava su un muro cieco. La carta da parati era sbiadita fino a non avere più colore, un tempo doveva essere azzurra. Sul davanzale, tre vasi di gerani, vivi e fioriti, di un rosso acceso.
Elena posò le borse e si accomodò sul divano. Le molle cigolarono piano.
Vuoi del tè? gridò dalla cucina la zia.
Sì, grazie, rispose Elena.
Ed è solo in quella cameretta piena di gerani e carta da parati scrostata che finalmente scoppiò a piangere.
***
Seguì un tempo difficile, sgradevole.
Un periodo in cui la mattina non ci si voleva alzare, perché mancava il motivo. Si svegliava alle sei, ascoltava i rumori dalla cucina: zia Graziella che armeggiava col bollitore, le rare auto sul viale. Si lavava, andava in cucina, beveva il tè fissando il muro.
Zia Graziella era donna di buon senso. Non faceva domande, non dava consigli, non usava frasi di circostanza come passerà, o troverai di meglio. La nutriva di minestrone, le lasciava vedere la televisione e ogni tanto, la sera, tirava fuori le carte e proponeva:
Una partita a scopa?
E giocavano, in silenzio quasi religioso.
Elena aveva pochi soldi da parte, li prelevò tutti dal suo misero conto: ventitre mila euro. Una somma sufficiente per vivere tranquilla solo due mesi o poco più, se stava attenta. E stava attenta.
Lavorava come contabile in una piccola ditta di ristrutturazioni e non aveva perso il posto: tre giorni la settimana andava in ufficio dallaltra parte della città, sistemava scartoffie, percepiva i suoi mille e cinquecento euro. Mille e cinquecento per vivere e per pagare zia Graziella della stanza, anche se lei rifiutava di prendere soldi finché Elena non le lasciò una busta sul tavolo della cucina, scappando subito dopo per non darle modo di restituirla.
La sera era il momento peggiore. Elena si chiudeva nella sua stanza e i pensieri si avvolgevano su loro stessi. Dieci anni. Dieci anni di colazioni, cene, influenze, feste, alberi di Natale, vacanze al mare, litigi e riappacificazioni. Lui la guardava e vedeva solo il vuoto. Quindi lei era davvero, in fin dei conti, un vuoto a perdere. Forse si era spenta senza accorgersene. O forse si era spento lui. O forse tutti e due.
A volte sfogliava il vecchio telefono, risalendo la loro chat indietro nel tempo. Le foto a Capri, tre anni prima. Lui le cinte le spalle, ridono insieme. Non ricordava nemmeno più perché.
Quelle sere filavano via così, sotto le coperte con la testa nascosta.
Una volta, zia Graziella fece capolino:
Elena, dormi già?
No.
Lo sento. Pausa. Hai fame?
No.
Allora resta pure lì. Unaltra pausa. Sai, io il mio lho mandato via. Da sola. Prima che tu nascessi. Ho pensato che mi sarebbe scoppiato il cuore dal dolore, ma non sono morta.
Scattò la porta. Se ne andò.
Elena rimase al buio a pensare: Quasi cinquantanni, Elena. Ricomincia. Come se fosse facile.
***
La trovò un giorno, la macchina. Era allinizio del secondo mese.
Zia Graziella le chiese di sistemare la soffitta: da quindici anni nessuno ci metteva mano. Appena lei aprì la porta, vennero giù pile di cianfrusaglie. Elena accettò: voleva occupare le mani, almeno.
Tolse vecchie riviste Cucito dItalia, un ombrello rotto, scatole di bottoni, flaconi di profumo vuoti, una pila di biglietti dauguri per l8 marzo già scoloriti. In fondo, sentì qualcosa di pesante, avvolto in un lenzuolo.
Lo aprì.
Era una macchina per cucire. Vecchia, corpo metallico nero, decorazioni dorate leggermente scrostate ma ancora eleganti. Sulla targa, la scritta Lidi, vecchio marchio italiano, in corsivo.
Zia Graziella! chiamò Elena.
Lei apparve, col canovaccio sulla spalla.
Ma guarda, la Lidi! quasi gioiosa. Era di mia sorella Fiorenza. Avevo dimenticato che stava qui. Non so se funziona ancora, sono secoli che nessuno la usa.
Posso provare io?
La zia la guardò con unespressione diversa.
Ma tu sai cucire?
Una volta sapevo.
Allora prova pure.
Elena trascinò la macchina in camera, la mise sul tavolo davanti alla finestra. Strofinò via la polvere, tolse un filo di cotone vecchissimo bloccato sotto il rocchetto. Tra le cose di Fiorenza trovò aghi, fili, il metro da sarta, forbici dalla lama consumata.
Cera anche loliatore. Lolio era secco, lo ricomprò in ferramenta, lubrificò tutto, pulì il meccanismo, fece girare la manovella. Duro, poi sempre più fluido.
Rimase su quella macchina tre ore. Sistemò la navetta. Mise il rocchetto, infilò il filo.
Passò sotto lago un vecchio scampolo di stoffa, trovato nello stesso armadio, e premette il pedale.
La macchina partì, regolare, col tipico rumorino metallico, e in Elena si mosse qualcosa di strano. Un po come il sangue che ritorna nella mano addormentata: fa male ma è vivo.
Si fermò, controllò la cucitura. Regolare. Quasi perfetta.
Uneco lontana nella memoria si risvegliò.
***
A diciotto anni cuciva. Sempre. Da ogni cosa: gonne dalle vecchie camicie della madre, bluse da scampoli in saldo. Di fronte al liceo lavorava la signora Pina, sarta col dito perennemente trafitto e la voce sempre calma: Elena andava a guardare come tagliava la stoffa, come cuciva, con la pazienza di chi vede.
Poi luniversità, poi Marco, poi il matrimonio e la routine che sovrastò tutto. La macchina da cucire comprata col primo stipendio la vendette appena andò a vivere con Marco: la casa era piccola, lui diceva che occupava troppo spazio. Lei la vendette con facilità: era innamorata e pensava che fosse tutto relativo.
Gli anni passarono, e il cucito rimase un ricordo. Ogni tanto, vedendo un vestito bello in vetrina, le passava per la testa: Potrei cucirlo. Ma non lo faceva.
Adesso, in quella stanza minuscola, con la Lidi davanti, ascoltava il ritmo regolare dellago.
Il giorno dopo andò al mercato del quartiere. Niente centro commerciale: il vero mercato delle stoffe, dove i tessuti si vendono a metro e puoi scegliere col tatto.
Camminava tra le bancarelle, accarezzava le stoffe: lino, crepe, jersey, lana sottile. Si fermò davanti a un banco che esponeva un rotolo di viscosa grigio-azzurra, opaca e semplice.
Quanta ne ha? chiese alla venditrice.
Quattro metri e mezzo.
Li prendo tutti.
La donna misurò, arrotolò.
Cosa ci fa, un vestito?
Sì. E fu sorpresa dalla fiducia della propria voce.
***
Tagliò la stoffa a terra: disegnò il cartamodello, semplice, dritto, con la cintura e colletto alla coreana, maniche a tre quarti. Nessuna pretesa, la bellezza nella forma.
Zia Graziella passava a guardare, ma non diceva nulla. Solo una volta lasciò una tazza di tè sul tavolo.
Grazie, disse Elena, senza alzare lo sguardo.
Bel colore, disse la zia.
Tagliare la stoffa la spaventò per un secondo. Ma poi iniziò, e la paura sparì col primo taglio.
Cucì tre sere.
Non per lentezza, ma perché non aveva fretta. Si sedeva alla macchina dopo la contabilità, e pazientemente cuciva. Ogni passaggio, con cura: i fianchi, la zip, il colletto, le maniche testarde.
Quando qualcosa non riusciva, si fermava, pensava, scuciva e ricominciava. La Lidi lavorava regolare, quasi silenziosa. In quelle ore non pensava più a Marco. Solo alla stoffa, alla linea, allangolo del colletto.
Al terzo giorno mise lultima cucitura, tagliò i fili. Stirò, appese il vestito.
Bello.
Semplice, grigio-azzurro, morbido, senza vanità proprio per questo bello. La cintura marcava la vita, il colletto coreano copriva il giusto per sembrare elegante.
Lo indossò.
Si mise davanti allo specchio dellingresso, quello più grande della casa. Vecchio, un po ossidato ai bordi, ma sincero.
Elena guardò il proprio riflesso a lungo.
Nello specchio non vedeva nessuno, non un posto vuoto, non un mobile. Solo una donna di quasi cinquantanni, capelli scuri raccolti, schiena dritta e uno sguardo dove qualcosa cominciava lentamente a riaccendersi.
Il vestito cadeva bene. Benissimo.
Elena! chiamò zia Graziella. Vieni a farmi vedere!
Elena si presentò in cucina in vestito.
Zia si girò dai fornelli, la guardò, tacque un attimo.
Così va molto meglio.
E si voltò di nuovo al sugo, ma Elena vide che sorrideva.
Tornò in camera, si sedette sul divano. Accarezzò la stoffa morbida. Il vestito non tirava, cadeva come doveva.
Il bastoncino dentro di sé, quello piegato la prima sera, si raddrizzava piano piano.
***
Il sabato lo uscì a indossare.
Una passeggiata semplice. Zia Graziella le chiese di prendere delle pastiglie in farmacia. Elena prese la ricetta, indossò il vestito, il giacchino chiaro trovato nella valigia e uscì.
Fuori si stava bene. Primi di ottobre, aria fresca e limpida. I platani ingiallivano.
Lei camminava sentendo che lo faceva in modo diverso. Non come chi ha fretta e non guarda niente. Vide il gatto sul davanzale del primo piano, placido; la nonna in panchina che sferruzzava di blu; un bimbo che tirava la madre verso una pozzanghera.
La farmacia era a un isolato. Accanto, un piccolo bar: LAngolo, che forse non aveva mai notato prima. Sulla porta la scritta: Pasticceria fresca e caffè.
Entrò. Ordinò un cappuccino e una brioche, perché oggi si poteva.
Il bar era minuscolo, cinque tavoli. In fondo sedeva una donna elegante, circa sessantanni, orecchini vistosi e capelli corti, candidi. Davanti a lei tazza e cellulare. Aveva la sicurezza di chi è abituato a decidere.
Elena prese il cappuccino e la brioche, si sedette al tavolino accanto.
Dopo dieci minuti, mentre beveva, la donna la chiamò:
Scusi.
Elena si voltò.
Non voglio essere indiscreta, disse laltra ma ha un vestito bellissimo. Dove lha comprato?
Elena esitò.
Lho cucito io.
La donna si portò in avanti.
Da sola? È sarta?
No. Solo… so cucire. Una volta sapevo, ora ho ripreso.
Il taglio… la donna osservava con attenzione da intenditrice. Semplice allapparenza, ma fatto con mestiere. Si vede da come cade. Io me ne intendo, lavoravo anni fa in una sartoria.
Grazie, rispose Elena, senza sapere che altro dire.
Mi chiamo Margherita Rossi. Solo Margherita va bene.
Elena.
Elena, devo farle una domanda, forse strana. Se le pare strana, dica di no. Margherita stringeva la tazza fra le mani. Fra tre settimane compio sessantacinque anni. Voglio apparire al meglio nel mio giorno. Negozi e negozi, niente mi convince: o roba da vecchie, o da ragazzine. Ma una cosa così, proprio così… Lei me lo farebbe un vestito?
Elena sospirò. Margherita la fissava, senza pressione, solo in attesa.
Dentro di sé qualcosa si sciolse.
Sì, lo farei.
***
Margherita venne dopo due giorni. Portò la stoffa scelta in centro: crepe color vinaccia, di ottima qualità, denso e leggermente brillante.
Elena prese le misure sul tavolo liberato in camera. Le scrisse sul quadernetto. Poi, in cucina da zia Graziella, bevvero tè e disegnarono il modello: abito svasato, maniche tre quarti, scollatura a V discreta.
Questo, disse Margherita. È perfetto.
Va bene. Per due settimane sarà pronto.
Quanto le devo?
Elena si bloccò. Non aveva ancora pensato a un prezzo. Era strano.
Non so, fu onesta.
Glielo dico io, quanto chiedono in sartoria seria. Margherita propose la cifra. La pago così. È giusto.
Era la somma che Elena faceva in due settimane come contabile.
Restò un poco in silenzio.
Daccordo.
Quando Margherita uscì, zia Graziella entrò dalla cucina.
Buon prezzo.
Sì, concordò Elena.
Continua a cucire, Elena. Sei brava.
Elena la fissò.
Zia Graziella, posso chiederle perché mi ha ospitata? Ci conoscevamo appena.
La zia rimase a pensare.
Perché sei la figlia di Mariella. Mariella era la madre di Elena. Lei mi ha aiutato molto tanti anni fa. Si dovrebbero restituire i debiti.
Rientrò in cucina.
Elena si affacciò alla finestra. Sotto, sul muro cieco, vide allimprovviso un grande graffito: fiori blu che si arrampicavano lungo il cemento grigio.
***
Cucire per Margherita fu una responsabilità nuova. Non per sé, ma per unaltra persona. Senti il peso. Elena ci mise dedizione: tagliò il crepe lentamente, senza errori; cucì con metodo, lavorando ogni passaggio con precisione.
Labito nacque in cinque giorni. Nessuna cucitura fuori posto. La zip cucita a mano, lorlo rifinito col punto nascosto.
Alla prova, lespressione di Margherita disse tutto.
Oddio, si guardò nello specchio grande. Oddio.
Si girava contemplando dorso, maniche, il gioco della stoffa.
Sono unaltra donna.
Sei semplicemente te, disse Elena. Solo con un vestito giusto.
No, è davvero diversa la sensazione. Quando una cosa è fatta su misura, lo senti davvero. Non ho nemmeno voglia di stare curva.
Allorlo doveva stringere un po, Elena appuntò con gli spilli. Margherita non voleva togliere il vestito.
Le dico una cosa, mormorò, mentre Elena sistemava la mia amica Letizia sta per fare sessantanni, cerca anche lei qualcosa di bello. Le do il suo numero, se non le dispiace.
Va bene.
E la cognata di mio figlio si risposa lanno prossimo. Non è il vestito da sposa, ma cerimonia. Ha una forma difficile, cerca da mesi. Lei la prende?
Elena la fissò.
Certo.
Margherita annuì era quello che si aspettava.
***
I due mesi seguenti furono frenetici. Ma non male: frenetici in modo inaspettatamente positivo.
Letizia venne per un tailleur. Poi telefonò una signora, mandata da Letizia, che voleva una camicia e una gonna. Poi una trentenne, figlia di una vicina di Margherita, che richiese un vestito da sera. Elena cucì.
La ragazza pubblicò la foto su Facebook, Ho finalmente trovato una sarta vera: e da lì altri ordini.
La cameretta di zia Graziella divenne troppo stretta. Stoffe dappertutto: divano, davanzale, sedie. La Lidi lavorava ogni sera, a volte anche la mattina dei festivi.
Zia Graziella non si lamentò mai. Solo una volta, entrando e trovando tessuti dappertutto, disse:
Elena, ti serve uno spazio tutto tuo.
Lo so.
Da qui non posso offrirlo.
Lo capisco, zia.
Ormai ci pensava: aveva messo da parte più soldi negli ultimi due mesi di quanto avesse guadagnato in sei in ufficio. E le richieste aumentavano.
Uscì in centro, guardò annunci, visitò tre laboratori. I primi due malsani, bui, con odore di muffa. Il terzo perfetto: una stanza in un antico palazzo liberty restaurato, secondo piano, finestra grande a sud, luminoso, pavimento in legno. Ma caro.
Fece i conti: affitto, una macchina professionale, un tagliacuci, un tavolo grande. Tutti i risparmi sarebbero andati via e forse avrebbe dovuto chiedere prestiti.
Chiamò Margherita. Senza sapere bene perché.
Margherita, volevo un consiglio.
Dimmi.
Elena spiegò la situazione. Margherita tacque a lungo, poi disse:
Prendi il laboratorio. Ti do io i soldi, senza interessi. Restituisci quando puoi.
Non posso accettare…
Elena, la interruppe con calma mi hai cucito il vestito più bello della mia vita. Lascia che ricambi. Non è carità. È normale, tra persone che si aiutano.
Elena non rispose.
E poi, aggiunse con una risatina ho almeno quattro amiche in lista dattesa da te. Mi conviene che tu abbia un vero laboratorio.
***
Elena inaugurò il suo laboratorio i primi di dicembre.
Trasportò la Lidi, ormai più simbolica che pratica: la macchina professionale era veloce e precisa. Ma la Lidi rimaneva sul tavolino alla finestra, al suo posto.
Il posto era luminoso e sereno: tavolo di taglio, due postazioni, scaffali di tessuti e accessori, uno specchio grande. Alle pareti appese i suoi schizzi. Zia Graziella venne a vedere: ispezionò lo scaffale, si fermò davanti allo specchio.
Va bene, disse solo.
Zia Graziella, Elena le prese una mano cè qualcosa che vorrei restituirti.
Le porse una busta. La zia spalancò la bocca.
Non serve, Elena…
Serve. È per la stanza. Tutti i mesi. Ho contato.
Io non ho mai contato…
Io sì. Prendila.
Zia prese la busta. Rimase un po ferma. Poi disse:
Devo prendere un frigo nuovo. Il vecchio sembra un trattore.
Prendiamo il frigo, rispose Elena.
Andarono al negozio di elettrodomestici: Graziella fece domande, aprì decine di sportelli, chiese delle celle freezer. Scelse un modello grande, a doppia porta, argento.
Ottimo, disse zia Graziella, con una felicità genuina che fece capire a Elena che aveva fatto la cosa giusta.
***
Dicembre portò unondata di ordini: tutte volevano qualcosa di speciale per Natale, per lazienda, per la Vigilia. Elena lavorava fino a tardi, tre tazze di tè, il suono della macchina.
A gennaio il ritmo calò. Assunse unaiutante, Alice, che sapeva rifinire e fare orli, ma non ancora tagliare. Alice imparava, ed Elena le insegnava: anche questo era una sorprendente soddisfazione.
Lasciò la contabilità. Telefonò in ditta, spiegò che se ne andava. Il datore di lavoro ci rimase male, lei rimase ancora tre mesi.
A marzo chiamò un numero sconosciuto: una donna che diceva di cucire ma voleva imparare meglio. Raccomandata da Margherita.
Non sono una maestra, disse Elena.
Ma lei sa. E le riesce. Provo?
Elena rifletté.
Venga. Vedremo.
Eccolo: il primo corso. Poi il secondo. Poi micro-gruppi. Era diverso, ma funzionava.
In primavera trovò una stanzetta non lontano dal laboratorio. Piccola, terzo piano, cucina luminosa. Pareti bianche, davvero bianche. Portò le sue cose, sistemò le tende cucite da sé.
La prima sera sedette in cucina con una tazza di tè, guardando verso il piccolo parco con le betulle.
Era casa sua. Minuscola, ancora estranea, ma sua.
***
Incontrò Marco a fine maggio.
Tornava dal laboratorio attraverso il parco, la sera era serena, già odorava di glicine, il verde tenero nella luce del tramonto. La borsa pesante di campioni di stoffa.
Lui le veniva incontro.
Lo vide da venti metri, lo riconobbe subito, ma era diverso. Più magro. La giacca gli cadeva male, la camminata non più sicura.
Lui la vide, si fermò.
Elena camminò dritto, ma a due passi da lui, Marco disse:
Elena.
Si fermò.
Ciao, Marco.
Lui la fissava. Uno sguardo che non conosceva: smarrito, forse.
Sei in forma.
Grazie.
Silenzio. Infila le mani in tasca.
Dove vai?
A casa.
Vivi qui vicino?
Sì.
Una donna col passeggino interruppe la pausa, scorrendo via.
Elena, io… iniziò e si fermò. Possiamo parlare un momento?
Lei lo guardò, attenta. Aveva un viso stanco. Non il solito appena tornato, ma una stanchezza di chi è stato a lungo sfortunato.
Siediti là, disse. Su quella panchina.
Si sedettero. Marco fissava le mani intrecciate.
Non so da dove cominciare.
Prova, Elena, senza rabbia.
Se nè andata, disse dopo una pausa. Quella per cui… insomma, se nè andata. Sei mesi fa. Diceva che ero noioso e senza ambizioni. Una smorfia amara. Capisci lironia?
Capisco.
Adesso sto da mia madre. Il lavoro non va, la ditta è fallita. Tutto… alzò la testa tutto si è disintegrato. A volte penso di aver fatto un disastro. Un grande errore, Elena.
Lei ascoltava senza interrompere.
Con te non apprezzavo. Tu ceri, facevi tutto, eri vera. Io… Tacque. Cercavo non so cosa. E non vedevo quello che avevo. Ti ho chiamata posto vuoto. Si morse il labbro. Questo non si può chiedere scusa. Ma volevo lo sapessi: ci penso. Spesso.
Elena guardava le betulle. Le foglie tremavano. Dalle case arrivava lodore di griglia.
Marco, disse. Non è colpa tua se hai smesso di amare. Succede.
Lui tacque.
Ma sei in colpa per come hai scelto di dirmelo. Vuoto, mobile, vattene. È stato crudele. Non perché tu sia cattivo, solo crudele. E ci ho pensato a lungo.
Sì, lo so.
Però mi hai fatto anche un favore.
Marco la guardò.
Mi hai dato una spinta. Calma, Elena. Ho avuto paura, Marco. Sola con due borse e ventimila euro, non sapevo che fare. Ho vissuto da zia Graziella come unorfana, piangevo ogni sera. È stato brutto.
Elena…
Aspetta. Non per fargli male ma per dire la verità, tutta. Lì ho trovato una vecchia macchina da cucire. Mi sono ricordata che un tempo cucivo e mi piaceva. Che sognavo di farlo come lavoro, ma ho smesso, per la vita quotidiana, per te che dicevi che la macchina occupava spazio, mille altre perché. Ho ripreso. Prima per me, poi per altri. Adesso ho un laboratorio in centro. Da sei mesi. E le clienti arrivano, e io lo adoro.
Lui la guardò, con unespressione che Elena non seppe decifrare.
Se tu non mi avessi mandato via, sarei ancora lì. A fare il minestrone, senza conoscermi davvero. Non ti sto dicendo che hai ragione. Semplicemente: le cose sono andate così.
E tu… mi hai perdonato?
Elena rifletté.
Non ti porto rancore. Ma tornare indietro, no. Non è vendetta. Adesso vivo la mia vita. La mia, capisci? Forse per la prima volta davvero.
Lui si voltò.
Potremmo…
No, disse lei. Piano, ma senza dubbio. No, Marco.
Il silenzio fu lungo. Non pesante, semplicemente lungo.
E zia Graziella? domandò poi. Sapeva chi era, laveva sentita nominare.
Bene. Le ho preso il frigo nuovo. Insieme la domenica giochiamo a scopa.
Marco sorrise, sincero.
Sei sempre stata una brava donna.
Anche tu non eri cattivo, replicò lieve Elena. Solo che non andavamo più daccordo. Forse già da tanto.
Si alzò, prese la borsa dei tessuti.
Devi andare? chiese lui.
Sì. Domani ho un incontro alle otto. Una cliente può solo a quellora.
Daccordo. Anche lui si alzò. Sono felice per te. Sul serio.
Anche a te auguro il meglio.
Era vero. Nessun veleno, nessuna rivalsa: la semplice verità. Gli voleva il bene che resta, quando ormai non cè più forza di arrabbiarsi.
Camminò verso casa. Per un po sentì il suo sguardo alle spalle, poi no. Forse si era già incamminato altrove.
Le betulle proiettavano ombre sottili sullasfalto. Elena camminava nella loro scia, la borsa pesante. Domani alle otto cera la professoressa Zamboni, insegnante in pensione che sognava una gonna dinverno: non ampia, dritta, elegante, per teatro o medico.
Elena pensava al modello, a come adattarlo alla figura della professoressa, minuta e larga di fianchi. Le gonne dritte richiedono astuzia, una linea che bilancia la figura.
Pensava a questo e intanto sentiva il profumo di glicine serale. Un bimbo sfrecciava in monopattino cantando qualcosa da un cartone animato. Da una finestra al piano terra usciva odore di patate fritte, un odore tutto familiare.
***
Quella sera non cucì. Aveva deciso: dopo le sette la macchina tace. Passò solo a prendere il quaderno delle misure dal tavolo da taglio. La Lidi era lì, nera con i decori dorati.
Elena accarezzò il suo corpo metallico.
Grazie, disse piano.
Può sembrare strano ringraziare una macchina. Ma a chi dire grazie per una vita che si rovescia dalla sfortuna? Zia Graziella, Margherita, Alice che impara? A tutti forse. Forse al filo imprevisto che comincia con uningiustizia e ti porta in una stanza piena di luce.
Spense la luce, chiuse il laboratorio. Scese le scale di legno.
La città viveva il suo tramonto: gente, auto, bambini che ridono. Una sera di maggio come tante.
Nel negozietto Pane Fresco prese una pagnotta di semi e un vasetto di miele buono, lo vendeva una vecchia signora venuta dallAppennino.
Buonasera, disse Elena.
Buonasera a lei. La donna diede il resto. È miele di maggio, davvero buono. Domani mattina ne assaggi.
Grazie, proverò.
Elena uscì. In borsa, pane, miele, quaderno delle misure e catalogo di accessori. Addosso labito cucito la settimana prima: lino grezzo color avorio, cintura morbida, maniche ampie. Bello da portare.
Andò a casa a piedi, dieci minuti. Pensava alla gonna della professoressa, alle nuove bobine da comprare, al fatto che Alice ormai sapeva tagliare modelli semplici.
Poi smise di pensare a lavoro e semplicemente camminò.
Il cielo era ancora chiaro, rosa a occidente. Le rondini sfrecciavano veloci. Là fuori la vita, nei suoi miracoli e incertezze.
La felicità dopo il divorzio, direbbero certe riviste. Come se fosse un tipo di felicità a sé. Elena non ci pensava così. Pensava solo: sto tornando a casa. Domani si lavora presto. Ho un mestiere che amo. Ho zia Graziella, che vedo la domenica. Clienti che vanno e vengono contente. La Lidi alla finestra. E questo cielo.
E bastava.
Non da favola. Nemmeno da tragedia. Ma abbastanza. Forse è questo che cerchiamo, quando crediamo nella seconda vita, nella sicurezza, nel riscoprire se stessi a qualsiasi età. Non in un giorno solo. Ma abito dopo abito, laboratorio, casa, sera di maggio con pane e miele.
Chiamò zia Graziella.
Zia, sei a casa?
Dove vuoi che sia? Guardo la televisione. Che succede?
Niente. Così.
Una pausa breve.
Domenica vieni?
Sì. Vuoi che porto una torta?
Di mele, se puoi. La torta di mele mi piace.
Va bene. Di mele.
Elena ripose il telefono. Salì al terzo piano, aprì la porta.
Dentro casa profumava ancora di lino: aveva tagliato ieri sulla cucina, pioveva, non aveva voglia di uscire. I ritagli spariti, il profumo no. Era buono.
Mise il bollitore, affettò il pane, aprì il miele. Era dorato, limpido, dolce.
Fuori, le rondini volavano, anche se più rade: la sera era ormai piena.
Elena spalmò il miele sul pane, assaggiò, pensò che la negoziante aveva ragione: era davvero buono.
***
Il giorno dopo era limpido.
La professoressa Zamboni arrivò precisa alle otto. Era una signora minuta, capelli bianchi in onde e uno sguardo diretto dietro gli occhiali.
Elena Bianchi, disse entrando. Ho portato un modello. Ecco la foto, lo vorrei simile ma meno ampio.
Tirò fuori la stampa.
Elena la studiò. Una gonna perfetta, sobria. Su quella figura era una sfida interessante.
Si accomodi, le spiego cosa posso fare.
La professoressa sedette, mani in grembo.
Sa, disse guardando il laboratorio sognavo una gonna così da anni. Non sapevo dove andare. Nei negozi tutto sbagliato. Poi una vicina mi ha parlato di lei. Dice che col vestito nuovo si sente unaltra persona. Rise piano. Ottima presentazione, direi.
La migliore, convenne Elena.
Prese il quaderno e il centimetro.
Si metta qui, per favore.
La professoressa si alzò. Tirò su le spalle, si osservò nello specchio.
Lo sa, riprese sono in pensione da quattro anni. Pensavo che ormai non valesse più la pena curarsi troppo. Ma poi mi son detta: perché? Devo vivere ancora tanto, se Dio vuole. Perché vestirsi male?
Giusto, disse Elena.
Mentre prendeva le misure, la luce del sole illuminava il pavimento di legno. Nellangolo, la Lidi con gli arabeschi dorati. Alice sarebbe arrivata alle dieci. E alle undici la cliente dopo…





