Scegli: tua madre o me

Scegli: tua madre o me
Verso le dieci e mezza di sera squilla il telefono, proprio mentre Laura era già a letto con un libro. Marco era nellaltra stanza, davanti al suo portatile: arrivava da lì il vociare basso di un notiziario economico.

Numero sconosciuto, ma dal prefisso di San Felice, il loro paese dorigine.

Pronto, risponde Laura, e sente subito quella morsa nello stomaco.

Sono Lucia Bianchi, la vostra vicina, abito di fronte alla casa di tua madre. Non ci conosciamo, forse. È successo un fatto… Anna Maria, tua madre, è caduta stamattina. Sono passata ora e lho trovata a terra, non riusciva quasi a parlare, tutta la parte destra del volto…

Laura era già fuori dal letto, cercando le pantofole coi piedi.

È in ospedale?

Lhanno portata via unora fa. Lambulanza è arrivata, hanno detto che sembra un ictus. Ho trovato il tuo numero nel suo telefono, ci ho messo parecchio…

Grazie, signora Lucia. Grazie davvero.

Mise giù il telefono e restò ancora qualche secondo ferma in mezzo alla stanza, il telefono stretto fra le mani. Poi andò da Marco.

Lui stava in poltrona, abito da casa elegante, bicchiere d’acqua frizzante sul bracciolo. Cinquantasei anni, viso curato, capelli brizzolati, ben tagliati. Un uomo realizzato, in un appartamento da copertina.

Marco, mia madre sta male. Ictus. Lhanno portata allospedale di San Felice.

Lui alzò appena lo sguardo e abbassò il volume del televisore.

Quando?

Oggi. La vicina lha trovata a terra. È rimasta da sola tutto il giorno…

Marco posò il bicchiere sul tavolino.

E quindi?

Laura lo guardò.

Bisogna andare. Domattina parto.

Vai, non ti trattengo.

Marco, dobbiamo parlarne. Mamma ha settantotto anni. Se davvero è un ictus, non può più restare da sola in quella casa. Dobbiamo trovare una soluzione.

Lui riprese il telecomando e alzò di nuovo il volume, di poco, quasi a sottolineare quanto poco gli interessasse.

Laura, ne abbiamo già parlato. Più volte.

Ma era una discussione teorica. Ora è successo davvero.

E cosa cambia? Ti ho già detto come la penso. Non possiamo portarla qui. Non ci sono le condizioni.

Laura si lasciò cadere lentamente sul divano davanti a lui.

Marco, abbiamo quattro stanze.

Quattro stanze di cui in due voglio rifare tutto. Ne abbiamo parlato. Voglio uno studio, tu stessa volevi la cabina armadio. Dove la mettiamo, in corridoio?

Una camera per mamma si trova. Il resto aspetta.

Il resto non aspetta. Parlava piano, senza rabbia, che forse era peggio. Ho fissato tutto con la ditta per marzo. Ho già lasciato la caparra. Lo sai.

Marco, qui si tratta di una persona malata. Di mia madre.

Laura, lui finalmente la guardò dritto , mi dispiace, davvero. Ma ti rendi conto di cosa significa? Una vecchia malata in casa, pannoloni e tutto il resto, magari senza più parola. Non sono disposto. Ho il diritto di dirlo?

Non è una “vecchia malata”, è mia madre.

Per me è come unestranea. Labbiamo vista pochissime volte. Non ha mai cercato di avvicinarsi a me.

Perché tu…

Non cerchiamo colpe ora. Sto dicendo la realtà. Io lavoro, ho progetti importanti, in casa voglio pace. Non posso vivere in un reparto di geriatria. Anche questa casa è mia.

Laura rimase in silenzio a lungo. Fuori il rumore della città, tad lo stesso, indifferente.

E se prendiamo qualcuno che la assista? disse alla fine. Lì a San Felice. Una brava signora, possiamo permettercelo.

Sì, possiamo. Fallo pure.

Ma io ogni tanto dovrò andare lì. Spesso.

Quante volte vuoi. Vai.

Marco, capisci cosa ti sto dicendo? Dovrò esserci spesso. Tre ore di macchina.

Ho capito. Vai, ti ho già detto. Nessuno ti sta trattenendo.

Quel “nessuno ti sta trattenendo” suonava così normale, così abituale, che a Laura qualcosa si spostò dentro. Non uno schiaffo, no. Più come quando sotto ai piedi ti accorgi che la terra non è solida.

Si alzò, tornò in camera e restò a guardare il soffitto fino alle due.

La mattina dopo partì da sola per San Felice.

Lospedale provinciale profumava di disinfettante e vecchia vernice. Anna Maria era in una stanza da sei, vicino alla finestra. La parte destra del viso abbassata, il braccio destro immobile sopra la coperta. Guardava la figlia in silenzio, solo il lato sinistro della bocca tremava.

Mamma, Laura la prese per mano, fredda e leggera come carta. Mamma, sono qui. Andrà tutto bene.

La madre provò a parlare. Si capivano solo suoni confusi, le parole non uscivano.

Non dire niente, mamma. Sto qui, non vado via.

La dottoressa, una donna di mezza età dal tono stanco, spiegò tutto con calma. Ictus ischemico esteso, paralisi a destra, difficoltà nel parlare, situazione delicata. Qualche speranza di recupero parziale, ma nessuno può prevedere quanto e se accadrà. Almeno sei mesi di cure, ginnastica, logopedista, costante assistenza.

Da sola non può starci, concluse la dottoressa. È figlia unica?

Sì.

Lo sguardo della dottoressa era quello tipico di chi queste storie ne ha viste tante: né giudizio né pena, solo esperienza.

Laura rimase tutto il giorno accanto alla madre. La imboccò con la zuppa semiliquida che lei faticava a deglutire. Le parlava, raccontandole piccole cose, mentre la madre seguiva ogni movimento con gli occhi vivi, capiva tutto, pur non riuscendo a rispondere.

La sera, Laura chiamò Marco.

Come sta?

Male. Paralisi a destra, non parla. Da sola non può restare.

Breve silenzio.

Ho capito.

Marco, ascolta. Io resto qui.

Quanto?

Non so. Finché serve. Non posso andarmene.

La voce di Marco si fece più tesa.

Laura, il tuo lavoro, la tua vita è qui.

Trovò un accordo. Faccio qualcosa in smart working, mi arrangio. Mamma da sola non ci può stare.

Avevamo detto di prendere qualcuno…

Una badante non è una figlia. Lo sai pure tu.

Lui tacque.

Sai che potrebbe andare avanti a lungo?

Sì.

Sei disposta a vivere in quella casa?

Sì.

Silenzio, lungo.

Va bene, disse infine, e in quel “va bene” non cera affetto né rassegnazione. Solo un dato di fatto. Chiamami se hai bisogno.

Laura mise via il telefono e guardò la strada del paesino immersa nelle ombre. I lampioni accesi a intermittenza. Una vecchietta con la borsa della spesa. Da un cortile veniva un odore di legna bruciata.

La casa di sua madre era in via dei Fiori, allangolo di una strada stretta. Di legno, vecchia, con il portico storto e le finestre piccole. Laura la aprì col suo vecchio mazzo di chiavi che portava sempre in borsa, anche se la usava a malapena.

Dentro era freddo. Da due giorni la stufa era spenta. Laura prese un po di legna nel corridoio, accese la stufa, con fatica, mille tentativi. Le mani ricordavano la tecnica, ma si muovevano incerte. Qui aveva passato i primi diciottanni della vita.

Passò in rassegna le stanze: cucinino dalle piastrelle crepate, corridoio stretto, due camere: in una il letto della madre; nellaltra quella vecchia branda dove dormiva da bambina. Tutto pulito, ordinato, ma povero. Sulle pareti le foto: lei ragazza, il padre che non cè più, due vecchi scatti in bianco e nero di parenti sconosciuti. E quella pulizia da paese, dove le cose sono poche ma ognuna la conosci così bene.

Scrisse a Marco: Resto qui a vivere. Non so per quanto. Verrò a prendere le mie cose.

Rispose dopo venti minuti: Chiaro. Come vuoi.

Fine della conversazione. Fine, forse, anche del matrimonio.

I giorni si fusero in una stanchezza lunga e fisica. Laura era in ospedale tutto il giorno. Imparò come fare tutto: girare la madre per evitare piaghe, ginnastica passiva alla mano come le aveva mostrato linfermiera, imboccarla lentamente, parlare serena senza mostrare fatica. Re-insegnavano a sua madre come parlare. Vederla così, lei che era sempre stata una prof danimo acuto, incapace ora di trovare le parole, era una tortura.

Laura, disse una mattina Anna Maria, più chiara del solito. Era la seconda settimana. Laura. Vai a casa.

Sono a casa, mamma.

No… la mano sinistra fece un gesto debole …di là. Da tuo marito.

Mamma, non adesso.

Marco… si fermò, cercando la parola Marco non… non contento?

Laura sistemò il plaid.

Va tutto bene, mamma. Non ti preoccupare.

La madre la fissò a lungo, con uno sguardo che Laura non poté sostenere.

Dopo tre settimane e mezzo la dimisero. A casa: istruzioni, medicine, foglio degli esercizi, appuntamento con la logopedista. Laura organizzò un passaggio e portò la madre in via dei Fiori. Un giovane vicino aiutò a portarla in casa. Mise a letto la madre, accese la stufa, preparò un brodo.

E iniziò una vita nuova.

Assistere una persona allettata non si dice a voce alta: è girarla ogni due ore, cambiare lenzuola, far ginnastica al braccio inerte ogni mattina, imboccare tre volte al giorno senza farla soffocare. Dare medicine a orario fisso, la logopedista tre volte a settimana, la madre che cerca con fatica le parole che non arrivano.

Laura lavorava da remoto, faceva la contabilità per una piccola azienda. Il capo fu comprensivo, le lasciò il part time. I soldi erano meno. Marco mandava qualche bonifico ogni tanto, senza spiegazioni. Laura non chiese mai nulla.

Non si chiamavano quasi più.

Una mattina di novembre, fredda e grigia, Laura sistemava uno scalino del portico, dove presto la madre avrebbe tentato a camminare col girello, quando le si avvicinò il vicino dellaltra casa.

Lo conosceva di vista: tarchiato, semplice, sullabbondante, in giacca da lavoro, faccia onesta. Cinquantacinque anni, più o meno come lei.

Così non va, disse lui. Serve il chiodo di sbieco, sennò si stacca.

Laura lo fissò.

Mi chiamo Nicola si presentò. Quello della casa lì. Indicò la via opposta. La figlia di Anna Maria, vero?

Sì, Laura.

Come sta?

Un po meglio, piano piano.

Annui, prese il martello e in cinque minuti sistemò ciò che Laura cercava di aggiustare da mezzora.

Se serve una mano, basta dirlo, disse, rialzandosi. Tanto io sto sempre qui.

Grazie. Non voglio disturbare…

Ma che disturbo. Sorrise, senza fronzoli, come fosse la cosa più naturale. Anna Maria ha aiutato mia madre tanto tempo fa. Non dimentico.

E se ne andò.

Laura lo seguì con lo sguardo, e pensava che ormai quella parola, “disturbare”, la spaventava meno di tutto. Era peggio vivere in un bel appartamento e sapere che la madre stava sola in un letto.

Novembre gelido. La stufa una sera non tirava più: fumo acre in casa. Laura aprì le finestre, tossì, e disperata, senza sapere che fare, andò da Nicola a chiedere aiuto con scuse e anche un po di vergogna.

Arrivò subito, nessuna lamentela, salì sul tetto col faro, scoprì il tappo e sistemò tutto, spiegandole come doveva fare ogni autunno. Rifiutò i soldi e lo fece con tale naturalezza che lei non insistette.

Un tè? gli propose Laura.

Solo se non disturbo.

Sedettero in cucina col tè e i biscotti confezionati. La madre dormiva di là. Si sentiva il vento piegare i rami del vecchio melo.

Da quanto vive qui? chiese Laura.

Sempre. Solo cinque anni a Modena, lavoravo in fabbrica. Poi sono tornato.

Perché?

Silenzio.

Qui è casa, là era tutto degli altri. Magari a qualcuno piace vivere tra gli sconosciuti. Io no.

Laura abbracciò la tazza. In cucina ora era caldo, la stufa faceva un rumore regolare.

Io invece ho vissuto sempre in città, ventanni. Pensavo di essermi abituata. E ora che sono qui mi chiedo perché tornassi così poco.

Nicola non la consolò. Si limitò a dire:

Adesso sei qui. È quello che conta.

A dicembre la madre cominciò a sedersi da sola. Una vittoria enorme. La logopedista, signora energica di quarantacinque anni, la lodava, la chiamava guerriera, e Anna Maria rispondeva con un mezzo sorriso.

La parola tornava lenta, non tutta. Spesso si arrabbiava per non trovare termini semplici. Ma la frase ce la faceva.

Sei dimagrita, disse la madre una volta.

Non credo, mamma.

Invece sì. La madre la scrutava. Marco chiama?

Ogni tanto.

Viene?

Non lo so, mamma.

Lunga pausa.

Non verrà, disse la madre. Non con amarezza, ma come chi sa distinguere le cose.

Marco, infatti, non venne. Chiamava una volta a settimana, chiedeva come va, ascoltava risposte brevi e diceva forza. Una volta menzionò che il cantiere andava avanti. Unaltra che era stato a una cena aziendale, buon ristorante. Laura ascoltava e sentiva aumentare una distanza che non era rabbia, era solo vuoto. Come tra due mondi lontani.

A gennaio venne a trovarla la sua amica Paola. Dal capoluogo, con la torta e lentusiasmo di chi vuol aiutare. Cara, Paola, ma la conversazione non partiva.

Laura, ma non credi sia troppo? diceva Paola, seduta al tavolo. Un mese, due, ma qui ti rovini la vita.

Paola, cosa dovrei fare?

Prendi una brava badante. O una bella casa di riposo, ce ne sono di ottime.

Mamma ha sempre avuto il terrore della casa di riposo.

Ma lei non capisce cosa ti costa tutto questo…

Capisce benissimo, rispose Laura piano. La testa ce lha lucida. Capisce tutto.

Silenzio.

Marco non viene?

No.

E continuerete così?

Non lo so.

Laura, sei intelligente. Non si lascia il marito per una cosa così. Lui ti mantiene, hai la casa…

Laura la guardò.

Paola. Mamma è qui nella stanza accanto. Settantotto anni. Rimasta tutto il giorno sul pavimento.

Ho capito…

No. Non hai capito. E ti prego di non parlarmi di “mantenimento”.

Paola partì seccata. Si risentirono dopo, via messaggio, senza più fratture ma qualcosa cambiò lo stesso.

Laura si accorse che le donne più grandi le portavano più rispetto: degno, ma silenzioso. Lucia, quella del primo aiuto, portava a volte qualcosa da mangiare cetrioli, una torta salata e lasciava sulla porta. Unaltra, Gina, settant’anni, un giorno si sedette con Anna Maria due ore, mentre Laura andava in farmacia. “Cè bisogno di stare tra coetanee” disse, e nulla più.

Daltra parte, le sue coetanee, quelle che la ricordavano come la moglie del dottor Marco dalla città, avevano tuttaltro sguardo. Unex compagna la fermò al supermercato, domande ficcanti: Marco che fa, perché non viene, come se la passa. Si intuiva il gusto di vederla fragile.

Si tira avanti, rispose Laura, e non aggiunse niente.

Nicola era una presenza costante. Sistemò il cancello abbattuto dalla neve, portò la legna con il vecchio trattore, la impilò con cura. Una volta, quando Laura si ammalò, venne per due giorni di fila a portare da mangiare, accendere la stufa, e cambiare lenzuola alla madre, senza farne un dramma.

Nicola, come posso ringraziarti? disse quando si riprese.

Ma dai, rispose lui. Siamo vicini.

Non tutti i vicini sono così.

Verissimo.

Stettero in silenzio. Fuori era febbraio, ancora grigio.

Hai una famiglia? chiese Laura.

Ce lavevo. Mia moglie è mancata otto anni fa. Mia figlia sta a Milano, chiama poco. Lo disse senza lamento, solo come fatto. Vivo solo. Mi sono abituato.

Sei solo?

A volte, ma meno di quanto pensi. Se hai da fare, la malinconia passa.

Laura pensò a Marco nella grande casa con il divano nuovo e la TV accesa. Chissà se anche per lui era la solitudine.

Lo chiamò quella stessa sera.

Marco, dobbiamo parlare.

Successo qualcosa?

No. Solo che è tanto che non parliamo davvero.

Pausa.

Dimmi.

Come va da te?

Bene. I lavori stanno finendo. Un nuovo progetto interessante. Tace. Tu quando torni?

Sai, Marco… penso che non tornerò.

Lungo silenzio.

Mai più?

Mai più.

Lui non urlò, non la accusò. Chiese soltanto:

È per tua madre o per me?

Laura ci pensò tre secondi.

Forse per me.

Lui sospirò.

Capisco, disse infine. Vuoi divorziare?

Sì.

Va bene. Facciamolo.

Quellultimo “va bene”, detto con la stessa voce con cui parlava di lavori o affari, era la fine di tutto.

In primavera la madre ricominciò a camminare. Prima con il deambulatore, incerta solo attorno al letto, poi fino alla cucina, fino al portico. Lentamente, faticando, talvolta si scoraggiava, si arrabbiava, una volta pianse. Ma andava avanti.

La logopedista, sorridendo, esultava: Non succede spesso un recupero così.

Motivazione spiegava a Laura. Ce lha per qualcuno. È metà della guarigione.

Laura però non era certa che fosse merito suo, o solo dal carattere testardo della madre. Ma le faceva piacere pensarlo.

A maggio, una sera mite, stavano seduti sul muretto davanti a casa. Anna Maria, ormai si spostava da sola, e a Laura restava unora di tregua.

Non pensi di tornare in città? le chiese Nicola.

No, rispose dopo averci pensato un attimo. Ci ho pensato tanto. Ma non voglio. Strano, vero? Ho sognato la città per ventanni, e adesso non mi interessa più.

Non è strano, disse Nicola. A volte ci vuole una vita per arrivare dove si sta bene.

Ma non è sempre facile qui. A volte è molto dura.

Non è lo stesso. Guardava il cielo colorato sopra i tetti. Stare bene non vuol dire che sia facile. Vuol dire che è giusto per te.

Laura lo guardò di profilo. Un uomo semplice, calli sulle mani, rughe profonde, diceva poco ma quelle parole restavano.

Nicola, lo sai che io e Marco divorziamo?

Ho sentito. Qui si sa tutto.

Cosa ne pensi?

Per cosa dovrei giudicare?

Ho lasciato la famiglia. Me ne sono andata.

La famiglia… come se pesasse quella parola. Famiglia è quando si sta insieme, nel bene e nel male. Altrimenti sono solo due che convivono.

Laura non rispose, non ce nera bisogno.

Il divorzio si fece tramite avvocati, senza litigi. Marco fu professionale, come sempre. Si tenne la casa, offrì una compensazione economica, Laura accettò senza discussioni. Servivano soldi per sistemare la vecchia casa: assi marcite, tetto che perdeva, impianti vecchi.

Destate Nicola aiutò ancora: portò due amici e in tre week-end cambiarono il pavimento e sistemarono il tetto. Chiesero solo il prezzo del materiale.

Perché? chiese Laura.

Perché siamo vicini.

Non solo per questo.

Ci pensò, la guardò.

No, non solo per questo.

Anna Maria osservava tutto dal portico dove sedeva ogni sera. Il viso non era tornato perfetto, la parola solo in parte. I medici erano più che soddisfatti. Guardava la figlia e Nicola, occhi pieni.

Un giorno disse a Laura:

È una brava persona.

Sì, mamma.

Lo vedi?

Sì, mamma.

La madre annuì e non aggiunse altro.

Marco chiamò a luglio. Dopo due mesi. La voce meno fredda, quasi umana.

Come va?

Bene. Mamma cammina da sola. Ho finito i lavori.

Mi fa piacere. Pausa. Sai, ci ho pensato… Forse non mi sono comportato bene, lautunno scorso.

Laura non disse non fa niente. Sarebbe stata una bugia.

Forse, rispose.

Sei arrabbiata?

No. Da tanto.

E ora sei felice?

Laura guardò fuori. La madre leggeva o meglio, fissava il giardino dal libro aperto. I meli avevano piccoli frutti. Sulla staccionata un merlo.

Non so se questa sia felicità, disse. Ma sto bene qui.

Ho capito, disse Marco. E stavolta sembrò capirlo davvero.

Si salutarono semplicemente.

Poi Laura uscì sul portico.

Mamma, faccio il tè?

Va bene.

Andò in cucina a mettere lacqua. Il bollitore era vecchio, col manico rotto: aveva sempre rimandato a comprarne uno nuovo. Sul davanzale la geranio rosso, la madre lo curava da trentanni. Fuori, profumo derba appena tagliata.

Alle cinque e mezza arrivò Nicola, bussò piano.

Anna Maria, buonasera. Ho portato i primi lamponi dellorto.

Grazie, Nicola. Accomodati, rispose la madre.

Laura dalla cucina sentì le loro voci basse, familiari. Si fermò un attimo con le tazze in mano, solo per ascoltare. In quella cucina piccola, in quei suoni, nellodore di tè e geranio, cera tutto. E da qualche parte in città, qualcuno stava sul divano giusto e aveva sbagliato tutto il resto.

Lei la scelta laveva fatta.

O forse ogni giorno la stava ancora facendo, un po alla volta.

Uscì con le tazze.

Nicola, resti a prendere il tè?

Volentieri, disse lui.

La madre guardò la figlia. La bocca si alzò da un lato. Un sorriso, vero, anche se storto.

Sedetevi, disse Anna Maria. Sedetevi tutti e due.

Sedettero.

Il sole calava dietro i tetti, le ombre si allungavano, il merlo cantava. I lamponi nella ciotola rossi, caldi, profumati.

Non cera bisogno di altro.

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