Conversazione della Vigilia: Racconti e Tradizioni Natalizie all’Italiana

Conversazione delle Feste

La giornata stava volgendo al termine, una di quelle serate invernali speciali, care allanimo italiano per il clima conviviale che porta lepifania. Era già buio presto, e nel paese tutto sembrava ammutolirsi; persino i cani, appesantiti dai resti delle grandi tavolate natalizie, trascuravano labituale piacere di abbaiare ai passanti o di litigare fra di loro per noia. Un viaggiatore di passaggio avrebbe trovato curioso il gran numero di finestre buie, proprio ora che tutta la nazione è in festa, teoricamente raccolta in casa davanti a lauti pranzi e rilassanti chiacchiere in famiglia. Ma durante le festività di gennaio, di stranieri nel piccolo borgo toscano non ne capitavano quasi mai: chi era fuori, in fretta si dirigeva verso le case con le luci accese, attratto dal richiamo di una tradizione antica, quella di celebrare il Natale riuniti intorno a una tavola invasa da antipasti, sottaceti, affettati che, solo a guardarli, facevano venire lacquolina in bocca più di qualunque prosecco.

Nella grande casa dei Boccioli, regnava leccitazione delle ultime frenetiche preparazioni per la cena. Finalmente, un gruppo di amici e parenti si era raccolto a mezzaluna attorno alla tavola, in attesa che la padrona di casa distribuisse i foglietti con il canto natalizio. Nessuno avrebbe osato iniziare il vero rito della serata senza quel momento solenne: per chi frequenta la chiesa, come tutti lì dentro, quella preghiera cantata rappresenta il cuore della festa, la scintilla che risveglia anche nelladulto quella gioiosa emozione di meraviglia e di mistero che solo il Natale sa portare.

Osvalda, la padrona, piccoletta e nervosa come tante donne toscane, si voltò ansiosa verso suo cugino, corista della parrocchia:

Sandro, tocca a te!

Anche il marito, Vittorio, lo spronò col gomito e un cenno deciso.

Alessandro, dallo sguardo intenso e deciso che tradiva un carattere ribelle, tossicchiò e poi, con voce giovane e piena, rispose:

No, Osvalda! Spetta al padrone di casa. Tocca a Vittorio!

Come mai? chiese uno degli ospiti, sorpreso. Sei tu quello del coro!

E allora? replicò Alessandro con trasporto. Non sono un prete; tocca al padrone. È lui il capo qui. Punto!

Vittorio recitò la preghiera, gli altri si unirono nel canto: allinizio incerti, poi più sicuri, incoraggiati da Alessandro.

Massimo, alto più di un metro e novanta, ventinovenne dal carattere aperto e appena avvicinatosi alle tradizioni cattoliche, sorrise compiaciuto rendendosi conto che anche la sua voce non stonava nel coro. Canticchiare da solo gli era sempre piaciuto, ma farlo ora, fra gli altri, aveva tutto un altro sapore.

A differenza della moglie, Chiara, una bionda ventunenne dallaria svelta, Massimo era arrivato da poco in paese e osservava gli altri con curiosità quasi pittorica. Alla loro destra si era seduta unaltra coppia giovane: il massiccio e focoso Damiano, insegnante di educazione fisica, e una donna dai lineamenti netti, i capelli raccolti sotto un foulard. A tenere banco, come ogni sera, era il piccolo e vivacissimo Vittorio, sostenuto dalla sua amica Elena e dal marito Nicola; cera anche Pietro, lesile sagrestano, accanto alla moglie Nina che ascoltava tutti, silenziosa e vigile.

In attesa della lasagna, gli ospiti facevano incetta di antipasti: fette sottili di pecorino, salame toscano, prosciutto, insalate dai mille colori. Poi, per un istante, calò il silenzio. Fu allora che Lisa, la moglie di Alessandro, donna dai bellissimi occhi scuri e fronte ampia, con fare quasi timoroso, confessò:

Durante queste feste, ogni anno, sento più vicino qualcosa dinspiegabile Guardate il fiocco di neve che cade la sera, il tepore in casa, una quiete misteriosa

Sei rimasta troppo attaccata ai cartoni da bambina, tipo La Notte Prima dellEpifania, la interruppe Valentina che veniva dal paese vicino, ospite della padrona. Non era tipo da intavolare lunghe discussioni: il suo tono perentorio e il sorriso enigmistico non invitavano certo alla confidenza.

Può darsi, ammise Lisa, abbassando un attimo la testa. E poi, da ragazza, ci divertivamo a fare qualche rito innocente per la Befana Una sciocchezza, lo ammetto.

Addirittura! esclamò Osvalda, scandalizzata.

Dai, non fare così, la calmò Vittorio.

Fu in quel momento che la figlia dei padroni, anche lei Osvalda, in tutto e per tutto uguale alla madre, servì in tavola larista al forno decorata a festa.

E quindi, Lisa? domandò Elena appena passata leccitazione.

Mi viene sempre voglia di leggere racconti natalizi. Sono pieni di mistero e bontà disse Lisa. Una magia insieme dolce e reale.

Lo capisco, diradò laria la solare Chiara. Lanno scorso ho letto un racconto di Verga che mi ha commossa. Ricordo una scena: una mano che apre piano la porta, e tutti gli ospiti fissano lingresso col fiato sospeso. Una di quelle storie che ti restano addosso, concluse.

Osvalda bloccò col coltello a mezzaria il piatto principale.

Varina, perché taci? disse, investendo dattenzione la giovane seduta di fianco a Massimo. Era una ragazza riservata, figlia di Elena e Nicola, da poco trasferitasi a Milano, quindi sconosciuta a quasi tutti.

Sapete, Varina ora fa lavvocato, ma la sua prima laurea è in lettere! disse Osvalda con orgoglio.

Anche Elena spalleggiò la battuta:

Vero, la mia nuora si è laureata col massimo dei voti.

Varina, con calma quasi glaciale ma sguardo sveglio, intervenne:

Verga? Grande narratore, ingiustamente sottovalutato solo perché non prolisso come Manzoni o cupo come Pirandello. Il cuore della sua opera è limpatto sullo spirito umano attraverso il riciclo dei temi evangelici.

Uh! fece Alessandro, impressionato. Non amava discorsi troppo astratti e cambiò subito discorso: Ma tu, Varina, che racconto così particolare senti natalizio?

Vuoi che ti riferisca la trama? chiese, rivolta ad Alessandro che solo ora si accorgeva di quanto fosse particolare e affascinante il suo viso, la fronte attraversata da rughe di pensiero in continuo movimento.

Chiara, che conosceva bene Varina, sorrise di lato; aveva osservato spesso quella capacità di passare inosservata finché non si incontravano i suoi occhi scuri. Bastava uno sguardo, e nessuno più la dimenticava.

Di racconti natalizi ce ne sono molti, cè perfino un ciclo, e quello della mano viene da lì: Cristo ospite del contadino. Ma qualche sera fa ho riletto Il dottore miracoloso di De Roberto, una storia toccante: due bimbi guardano con desiderio le finestre illuminate di altri, mentre loro tornano in uno scantinato gelido dove il fratellino piange per la fame. La madre sfinita e senza latte, la sorellina malata Tutto è iniziato da quando il padre si è ammalato. Svaniti tutti i risparmi, la disperazione lo porta per le strade, a mendicare e cercare monete perse. Un giorno incontra in un parco un vecchietto che, informato della loro condizione, si reca da loro. È un medico: riscalda la casa, dà consigli per la cura della bambina, lascia cuori di pane e soldi, e poi sparisce. Solo dopo scoprono che il vecchio era un celebre professore. Da lì la loro vita cambia, la fortuna ritorna, e i figli, diventati grandi, vedono il loro salvatore solo quando gli rendono omaggio al funerale.

Varina si fermò, il calice a mezzaria, e sorrise:

Ecco, ogni buona storia merita un lieto fine

Un battito alla porta interruppe la narrazione. Osvalda si precipitò.

Senza di me niente racconti! minacciò scherzando, mentre spariva dietro la porta.

Si sentì un sonoro Pace a questa casa dalla voce conosciuta di Don Michele.

E con te, fu la risposta corale.

Passavo di qui, ho visto la luce. Posso fermarmi?

Vittorio lo guidò in sala: Abbiamo ospiti, stiamo onorando il Natale, ti aspettiamo!

Don Michele entrò poco dopo: alto, robusto, con un viso sereno e due occhi castani profondi. Fu fatto sedere a capotavola; mentre gli preparavano il posto chiese, sorridendo:

Scusate se interrompo: di cosa parlavate?

Il rosso Nicola, che aveva qualcosa del tedesco daltri tempi, rispose:

Varina ci narrava una storia commovente. Dai, dicci come finisce!

Racconto la fine di Il dottore miracoloso, proseguì Varina pensierosa. Grazie a quellincontro, la famiglia si riprende, la madre guarisce, i bambini crescono, raggiungono il loro posto nella vita. Solo una volta, ai funerali, possono dire grazie al loro benefattore: sul farmaco cera scritto Prescrizione del Professor Rossi. Così, una storia tutta vera, lha scritta De Roberto nellintroduzione.

Vittorio spalancò le mani, perplesso:

Una bella storia. Ma dovè il miracolo? Solo fortuna, dai

Varina scosse il capo, sorridendo:

Non è così, Vittorio. Riflettici: non è un miracolo essere ascoltati da Dio proprio quando la tua speranza è finita? Essere visti da Lui, magari in mezzo a milioni Lo è, per chi ha fede.

Certo, ribatté Vittorio, però il miracolo è qualcosa di straordinario, sovrannaturale.

Don Michele prese la parola, pacato e suadente:

Stai toccando una questione importante, caro Vittorio. Torneremo dopo su questo. Ma sono curioso di sentire Varina.

Varina si rivolse allora al padrone di casa:

Dicevi che il miracolo deve essere eclatante, ma guarda il dettaglio: nessuno dei vicini ha visto quel dolore, nessuno è intervenuto. E proprio nellora più cupa, una mano si stende Non è miracolo essere scelti, tra un mondo di formichine invisibili, dal Creatore? Proprio quando hai meno fede, e credi di non valere nulla? E io su questo non ho altro da aggiungere.

Il silenzio la seguì, e per un attimo tutti avvertirono la tensione che Varina, allapparenza tranquilla, trasmetteva.

Don Michele, da esperto danime, intervenne per stemperare, con voce calda:

Proprio così. A me capita di pensarci, specialmente in estate, guardando un formicaio Anche solo essere ascoltati è un miracolo! Ma noi, testardi, pretendiamo quelli spettacolari, come San Tommaso e intanto ignoriamo i veri miracoli, che ci circondano continuamente.

Don Michele percorse tutti con uno sguardo fermo, poi proseguì con una delle sue omelie:

Negli ultimi duecento anni lumanità ondeggia fra fede e scetticismo. Ma la vera fede non ha bisogno di prove. Per chi crede, ogni cosa anche la più minuta, la più semplice è già miracolo! Il problema è che ci abituiamo a chiamarla normalità.

Però i miracoli esistono ancora, intervenne Pietro, il sagrestano, noto per le sue storie sempre puntuali. Vi racconto qualcosa che mi è successa

Un tempo, nelle campagne senesi, la notte dellEpifania le donne andavano al fiume e portavano a casa lacqua benedetta. Una sera andò mia madre con la vicina e una, nota per la passione per il vino, si unì: chiacchiera, bestemmia Bisognerebbe camminare in silenzio in questi momenti. Raccolsero tutti lacqua: la nostra era limpida, la sua piena di alghe! Un segno chiaro, secondo me.

Vittorio annuì soddisfatto:

Ecco, quello sì che è un miracolo! Forse non di guarigione, ma comunque un segno.

Tutto è possibile, conciliante, Don Michele. Per chi ha fede, è un segno dallalto; per chi non crede, solo una coincidenza.

Don Michele, a proposito di miracoli, la Madonna profuma! interruppe Valentina.

Il prete fece una faccia sorpresa.

In che senso profuma?

Licona che ti ha portato lamericano oggi Gennaio, ti ricordi, il figlio della signora morta?

Sbalordito, Don Michele non sapeva cosa pensare.

Non ho notato nulla di strano

Ma Don Michele! Ho annusato sopra e sotto, e profuma persino il sacchetto!

La discussione si animò. Don Michele si allontanò un attimo:

Vediamo subito.

Ci fu fermento sinché il sacerdote non ritornò con un sacchetto nero dal quale sollevò licona nessuna stranezza apparente, solo unantica tavola annerita dal tempo.

La Tifennese, mormorò qualcuno.

Valentina trionfò:

Cè profumo, ve lavevo detto!

Un profumo delicato si diffuse nellaria.

Sembra olio di rose, commentò Chiara.

Tutte annuirono.

Don Michele trovò una piccola boccetta caduta: Ecco svelato il mistero! Olio di rose lasciato inconsapevolmente basta così con i miracoli immaginari! disse con un sorriso, tagliando ogni discussione.

Valentina accennò a protestare, ma il prete la fermò con una mano:

Lasciamo perdere. Meglio che vi racconti una storia lunga, se vi va

Sì, Don Michele, racconta! fu il coro.

Mentre Don Michele iniziava, Massimo chiuse gli occhi e immaginò di vivere davvero quella storia.

*

Erano gli anni difficili del primo dopoguerra, in un paese dellAppennino. Lì custodiva la chiesa un uomo ormai anziano, zio Michele. Da giovane, voce possente fra i cantori, aveva emozionato anche i bambini durante le funzioni solenni; poi, tornato da una guerra con una ferita, aveva lasciato per sempre il canto. Era cambiato nel corpo e nellanimo: aperto ché era giovinetto, riservato e quasi burbero da vecchio, amava però le conversazioni profonde, magari davanti a un bicchiere nei giorni di festa.

I tempi erano grami: giovani emigrati, altri scomparsi in guerra, le campagne spopolate. Eppure la comunità insisteva, manteneva viva la terra. Col tempo la paura passò, almeno la notte di Pasqua, quando la chiesa si riempiva, cuori sollevati dalla gioia della Resurrezione. Michele accoglieva tutti col suo tipico cenno del capo; e nella calca, ritrovava generazioni intere, ricordando comerano stati bambini, ora a loro volta genitori.

Ma proprio quella Pasqua, ai primi canti della messa, fecero ingresso in chiesa ufficiali armati e minacciosi, col capo giacca di pelle e pistola in bella vista che sventolava la parola controrivoluzione tra la folla ammutolita. Tutti paralizzati; persino il parroco smise di cantare, incapace di credere a quella profanazione.

Zio Michele però non esitò. Salì deciso vicino allaltare, e con voce dapprima roca, poi sempre più ferma, intonò da solo il canto: E noi sulla Terra, aspettandosi che gli altri lo seguissero. I primi ne furono spiazzati, poi un giovane, titubante, lo seguì; infine, la chiesa esplose in un unico coro. Il comandante arrossì, si voltò, uscì; i suoi fedeli lo seguirono, indecisi.

*

Don Michele concluse il racconto, con sorriso furbo.

E il miracolo dovè? domandò Vittorio.

Il prete alzò il dito.

Sta tutto qui: quella chiesa non fu mai chiusa, nemmeno sotto le leggi più dure. È lunica della zona. Per qualcuno non sarà niente, ma per me è un vero miracolo italiano.

Già sospirò Vittorio, assorto.

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