Non c’è gioia senza lotta

Non cè gioia senza battaglia

Ma come ti sei cacciata in un pasticcio del genere, ragazzina sciocca? Ora chi ti prenderà con un bambino in pancia? E come farai a crescerlo? Non pensare di contare su di me. Ti ho già cresciuta io, e adesso pure tuo figlio? A me qui non servi. Prepara le tue cose e vattene da casa mia!

Elisabetta, con la testa china, ascoltava in silenzio. Lultima speranza che zia Caterina laccogliesse, almeno finché non trovava lavoro, si scioglieva davanti ai suoi occhi come gelato al sole.

Se solo la mamma fosse ancora viva

Del papà Elisabetta non sapeva niente, e la mamma era morta quindici anni fa, investita sulle strisce pedonali da un automobilista ubriaco. La stavano quasi per mandare in orfanotrofio, ma improvvisamente era saltata fuori una parente lontanauna cugina di secondo grado della madre. Zia Caterina aveva un lavoro sicuro e una villetta di proprietà, quindi laffidamento filò liscio come lolio.

Abitava alla periferia di un paesino al confine tra Toscana e Umbria, dove destate cera un caldo infernale e dinverno pioveva sempre. Elisabetta non aveva mai patito fame, era sempre vestita decorosamente e abituata a dar una mano in casa. Fra orto, pollaio e animali da cortile, il lavoro non mancava. Di coccole materne forse sì, ma chi ci fa caso?

A scuola Elisabetta era bravissima, e dopo il diploma entrò al liceo pedagogico. Gli spensierati anni da studentessa passarono in un lampo, e orasuperati tutti gli esamiera tornata in quellangolo di mondo che era ormai casa. Il ritorno però non assomigliava affatto a una festa.

Dopo lo sfogo, zia Caterina sbuffò e si calmò un po.

Basta, vattene. Hai capito? Fuori dai piedi, non ti voglio più vedere.

Zia Caterina, posso almeno

No, ho detto basta!

Con il cuore in gola, Elisabetta prese la sua valigia e uscì sul vialetto. Era così che aveva immaginato il suo rientro? Umiliata, rifiutata, e per di più incintaancora allinizio, ma ormai non aveva alcuna voglia di nasconderlo.

Doveva trovarsi un posto dove stare. Camminava immersa nei pensieri, senza vedere nemmeno le rondini che sfrecciavano nel cielo turchese.

Era piena estate. Nei frutteti maturavano mele e pere, le albicocche brillavano come oro, e le vigne grondavano duva succosa. Sotto le foglie scure si nascondevano prugne blu. Nellaria profumava di marmellata, pane appena sfornato e salsiccia arrosto. Il caldo era opprimente e Elisabetta aveva sete. Avvicinandosi a un cancello, vide una donna indaffarata vicino alla cucina estiva.

Scusi, posso bere un po dacqua?

Paola, una robusta signora sulla cinquantina, si voltò. Vieni pure, se non sei una ladruncola.

Riempì una tazza dal secchio e la porse a Elisabetta, che si sedette sulla panchina e bevve a piccoli sorsi.

Posso stare qui seduta un attimo? Questo caldo…

Certo, cara. Da dove vieni, tutta con la valigia?

Ho appena finito il liceo pedagogico, volevo lavorare come maestra. Ma non ho un posto dove stare. Per caso sa se qualcuno affitta una stanza?

Paola la osservava: ordinata, ma con quellaria stanca tipica di chi si porta appresso i problemi del mondo.

Ma puoi fermarti da me. La casa è grande, qualcuno che la rianima non guasta mica. Non chiedo molto, basta che tieni in ordine. Se ti va, ti mostro la stanza.

Lidea di avere una coinquilina piaceva a Paola: qualche euro in più non fa schifo a nessuno, specie in un paesotto così. Il figlio era lontano, tornava di rado e la compagnia non guastava, con linverno alle porte.

Elisabetta, incredula di questa botta di fortuna, la seguì in fretta. La stanza era piccina ma accogliente: finestra sul frutteto, tavolino, due sedie, un letto e un vecchio armadio. Perfetta. Si misero subito daccordo sul prezzo, e dopo essersi cambiata, Elisabetta andò allufficio scolastico.

Iniziò così la sua routine: scuola, casa, scuola. Elisabetta non aveva manco il tempo di staccare i fogli del calendario.

In breve divenne amica di Paola, che si dimostrò gentile e premurosa; lei ricambiava aiutando nelle faccende. La sera si sedevano sotto la pergola, a sorseggiare il tè, mentre lautunno tardava ad arrivare.

La gravidanza procedeva tranquilla. Elisabetta non aveva nausee, il viso restava pulito (anche se un po più tondo). Raccontò a Paola la sua storiauna come tante.

Al secondo anno sera innamorata di Lorenzo, figlio di professori e rampollo di buona famiglia locale. Il suo destino era già scritto: università, dottorato, cattedrasempre accanto ai genitori. Bello, educato, ben vestito, piaceva a tutte. Eppure aveva scelto la timida Elisabetta. Forse per quel sorriso gentile, gli occhioni marroni, la figura delicata? O forse aveva sentito in lei la forza di chi ne ha viste tante fin da piccola? Chissà. Da allora erano stati inseparabili, e lei aveva visto il futuro solo insieme a lui.

Quel giorno ce laveva ancora nel cuore. La mattina non riusciva ad avvicinarsi ai fornelli, le davano fastidio i profumi, aveva la nausea già da giorni. Ma soprattuttoritardo. Come aveva fatto a non accorgersene? Comprò il test, tornò in collegio, bevve un bicchier dacqua e aspettò. Due linee. Le fissava, incredulaproprio due. Gli esami erano alle porte e orache casino! Come lavrebbe presa Lorenzo? Per i figli non era il momento.

Eppure una dolcezza improvvisa per quella vita microscopica.

Piccolino, sussurrò, sfiorandosi la pancia.

Lorenzo, appena saputo, la sera stessa la portò dai suoi. Meglio non ricordare: in dieci minuti le proposero di abortire e, una volta finiti gli esami, andare a vivere da sola, ché Lorenzo doveva pensare alla sua carrieralei non era adatta.

Cosa si dissero padre e figlio, Elisabetta può solo immaginare. Il giorno dopo Lorenzo entrò in silenzio nella stanza, lasciò una busta piena di soldi sul tavolo ed uscì, senza una parola.

Lidea di abortire neanche la sfiorò. Ormai amava già quel bimbo. Era suo, solo suo. I soldi invece li accettòcapiva che presto sarebbero tornati utili.

Paola, ascoltata la storia, la rincuorò: Nella vita cè anche di peggio. Hai fatto bene, un figlio è una benedizione. Vedrai che è stato destino.

Quanto a Lorenzo, Elisabetta non desiderava nemmeno un chiarimento. Laveva ferita troppo: difficile perdonare lumiliazione.

Il tempo passava. Elisabetta smise di lavorare, camminava lenta e tonda in attesa che nascesse il bambino. Chiedeva spesso chi sarebbe stato, ma lecografia non rivelava nulla. Basta che sia sano diceva.

A fine febbraio, di sabato, iniziarono le doglie e Paola la portò di corsa allospedale. Il parto fu facilissimo: nacque un bimbo bello robusto.

Giacomo, sussurrava Elisabetta, accarezzandogli la guancia tonda.

In camera si legò subito alle altre neomamme. Le raccontarono che solo due giorni prima la moglie di una guardia di confine aveva partorito una bimba. Non erano neanche sposati, stavano solo insieme.

Immaginati: lui le ha portato fiori, cioccolatini, pure una bottiglia di grappa alle infermiere, veniva ogni giorno col SUV. Ma cerano già i problemi. Lei ripeteva che i figli non li voleva, e alla fine è scappata lasciando un biglietto: non era pronta.

E la bambina?

La nutrono col biberon, ma linfermiera dice che sarebbe meglio se qualcuna la allattasse. Ma ognuna ha già i suoi problemi

Quando portarono la piccola per la poppata, uninfermiera chiese:

Chi vuole darle un po di latte? È proprio fragile

Io, povera creatura, disse piano Elisabetta, adagiando Giacomo che dormiva e prendendo la bimba tra le braccia.

Che piccolina, tutta chiara! La chiamo Bianca.

Rispetto a Giacomo sembrava una piuma.

Elisabetta la mise al seno: la piccola afferrò e si addormentò serena dopo pochi minuti.

Ve lho detto che era debole, sospirò linfermiera.

E così Elisabetta si ritrovò a nutrire due bambini.

Due giorni dopo linfermiera la avvisò che il papà della piccola era arrivato e voleva conoscerla, per ringraziarla. Così Elisabetta incontrò il maresciallo di confine, capitano Matteo Lombardinon alto, occhi azzurri dacciaio, sguardo che non ti lasciava scampo.

Il resto fu leggenda, la storia girò per tutto il reparto maternità, poi per il paese: così rocambolesca che la ricordano ancora oggi.

Il giorno della dimissione, fuori dallospedale cera il finimondo: medici, infermiere, signore delle pulizie accalcate al portone. Sul vialetto, un SUV addobbato di palloncini rosa e blu. Il giovane ufficiale aiutò Elisabetta a salire, dove già cera Paola, e le porse prima un fagottino azzurro, poi uno rosa.

Con le clacson che salutavano, il SUV si avviò scomparendo dietro la curva.

Ecco come va la vita: non puoi sapere dove portano le tue scelte. Elisabetta guardava fuori dal finestrino, stringendo i due piccoli a sé, mentre Paola le sorrideva di sottecchi. Nellaria si sentiva il profumo di fiori freschi e talco per neonati. Il capitano Matteo, che poche ore prima si era inginocchiato al suo letto per chiedere la sua mano, guidava senza parole, lanciando ogni tanto unocchiata allo specchietto: la minuscola Bianca dormiva, avviluppata col suo ditino attorno al mignolo di Elisabetta.

A casa non li aspettava solo un tetto, ma amore, tazze di tè con marmellata, il vecchio armadio che ora si sarebbe riempito di giochi, e una vita nuovamagari imprevedibile, ma finalmente piena di senso.

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