— Sei una mamma irresponsabile. Vai a fare figli altrove.

Sei irresponsabile, mamma. Vai a fare figli da unaltra parte.

Anna aveva appena diciassette anni quando, finita la scuola superiore a Bologna, si era sposata frettolosamente con Giulio. Dopo neppure un mese già portava la fede al dito e una pancia che diventava sempre più visibile, tanto che le vicine bisbigliavano: Eh, lha fatta grossa, sicuramente è rimasta incinta prima. E infatti, nacque Martina. Anna e Giulio andarono a vivere in un trilocale di proprietà della madre di lui. Non che la suocera, la signora Lucia Massarenti, abitasse lì: lei stava in un altro appartamento, a due fermate di autobus, ma sentiva il dovere morale di controllare ogni movimento dei due ragazzi. Era una casa grande, soffitto alto, mobili vecchi, tutti comprati negli anni Settanta quando Lucia si era sposata per la prima volta. Anna si è sempre sentita unospite tra quelle pareti, unestranea capitata lì per caso e rimasta per anni.

Con Martina Anna si sentiva viva. Le notti in bianco, i pannolini, le camicine, i primi passi, il primo mamma che le scioglieva il cuore dallemozione. Ma Martina cresceva non soltanto con la mamma, ma anche con la nonna Lucia, che veniva quasi ogni giorno, e con la zia Chiara, sorella di Giulio, che occupava una stanzetta accanto alla cucina. Chiara aveva cinque anni più di Giulio, era magrissima, sempre con i capelli raccolti in uno chignon, e una faccia perennemente imbronciata, come se sentisse sempre cattivo odore. Sia Lucia che Chiara erano donne tutte dun pezzo, convinte di avere sempre ragione su qualsiasi tema: educazione dei figli, come fare il ragù, come fare il bucato, come trattare i mariti.

Anna, perché lasci andare Giulio in garage con gli amici? chiedeva Lucia, stringendo le labbra. Mio marito, pace allanima sua, tornava subito a casa dopo il lavoro. Io avevo messo una regola: la famiglia prima di tutto.

Anna se ne stava zitta con Lucia era tempo sprecato discutere. Quella donna ti metteva a tacere con uno sguardo soltanto. E Chiara aggiungeva:

Tu pensa a Martina, Anna, che cresca bene. Le ho preso dei libri giusti per la sua età. I bambini oggi sono troppo viziati, e la colpa è sempre delle madri.

Anna faceva attenzione, Martina leggeva i libri suggeriti dalla zia, andava con la nonna ai musei, seguiva lezioni di inglese col prof particolare che aveva trovato la nonna. Insomma, Martina cresceva seria, composta, acculturata. Sputata la nonna da giovane, dicevano le vicine.

Giulio era un uomo tranquillo, quasi invisibile. Lavorava come operaio meccanico, tornava a casa la sera, si faceva una birra con gli amici e seguiva il calcio in tv. Lamore tra lui e Anna era uno di quegli amori maturi che nascono dopo dieci anni insieme: già litigato tutto quello che cera da litigare, già dette tutte le cose da dire, ormai cera solo labitudine sincera e le piccole cure. Giulio dimostrava il suo affetto in modo un po goffo: portando il tè a letto ad Anna la mattina o cucinando due uova al volo mentre lei ancora dormiva.

Lucia trattava il figlio come un bambino che non era mai cresciuto davvero. Non mancava occasione per dire davanti ad Anna:

Giulio, prendi un po di sicurezza: tua moglie ti guarda e non capisce se hai venticinque anni o ancora quindici.

Giulio taceva e abbassava le spalle ancora di più. Anna, di notte, lo accarezzava sulla testa, sussurrandogli: Non dare ascolto, sei speciale così come sei. Lui non rispondeva, sospirava piano e si addormentava. Anna spesso rimaneva a fissare il soffitto nella notte, chiedendosi comera possibile amare qualcuno e non poterlo difendere da sua madre, per timore, per insicurezza, perché quella non era la sua casa.

Quando Martina aveva già tredici anni, Lucia si ammalò seriamente. Tumore al pancreas. Lucia, appena saputo, non pianse: strinse solo di più le labbra e andò dal notaio a fare testamento. Decise di lasciare il bilocale in centro a Chiara, la figlia, e il trilocale dove vivevano Anna, Giulio e Martina a Giulio: Così nessuno si potrà lamentare, disse.

Ma la sorte aveva altri piani. Tre settimane dopo, Giulio uscì dalla fabbrica e unauto lo investì mentre attraversava sulle strisce. Una giovane avvocatessa alla guida di una Volvo, distratta. La notizia arrivò ad Anna dalla zia Chiara, che la chiamò in lacrime:

Anna Giulio non cè più macchina incidente ambulanza era troppo tardi. Devi venire allobitorio per il riconoscimento.

Anna non ricorda nemmeno come sia arrivata in ospedale, né la faccia di Giulio nellobitorio, né i documenti che firmava. Tornò a casa in autobus, guardando fuori dal finestrino come in trance. Martina era dalla nonna. Anna si sedette sul divano e rimase lì tutta la notte senza chiudere occhio.

Lucia sopravvisse al figlio solo un paio di mesi. I medici dissero che la malattia aveva accelerato, ma Anna sapeva che la suocera non aveva più voglia di vivere senza Giulio, il suo bambino, a cui aveva voluto bene a modo suo. Lucia si spense in fretta. Negli ultimi giorni chiamò il notaio e cambiò il testamento: il trilocale, che doveva andare a Giulio, adesso era di Martina, della nipotina.

La casa a Martina, disse Lucia a Chiara, seduta accanto al letto. E tu tieni la tua, come stabilito. Sta attenta che Martina non diventi come sua madre. Anna è buona, ma debole. A Martina serve una mano ferma.

Chiara annuì, imperturbabile era figlia di sua madre, precisa.

Anna rimase così, sola con la figlia in quella casa che adesso, formalmente, era di Martina. Ma Martina aveva quattordici anni, e come tutrice cera Anna, quindi loro due continuarono a starci. I primi anni Anna non ci pensò nemmeno. Lavorava tanto, doveva crescere la figlia, fare tutto ciò che prima faceva in due.

Trascorsero cinque anni così, tra sacrifici, lavori pesanti, risparmi precari e una rincorsa costante al centesimo. Anna non si è mai lamentata. Voleva che Martina avesse gli stessi vestiti delle altre ragazze, il cellulare nuovo, le lezioni di inglese, i viaggi studio. E quando Martina fu ammessa allUniversità di Bologna a numero chiuso, Anna pianse di gioia per la prima volta in anni. Tutto aveva un senso. Martina, peraltro, lavorava già dal secondo anno: traduzioni dallinglese, grazie allimpegno di nonna e zia che avevano fatto di tutto perché studiassero le lingue già da bambina.

Finalmente, quando Anna sentì che la vita si era sistemata un po la figlia grande, università, lavoro stabile incontrò Lorenzo. Si conobbero per caso sullautobus: lui la aiutò con la sporta della spesa, chiacchierarono, scoprirono di lavorare nello stesso isolato. Lorenzo aveva tredici anni più di lei, due figli grandi, e una moglie, Francesca, che dopo un ictus era costretta da anni in una sedia a rotelle. Lui la accudiva.

Non sono un eroe, disse una volta a Anna, seduti su una panchina dei Giardini Margherita solo non riesco a lasciarla. Sono tanti anni insieme, mi ha dato due figli. Ma da tempo non sapevo più cosa vuol dire desiderare, aspettare qualcosa, essere contento. Con te lho riscoperto.

Anna capiva. Aveva trentotto anni, e a quelletà smetti di credere nelle favole. Prendi quello che la vita ti dà.

Passarono mesi prima che Anna decidesse di raccontare tutto a Martina. Inventava scuse, diceva che si fermava al lavoro o che vedeva unamica, ma Martina era sveglia: sera accorta che la mamma sorrideva più spesso, che si truccava, aveva comprato un vestito nuovo. Un giorno, con tono serio, le chiese:

Mamma, cè qualcuno, vero? Hai cambiato profumo, hai il vestito nuovo. Dimmelo.

Anna arrossì come una ragazzina, e le disse tutto: di Lorenzo, della moglie malata, e che lo amava davvero.

Martina lascoltò muta e si fece subito dura, con quella voce adulta che Anna aveva sentito solo da Lucia:

Mamma, ti rendi conto di cosa dici? Parli di un uomo sposato. Tu che mi hai insegnato la correttezza, ora racconti che vai con un altro marito. Ma ti senti?

Martina, non capisci , iniziò Anna, ma Martina la interruppe:

Capisco benissimo. Che sei sola, che hai bisogno di affetto. Non sono scema. Ma ci sono dei limiti, mamma. Un uomo sposato è intoccabile. Non hai più diciotto anni per finire in certe situazioni.

Anna ci rimase male, ci pianse anche, ma pensò che fosse la solita rigidità dei giovani. Martina vedeva il mondo solo bianco o nero, e fine.

Lei e Lorenzo continuarono a vedersi di nascosto: a volte andavano nella villetta di un suo amico fuori città, altre volte Lorenzo affittava un monolocale tramite conoscenze. Anna sapeva che non era la storia damore che sognava da ragazza, ma ormai apprezzava ogni minuto insieme.

A volte penso di non avere diritto a te, a questa felicità, diceva Lorenzo sdraiato accanto a lei. Sto accanto a mia moglie notte e giorno. Eppure sono qui con te. È sbagliato, vero?

Sbagliato, rispondeva Anna, ma senza nascondersi. Però io sono qui, e non giudico. Chi sono per farlo?

Sei la cosa migliore che mi sia capitata, le diceva allora Lorenzo bacianodole la spalla. Non ti lascerò mai, prometto. Succeda quel che succeda, io ci sarò.

E Anna gli credeva, perché aveva bisogno di credergli. Dopo tanto tempo da sola, dopo tutto il peso e la fatica, quella promessa era una piccola ancora.

Quando scoprì di essere incinta, le mancò il terreno sotto i piedi. Allinizio non ci voleva credere: tre test, poi visita in consultorio. Gravidanza precoce, sei settimane, tutto regolare, disse la ginecologa. Anna si sedette sulla panchina fuori dalla clinica e scoppiò in lacrime, senza sapere se per paura, felicità o disperazione.

Non sapeva come dirlo a Lorenzo. Passò giorni a pensarci, a immaginare la scena. Avrebbe avuto paura? Sarebbe stato contento? Sarebbe scappato? Temeva la risposta, ma lo conosceva: non lavrebbe mai mollata, sarebbe stato onesto, ma temeva che rispondesse no, perché già la vita laveva schiacciato.

Ma più della reazione di Lorenzo, Anna aveva paura di Martina. Continuava a rimandare la conversazione, finché una sera, dopo la cena, le disse guardandola dritta negli occhi:

Martina, devo dirti una cosa sono incinta.

Martina rimase con la tazza tra le mani.

Da lui? sussurrò.

Sì, da Lorenzo.

Lo sapevo, Martina fece una risatina amara. Ma mamma, ma sei fuori di testa? Hai trentotto anni, fai due lavori, io sono appena alluniversità, avevi appena ripreso fiato e tu pensi di fare un altro figlio? Da un uomo che non lascia la moglie malata e non ti offre niente?

Martina, non parlare così, la voce di Anna tremava. È la mia vita. È il mio bambino.

Non lo chiedere a me, Martina si alzò, bianca in volto. Non sono io quella che comanda. Ma sappi una cosa: in questa casa cioè, nella mia casa tu non farai altri figli. Chiaro? Questa è casa mia, la nonna lha lasciata a me, non a te.

Anna sentì il sangue salirle in faccia. Guardava sua figlia, la bambina per cui aveva rinunciato a tutto, che aveva accompagnato allasilo e a scuola, per la quale aveva lavorato giorno e notte. Ma ora davanti a lei cera unaltra persona, una ragazza dura, con la voce della nonna e lo sguardo di Chiara.

Martina, ti rendi conto di cosa dici? Anna si sollevò sorreggendosi al tavolo. Questa è casa nostra, labbiamo sempre condivisa, io ti ho cresciuta qui

Tu hai vissuto qui perché cera papà. Dopo che è morto ti ha tollerata solo la nonna, perché io ero minorenne. Ma questa casa è mia, mamma. Mia. Non ti caccio via, non sono una bestia. Avrai sempre una stanza, ma figli e mariti li vai a fare altrove. Vuoi una famiglia? Chiedilo a lui.

Come puoi? le lacrime scorrevano, Anna non le tratteneva più. Ti ho messa al mondo così giovane

Mi hai partorito perché non pensavi alle conseguenze, la interruppe Martina. E ora ancora. Se lui ti abbandona? Ti ritrovi sola, ma adesso hai quasi quarantanni e la energia neanche ce lhai più. Io aiuto non ne do, la mia vita è la mia vita.

Non vuoi aiutarmi? E negli occhi di Anna cera solo un grande dolore. Sei mia figlia, pensavo che eravamo una famiglia, che potevi capire, che magari ti saresti anche rallegrata per un fratellino o una sorellina

Gioire? Martina rise, ma era un riso crudele. Mamma, ma ti rendi conto? Chi lo cresce il bambino? Sei sempre al lavoro, lo manderai allasilo a un anno appena, e io poi dovrei anche badare a lui? Ma dai, basta. Io non sarò complice della tua irresponsabilità. Puoi decidere tu cosa fare del tuo corpo, ma non chiedermi di accettare questa scelta. Non parlarmi di famiglia: qui ti stai facendo condizionare solo dal bisogno di un uomo. E io con le tue scelte non centro.

Sei diventata come la zia e tua nonna, sospirò Anna. Tutte così perfettine e rigorose. Io non valgo niente per voi, eh? Solo unospite finché vi faceva comodo.

Mamma, smettila, Martina si stizzì. So che mi vuoi dipingere come una bestia, ma io non ti caccio. Solo che non voglio vivere dentro un asilo. Se vuoi un altro figlio, fallo dove vuoi ma non qui. Questa è la mia casa, è la mia scelta. Voglio vivere senza fratellini o sorelline in mezzo.

Senza estranei, dici? Anna sentì il cuore crollare. Ma quello sarebbe tuo fratello, tua sorella! Non capisci?

No, scosse la testa Martina, e con sorpresa Anna notò che agli occhi della figlia spuntavano le lacrime non so quanto sincere, o solo di rabbia. No, il tuo bambino non è affar mio. Non voglio essere babysitter, non voglio la casa piena di pannolini. Adesso comincia la mia vita, i miei sogni.

Anna si lasciò cadere sulla sedia, le gambe molli. Guardava Martina che se ne stava lì, a braccia conserte, immobile come la nonna da giovane: stessa bocca serrata, stessa durezza. Tutte donne che hanno sempre saputo come devono andare le cose e il posto degli altri.

Se solo papà fosse vissuto più della nonna, metà della casa sarebbe stata anche mia, mormorò Anna, con un filo di voce. Lhai dimenticato? Sono stata sua moglie se solo la nonna non avesse cambiato testamento semplicemente perché papà se nè andato prima

Ma papà non cè più, tagliò corto Martina. E la nonna ha deciso così. Mi ha lasciato questa casa perché si fidava di me. Sapeva che tu, con la tua irresponsabilità, avresti rovinato tutto. È così chiaro.

Sei diventata proprio come lei, ripeté Anna, e sentì dentro di sé spezzarsi qualcosa di profondo: il filo che tiene insieme una madre e sua figlia. Hai ragione: in casa tua io sono solo ospite, tollerata solo perché tu lo permetti.

Mamma, calmati, non facciamo scene. Sei sempre la benvenuta qui, ma senza altre storie. Niente uomini, niente figli. Vuoi il bambino? Allora non qui.

Lorenzo non può aiutarmi le sfuggì ad Anna allimprovviso.

Ecco, allora sai anche tu che hai scelto un uomo che non ti darà mai una famiglia. E vuoi davvero che io debba dividere casa mia per crescerci il figlio di un altro? No, mamma. Non se ne parla.

Non ti chiedo di aiutarmi col bambino, sussurrò Anna. Voglio solo comprensione e che non mi mettiate per strada.

Non ti mando via. Puoi vivere sempre qui. Ma da sola. Il resto non lo accetto. Hai tempo per prepararti. Quando nascerà il bambino, questa casa non sarà più anche sua.

Anna si alzò lentamente, si rinchiuse nella sua stanza e si sdraiò sul letto, rannicchiata come una bambina.

Sentiva dentro di sé la corda invisibile che tiene unite madre e figlia spezzarsi di netto. E nel buco lasciato si infilava tutto: i ricordi del primo passo di Martina, la prima parola mamma, i cartoni insieme, le notti passate a consolarla, le colazioni, le carezze

Io non sono stato un errore, sussurrò Anna nel cuscino, ma la voce era così flebile che quasi neppure lei la sentì. Non sono un errore. Ti ho voluta bene, più di tutto.

Da fuori arrivava già il rumore della televisione Martina laveva alzata apposta per non sentirla. Anna capì che era finita, che sua figlia aveva già deciso e voltato pagina.

Rimase a letto a fissare il buio. Alla fine, quasi senza accorgersene, prese il cellulare, compose il numero di Lorenzo. Rispose subito, la voce bassa:

Anna?

Sono incinta. Ho bisogno di una casa. Puoi mantenere me e il bambino? Un affitto, le spese, io almeno il primo anno dovrei stare a casa. Dimmi la verità.

Anna sentì Lorenzo sospirare. Dopo un attimo, cominciò a parlare in fretta, impacciato, quasi da ragazzino impaurito:

Anna, ma che dici lo sai come sto messo. Francesca a carico mio, la badante, i farmaci i figli miei mi aiutano, ma la vita ormai è cara per tutti. Vorrei tanto, davvero, ma non posso lasciarla, e mantenere due case non ci riuscirei e tu non puoi lavorare non ce la faccio Anna, davvero. Ti aiuto in piccolo, quanto potrò

In piccolo certo.

Dai, Anna, vediamoci, parliamone con calma, magari troviamo una soluzione, sicuramente

Anna chiuse la chiamata senza aggiungere altro. Poggiò il telefono sul comodino, rimase a occhi chiusi fino al mattino, senza dormire mai davvero, ascoltando il ronzio del frigo, un cane che abbaiava giù in strada.

Quando fuori cominciò a fare chiaro, si vestì, prese documenti e tessera sanitaria, uscì in punta di piedi. Al consultorio dovette aspettare il suo turno quasi due ore. Seduta su una sedia rigida, fissava il vuoto, senza una lacrima. Quando la dottoressa la stessa di allora le chiese: Allora, iniziamo la pratica della gravidanza?, Anna rispose con voce ferma:

No, sono qui per linterruzione.

La dottoressa sospirò e prese nota. Anna uscì e respirò a pieni polmoni quellaria fredda, così pungente che le fece quasi male. E lì sulle scale davanti al consultorio, finalmente pianse, con la faccia tra le mani, mentre attorno le donne passavano con pancioni o carrozzine, senza neanche notarla.

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