La Direttrice

Diario di lavoro La capoufficio

Vai tu!

Vacci tu! Quella mi sbrana viva!

Masticarti sì, ma poi ti sputa! Hai paura di un mostro? Dai, Olivia, hai combinato il pasticcio sei tu a doverlo sistemare!

Sentendo le voci delle ragazze fuori dal mio ufficio, ho chiuso la cartella con lennesima pratica e ho socchiuso gli occhi. Ecco, mi sa che tocca a me intervenire. Loro sarebbero potute andare avanti ore a litigare davanti alla porta, ma cè ancora tanto da sbrigare.

Ho sfilato le décolleté, sono andata in punta di piedi verso lingresso e lho spalancato. Sorridendo ironicamente, con un sopracciglio alzato, ho chiesto:

Ragazze, cercate me? È successo qualcosa?

Guardando le loro facce stravolte ho quasi riso. Sempre la stessa scena! Sembrano coniglietti davanti alla faina. Elisabetta sta diventando paonazza a chiazze, Olivia guarda per terra e sta quasi per piangere. E no, stavolta niente lacrime!

Elisa, portami il resoconto dello scorso trimestre. Devo ricontrollare qualche numero. E tu, Olivia, entra un attimo da me!

Mi sono spostata, lasciando passare Olivia, che pareva già sul punto di scoppiare. Quelli del corridoio sono spariti in un attimo, mentre lanciavo un mezzo sorriso verso Elisa:

Su, vai. Vediamo cosa si può fare.

Signora Albina, la prego, non si arrabbi troppo con lei. Mancavano solo un paio di allegati alla perizia. Colpa mia. Elisa lo diceva sottovoce, stringendo fra le dita la cintura del vestito nuovo.

Difensora! Ho sentito. Rientrando in ufficio, le ho fatto locchiolino. Con quel vestito stai benissimo! Ti avevo detto che ti bastava curare un po trucco e cambiare le lenti degli occhiali.

Ha sorriso, timida, annuendo:

Ieri sono andata a comprare il trucco con Caterina.

Proprio con lei dovevi andarci? Ci hai lasciato mezzo stipendio, scommetto!

Quasi tutto. Però mi ha detto che era unoccasione: poi compri solo quel che finisce.

Ti ha mostrato come metterlo almeno? Non si vede.

No, il suo gatto si è ammalato, lha dovuto portare dal veterinario. Abbiamo fatto in fretta. Oggi ci rivediamo: mi fa una lezione privata.

Va bene. E ricordati il resoconto.

Subito!

Non troppo subito. Sto per urlare un po, meglio se nessuno oltre Olivia sente, tu bada che non entri nessuno.

Elisa è volata via ed io ho chiuso la porta e sospirato. Che la guerra cominci.

Olivia! I fazzoletti sono sul tavolo. Sì, quella scatola carina. Sistemati, non sei sul divano di casa. Piangi dopo, non da me, non in ufficio. Ora mi spieghi perché le tue carte sono un caos? Lì dentro ci si perde!

Signora Albina, io si è aggrappata a un fazzoletto.

Lo so che sei tu. Chi altro? Cosa devo fare, perdere il mio tempo a calmarti? Non ho altro da fare? I problemi personali sono affari tuoi, ma lasciateli fuori dallufficio, chiaro?

Ha scosso il capo, tirando giù la manica sul polso.

Ho strizzato gli occhi: lavevo sospettato. Sempre questi giovani Sono andata dietro la sua sedia, mi sono seduta, poi con i piedi ho rimesso le scarpe. Addio, riposo.

Sono bassa, e dopo la nascita di Annina mi sono dovuta rifare tutto il guardaroba.

Rotolino, rotolino, ti mangio! borbotto spesso davanti allo specchio. Un tempo riuscivo a sembrare più alta, ora sono una pallina sulle gambe! Zero autorevolezza!

Dopo tanti consigli della mia migliore amica, Anna stilista famosa in città, sono salita sui tacchi:

Dai tempi della maturità non li mettevo! Due volte lanno, se va bene! Ma perché mi punisco così?

Per tutte le belle cose che fai! ride Anna, guardando come provo a ballare il twist per finta. Dai, Albina, smettila: fra poco correrai sui tacchi come una gazzella. Potevi prenderli più bassi!

Almeno si vedono le gambe! Non mi distrarre, prendimi le misure: mi servono due tailleur nuovi. Uno rosa!

Rosa? Ma su chi vuoi sembrare?!

Su chi devo sembrare! È una mossa strategica. Fidati.

E quanto sono serviti. Entravo in tribunale con il mio completo rosa come una corazzata ed era subito silenzio: persino il procuratore perdeva la parola. Ridevano solo quelli che non sapevano chi fossi Albina Mancini. Di me dicevano di tutto, che in udienza diventavo una vera squalo e chi non mi prendeva sul serio finiva sempre a pentirsene. Tanto, con quella nuvola di ricci in testa e i tacchi sgargianti chi ti rispetta sul serio? Appunto, nessuno. Ma era tutta una strategia che ripetevo sempre, soprattutto quando capitavano giudici o PM alle prime armi.

Una donna deve essere un mistero! spiegavo ai miei praticanti. Ricordatevi, ragazze! Uh, no, niente baffi! I baffi alle donne qui sono vietati! Se vi trovo con i baffi vi faccio fare la figura della ditta. E voi, ragazzi, valutate una donna per la testa, che mostra solo quando e come vuole. In aula e fuori. È chiaro? Bene! Ora tutti a lavorare!

Il mio studio lo gestivo con pugno di ferro come altro? Avvocati a Roma ce ne sono a bizzeffe, uso dire io.

E noi dobbiamo essere i migliori! mi infervoravo con gli stagisti spaventati.

Non rimanevano spaventati a lungo però. In due settimane avevano già capito come stavano le cose. E chi era già vecchia guardia non lasciava trapelare nulla ai nuovi. In uno studio cera pure una scommessa su quanto durasse il nuovo arrivato. Qualche volta scommettevo anchio, borbottando a chi mi chiamava mamma della professione.

Quando raggiungerete la mia età, parleremo.

Sapevo bene che dietro di me mi chiamano Mamma Albina. E che tutti questi giovani, dopo la pratica sarebbero diventati miei concorrenti. Leggevo spesso Machiavelli, e preferivo tenere amici e nemici sempre ben vicini.

Sulletà mentivo: di anni ne avevo ancora pochi prima dei cinquanta, ma chi conosceva la mia storia sapeva che era da dieci vite. Chi mi compativa, chi mi riteneva matta, chi solo mi rispettava per tutto ciò che portavo sulle spalle.

E il destino non era stato leggero. Da bambina mi trovarono a tre anni in un appartamento chiuso, lì da due giorni, silenziosa. Mia madre era uscita un attimo per il pane, e di lei si persero le tracce. Quel poco che rimase fu trovato un anno e mezzo dopo. Luomo che fece quel che fece si prese lergastolo, ma le cicatrici restano. A salvarmi fu il cane di mamma, trovato per strada, brutto e piccolo: Musetta. Chissà perché piacque tanto a mia madre da portarla a casa, ma fu la mia salvezza. Musetta ululò per giorni, il vicino, esasperato, buttò giù la porta e mi trovò. Zio Sandro era sobrio a vedere la scena: chiamò la polizia e mi prese in braccio. Da allora non piansi più: mi aggrappai a lui e basta.

Piccola, hai già sofferto abbastanza, ci sono qui io!

Fu sempre zio a ritrovare mio padre e spiegargli la situazione.

O ti riprendi tua figlia, o finisce in orfanotrofio! Come dormi dopo?

Lui di me nemmeno sapeva lesistenza. Si era separato per una sciocchezza, poi era partito per uno scavo archeologico. Di figli e cucina non capiva nulla, era sempre fra libri e polvere. Così mi affidò a nonna.

Nonna Tamara, vedendomi, non si scompose:

Che regalo mi manda il Signore! E dove lo metto?

Ma sapeva come fare con i bambini. Mi lavò per bene, lavò pure Musetta, mi nutrì a crema di semolino che odiavo. Poi sentenziò:

Di carattere ne hai! Si è sentito chiaramente. Ora ti educo io!

Leducazione fu a livelli militari: ginnastica, lezioni, teatro di burattini, zoo, conservatorio, musei. Niente asilo: nonna era famosa come scultrice, ma mangiava pane e disciplina.

Zina, oggi sono ispirata! Pensa tu ad Albina.

Così la domestica del piano di sotto gestiva la giornata e la spesa. Niente lasciava al caso. Nessuna discussione: chi si ribellava? Crescevo sveglia, autonoma. Nonna mi adorava, più di quanto non avesse mai adorato papà. Lo diceva pure:

I nipoti sono i veri figli!

Accettavo questa sua devozione con cautela, poi ci ho creduto ed ero solo sua. Di mamma ricordavo poco, e spesso chiamavo nonna seconda mamma. Lei però ci teneva a precisare che mamma era mamma, la sua foto cera sempre.

La professione lho scelta da ragazzina: avvocato. Avevo divorato ormai la biblioteca di mio nonno e sapevo quel che volevo.

Basta che non scegli penale, bimba.

Perché?

Finiresti per rivivere il passato nel presente. Scegli altro.

Quando lei si ammalò io ero a giurisprudenza. Sono forte, stai tranquilla, vivi la tua vita! mi diceva. Ma di lasciarla sola non mi è mai passato per la testa. Non darmi fastidio, semmai aiutami, le dicevo. Farebbe così anche tu?

Quelli furono anni di vero slalom: studio, lavoro, nonna, papà che si era risposato con una donna coi piedi per aria e due figli da altro matrimonio. Ormai era chiaro: o gestivo io tutto, o sarebbe stato un casino. Così ho preso i bambini con me, sistemandoli nel grande appartamento di nonna Tamara che, rinvigorita dalla compagnia, ricominciò a organizzare la giornata minuto per minuto.

Così Masha e Vanni arrivarono in prima elementare che la maestra si metteva le mani nei capelli: Dovevano andare dritti in seconda!. Ho pregato nonna di rallentare un po, che troppo sapere a volte è un problema anche quello.

Coi bambini Tamara riprese vigore, ma avevo paura che tornassero dai genitori. Quando papà propose di portarli via, ho detto no: la loro casa era con noi. Andarono due volte lanno al mare con i genitori, il resto del tempo stavano con me.

Fu proprio a Viareggio, durante una vacanza con i bambini, che ho incontrato mio marito. Ero già avvocato, lavoro fino al collo e problemi sempre, ma decisi di partire lo stesso. In aereo già sognavo il lungomare, i cigni al porto, il vento tra i capelli.

Ogni anno, dautunno, i cigni arrivano insieme sul molo. Alcuni ti evitano, altri sono sfacciati. Un giorno, lottando con uno che voleva il mio scialle, sentii una voce alle mie spalle:

Signorina, è la prima persona che insulta un cigno in latino! È magnifico!

Riuscii a liberare il mio scialle, arrabbiata, sbuffai:

Ma quanti eruditi girano qui? Lei è avvocato o medico?

Perché, solo quelli usano il latino?

Chi altro capisce certe espressioni? Davanti ai bambini mica si bestemmiava!

Sono medico. Dentista. E lei?

Avvocato.

Il cigno voleva un pezzetto di sciarpa?

Ha sbagliato mira, doveva beccare la brioche!

Mi mise di buonumore. Mi sistemai il ciuffo e ci andammo a scaldare al bar.

Sei mesi dopo, Gennaro si trasferiva da me a Roma; qualche anno dopo è nata Annina.

Che Annina fosse una bambina speciale labbiamo capito lentamente. Nessuno, nemmeno Gennaro, vide subito che qualcosa era diverso. Ma quando la diagnosi ci colpì, lui fu saldo:

Non cambia nulla. È la nostra bambina e nulla può togliercelo.

Mi sono stretta a lui. Cosa avremmo potuto dire ancora?

Non cera più nonna Tamara, e Annina cresceva senza nonni. La madre di Gennaro, saputo della diagnosi, rifiutò di conoscerla. Non è la nostra, in famiglia mai successa una cosa simile!, sentii dirle di nascosto. Da allora le proibii di metter piede a casa nostra. Puoi aiutare come vuoi, ma non farti vedere.

Anche la matrigna di Masha e Vanni aveva proposto di riprendersi i ragazzi, ma ho chiesto direttamente a loro: Dove vorreste stare?. Sono rimasti con me, diventando la mia seconda famiglia. Crescevano, e il planning ormai lo facevano da soli. Con Annina giocavano e passavano le ore libere. Io sapevo: se succedesse qualcosa a me o a Gennaro, lei non resterebbe sola.

Guardando Annina, penso spesso a cosa sarebbe stata la mia vita se fosse cresciuta normale. Unaltra madre avrebbe inasprito il cuore; io invece ho trasformato il mio amore in premura per tutte le giovani donne che lavorano con me. Chi entrava nel mio studio sapeva che il soprannome capomamma me lero guadagnato, perché ogni problema dove potevo diventava una missione da risolvere.

Anche ora, mentre vedo Olivia coprirsi un livido sul polso, scuoto la testa.

Hai già mandato qualcuno da lui?

Chi?

Quello che ti ha trattata così bene. Se mi dici che sei caduta, ti licenzio in tronco.

No, non ancora. Olivia molla la manica.

Lo ami?

Molto. Ma così non posso vivere.

Cosè successo?

Non si può perdonare. Mio padre picchiava mia madre. Non finisce mai. Quindi non si può perdonare. Solo che

Cosa?

Conosco Sergio da sempre, da quando ero bambina. Mai stato così.

Un litigio?

Una stupidaggine. Una partita ai videogiochi Si è fissato. Quando è andata via la luce, sè messo a urlare, mi ha preso da parte, mai visto così.

Poi?

Ha chiesto scusa, ma io so che non lo voglio più. E poi

Si è fermata, gli occhi bassi.

Ho visto dove metteva la mano: sulla pancia. Ho cercato il taccuino, le ho passato un biglietto con un numero:

Tieni. Ti aiuteranno. Anche casi peggiori.

Sicura?

Tranquilla, sono miei amici. Se citi il mio nome, ci saranno. Ma tuo marito deve volerlo. Capito?

Ci proverò. Grazie.

Mentre stava per andarsene, lho chiamata:

Olivia

Sì?

Meglio che trovi un posto dove stare un po. Nessun bambino ha bisogno di una madre agitata. Soprattutto il tuo.

Ma come fate a sapere?

Secondo te, sono scema? mi sono alzata con fatica. Non sono nata ieri. Vai a sistemare i tuoi documenti, ora che almeno hai un po di pace vedrai che ci riesci meglio.

Sì, certo. Scusi

Siamo tutti esseri umani, Olivia. Ognuno ha i suoi guai.

Si volta di nuovo sulla porta:

Ma perché vi interessa tanto dei problemi degli altri? Vi insegnano sempre a pensare solo a sé. Voi siete diversa

Sono uguale. Sorrido. Faccio pure per interesse personale, sai? Più siete tranquille, meglio lavorate no? Se la testa è altrove, i documenti restano ammucchiati!

State mentendo Scusi, ma mentite!

Bugie! Vedi? Non arrossisco nemmeno. Un bravo avvocato deve impararlo. Fai pratica anche tu. Dai, vai, anche io devo lavorare. Poi mi dici comè andata.

È vero quello che dicono di lei. Pensavo scherzassero.

Quelli? Glielo faccio vedere io! Ho agitato il pugno verso la porta.

Elisa era già lì con la cartella dei conti, trattenendo una risata.

Olivia, cè una nota sul tuo ultimo caso. Guardala. Signora Albina, è arrivato Petruzzi. E tra unora avete ludienza.

Lo so. Petruzzi qui tra dieci minuti. Intanto rimboccatevi le maniche, ragazze mie. Il cavallo è da risparmiare.

Quale cavallo? chiede Olivia.

Quello che non ha fatto niente! Elisa scoppia a ridere, passa la cartella e le trascina via. Su, andiamo a lavorare.

Chiudo la porta. Ho già il telefono in mano e chiamo mio marito:

Come sta Annina? Ha chiamato Vanni? E Masha? Tutto ok? Bene. Ci vediamo alle sette come pianificato. Gennaro, ora basta con le smancerie, devo lavorare! Un bacio, ciao!

Sistemo il portafoto con Annina sulla scrivania e prendo una nuova pratica. La giornata è lunga, ma la lista da spuntare è ancora piena.

Guardo la foto di nonna Tamara vicino a quella di Annina. Annuisco.

Sto vivendo, mamma Tamara. Faccio il meglio che posso. Grazie per linsegnamento. GrazieMi siedo, finalmente sola, e mi lascio cadere sullo schienale. Da fuori arrivano voci sfumate, il suono ritmico della stampante e, ogni tanto, una risata sommessa: segnali di vita, di normalità in mezzo al trambusto di carte e sentenze. Mentre compilo le ultime note, un raggio di sole passa tra le tende e accende esattamente la foto sulla scrivaniaquella con Annina che ride e mi stringe forte una mano, la stessa con cui ora tengo la penna.

Respiro, sento passare dentro tutto: fatica, paura, orgoglio, le memorie di chi mi ha cresciuta e quelle che sto lasciando. Ripenso alle mie ragazze, ai ragazzi che mi chiamano mamma ridendo, ai casi difficili, ai giorni storti, ai miei errori e a tutte le piccole vittorie che qui assumono un valore diverso.

Fuori, una brezza leggera muove la tenda. Penso che la vita non ci chiederà mai il permesso di metterci alla prova: ci manda addosso le sue tempeste senza manuale distruzioni. Eppure, in questa stanza ordinata e caotica insieme, so che ogni cosaogni cicatrice, ogni abbraccio, ogni risata nascosta nella pausa pranzoha costruito qualcosa di saldo.

Riaccendo il pc, pronta per la prossima battaglia. Ma prima mi concedo un attimo: chiudo gli occhi e sorrido, certa che, qualunque cosa accada, saprò ancora rialzarmi. Perché, anche nei giorni storti, una donna resta il mistero più bello che possa apparire sulla soglia di qualsiasi porta. E la mia, oggi, resta aperta.

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