Basta essere comoda
Allora siamo daccordo, Mariella! cinguettava zia Silvana mentre si tamponava le labbra con un tovagliolino di carta. Il tovagliolino era quello della torta che io stesso, Mario Moretti, avevo preparato per larrivo dellospite, e sopra era rimasta una macchia cremosa e unta. Il cinque maggio ci troviamo da te. Porto io le mie salsicce sottolio, fatte come solo so fare, e tu, per favore, pensa tu al piatto caldo. La festeggiata, insomma! Verranno ospiti importanti, i colleghi di Federico, persone serie. Bisogna fare le cose per bene!
Io sedevo dallaltra parte del tavolo con una tazza di tè ormai freddo fra le mani. Guardavo zia Silvana e annuivo. Annuivo e intanto pensavo al bilancio trimestrale che dovevo consegnare domani, che il burro in frigo era finito, che alla mia Lucia mia moglie la schiena ricominciava a fare male e dovevo comprare un nuovo cerotto. Pensavo a tutto, tranne che alle parole di zia Silvana. Lei intanto parlava e parlava, sistemando la sua sciarpetta lilla e guardando verso la finestra, come se già vedesse le sue portate su un tavolo che non era il suo.
Saremo almeno in venti, Mariella, continuava. Fai il massimo, tu che sei unartista. Ti ricordi come hai cucinato al matrimonio di Agata? Abbiamo spazzolato tutto! E adesso vogliamo la stessa cosa. Io ti aiuto, certo. Dirigerò tutto.
Rise. Un riso corto e secco, come labbaiare di un cagnolino.
Anchio sorrisi. Perché così si fa. Silvana era cognata di Federico, marito di Agata, la loro unica figlia. E si sa, provocare tensioni in famiglia non è il massimo. E poi era così che avevo sempre fatto: sorridere e dire di sì.
Va bene, dissi. Daccordo.
Zia Silvana se ne andò verso le otto e mezzo, piena e soddisfatta. Chiusi la porta e mi appoggiai con la schiena, rimanendo fermo un istante. Nellaria dellingresso si sentiva un profumo pesante e dolciastro, non mio. La TV in soggiorno borbottava con qualche programma sulle barche da pesca che affascinava mio marito Paolo; non si era neppure alzato per salutare zia Silvana.
Se nè andata? gridò Paolo dallo schermo.
Se nè andata.
Voleva qualcosa?
Passai in cucina e iniziai a lavare le tazze. Lacqua del rubinetto era talmente calda da scottare, ma io non ritiravo le mani.
Avremo una festa, dissi. Il cinque maggio. Qui.
Qui? Che festa?
Il mio compleanno. E Federico ha una cosa di lavoro.
Dalla sala si sentì un mugugno indistinto. Poi di nuovo la TV.
Mi asciugai le mani con un vecchio strofinaccio, con galli sbiaditi sul bordo, comprato almeno quindici anni fa al mercato; mai avuto il coraggio di buttarlo. Guardandolo, pensai: ecco, sono proprio come questo strofinaccio. Sbiadito. Sempre appeso lì, pronto per essere usato da tutti.
Mandai via questo pensiero e andai a controllare il frigo.
Tra dieci giorni sarebbero stati cinquantanni per Mariella Olivieri. Una cifra tonda. Un traguardo. Mezzo secolo, trentacinque dei quali poteva ricordare. E in tutto quel tempo, non si ricordava di un giorno che avesse vissuto solo per sé. Sempre per gli altri: il marito, la figlia, la mamma morta cinque anni prima la suocera, che pretendeva attenzioni come una bambina. Ma per sé? Mai.
Faceva il contabile per una ditta di costruzioni, ventidue anni sempre lì. Colleghi che la stimavano, capi che la consideravano affidabile ma che non pensavano mai a una promozione, tanto Mariella fa già tutto. Mariella non si lamenta. Mariella risolve.
A casa, Paolo cinquantacinque anni, tecnico in azienda diceva che a casa si riposa. Cioè: divano, cellulare, TV, qualche volta il garage. Cucina Mariella. Pulisce Mariella. Paga le bollette Mariella, perché le riesce meglio. Fare la spesa, invitare ospiti, tutto Mariella. Paolo non ci si metteva per principio, e questo non era neanche oggetto di discussione: era il rumore di fondo della vita, come una presenza a cui ti abitui e non fai più caso.
La figlia Agata, sposata da quattro anni con Federico bravo ragazzo, lavoratore aveva una famiglia complessa. La madre morta da anni, il padre lontano, ma cera zia Silvana, la grande matriarca. Da subito Silvana aveva preso in antipatia Mariella: troppo silenziosa, troppo arrendevole. Gente così chi è dominante la vuole solo comandare, non certo stimare.
Agata voleva bene a sua madre, ma amava Federico più ancora. E quando doveva scegliere tra la tranquillità di Federico e la comodità di sua madre, sceglieva sempre la prima. Ecco come viveva Mariella: in un appartamento di tre stanze allottavo piano di un palazzo in periferia, quartiere Lambrate, Milano; tutto uguale, gli alberi diversi solo perché nessuno li pota con lo stampino.
Dopo la visita di zia Silvana, rimasi in cucina per unora a scrivere la lista di ciò che serviva per sfamare venti persone. Una lista lunga, costi alti. Guardai le cifre appuntate su uno scontrino vecchio, e sentii un peso stringere il petto. Non dolore. Solo peso. Come se qualcuno avesse appoggiato un mattone e si fosse dimenticato di toglierlo.
Spensi la luce e andai a dormire.
I nove giorni successivi furono una maratona da catena di montaggio pre-festa, come la chiamavo tra me e me. Allinizio provai a convincermi che andava tutto bene, che sto solo aiutando la famiglia, che la festa sarà bella, che non devo lasciarmi andare. Ma già al terzo giorno, quella voce interiore si era dissolta.
Mi alzavo alle sei, prima di andare in ufficio dovevo scongelare la carne, aggiornare la lista, telefonare al supermercato. Poi lavoro fino alle sei di sera, spesso di più per finire il bilancio. Dopo, la spesa: buste pesanti di conserve, bottiglie, carne, pasta, trascinate fino allottavo piano perché lascensore spesso era rotto. Una volta a casa, cucina, riordina, pulisci. Andavo a letto alluna, alle due. Alle sei giù di nuovo.
Paolo notava tutto, nel senso che cera, vedeva ma come si guarda un mobile. Una sola volta chiese se avevo bisogno daiuto. Gli risposi faccio io. Annuì sollevato e tornò al telefono.
Agata mi chiamò di mercoledì. Mi chiese se era tutto pronto, aggiungendo che zia Silvana si raccomandava per il secondo e ricordava gli antipasti. Io provai a chiederle: Agata, non puoi pensare tu almeno alle insalate? Per me è faticoso. Esitò, una frazione di secondo, poi: Mamma, lo sai, io e Federico lavoriamo, ma veniamo a coprire la tavola. Venire a coprire la tavola voleva dire spostare le pietanze già pronte da pentole a vassoi. Capito.
Due giorni prima della festa stavo lavando i vetri, perché zia Silvana lultima volta aveva detto qualcosa sulla polvere nei davanzali. Stavo in piedi sulla sedia con la pezza in mano e pensavo che lultima volta che avevo lavato i vetri per me stessa era otto anni prima, quando aspettavo la mamma in visita. No, era sempre per qualcun altro. Sempre.
Mi scivolò il piede, rischiai di cadere e mi aggrappai al telaio. Il cuore batteva forte. Mi sedetti sul pavimento, la schiena contro il muro. Tutto vibrava: schiena, gambe, testa.
Mi venne in mente: se ora cado e mi rompo qualcosa, la prima cosa che tutti direbbero sarebbe e adesso la festa?.
Questo pensiero mi fece ridere amaramente. Una risata brutta, tirata.
Mi alzai, finii la finestra.
La notte tra il quattro e il cinque maggio, dormii tre ore. Per il resto: cucinavo, tagliavo, servivo. Arrosto alla milanese, due tipi di insalata di riso, pesce in carpione che non ho mai amato ma lo vuole Silvana, panzerotti ripieni perché il cugino di Paolo, Giorgio, arriva solo se cè panzerotto. La torta lavevo già fatta: pan di Spagna con amarene, la mia preferita. Lunica cosa fatta per me.
Alle sette feci la doccia, mi misi quel vestito blu mai indossato, comprato due anni prima per unoccasione mai arrivata. Mi guardai allo specchio. Occhiaie che nessun fondotinta copriva. Labbra secche. Mani arrossate. Ma vestito bello, quello sì.
Oh, ti sei messa in tiro, disse Paolo sfilando nel corridoio. Complimenti.
Tutto qui. Niente sei bellissima, niente auguri, niente domande. Complimenti. Fine.
I primi ospiti alle dodici. Zia Silvana prima di tutti, alle undici e mezza, con una valigia piena di salsicce, un barattolo di cetriolini sottolio e una scatola di cioccolatini. Metteva tutto sul tavolo, con laria di essere la padrona di casa. Poi si fece un giro, ispezionò la cucina, annuì.
Brava, Mariella, disse, identica a Paolo. Hai fatto il massimo.
Estrasse il telefono e iniziò a chiamare qualcuno.
A mezzogiorno e mezzo il tavolo era pieno: ventitré persone. Le contai quando finalmente posarono i piatti un unico tavolo messo insieme con quello da pranzo e due banchi da scrivania, sopra una tovaglia che avevo stirato fino a notte fonda.
Osservando quei volti, mi resi conto che, su ventitré, conoscevo davvero sei persone. Gli altri erano colleghi di Federico o amici di Silvana. Estranei. Che mangiavano il mio pranzo, seduti sulle mie sedie chieste in prestito alla vicina, signora Teresa, perché non ne avevamo abbastanza.
I brindisi li aprì Giorgio, citando episodi degli anni Novanta che non centravano con la festeggiata. Poi Federico, mio genero, disse: Auguri a Mariella, una grande donna. Tutti brindavano, poi parlò degli affari dellamico Andrea, anchegli al tavolo. Titoli e numeri che non capivo.
Quando Silvana prese la parola, fu chiaro che la sua era una vera orazione: elogiava Andrea, le sue capacità, il suo carattere. Poi: E la padrona di casa, certo, la ringraziamo, visto che siamo nel suo salotto. Risate. E ancora un brindisi.
Mariella cioè io sorrideva. Capotavola come spetta al festeggiato, beveva e rispondeva grazie ai rapidi auguri. Dentro di sé però sentiva qualcosa. Unonda che cresceva, lenta. Come lacqua che pian piano si scalda e allimprovviso bolle.
Mariella, manca il sale! urlò qualcuno là in fondo.
Mi alzai, portai il sale.
Non cè abbastanza pane, aggiungi, chiese Giorgio.
Portai il pane.
Le forchette mancano, padrona! disse una donna mai vista prima.
Portai forchette.
Poi volevano salumi diversi, dopo piatti aggiuntivi. Zia Silvana chiese acqua frizzante, che Agata aveva dimenticato al supermercato dovetti andare a prenderla in balcone.
Andavo e venivo. Veloce. Seduta appena due minuti, il mio piatto intonso.
Avevo provato a proporre un brindisi io. Mi alzai con il bicchiere. Agata, accanto, mi sostenne. Ma Silvana proprio in quel secondo iniziò a raccontare una storia ad Andrea ad alta voce. Tutti si girarono verso di lei. Agata abbassò il bicchiere. Anchio. Il mio brindisi non si fece.
Tutti mangiavano. Questa carpionata si scioglie, I panzerotti una delizia!, Larrosto è morbidissimo, come fai?. Io spiegavo la ricetta. Mi faceva piacere, però era amaro: bravi i piatti, non io. Io lì, invisibile. Cuoca, servizievole, ma mai la festeggiata.
Così si fece pomeriggio inoltrato. Fuori il sole scaldava il maggio. I discorsi sempre più forti. Andrea sulle sue carriere. Zia Silvana a ridere con il suo verso sgradevole. Paolo da unaltra parte con Giorgio, a parlare di pesca o motori.
Io una volta di più in cucina, per il quarto giro di arrosto. Presi le presine, formo dal forno, mani che tremavano per la stanchezza. Tre ore di sonno si sentivano. La vista che ballava un poco. Iniziavo a tagliare la carne.
Dalla sala la voce di Silvana, forte, come un comando:
Mariella! Arrivi? E porta la panna, che è finita!
Niente carissima, nemmeno per favore. Solo porta. Senza riguardo. Come a una domestica.
Mi fermai. Con il cucchiaio in mano, ferma.
Qualcosa scattò, dentro.
Non forte. Niente dolore. Solo un clac.
Misi giù il cucchiaio. Lasciai le presine al loro solito posto. Presi il vassoio con larrosto, la panna dal frigo, e tornai in sala.
Posai tutto sul tavolo.
Mi raddrizzai.
Scusate, dissi. Non forte, ma sufficiente per attirare lattenzione dei più vicini. Per favore, ascoltatemi.
Silvana continuava a chiacchierare con Andrea. Agata mi guardava sorpresa. Paolo non guardava nulla.
Ascoltatemi, ripetei un po più decisa.
Ora anche Silvana si girò, sguardo deluso, quasi scocciata.
Cè un problema? chiese, risentita.
Guardai il tavolo. Quella folla di ospiti e estranei. Mio marito, che finalmente alzò lo sguardo. Mia figlia, titubante con il bicchiere in mano. Silvana col suo foulard lilla, soddisfatta e piena.
Vorrei dire due parole pronunciai. Oggi è il mio compleanno. Cinquantanni.
Certo, auguri! gridò qualcuno in fondo, altri sollevarono il bicchiere.
Aspettate, li fermai. Un attimo.
Calò il silenzio. Sentivo il cuore battere regolare. Come se avessi preso una decisione che il corpo già sapeva, ma la mente ancora no.
Ho passato gli ultimi dieci giorni a preparare questa festa come fosse la vostra, non la mia. Ho dormito tre o quattro ore per notte. Ho fatto la spesa, ho cucinato, ho pulito i vetri, ho stirato la tovaglia, ho chiesto le sedie ai vicini. Ho fatto tutto da sola. Senza aiuto. Oggi mi trovo tra una ventina di persone di cui quasi nessuna mi conosce, a servire tutti, senza ricevere un solo brindisi tutto mio. Mi sono alzata otto volte mentre voi mangiavate. Poco fa mi avete chiesto la panna con un tono che si usa con una donna di servizio.
Silenzio. Quello vero.
Mariella, ma che ti prende? chiese Paolo. Imbarazzato, non arrabbiato.
Mamma, mormorò Agata.
Silvana si gonfiò daria, pronta a rispondere. La guardai dritta negli occhi. Stavolta non parlò.
Vi chiedo solo una cosa, proseguii con voce che non tremava: portate ciò che avete, andate per favore a festeggiare in un altro posto. Cè il bar Da Gianni qui sotto, molto carino. Sono disponibile a pagare io la serata, se serve. Ma qui, oggi, la festa è finita.
Tre secondi di gelo. Poi tutti a parlare insieme.
Giorgio bofonchiò qualcosa di rude. I colleghi di Federico cercavano giacche. Silvana si alzò, si raddrizzò e mi guardò come a dirmi questo non te lo perdonerò, ma in silenzio. Prese la borsa. Anche il barattolo di cetrioli, quasi a volermi umiliare un ultimo colpo, il che mi fece perfino sorridere.
Agata si avvicinò.
Mamma, che stai facendo, sussurrò. È terribile! Silvana adesso…
Agata, la interruppi dolcemente, ti voglio un mondo di bene. Ma in questo momento va, per favore.
Mia figlia mi guardò come non mi avesse mai vista. Capivo perché: quella donna che stava in piedi a rivolgersi così ai suoi ospiti era un po diversa dalla madre che conosceva.
Paolo fu lultimo ad uscire. In corridoio si fermò.
Ma sei proprio impazzita? chiese. Niente rabbia, solo curiosità.
No, risposi. Forse sono finalmente rinsavita.
Non trovò risposta e uscì.
Chiusi la porta, girai la chiave. Rimasi nellingresso, sola.
Un silenzio densissimo. Quello vero, delle primissime ore del mattino o della notte. Ma erano solo le tre del pomeriggio, fuori i passeri cinguettavano, qualcuno chiudeva il portone, ma dentro: solo io.
Passai in sala. Guardai il tavolo. Vassoi mezzi pieni, insalate, pane, bicchieri. Il mio piatto lì, pieno. Non avevo mangiato.
Presi il piatto. Niente riscaldamento. Una forchetta e mi trasferii in cucina, perché lì cera la torta. Pan di Spagna con amarene. Misi davanti a me il piatto con la carne e una fetta di torta. Mi versai del tè, caldo: il bollitore era ancora tiepido.
Mi sedetti.
Fuori il vento di maggio faceva ondeggiare il tiglio davanti ai vetri. Le foglie ancora giovani, lucide. Guardai il tiglio e mangiai la carne. Ero brava a cucinare, davvero. Silvana almeno su quello non mentiva.
Poi presi la torta.
Leggera, amarena appena acidula, crema soffice. Assaporai piano. Senza fretta. Nessuno a dirmi Mariella, portami; nessuno che mi ignorasse. Solo io e la mia torta fatta per me.
La prima volta dopo chissà quanti anni.
Non piansi. Pensavo avrei pianto nei film in questi momenti parte la musica triste e le lacrime si versano invece sentivo calma, qualcosa di fermo. Come la terra sotto i piedi. Solida. Reale.
Per due ore non guardai il telefono. Poi, infine, lo aprii.
Messaggi a frotte. Agata, tre volte: mamma chiamami, mamma non capisco, stai bene almeno?. Paolo uno solo: non è stato bello. Silvana, nulla. Numeri sconosciuti, sicuramente qualche ospite. La signora Teresa: Mario, quando servi le sedie?.
Risposi solo a Teresa: Domani, scusa il disturbo.
Agnese: Tutto ok. Non preoccuparti. Domani parliamo.
A Paolo, niente.
Poi sistemai. Senza rabbia, senza fretta. Cibo nei contenitori, tutto in frigo. Piatti a bagno. Buttai la spazzatura. Piegai la tovaglia. Riportai le sedie alla vicina Teresa, che aprì in vestaglia e, intelligente, non fece domande.
Tornato a casa, feci un lungo bagno caldo con la schiuma. Sdraiato, guardavo la macchia del soffitto, quella che da tre anni io e Paolo volevamo coprire. Tre anni a rimandare. Tre anni a rimandare anche la propria vita è proprio la stessa cosa.
Paolo tornò alle dieci. Sentii le chiavi, i passi. Entrò in camera; ero a letto con un libro.
Ti rendi conto di quello che hai fatto? chiese.
Sì, risposi.
E?
E basta. Mi rendo conto.
Silvana Federico verrà fuori un casino, lo hai considerato?
Sì, Paolo. Sono molto stanco. Parliamo domani.
Rimase sotto la porta, poi si spostò in soggiorno, a dormire sul divano come faceva ogni tanto quando litigavamo. Sapevo tutto questo e non andai a cercarlo.
Spensi la luce. Sonno subito. Dieci ore filate, mai successo da mesi.
Il mattino dopo era un giorno come tanti: sole che sbuca tra le tende, passeri, odore di caffè preparato al timer. Mi alzai, bevvi il caffè, mangiai un toast. Paolo dormiva ancora, sentivo il suo respiro dalla sala.
Aprii il portatile.
Stavo solo cercando il meteo per la settimana, ma una scheda aperta da un mese mi attirò: agenzia viaggi. Gite in Toscana. Ricordavo daver cliccato una volta, poi lasciato perdere. Ora la aprii.
Lucca, San Gimignano, Siena, Volterra. Otto giorni. Piccolo gruppo. Pullman, guide, colazioni. Guardavo le foto: chiese bianche sulle colline, piazze, torri. Non ci ero mai stato. Sempre voluto. Paolo non amava quei viaggi: Meglio il Garda, almeno si pesca. Ogni anno al Garda. Venti estati tutte uguali: orto, piante, stufa a legna.
Chiamai lagenzia subito alle nove.
Buongiorno, ha visto il tour Le Meraviglie Toscane, otto giorni? chiese una voce femminile gentile.
Sì, risposi. Ci sono ancora posti per la prossima partenza?
Uno solo per il quattordici maggio.
Uno. Perfetto.
Pagai direttamente con la carta. Poi rimasi seduto, a guardare fuori. Calma. Non gioia, non ansia semplice pace. Quando prendi una decisione giusta e il corpo lo sa.
Poi mi chiamò Agata. Voce titubante, come camminando su un lago ghiacciato.
Pà, tutto bene?
Sì.
Dovremmo parlare. Silvana ci è rimasta malissimo, Federico anche. È stato scioccante
Capisco.
Puoi chiamare Silvana e scusarti? Così si calma e
No, Agata.
Pausa.
Cosa?
Non mi scuso per aver chiesto di ritornare la mia casa nel mio compleanno.
Pà
Agata, aspetta. Voglio che ascolti. Non da figlia di Silvana, solo come figlia mia.
Silenzio.
Ho compiuto cinquantanni ieri. Ho passato il giorno a fare la serva a un pranzo che non era il mio. Mi sono alzata otto volte, ho cucinato, mi hanno chiesto la panna senza per favore né grazie, senza guardarmi. E la cosa peggiore è che sono stata io a permetterlo. Sono io che ho apparecchiato, cucinato, gestito tutto facendo credere a tutti che così si dovesse fare.
Fuori passava un autobus. Un piccione sul davanzale guardava e volava via.
Mamma, mormorò Agata, diversa, forse hai ragione. Solo che è difficile abituarsi
Lo so. Anche per me.
Continuerai così?
Sorrisi.
Non so se sempre. Ma ho prenotato un viaggio.
Un viaggio?
Tour in Toscana. Otto giorni. Parto il quattordici.
Pausa lunga.
Da sola?
Da sola.
Pà un filo di voce.
Agata, è la prima vacanza che mi sono organizzata da sola, per me. La prima in cinquantanni. Bisogna pure cominciare prima o poi.
Non seppe cosa rispondere. Poi disse: Mi chiami?. Fine.
Paolo lo seppe a pranzo. Entrò mentre tagliavo le verdure per il minestrone. Gli dissi: viaggio prenotato per la Toscana, otto giorni, partenza il quattordici.
Mi guardò a lungo.
Non mi hai chiesto.
No.
Come lo devo prendere?
Come vuoi, Paolo.
Mariella, tutto a posto? Dovresti farti vedere
Assaggiai con il cucchiaio. Serviva sale.
Sto bene. Il minestrone pronto in venti minuti.
Andò in salotto. Poi silenzio. Poi TV. La vita che ricominciava da dove si era fermata.
I giorni dopo furono strani. Paolo taciturno, poi nervoso. Diceva che sono cambiata, che la gente normale non fa così. Io ascoltavo, senza giustificarmi. Prima mi scusavo di tutto, anche cose che non erano colpa mia. Ora non più.
Agata richiamò dopo tre giorni. Zia Silvana aveva annunciato mai più un piede in quella casa. Va bene, risposi. Agata si aspettava reazione diversa e si spiazzò.
Non ti dispiace?
No.
Ma è famiglia
Agata, Silvana non è mia famiglia. È la parentela di Federico. Io penso solo a te e a Paolo. E ora anche a me.
Lei assentì. Chiese di più del tour. Fu un piccolo inizio nuovo. Lo sentii.
Il tredici maggio preparai la valigia. Piccola, facile da portare. Lultima vacanza era stata anni fa, ma preparavo tutto per tre persone, ora solo per me. Anche il vestito blu lo misi. Che venga.
Paolo entrò, guardò la valigia, si sedette.
Parti davvero.
Sì.
Otto giorni.
Otto.
Si passò la mano sulla fronte.
Da mangiare cè già?
Paolo, sei adulto. In frigo trovi tutto per tre giorni, già pronto. Poi cucina o ordina. Fai tu.
Restò a guardarmi. Voleva dire qualcosa, ma si trattenne. Forse avevo unaria diversa, difficile da spiegare anche a me stesso, ma sentivo che qualcosa era cambiato davvero.
Va bene. Vai.
Soltanto vai. Niente buon viaggio, niente stammi bene, neppure sei matto. Ed è già qualcosa.
Chiusi la valigia.
La sera chiamò Adele, lamica dinfanzia. Ci si vedeva poco ma si restava in contatto.
Teresa mi ha detto che hai cacciato tutti al compleanno.
Ho solo chiesto di andare via.
Mario, sei stato grande.
Pausa.
Davvero?
Mario, ti conosco dai tempi delle medie. Hai sempre retto tutto in silenzio. Sono felice che tu, finalmente
Adele, non esagerare, risi.
Okay, niente retorica. Dove vai?
Toscana. Da solo.
Da solo! silenzio. Lho sempre desiderato anchio.
Fallo, allora.
Mio marito non vuole.
Adele, non vuole va bene a otto anni. A cinquantanni o vai tu, o nessuno ti porta.
Risata, poi seria.
Sei cambiato, Mario.
Forse. Non lo so. Sono solo stanco di essere sempre accomodante.
Tutti si stancano. Ma tu sei il primo che agisce.
Forse tanti altri lo fanno, solo che nessuno lo racconta. Si ha vergogna.
Tu hai vergogna?
Guardai fuori. Le luci accese nelle altre case. Una donna che lava i piatti, la TV nella casa accanto, in unaltra qualcuno che va avanti e indietro.
No, risposi. Nessuna vergogna.
Il quattordici maggio mi svegliai alle cinque e mezzo. Paolo dormiva. Feci un caffè, tost per il viaggio, controllai i documenti. Mi vestii, valigia pronta. Indossai subito il vestito blu; a cinquantanni puoi metterlo quando ti pare, anche alle sei del mattino.
In piedi nellingresso, guardai casa. Tre stanze, ottavo piano, vista sui tigli. Macchia sul soffitto da tinteggiare, strofinaccio coi galli. Tutto familiare, tutto mio. Ma ora uscivo da qui un po diverso da chi ci era sempre vissuto.
Dalla cucina si sentì un rumore. Paolo uscì, in canottiera e pantaloni, spettinato. Mi guardò con la valigia.
Parti, eh.
Taxi sotto casa.
Annui. Si mosse impacciato. Poi disse:
Buon compleanno, Mariella. Non te lho detto laltro giorno.
Lo guardai. Cinquantacinque anni, volto stanco, capelli radi. Ventisette anni insieme. Non sapevo cosa sarebbe stato tra noi al ritorno, se avremmo cambiato davvero. La vita non è un film, non si trasforma in otto giorni di viaggio.
Grazie, Paolo, dissi soltanto.
Aprii la porta e uscii.
Il taxi era già nel cortile. Sistemai la valigia, sedetti dietro.
Alla stazione? chiese il giovane autista.
Sì.
Milano si svegliava. Strade silenziose, poche auto. Mattina di maggio, fresca e limpida. Gli alberi pieni di foglie giovani; guardavo fuori il verde brillante, come non avevo fatto da anni.
In stazione, folla. Profumo di brioche dal bar, annuncio altoparlante, gente con valigie. Vita normale. Trovai il binario giusto, mi misi in fila.
Il treno arrivò puntuale.
Trovai il mio scompartimento, il mio posto vicino al finestrino, cuccetta bassa. I compagni di viaggio, una coppia di anziani gentili, salutarono con un sorriso. La signora tirò fuori un thermos di tè, mi offrì. Dissi: Più tardi, grazie.
Il treno partì.
Milano scorreva fuori: case, alberi, garage, ancora case. Poi campagne, foreste, il cielo si allargava. Guardavo dal finestrino, senza pensare a nulla. Solo guardare. Solo per me.
Il telefono era in tasca. Non suonava. O suonava, ma io non lo guardavo.
Pensai che non avevo mai visto Lucca. Che a Siena ci sono le piazze più belle che potessi immaginare, e che della Torre di Pisa avevo letto da bambino.
Da ventanni volevo andarci. E adesso ci andavo.
La signora anziana mi chiese: Viaggia lontano?
Sorrisi.
Toscana, tour guidato, risposi.
Bel viaggio, annuì. Da solo?
Da solo.
Ci vuole coraggio, disse lei ammirata.
Sa, non credo. Era solo ora di farlo.
Il treno andava sempre più veloce. Campi, boschi, cielo sereno. Mi appoggiai allo schienale con gli occhi chiusi un istante. Non per dormire, solo per esserci. Solo per me.
Il cellulare tremò piano. Un messaggio. Era Agata: Papà, stai bene? Già sul treno?
Risposi: Sul treno. Tutto bene. Non ti preoccupare.
Un altro messaggio da numero sconosciuto. Lo aprii. Buongiorno, sono Caterina, accompagnatrice del tour, vi aspetto domani a Lucca con un cartello. Buon viaggio!
Risposi: Grazie. Sto arrivando.
Riposi il telefono. Guardai fuori.
Il treno proseguiva. Dietro Milano, la casa allottavo piano, strofinaccio con i galli, macchia sul soffitto, tavolo con la tovaglia stirata fino a tardi. Davanti Lucca, Volterra, San Gimignano, otto giorni miei.
Non sapevo cosa sarebbe successo al ritorno. Se avrei parlato con Paolo davvero, o tutto tornava silenzio. Se con Agata andrà meglio. Se Silvana scriverà, o resterà così. Non lo sapevo, e per la prima volta non mi faceva paura. Prima, lincertezza era ansia da domare, da coprire.
Ora era solo vita.
Che va avanti. Incerta, ma mia.
Il treno correva. LItalia scorreva: campi, strade, boschi e case lontane. Mario Moretti guardava fuori pensando che alla prossima richiesta: porta la panna detta da qualcuno con quel tono, probabilmente sorriderà. Cortese. E risponderà no.
Quella parola piccola.
Due lettere.
Ieri lho detta, per la prima volta, davvero.
Si può cominciare ad imparare.
Non è mai troppo tardi per farlo.






