Dopo il divorzio chiamavo i miei figli ogni settimana, finché mia figlia…

Dopo il divorzio, chiamavo i ragazzi ogni settimana, finché mia figlia…

Papà, davvero non posso, la voce di Viola al telefono era gentile ma piatta, come quella di chi prende prenotazioni in pizzeria. Ho la relazione da consegnare per lunedì, poi vedo Laura. Dai, lo capisci anche tu.

Leonardo stava alla finestra, il telefono incollato allorecchio, e guardava il cortile grigio dove la vicina, la signora Rosa, scuoteva un tappeto sullo stendino. Capiva, sì. Ma la consapevolezza di capire non aiutava molto.

Pensavo, magari domenica potrei semplicemente passare, disse lui, sforzandosi di non suonare come un mendicante. Ho preparato una torta salata. Con la verza, ricordi? Ti piaceva tanto.

Papà… nella voce di Viola si infiltrò qualcosa di diverso, una stanchezza sottile, adulta. Non serve chiamarci tutte le settimane. Sul serio. Siamo noi, se capita, a chiamarti.

Volle dire che non chiamava tutte le settimane, che era almeno un mese dallultima volta, ma lasciò perdere. Discutere con sua figlia era come parlare col muro.

Va bene, Vi. Scusa per il disturbo.

Lei tacque per un attimo, poi salutò in fretta e la linea si riempì di beep.

Leonardo posò il telefono sul davanzale e rimase a fissare fuori. La signora Rosa era sparita e il tappeto oscillava nel vento. La torta raffreddava in cucina, avvolta nella pellicola dalluminio, sola e pronta per finire in frigo una settimana, prima di finire direttamente nel bidone. Si sentiva scemo, altroché.

Lappartamento era grande, tre stanze in un vecchio palazzo di via Carducci. Un tempo ci abitava tutta la famiglia. Isabella cucinava, Andrea faceva i compiti al tavolo, Viola ascoltava musica chiusa in camera. Ora nelle stanze regnava il silenzio tipico dei musei dopo lorario di chiusura. Leonardo camminava da una stanza allaltra e i suoi passi si facevano echi tra i muri. Il divorzio e il rapporto con i figli si erano intrecciati più stretti di quanto avesse mai previsto. Il divorzio era arrivato sei mesi prima, a marzo. Tutto molto civile, senza drammi sugli arredi. Isabella era andata dalla sorella a Roma, aveva portato via metà dei mobili e praticamente tutte le foto di famiglia. I figli, ormai grandi e autonomi, erano corsi dalla madre con lentusiasmo di chi aveva aspettato solo il via libera.

Il frigorifero borbottava in cucina, unico rumore. Leonardo aprì: tre yogurt, una confezione di wurstel, un barattolo di olive a metà, latte. La dieta tipica di un single cinquantenne. Prese uno yogurt, si sedette al tavolo e iniziò a mangiare senza sentirne il sapore.

La solitudine di un uomo dopo il divorzio: aveva letto proprio così su una rivista dal dottore. Larticolo era ridicolo, con consigli tipo trovati un hobby o fatti nuovi amici. Ma il titolo gli era rimasto in testa. Solitudine di un uomo. Sembrava il nome di una malattia.

Lavorava come ingegnere da trentadue anni alla Fonderia Mediterranea. Ad aprile, i capi avevano lasciato intendere che lanno dopo lavrebbero forse messo a casa. Lazienda andava verso il digitale, servivano giovani. Leonardo ne aveva cinquantotto, ancora tre anni alla pensione, ma già si sentiva di troppo. Al lavoro, in casa, nella vita dei figli.

Leo, che faccia hai? gli aveva chiesto la settimana prima Guglielmo, il capo-reparto, mentre fumavano fuori. Trovati una donna, oh, perché restare solitario?

Leonardo aveva sorriso, scuotendo la testa. Ma quale donna. Se neanche con i suoi stessi figli riusciva a parlare, figuriamoci con una sconosciuta.

Andrea, il maggiore, era sposato, viveva con la moglie Giulia e il figlio Luca in una palazzina nuova in periferia. Luca aveva quattro anni; Leonardo laveva visto tre volte nellultimo semestre. Lultima volta al parco, incrociando per caso la nuora. Era stata educata ma sembrava avesse davanti non il suocero, ma un revisore fiscale: il dialogo fu rapido. Luca non lo riconobbe, si nascose abbracciato alla mamma.

Viola lavorava come manager in una qualche azienda, divideva lappartamento con lamica Laura, usciva con un tipo di cui Leonardo non sapeva nulla. Una volta parlava di tutto, stava in cucina fino a mezzanotte, raccontava dei capi, dei sogni. Ora tra loro, ogni conversazione era come fare un colloquio che Leonardo sapeva già di non passare.

Cercava disperatamente su Internet: Come migliorare il rapporto con i figli adulti. Leggeva forum, articoli di psicologi, tutti pieni di ovvietà: ascoltare, essere disponibili, ammettere i propri errori. Quali errori? Non li aveva mai alzato le mani, non beveva, lavorava. Aveva pagato le università. Sì, lavorava tanto. Sì, era stanco. Sì, non sempre cera. Ma questo è un crimine?

Si ricordava quando Andrea, in seconda media, si era rotto un braccio in palestra. Leonardo era via per una trasferta a Genova, tornò dopo una settimana. Isabella non aveva chiamato, non aveva detto nulla. Quando tornò, il figlio già camminava col gesso. Tutto bene, papà, non fa più male. Ma qualcosa si era rotto nei suoi occhi che poi non tornò.

O Viola. Si diplomava e voleva iscriversi allUniversità. Leonardo era sicuro avrebbe seguito le sue orme da ingegnere. Invece lei scelse economia. Lui le disse che era una sciocchezza, che di economisti era pieno il mondo. Lei annuì, ma fece comunque di testa sua. Isabella si mise dalla parte di Viola: Lasciala decidere. Litigarono. Leonardo quel giorno non andò alla festa di diploma. Ora, in cucina, capiva che quello era stato un errore. Uno dei tanti.

Il sabato dopo andò da Andrea. Aveva chiamato in anticipo per dire che voleva dare unocchiata allauto, il figlio si lamentava della sospensione. Andrea non si oppose, ma la voce era tesa.

Ok, papà. Vieni dopo pranzo. Ma solo per poco, abbiamo piani con Giulia.

Leonardo arrivò con la sua vecchia Punto, che ormai aveva dodici anni. La palazzina era in mezzo ai cantieri, intorno solo fango e nuovi edifici in costruzione. Andrea aspettava fuori, giubbotto consunto, mani in tasca.

Ciao, disse il figlio.

Ciao, ricambiò Leonardo.

Si strinsero la mano, come uomini daffari.

La macchina era una Hyundai nuova di zecca, Andrea laveva presa col finanziamento. Leonardo si infilò sotto, ispezionò ammortizzatori, brontolò un po. Il figlio era lì accanto, muto.

Da cambiare le sospensioni, commentò Leonardo rialzandosi. Ormai stanno scoppiando. Senti che rumore?

Sì, annuì Andrea. È caro da sistemare?

Sui settecento euro col lavoro. Ti posso aiutare, se vuoi. Te li do io.

Il figlio fece una smorfia.

Non serve, papà. Faccio da solo.

Leonardo si pulì le mani con uno straccio che Andrea aveva preso dal bagagliaio.

Come sta Luca?

Bene. Cresce.

Posso salire, salutarlo?

Andrea guardò lorologio.

Sta dormendo. Non conviene svegliarlo.

Lo faccio piano, solo per un saluto.

Papà, lascia stare. Giulia non vuole che venga disturbato.

Era una bugia entrambi lo sapevano. Leonardo annuì, ficcando lo straccio in tasca.

Capito. Allora vado.

Ok. Grazie di essere venuto.

Si strinsero di nuovo la mano e Leonardo tornò in macchina. Andrea restò a guardarlo andar via, finché la sua figura sparì nei riflessi grigi della città.

Quella sera Leonardo si aprì una birra, si sedette davanti alla TV. Notiziari, politici che litigavano sulle tasse, servizi di cronaca nera. Guardava senza sentire. Un uomo solo a cinquantotto anni, quel pensiero gli martellava in testa. Cinquantotto anni e la solitudine, senza sapere più come si fa a vivere.

Vibrò il telefono. Un messaggio da Isabella. Aprì: Leo, non stressare i ragazzi con troppe chiamate. Se vogliono, ti cercano loro.

Rimase a fissare lo schermo a lungo, poi scrisse: Ok.

Nessuna risposta.

La famiglia dopo il divorzio: un altro titolo da rivista. Dicevano che la famiglia si può mantenere anche dopo una separazione, se cè rispetto e dialogo. Ma lui ormai la vedeva come una chat di gruppo in cui tutti rispondevano con un emoji.

La domenica andò al cimitero, dai suoi genitori. La mamma era morta cinque anni prima, il papà dieci. Leonardo tolse le foglie, mise i fiori, restò a guardare in silenzio. La mamma sarebbe rimasta male a vedere come stavano andando le cose. Amava Isabella, la considerava la nuora ideale. Tienitela stretta, Leo, diceva sempre. E lui non laveva fatto.

Al ritorno passò dal supermercato. Alla cassa davanti a lui cera una coppia giovane con un bimbo che voleva la cioccolata. Il papà si chinò, sussurrò qualcosa al figlio che si calmò allistante. Leonardo li guardò e sentì una fitta nello stomaco.

Tornato a casa, sistemò la spesa e si mise a scrivere un messaggio a Viola: Scusa se insisto. Mi manchi. Ci vediamo?

Cancellò tutto. Scrisse: Ciao, come va?

Cancellò anche quello. Posò il telefono e si massaggiò la faccia.

Crisi di paternità. Aveva letto anche questo sulle solite riviste. Dicevano che molti padri capiscono cosa vuol dire essere genitori solo quando i figli sono già grandi e non ti servono più. Leonardo si sentiva fotografato parola per parola.

Quando Andrea era piccolo, Leonardo lo portava a pescare. Il figlio adorava quelle uscite silenziose. Poi, verso i dodici anni, cominciò a dire Papà, ho la partita, Vado dallamico. Leonardo pensò che fosse normale crescere. Forse non bisognava lasciare perdere. Forse doveva insistere, trovare tempo nonostante la stanchezza?

Viola era più casalinga, sempre con la madre. Prepareravano insieme le lasagne, guardavano le serie TV. Leonardo rimaneva in un angolo. Cose da donne, pensava. Ora aveva capito che era solo unaltra scusa.

Passò un mese. Leonardo andava al lavoro, tornava a casa, cucinava qualcosa, guardava la TV, ogni tanto andava allorto fuori città, ormai visitato solo da lui. I vicini lo salutavano, qualcuno ogni tanto si fermava a bere un caffè. Un giorno il vecchio signor Giacomo commentò:

Leo, non ti buttare giù. La vita dopo il divorzio non è la fine del mondo. Io sto solo da dieci anni e sono ancora vivo.

Leonardo abbozzò un sorriso, ma Giacomo non aveva figli: che ne poteva capire lui?

A luglio, una sera, chiamò Andrea. Da solo, senza solleciti. Leonardo quasi non ci credeva vedendo il nome sul display.

Papà, ciao Sei a casa?

Sì Che succede?

Puoi venire da me? Ho bisogno daiuto. Ho litigato con Giulia, è andata a casa di sua madre con Luca. Sono qui da solo Non so che fare.

Leonardo prese le chiavi, senza cambiarsi.

Arrivo. Aspettami.

Ci mise venti minuti, infrangendo più di un limite di velocità. Andrea lo accolse col viso scavato e gli occhi rossi.

Papà, penso di aver fatto un disastro, disse il figlio, una volta in salotto. Abbiamo litigato per i soldi, le ho urlato contro. Mi ha detto che sto diventando come te.

Leonardo si sedette senza fiato. Essere usato come insulto da suo figlio un bel traguardo.

Andrea, disse piano, non so cosa consigliarti. Ma se non vuoi diventare come me, smetti ora. Chiamala, chiedile scusa. Vai da lei. Non aspettare che crolli tutto.

Il figlio lo fissò. Nel suo sguardo non cera più rabbia, ma qualcosaltro.

Tu lhai mai amata mamma?

Sì, disse Leonardo. Solo che non sapevo mostrarlo.

Perché?

Non lo so. Il lavoro, la stanchezza. Pensavo bastasse portare i soldi a casa. Invece non basta.

Andrea annuì, si asciugò gli occhi.

Vado da lei. Grazie, papà.

Vai. E forza.

Il figlio uscì, Leonardo rimase ancora mezzora a guardare la stanza vuota, poi tornò a casa.

Dopo una settimana, Andrea scrisse: Grazie. Abbiamo fatto pace. Nientaltro. Ma Leonardo rilesse mille volte quel messaggio, come se ci fosse nascosto un segreto.

Ad agosto in fabbrica annunciarono i tagli. Lui fu risparmiato, ma Guglielmo fu mandato a casa. Capo per venticinque anni, tutto dun colpo inutili. Salutato con prosecco e discorsi, Guglielmo era ubriaco, diceva solo: Pensione e solitudine, questo mi aspetta. Mia moglie è morta lanno scorso, figli non ne ho. Che ci ho campato a fare?

Leonardo pensava che Guglielmo non avesse nemmeno tutti i torti. Lavorare, lavorare, e poi per chi?

A settembre prese coraggio. Chiamò Viola. Lei non rispose. Scrisse: Viola, dobbiamo parlare. Son cose serie. Per favore.

Tre ore dopo: Tipo?

Di noi. Di cosa è successo tra noi. Non a telefono. Vediamoci.

Pausa lunga. Poi: Ok. Sabato, alle due, al bar sotto il Teatro Verdi.

Leonardo aspettò quel sabato come la sentenza di un processo. La sera prima si tagliò i capelli, stirò la camicia, si spruzzò il profumo regalato da Isabella lanno prima. Arrivò con mezzora danticipo, seduto davanti al cappuccino, guardava la gente passare.

Viola arrivò puntuale, jeans e maglione, capelli raccolti. Composta, adulta. Sua figlia, ma sembrava quasi unestranea.

Ciao, papà, disse sedendosi.

Ciao, Vi.

Lei ordinò un tè. Rimasero in silenzio finché non arrivò la cameriera.

Allora? Viola mescolava il tè, occhi fissi sulla tazza. Che volevi dirmi?

Leonardo fece un respiro profondo.

Voglio capire che cosa ho sbagliato. Perché tu e Andrea mi trattate così… Sono vostro padre. Lo so, non sono stato perfetto. Ma non vi ho mai voluto male.

Viola lo guardò. Nei suoi occhi una stanchezza antica, da persona che ha già visto e deciso tutto.

Papà, ma tu davvero non capisci? sussurrò. Tu non ceri. Mai. Eri a casa, ma non con noi. Alla maturità, non sapevi nemmeno cosa facessi. E appena lo hai scoperto, hai urlato.

Non urlavo.

Urlavi. Hai detto che ero sciocca, che studiare economia era una perdita di tempo. Io piangevo e tu neanche te ne sei accorto.

Leonardo tacque. Ricordava quel giorno, ma in modo diverso, sfocato.

Quando Andrea si ruppe il braccio, eri in trasferta. Mamma faceva tutto da sola, anche di notte perché aveva la febbre. Tu sei tornato dopo una settimana e non ti sei nemmeno scusato.

Non potevo rientrare prima. Il lavoro…

Sempre il lavoro, rise amara. Sai quante volte ho aspettato che venissi ai miei saggi di musica? Mai venuto. Mamma sì, anche la nonna. Tu mai.

Leonardo serrò i pugni sotto il tavolo.

Mi dispiace, mormorò. Non lo capivo. Pensavo che bastasse mantenervi. Darvi una casa, uno studio…

Non volevamo una casa, disse Viola con le lacrime negli occhi, volevamo un padre. Uno che sapesse anche solo cosa mi piace o cosa mi fa paura. Che mi abbracciasse, una volta tanto.

E mamma? Non avrà anche lei delle colpe? Perché siete sempre dalla sua parte?

Perché lei cera. Sempre. Anche prima che vi separaste. Lei ci amava. Un po più di te, forse.

Quelle parole ferirono più di quanto avesse previsto. Leonardo voleva ribattere che aveva amato anche lui, ma non riusciva.

Vi ho amato, riuscì a balbettare. Non ho mai saputo mostrarlo.

Non è una scusa. Lamore si vede nei gesti. Tu non hai mai fatto nulla.

Un silenzio pesante. Il tè ormai freddo.

Posso cambiare qualcosa? chiese Leonardo con voce rotta. O è tardi?

Viola guardò fuori. Pioveva.

Non lo so. Forse sì. Ma servirà tempo. Tanto.

Stettero ancora lì a parlare, cose normali: il tempo, il lavoro, Luca. Con la goffaggine di chi si vede per la prima volta. Prima di andare, Viola gli poggiò una mano sulla sua.

Papà, prova a capirlo. Non siamo tuoi nemici. Solo hai bisogno di cambiare. E dobbiamo capirlo un po anche noi.

Ci provo, promise lui.

Lei annuì e se ne andò.

Leonardo rimase a lungo, a guardare fuori. La pioggia ingrossava le pozzanghere. Ragionava sulle parole della figlia. Lamore è un gesto, non un semplice stato danimo. Bisogna esserci. Non basta esistere sotto lo stesso tetto.

E pensava a Isabella, trentanni insieme, sempre paziente con i suoi silenzi e freddezze. Finché non si era stancata e via. I figli la seguirono perché lei era viva, presente, non unombra.

Quella sera chiamò Andrea.

Ciao, come va con Giulia?

Meglio, papà. Grazie per essere venuto, laltra volta. È servito.

Andrea, volevo chiederti… La prossima domenica posso passare? Giochiamo un po con Luca. Se non avete altri impegni.

Il figlio esitò.

Proviamo. Vieni domenica. Ma ti raccomando, niente regali. Solo tu.

Va bene. Grazie.

Ciao, papà.

Ciao.

Leonardo chiuse la chiamata e, per la prima volta da tempo, sentì un vago sentore di speranza.

La domenica seguente arrivò a casa di Andrea la mattina. Giulia lo accolse, Luca era per terra a giocare con le macchinine.

Luca, questo è il nonno, disse Giulia. Saluta.

Il bimbo lo guardò, si avvicinò timido.

Ciao, sussurrò.

Ciao, nipotino, Leonardo si chinò. Ti ricordi di me?

Luca scosse la testa.

Non importa. Faremo conoscenza. Ti insegno a riparare le macchinine, se vuoi.

Sapresti farlo? domandò il bimbo.

Certo! Sono bravissimo.

Restarono due ore sul tappeto a giocare. Andrea li osservava dagli sgabelli della cucina. Prima di uscire, Leonardo abbracciò Luca, promettendo che sarebbe tornato.

In macchina, scoppiò a piangere. Poi si riprese e tornò a casa.

Ottobre portò il freddo. Leonardo lavorava, vedeva Luca nei weekend. Ogni tanto i figli lo chiamavano, raramente, ma lo chiamavano. Viola lo invitò a una festa di compleanno, lui rimase seduto, silenzioso, sentendosi un pesce fuor dacqua. Ma ci andò. Era un buon segnale.

Un giorno chiamò Isabella.

Leo, i ragazzi dicono che stai cambiando, gli disse, senza nemmeno un ciao. È vero?

Ci sto provando. Forse troppo tardi, ma ci provo.

Sono contenta, la voce era più morbida. Per loro. Hanno bisogno di un padre.

E tu?

Io ormai non ho più bisogno di niente da te, Leo. Scusami. Ho finito la mia parte.

Silenzio.

In bocca al lupo, aggiunse lei e riattaccò.

Leonardo si avvicinò alla finestra. Nel cortile, la signora Rosa scuoteva ancora il tappeto. La vita andava avanti, a prescindere.

A novembre, capitò un guasto in fabbrica: Leonardo risolse il problema, i capi lo ringraziarono. Anche Guglielmo lo chiamò per invitarlo a pescare:

Leo, sabato andiamo sul Po, va? Così chiacchieriamo un po.

Sì, volentieri. È tanto che non ci vado.

Restarono tutta la giornata in riva a pesca di cavedani. Guglielmo brontolava sulla pensione, sulle spese.

Sai, Leo, disse, fissando lacqua, mi chiedo cosa abbiamo lavorato a fare. Famiglia zero, figli zero. Io solo, tu quasi. Perché?

Leonardo fissava il galleggiante.

Non lo so, Guglielmo. Forse abbiamo sbagliato strada. Fatto scelte sbagliate.

Forse. Ma ormai è tardi cambiare.

Non è mai tardi, lo smentì Leonardo. Finché respiri, puoi provarci.

Guglielmo lo guardò, sorpreso.

Sei diventato ottimista?

Leonardo rise.

Realista. Ho capito che piangersi addosso non serve. Bisogna almeno provarci.

E come stai provando?

A piccoli passi. Sto cercando di recuperare i miei figli.

E ci riesci?

Non lo so. Ma ci provo.

Pescarono fino a sera. Tornando a casa, Guglielmo disse:

Grazie, Leo. Non ridevo così da uneternità.

Nemmeno io, rispose Leonardo.

A casa, cucinò il pesce e scrisse a Viola: Grazie di darmi una possibilità. So che per te non è facile.

Risposta dopo unora: Papà, tutti sbagliamo. Almeno tu stai cercando di rimediare. È già qualcosa.

Leonardo rilesse tre volte, poi sorrise.

Dicembre portò un invito da Andrea: Papà, cè la recita di Natale di Luca. Ci saranno pure i parenti di Giulia. Anche mamma viene. Va bene per te?

Leonardo rimase di sasso.

Sì Grazie di avermelo chiesto.

Niente liti, però. Per Luca.

Te lo prometto.

La recita era nel centro sociale, bambini urlanti, genitori emozionati, chiasso da sagra. Leonardo portò un piccolo set di attrezzi giocattolo per Luca, che lo abbracciò forte.

Grazie, nonno Leo!

Vide Isabella dallaltra parte della sala. Più corta di capelli, con qualche ruga in più, ma ancora bella. Lei lo salutò con un cenno, lui ricambiò.

Alla fine si rividero alluscita.

Ciao, Isa, disse lui.

Ciao, Leo, rispose lei. Come va?

Si tira avanti. Tu?

Bene, sto dalla mia sorella, lavoro in uno studio contabile.

Restarono immobili, senza sapere come andare avanti.

Grazie di essere venuto. Per Luca è importante che ci siano tutti i nonni. Laltro nonno è morto lanno scorso.

Lo so. Andrea me lha detto.

Annuì, infilò il cappotto.

Sei cambiato, disse, piano. I ragazzi dicono che sei un altro.

Faccio quello che posso. Tardi, ma ci provo.

Non è mai tardi, gli occhi senza rabbia, solo esausti. Forse per noi sì, ma non per loro.

Ho capito.

Isabella gli porse la mano. La strinse, poi ognuno per la sua strada.

Viola lo raggiunse alluscita.

Papà, aspetta.

Si fermò.

Io e Andrea pensavamo forse per Capodanno potremmo stare tutti insieme da Andrea. Non come prima, chiaro. Almeno mangiare insieme e parlare.

Veramente? Leonardo sentì un nodo in gola.

Veramente. Se per te va bene. E anche mamma. Prima tu, poi lei.

Vi, sarei davvero felice.

Lei sorrise, per la prima volta davvero.

Allora deciso. Il trentuno alle sette.

Ci sarò.

Lo abbracciò, veloce, e sparì.

Leonardo uscì sotto i fiocchi di neve. La città addobbata a festa. Camminò piano verso la macchina, pensando che non era la fine. Era linizio. Difficile, traballante, ma un inizio.

Il trentuno si alzò presto, si fece la barba, indossò la camicia migliore. Prese una torta, fiori per Giulia, un camioncino per Luca. Arrivò preciso alle sette.

Andrea aprì.

Ciao, papà. Entra.

Profumo di lasagne e mandarini. Viola a sistemare la tavola, Giulia in cucina. Luca giocava con le sue macchinine.

Nonno Leo! urlò, corsa ad abbracciarlo.

Si misero a tavola. Leonardo osservava quei volti, il nipote, i figli. Capì che non era una fine, ma un nuovo inizio.

Papà, disse Andrea versando lo spumante. Facciamo un brindisi. Al nuovo anno. Alla nuova vita.

Alla nuova vita, ripeté Leonardo.

Brindarono. Viola gli mise il suo piatto preferito sotto il naso.

Mangia, papà, questo lho preparato io, con i piselli che ti piacciono.

Mangiava, ascoltava i figli discutere di lavoro e progetti. A volte interveniva, altre solo ascoltava. Ma in qualche modo, adesso, faceva parte della conversazione.

Alle dieci Isabella sarebbe arrivata. Quando Leonardo si alzò per congedarsi, i figli lo accompagnarono alla porta.

Grazie, ragazzi. Grazie di avermi invitato.

Vieni ancora. Magari al mio compleanno, a marzo, propose Viola.

Di sicuro.

Andrea lo salutò con una stretta di mano.

Papà, disse, sono stato arrabbiato con te a lungo. Credevo che non ci avessi mai voluto bene. Ma mamma mi ha detto che forse il problema è che non sapevi come si fa. È già diverso.

Leonardo annuì.

È vero. Sto imparando adesso.

E ti sta venendo bene, rispose il figlio. Auguri, papà.

Auguri anche a te.

Si ritrovò sulla scala, il vicino che fumava gli urlò Buon anno!.

Anche a te, rispose.

Salì in macchina, restò un attimo a guardare le luci nelle finestre, la sua nuova vita che, in qualche modo, stava ricominciando da lì.

Arrivò un messaggio da Viola: Papà, hai dimenticato la torta. La vuoi? O la mangiamo noi :)

Leonardo sorrise: Mangiatela. Ne comprerò unaltra.

Mise in moto e tornò a casa. I tergicristalli spostavano la neve, le strade svuotate aspettavano la mezzanotte.

Leonardo pensava allanno passato. Prima aveva una famiglia senza intimità. Ora una nuova speranza, più piccola, ma più vera. Forse questa era la seconda occasione: non sistemare il passato, ma costruire il nuovo.

Tornato, si tolse il cappotto e si mise alla finestra col tè. Sotto, i vicini accendevano stelline, si abbracciavano. La musica echeggiava lontano.

Leonardo prese il telefono, sfogliava le foto. Luca al parco giochi. Viola al bar quel giorno di settembre. Andrea vicino alla macchina.

Andò indietro: Isabella giovane, in abito bianco. Andrea bambino in braccio, Viola in divisa da scuola.

Guardava quei volti, quella vita che non cera più, e non sentiva più dolore, solo una lieve malinconia.

Fuori partì il conto alla rovescia. Dieci! Nove! Otto!

Sette, mormorò Leonardo. Sei. Cinque.

I rintocchi della mezzanotte, la città esplose in fuochi dartificio.

Un messaggio da Andrea: Buon anno, papà. Stammi bene.

Poi da Viola: Papà, buon anno! Ti voglio bene. Lo sai?

Leonardo fissava quelle parole, la gola stretta.

Rispose a entrambi: E io voglio bene a voi. Tanto.

Spense il telefono, si avvicinò alla finestra. Guardava i fuochi, la neve, la città assonnata.

Buon anno, Leo, si disse a voce bassa. Forza. È solo linizio.

E finalmente, dopo mesi, ci credette davvero.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twenty + 12 =

Dopo il divorzio chiamavo i miei figli ogni settimana, finché mia figlia…
Frammenti di felicità tra le mani di pietra