Marito trasandato: il dilemma della pulizia in famiglia

Sporco marito

Alessandro e Chiara si erano sposati appena un anno prima, e i primi mesi insieme sembravano lingranaggio perfetto di un orologio svizzero: ogni ruota girava in armonia, ogni gesto era fluido, ogni parola detta al momento giusto. Andarono a vivere in un grande trilocale a Roma, lasciato in eredità dalla nonna di Alessandro, e si buttarono a capofitto nella preparazione allevento più importante: mettere al mondo un bambino.

Visitarono tutti i medici possibili e immaginabili, sistemarono ogni pecca, curarono anche lultimo molare cariato, eliminarono sale e zucchero dalla cucina, consumando solo cibi al vapore, e Alessandro, che il venerdì sera era solito rilassarsi con una bottiglia di Moretti scura, chiuse a malincuore, ma risoluto, con questa abitudine. Non perché ne fosse davvero convinto, ma perché Chiara aveva detto: “Dobbiamo fare tutto con la massima serietà, Ale! Lo capisci, vero?” E lui capiva, annuiva, sentendosi quasi un eroe disposto a qualsiasi sacrificio pur di raggiungere la meta.

Chiara non era solo brava in casa: era fenomenale. Una di quelle donne che riescono a rendere lappartamento più sterile di una sala operatoria. Nei primi due mesi questa dedizione affascinava anche Alessandro: tornava dal lavoro un classico ufficio romano, sempre caotico, pieno di plichi e progetti sparsi dappertutto e si immergeva nellordine assoluto, dove tutto profumava di lavanda e persino laria sembrava purificata da qualche magico depuratore. Ma ben presto quella sensazione di comfort lasciò il posto a uninquietudine mai provata: si sentiva non in casa, ma in un reparto dospedale, dove qualsiasi movimento rischiava di compromettere la sterilità generale.

Il rito del ritorno a casa era diventata una precisione quasi militare che cominciava già dalla porta: Chiara lo accoglieva con una busta per le scarpe, dove lui doveva riporle allistante, mentre lei lo faceva con lespressione di chi sta maneggiando scorie radioattive.

Togliti tutto, ordinava indicando il bagno, dove ad attendere Alessandro cerano un asciugamano piegato come al Grand Hotel e laccappatoio, stirato talmente bene che sfrigolava al tocco. Anche la biancheria. Lavo tutto io.

Chiara, le ho messe appena stamattina, sono pulite, provava a protestare Alessandro, sentendosi come un ragazzino costretto dalla paura della mamma.

In una giornata porti addosso così tanti batteri che non voglio nemmeno pensarci, replicava lei prendendo la roba con due dita, come fosse infetta. Hai idea di quanti microrganismi si appoggiano sui vestiti durante otto ore fra autobus e ufficio? Poi ti siedi sul divano o ti butti a letto, e tutto passa dentro il nostro corpo.

Alessandro docile si lavava, si sfregava la pelle cercando di mandare via quella sporcizia invisibile ma, a giudicare dalla reazione di Chiara, mortale. Poi infilava la maglietta di casa, le tute che sapevano di sapone di marsiglia grattugiato Chiara aveva eliminato anche detersivi e sostituito tutto con rimedi naturali e finalmente poteva avvicinarsi alla cucina dove trovava la cena pronta. A onor del vero, Chiara cucinava benissimo, anche con tutte quelle rigidissime regole che si autoimponeva.

Il problema era un altro: questa ricerca estrema della sterilità stava spegnendo ogni slancio, e per Alessandro, di natura istintivo e irrequieto, la mancanza di spontaneità era come soffocare. Non poteva semplicemente avvicinarsi alla moglie in cucina, abbracciarla da dietro e baciarla sul collo. Scattava subito la domanda secca.

Ale, ti sei lavato le mani? e si svincolava con un gesto dolce ma fermo.

E allora lui tornava a lavarsi. Anche se se le era lavate appena cinque minuti prima appena uscito dalla doccia, senza aver toccato nulla.

Lo stesso accadeva in camera. Chiara non si negava mai, non era certo fredda, ma lintimità era soffocata sotto una montagna di procedure. Doveva rifare la doccia, anche se già fatta mezzora prima, perché “in mezz’ora sudi e il sudore rimane”. Lei nel frattempo cambiava le lenzuola, togliendo quelle messe la mattina e stendendo un nuovo completo appena stirato, conservato sottovuoto nellarmadio.

Chiara, stasera facciamo senza tutto ciò? una sera provò a implorare Alessandro, guardandola mentre spianava i fogli della trapunta controllando che non vi fossero pieghe dove i batteri possono annidarsi. Ci basta stare insieme

Voglio solo che restiamo in salute, rispose lei senza guardarlo. Sai quante infezioni si trasmettono con le lenzuola? Soprattutto dopo che vai in giro per bar con i tuoi amici.

Chiara, non metto piede in un bar da sei mesi, ribatté lui cercando di non perdere la calma.

Ma vai in ufficio, rispose lei col tono di chi parla della peste nera e non del lavoro.

Qualsiasi tentativo di parlargliene si infrangeva nella granitica certezza di Chiara. Lei era convinta, con cuore e mente, di proteggere la famiglia da un male invisibile ma ovunque. Ogni cedimento alle regole era vissuto come un tuffo volontario in un lago pieno di microbi.

Ale, tu proprio non capisci, ripeteva fissandolo con occhi chiari e determinati. Là fuori cè linferno. Non voglio che ci ammaliamo. Non voglio che i nostri futuri figli nascano con problemi perché siamo stati superficiali.

Anche la cucina obbediva solo alle sue manie: il brodo cuoceva in tre acque (“le prime due si buttano via, così togli tutto ciò che è nocivo”), il detersivo era sostituito da scaglie di sapone naturale, il bucato sbiancato col limone, perché “i prodotti chimici rovinano la pelle”. Come riuscisse a lavorare da remoto in una banca dati sanitaria, nessuno lo sapeva. Ma lì, la sua paranoia trovava da nutrirsi.

Gli amici smisero di visitarla dopo quellepisodio: Chiara li aveva invitati cortesemente, ma li aveva obbligati a togliere le scarpe, lavarsi, mettere i copri-scarpe, e aveva passato il tavolo con il disinfettante quando qualcuno appoggiò i gomiti. Allora Alessandro usciva ogni tanto con loro al pub, ma ogni volta tornava con la sensazione di attraversare un checkpoint biologico: doccia, capelli insaponati due volte per togliere lodore di fumo, giacca subito in lavatrice.

Senti addosso odore di birra e di gente, diceva Chiara, annusando la giacca con disgusto. Vai in bagno, ho preparato tutto. E non dimenticare i capelli, le particelle di fumo si fermano lì.

Alessandro sopportava, trattenendo i pensieri. La amava.

Chiara rimase incinta in fretta. I loro tentativi, rigorosi e meccanici, portarono subito al risultato. Per qualche mese il clima in casa si rilassò, anche se le sue abitudini divennero ancora più assidue, dedicate alla maternità con la stessa maniacale precisione. Alessandro la accompagnava a tutte le ecografie, faceva esami, comprava sterilizzatori e le migliori traverse, convinto che fossero davvero fortunati, visto che tutti i medici dicevano che era una gravidanza perfetta.

Il bambino nacque sano e robusto, un maschietto: lo chiamarono Ettore. Nei primi giorni in clinica Chiara sembrava normale: sorrideva, lo allattava, lasciava prendere Ettore in braccio ad Alessandro senza passare subito lantibatterico. Si illuse che il peggio fosse passato.

Bastò però una settimana per capire che nulla era cambiato, anzi, stava per peggiorare.

Ettore non era del tutto sano. Una lieve alterazione neurologica curabile, dissero i medici, serviva solo un po di controlli e fisioterapia. Ma per Chiara fu come assistere alla fine del mondo. Avevano fatto tutto, evitato ogni pericolo, mille accortezze, cibo salutista, lenzuola stirate, niente alcol, niente vizietti: comera possibile?

È colpa tua, sputò fuori la terza notte a casa, quando lui provò ad abbracciarla. Sei andato a lavorare, sei uscito nei bar, hai portato la sporcizia dentro queste mura. Io lo sentivo, intuivo che avrebbe finito così. Ma tu continuavi a dirmi che esageravo

Chiara, il medico ha detto che non centra niente, cercava di tranquillizzarla Alessandro, anche lui travolto dal senso dimpotenza. Succede a caso, nessuno può prevederlo.

Le coincidenze non esistono, tagliò lei corto, e da allora perse fiducia in ogni suo gesto, almeno quando si trattava di Ettore.

A due anni il bimbo superò i piccoli problemi: terapie, massaggi, controlli. Ettore cresceva vivace, assetato di esperienza, con le mani sempre pronte a sporcarsi di terra, di sabbia, a cercare altri bimbi. Ma la sua voglia di vita era ostacolata dalla madre, ormai ossessionata dal controllo.

Chiara lo portava da specialisti come fosse cronico. Tutti ripetevano: il bambino sta bene, è vivace, nella norma. Ma lei lo circondava da muri invisibili, impedendogli una vita normale.

Mamma, andiamo fuori! chiedeva Ettore, guardando la villa condominiale, e lei preparava tutto in un rituale che durava unora.

Prima disinfettava il passeggino (anche se era rimasto chiuso tutta la notte), poi lo imbottiva in una tuta speciale, lo cospargeva di lozione protettiva, gli infilava sottili guanti di cotone.

Chiara, è un bambino, deve giocare con la sabbia, sbottò un giorno Alessandro, osservando i preparativi degni di una spedizione sulla Luna. Ha bisogno di sporcarsi, di mescolarsi agli altri bimbi. Così si forma il sistema immunitario.

Ha le difese basse, rispose lei fredda, senza girarsi. È nato fragile, non rischio per dei capricci.

Fragile cosa? I dottori hanno detto che sta benissimo! Ha due anni, salta, corre, ha bisogno dei suoi coetanei, non di stare in una teca di vetro!

Tu non capisci niente, scattò lei girandosi, occhi fiammeggianti. SEI TU che hai portato i germi, SEI TU che lhai fatto ammalare, e ora vorresti che si rotolasse nella sporcizia come un cane randagio? Mai, Ale. Non lo permetterò. Lo proteggerò a costo di tutto.

Dellasilo, nemmeno a parlarne. Chiara era convinta che i nidi fossero focolai dinfezioni più di un pronto soccorso. Ettore veniva lavato due volte al giorno con un sapone artigianale ordinato su internet e spalmato con emulsioni medicamentose dal costo di una bottiglia di Brunello.

Ettore, che sarebbe stato un bambino come tutti, piangeva e urlava “No mamma! Basta!”, ma Chiara proseguiva implacabile.

È per il tuo bene, amore mio, gli diceva trattenendolo con una mano mentre con laltra stendeva la nuova crema. Mamma sa cosa fa.

Anche Alessandro poteva prenderlo in braccio solo dopo aver passato un esame di sapone, quarantena e controllo. Lei lo fissava mentre si lavava, senza perderlo un secondo di vista.

Vale anche tra le dita? E sotto le unghie? Lo sai quanta schifezza cè sulle tue cartelle in ufficio?

Alessandro sbuffava, ma si adeguava, perché altrimenti Ettore restava lontano.

Una sera decise che una birra, almeno durante la partita, se la meritava. Dopo due anni di astinenza, andò al supermercato, prese una bottiglia di Menabrea scura, e la sistemò in cima al frigo.

Chiara la scoprì in tempo record.

Cosè questa? domandò, reggendo la bottiglia tra pollice e indice come fosse acido.

Una birra, Chiara. La bevo venerdì dopo lavoro. È una tradizione, niente di che.

Una birra, in una casa dove vive un bambino? Non capisci che anche il solo odore può intaccare il suo sistema nervoso?

Chiara, dai, non esagerare. È una birra, la bevo a sera, Ettore dorme. Non vado in coma etilico e non insozzo i muri.

Non capisci nulla, scosse la testa, scoraggiata come se parlasse a un caso perso. Non hai mai capito niente. Non hai capito quando ti chiedevo di evitare i bar, non hai capito con ligiene, non hai mai capito che portavi la malattia in casa. Ora pure lalcol.

Alla fine, Chiara la versò nel lavello. Alessandro rimase lì fermo, pugni chiusi sul tavolo, chiedendosi quanto ancora avrebbe resistito.

Quanto allintimità, ormai era un ricordo: una, forse due volte ogni tre mesi, in una recita più da protocollo che passione. Chiara non negava, ma organizzava tutto come una cerimonia: faceva la doccia, si infilava la camicia da notte stirata, cambiava lenzuola, e chiamava Alessandro dopo mezzora di attesa.

Una sera, scherzando, lui mormorò:

Se va avanti così mi tocca trovarmi lamante.

Lei si fermò un momento, il ferro da stiro sospeso. Alessandro si preparò a urla, pianti, isterismi. E invece.

Basta che sia pulita, disse calma, ricominciando a stirare la biancheria. E che tu ti lavi bene, e ti cambi, prima di entrare in casa e di toccare Ettore.

Alessandro rimase senza fiato. Non le importava di perderlo. Le importava solo che non portasse nuovi batteri.

Sei seria? Davvero ti basterebbe ligiene?

Non ti mando da nessuna parte, rispose, sempre piatta. Decidi tu. Basta che non metti in pericolo Ettore.

Sei fuori di testa, Chiara, sussurrò. La prima volta lo disse non per ferire, ma come mera constatazione.

Lei non si offese. Né lo guardò. Continuò semplicemente a stirare.

I litigi aumentavano.

Vai da uno specialista, la supplicò una sera Alessandro. Ti prego. Non perché penso che tu sia malata. È solo che così non si vive. Non lasci respirare me, né Ettore. Vivi solo lottando contro microbi che nessuno vede.

Non sono malata, tagliò lei. Io proteggo la mia famiglia. Sei tu che sottovaluti i rischi. Vorresti che mollassi tutto e facessi ammalare Ettore? È questo che vuoi?

Non è fragile! Alessandro batté un pugno sul tavolo. Lo hai fatto diventare un malato immaginario. Ha due anni, gioca, salta, corre. Lunica sua sfortuna è avere una madre che ha paura della sabbia.

La sabbia è un ricettacolo di uova di vermi, toxoplasma e salmonella, recitò lei, quasi citando un testo. Non permetterò a mio figlio di giocare in una latrina per gatti.

Ma è la sabbiera per bambini, la sanificano sempre, i bambini dei vicini ci giocano e vivono!

Me ne frego degli altri, rispose stringendo la bocca. Io penso alla salute di Ettore.

Alessandro capiva che ormai parlavano due lingue diverse. Aveva proposto lo psicologo almeno dieci volte, ma sempre la stessa risposta.

Non mi serve il dottore, ribatteva lei. Ho bisogno di un marito che capisca che la pulizia salva la famiglia. Sei tu il problema.

Pensava al divorzio, non perché non lamasse più, ma perché amare così diventava impossibile. Amava la donna che cucinava, sognava una famiglia e rideva, non un carceriere che vedeva in lui solo un portatore di infezioni.

Ettore guardava sempre più spesso gli altri bambini. Li vedeva correre, graffiarsi le ginocchia, sporcarsi, ridere felici. Nei suoi occhi stupiti si leggeva solo una domanda: perché io no?

Papà, voglio fare i castelli! diceva Ettore, il visetto puntato verso la sabbiera. E ad Alessandro si stringeva il cuore.

Presto, amore, rispondeva. Ma ormai nemmeno lui ci credeva più.

Non sapeva più come abbattere il muro che Chiara aveva alzato. Come recuperarla, come restituire una maternità normale a suo figlio.

Guardava fuori dalla cucina che sapeva di disinfettante, osservava i padri coi figli che giocavano, chiedendosi quanto ancora avrebbe sopportato quella vita da sala operatoria, con una donna che rifuggiva ogni suo abbraccio e un bambino a cui non era permesso essere bambino. Ma nessuna risposta gli veniva.

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