Ho mandato via i parenti di casa mia

Mamma, ma sei contenta, vero? Abbiamo deciso di venire a sorpresa!

Dietro di lei si agitavano tra gli scalini persone che non avevo mai visto prima. Ne contai sei. O forse sette. Era difficile essere sicuri: qualcuno era già entrato in veranda e faceva un gran chiasso con i bagagli, un altro stava scaricando valigioni dallauto.

Martina, dissi sottovoce. Ma quando siete arrivati?

Siamo partiti da Firenze unora fa. Emanuele ha avuto lidea, e gli altri hanno seguito al volo. Ti presento: questo è suo fratello Vittorio, questa è la moglie di suo fratello, Silvana, questi sono i loro bambini, e questa è la mamma di Emanuele, la zia Lucia.

La zia Lucia mi scrutò da sopra gli occhiali, lasciati allestremità del naso, e pronunciò soltanto una parola:

A lungo.

Non fu una domanda. Era una dichiarazione.

Rimasi senza parole. Ero lì, sulla mia soglia, nella casa che avevo sistemato con le mie mani in tre anni, guardando quelle persone che già riversavano in salotto le loro cose.

Mamma, perché non dici nulla? Martina si rabbuiò appena. Non sei felice?

Fu lì che capii che dovevo rispondere con cautela. Molta cautela. Perché se avessi detto “no”, si sarebbe offesa, forse per sempre. Se avessi detto “sì”, avrei perso tutto ciò che avevo costruito in tre anni, tutto quello che era diventato mio.

Feci un passo di lato e li lasciai passare.

Accomodatevi, dissi.

E quella fu la mia prima grande svista.

Mi chiamo Elena Vitali. Ho cinquantotto anni. Tre anni fa sono rimasta sola. Non proprio del tutto, avevo ancora mia figlia, qualche cara amica dinfanzia, e il vicino, signor Paolo Rinaldi, con cui ogni tanto chiacchieravo attraverso la siepe. Ma davvero sola, sola davvero, lo sono diventata quando Giorgio ha chiuso gli occhi in ospedale, alle tre e mezza di notte. Io gli tenevo la mano: solo dopo un momento mi resi conto che la sua non stringeva più la mia.

Da allora è successo di tutto. Ci sono cose di cui ora non voglio parlare: non voglio tornarci su. Ci sono stati giorni in cui mi svegliavo senza riuscire a ricordare perché alzarmi. Poi capivo che non cera motivo. Eppure mi alzavo lo stesso.

Poi è comparsa la casa.

La casa lavevamo ereditata io e Giorgio dallo zio di lui, ormai ventanni fa. Un rudere, abbandonato, in un piccolo paese di nome Castelluccio, quarantina di chilometri dall città. Ci eravamo andati di rado, sempre troppo occupati. Dopo Giorgio, ci sono tornata al terzo mese, semplicemente perché non sopportavo più la sua assenza nellappartamento di Firenze.

Sono venuta per tre giorni. Sono rimasta tre anni.

In quel tempo ho fatto di tutto. Rinnovato i pavimenti. Ricostruito il camino con laiuto di Paolo Rinaldi, uno che sapeva fare di tutto. Ho verniciato come piaceva a me, non come piaceva agli altri. Ho cucito tende di mio pugno. Ho messo sul davanzale vasi di gerani. Ho coltivato lorto e, soprattutto, ho realizzato un roseto.

Del mio roseto potrei parlare ore. Dodici cespugli. Diverse varietà. Li scelsi uno a uno, studiai, andai alle fiere. Uno veniva da unanziana signora della via accanto, che andava a vivere col figli e regalava il suo giardino. Quel cespuglio aveva trentanni, fiori rosa su steli lunghi e un profumo così intenso che, in fiore, andavo nel giardino solo per respirare accanto a lui.

Quel giardino era tutto mio. La casa era mia. La vita era mia. Questo avevo capito in tre anni: che avevo una vita che apparteneva solo a me. E non volevo restituirla a nessuno.

Almeno, così credevo.

La zia Lucia, già la prima sera, fece il giro di casa col piglio di chi valuta uneredità. Entrava dappertutto, apriva ogni armadio, guardava nella dispensa. Io la seguivo in silenzio, senza sapere che dire.

Pochi ambienti, decretò infine. Dove li mettiamo tutti?

Lucia, feci io, ho tre stanze. Una mia, una per gli ospiti e una

Perfetto. Io e Vittorio in una, Silvana coi bimbi nellaltra, Martina ed Emanuele nella tua stanza.

Mi bloccai.

Scusa?

Eh, che vuoi che sia? Tu sei sola, cè spazio.

Zia Lucia, dissi il più calma possibile, nel mio letto dormo da sola.

Mi squadrò come si guarda una bambina capricciosa.

Qualcosa si inventa.

E Martina qualcosa trovò davvero. Salì in soffitta, ritrovò la branda che usavo in caso di molti ospiti, e la piazzò accanto al mio letto. Guardavo quella scena con qualcosa che non era rabbia, piuttosto una specie di stordimento: sentivo che, nella mia casa, ero diventata io lospite.

Quella notte non dormii quasi. Emanuele russava. Martina, beata, dormiva: ha sempre saputo mettere giù la testa ovunque, mi ha sempre un po infastidito questa sua dote. Io fissavo il soffitto, e pensavo che avrei dovuto parlare subito, sul portone: no, non sono pronta per così tanti ospiti senza preavviso. No, non mi va. No.

Ma non lo dissi. E ora, nel mio silenzio, il russare di Emanuele riempiva la mia stanza la mia stanza, con la sua lampada a pois trovata al mercatino, quella con la luce calda che rendeva un piacere leggere la sera.

Ora non ci si poteva più leggere.

Al mattino andai in giardino presto. Era luglio, il periodo migliore delle rose. Prendendo l’annaffiatoio, bagnai le piante, poi mi fermai vicino al vecchio cespuglio, il più profumato: era carico di boccioli questanno.

Signora Elena, buongiorno.

Paolo Rinaldi era dietro la siepe, la tazza di caffè in mano. Sessantadue anni, abitava a Castelluccio tutta la vita, da solo, tra casa e orto. Lavevo conosciuto il primo giorno: aveva aperto il cancello arrugginito. Dopo, sapevo che se mi serviva aiuto bastava chiamarlo.

Buongiorno, Paolo. Ospiti anche da lei?

Il cielo mi assista, no. Da lei invece?

Mia figlia, marito e parenti. Sette persone.

Tacque, sorseggiò.

Per quanto?

Chissà. Nessuno ha detto.

Ho capito, disse, e in quel “ho capito” cera tanta comprensione che mi sentii subito più leggera.

Rientrai e preparai la colazione: era ovvio, ormai, che il ruolo del cuoco spettasse a me. Nessuno offrì aiuto, nessuno domandò nulla. Zia Lucia si sedette quando era tutto fatto, e osservò:

A casa nostra la mattina si mangia solo latte e pane. Non cucini la polenta?

No, risposi.

Strano, disse, accomodandosi.

I bambini, tre, dai cinque ai dieci anni, dopo il pasto volarono in giardino. Dallinterno li osservai, non mi preoccupai: i piccoli nel verde fanno bene. Poi vidi il più grande, un maschietto, tendere con forza un ramo del mio cespuglio rosa.

Mi affrettai fuori.

Ferma, per favore, non toccare le rose.

Il ragazzino mi guardò dritto.

Perché?

Perché sono il mio giardino e le mie rose, e ti chiedo di non toccarle.

Ma mamma dice che a casa della nonna si può fare tutto.

Non risposi subito. Dentro qualcosa si strinse.

Io non sono tua nonna, dissi infine. Mi chiamo Elena. E nel mio giardino le rose non si toccano senza permesso.

Lui scrollò le spalle e tornò dagli altri. Io rimasi accanto al cespuglio a vedere se era tutto intero. Un ramo era piegato, poco, ma abbastanza perché io lo notassi.

Martina si avvicinò mezzora dopo.

Mamma, ma che hai? È un bambino.

Lo so. Ho solo detto di non toccare le rose.

Lo hai guardato male, ci è rimasto.

Stava rompendo il ramo.

Solo osservando!

Sospirai. Inutile discutere: avevo visto con i miei occhi, lei no. Era come parlare al muro.

Va bene, conclusi. Spiega solo che nel roseto si entra con me.

Mamma, sembra che i bambini siano criminali.

Martina, è il mio giardino.

Mi guardò con quellespressione che conoscevo da sempre: come a dire che ha pietà per la mia fissazione, ma non vuole litigare.

Ok, mamma, come vuoi.

Quel “come vuoi” era peggio di una discussione.

Il terzo giorno Vittorio soccupò del garage e spezzò il mio rastrello. Lo lasciò lì, rotto a metà, senza dire nulla. Me ne accorsi la sera, uscendo a pulire il vialetto.

Vittorio, dissi poi avete rotto il mio rastrello.

Mi guardò sorpreso.

Uh, era vecchio, che vuoi che sia.

Potevate avvisare.

Eh, tanto ne comprerai uno nuovo, che problema cè.

Emanuele sogghignò. Zia Lucia fece finta di non sentire. Martina fissava il piatto.

Alzai le mie cose e andai nella mia stanza. Non per stanchezza, ma perché restando avrei detto cose di cui mi sarei pentita.

Seduta nella poltrona davanti alla finestra, guardavo il giardino buio. Sentivo oltre il muro risate, discorsi, rumore. La mia casa riecheggiava di voci altrui, come se io stessa ne venissi espulsa.

Pochi minuti, poi Martina bussò.

Mamma, sei arrabbiata?

No, solo stanca.

Sono brave persone, solo schiette.

Essere schietti non equivale a essere senza rispetto.

Si sedette sul letto. Mi sembrava così uguale a suo padre: stessi occhi grigi, stessi zigomi. Era una brava ragazza, la mia Martina. Solo che, da tempo, aveva preso labitudine di guardare la madre come se esagerasse sempre un po.

Mamma, siamo qui solo per qualche giorno. Ti vedo poco, vuoi mica che non venga più?

Io voglio vedere te, Martina. Te, non…

Sono la mia famiglia.

Capisco. Ma potevate avvisare.

Era una sorpresa!

Martina, ho cinquantotto anni. Non amo certe sorprese.

Rimase zitta, poi uscì.

I giorni si susseguivano uguali. Mi alzavo presto, impossibilitata a dormire con il russare di Emanuele. Annaffiavo le rose. Poi cucinavo per sette nessuno si offriva mai. Poi sistemavo, poi cucinavo di nuovo.

Silvana, la moglie di Vittorio, era una brava donna, ma sbadata: lasciava asciugamani bagnati sul pavimento, tazze senza sottobicchiere ovunque. Io dietro a sistemare silenziosamente.

Vittorio passava le giornate in garage a smontare una vecchia Lambretta di Giorgio. Senza chiedere permesso: un giorno la trovai a pezzi sul pavimento.

Vittorio, è la mia Vespa.

Era ferma da anni. La rimetto in sesto.

Non te lho chiesto.

Mi guardò annuendo, come a una sciocchezza.

Cosa importa, tanto è solo lì ferma.

È una mia scelta.

Come vuole, e tornò ai ferri.

A quel punto capii che parlavo al vuoto.

Zia Lucia venne da me quella stessa sera.

Elena, perché sei sempre così riservata?

Non sono riservata.

Macché. Sempre silenziosa, sempre in disparte. Siamo ospiti tuoi, dovresti essere più accogliente.

Alzai lo sguardo.

Zia Lucia, vi ospito, cucino, pulisco, vi lascio la mia stanza. Che intendi per accogliente?

Un po più allegra, sorridere di più.

Farò uno sforzo, dissi e mostrai un sorriso.

Parve quasi imbarazzata. Poi se ne andò.

Quella sera Paolo mi chiamò da oltre la siepe.

Come va, signora Elena?

Bene, risposi dabitudine, poi aggiunsi: Anzi, non tanto.

Venga a prendere un tè, propose gentilmente.

Andai da lui. Il suo giardino era diverso: mele, uva spina, un tavolino sotto la pergola con una vecchia moka sempre sul fuoco.

Bevemmo in silenzio. Paolo non fa domande inutili, che a volte è la cosa migliore che qualcuno può fare per te.

Ho il ramo spezzato sul cespuglio rosa, dissi di colpo.

Quello grande, in fondo?

Sì.

Solo piegato o rotto?

Piega. Ma ancora tiene.

Si può fasciare con nastro da giardino, glielo porto.

Grazie.

Restammo zitti mentre fuori, dietro il cancello, ridevano i bambini.

Li conosci da tanto, il marito di tua figlia e i suoi?

Poco. Sposati tre anni fa, ci siamo visti qualche volta in città. Sembravano brave persone.

A casa e fuori, la gente cambia.

Vero.

Tornai a casa un po più tranquilla. Paolo sapeva creare il silenzio, una vera dote rara.

La mattina seguente scoprii che in dispensa era sparita la marmellata che avevo fatto lanno prima: sedici vasetti di lamponi, ribes, mele. Spariti tutti.

Chiesi a Silvana.

Ah, li abbiamo aperti per colazione. Ottimi!

Silvana, li conservavo per linverno.

E allora? Ne fai altri, è estate.

Contai fino a dieci. Un trucco letto chissà dove: prima di dire qualcosa di cui ti pentirai, conta.

Dora in poi, per favore, chiedi prima di prendere qualcosa dalla dispensa.

Su, non essere rigida, rise.

Il decimo giorno, Emanuele ruppe la mia poltrona antica. Si sedette e cedette allimprovviso. Era la poltrona di Giorgio, ci leggeva la sera: ci teneva.

Emanuele si alzò, guardò i pezzi, fece spallucce:

Era vecchia.

Non dissi nulla. Uscii in giardino e rimasi tra le rose, almeno mezzora.

Martina mi trovò lì.

Mamma, non lha fatto apposta.

Lo so.

Che importa, è solo una sedia.

Non solo una sedia.

Tacque.

Parli di papà?

Non risposi.

Mamma, non puoi trasformare tutto in un museo.

Corte, le sue parole, anche se credo non lo volesse. Martina aveva la stessa franchezza pungente di Giorgio.

Vieni, sediamoci, le proposi.

Sotto il melo, la studiai bene: aveva occhi segnati, non di stanchezza ma di qualcosa che resta. E le spalle, leggermente curve.

Martina, va tutto bene?

Un attimo di esitazione.

Sì, mamma.

Sicura?

Te lho detto.

Non insistetti. Ma registrai tutto.

Al dodicesimo giorno zia Lucia spostò i mobili del soggiorno: il divano altrove, la mia madia in un angolo; sul mio davanzale, dove cerano i gerani, ora cerano le riviste e i cellulari di tutti. I vasi sul pavimento.

Chi ha cambiato i mobili?

Io. Così si guarda meglio la TV.

Questa è la mia sala.

Embé? Comera era scomodo.

Era così perché mi piaceva.

Hai dei gusti strani.

La guardai a lungo. Poi rimisi i vasi al loro posto, eliminai riviste e caricabatterie dal davanzale, chiesi a Vittorio di rimettere il divano dovera.

Ma ora è meglio!

Vittorio, per favore.

Va bene, brontolò.

Zia Lucia assunse laria di chi subisce un torto grave.

Ecco perché vivi sola, non mi meraviglio.

Mi fermai.

Cosa ha detto?

Che non mi sorprende affatto che tu sia sola, con questo carattere.

Fa male. Non perché io tema la solitudine, ma perché lo disse con intenzione. Mirava a ferirmi. E lo sapeva.

Non risposi. Andai fuori, respirai a lungo.

Quella sera Martina venne ancora da me. Negli ultimi giorni lo faceva spesso: si sedeva in silenzio, o parlava di bagatelle. Notai sempre di più che quasi non dialogava con Emanuele: tra loro qualcosa, come vetro spesso, li separava.

Martina, da quanto stai con lui?

Con chi? finse lei, ma capì benissimo.

Con Emanuele.

Quattro anni insieme, tre di matrimonio.

Ti tratta male?

Silenzio lungo.

Mamma, dai.

Dimmi.

Non è cattivo. Solo lui vuole che sia tutto come vuole lui.

E tu?

A volte è più semplice non litigare.

Semplice, sì. Ma non meglio.

Andò via presto. Rimasi a riflettere su quanto noi donne siamo brave a convincerci che non ci fa male. Che così è più facile. Che dobbiamo essere forti e basta. Anchio lho fatto, a lungo. Finché non sono rimasta sola e ho capito che “farcela” e “vivere” non sono la stessa cosa.

Al quattordicesimo giorno Emanuele invitò amici a casa nostra.

Non lo sapevo. Ero andata in città a fare spesa, tutto era finito e nel negozietto del paese portavano poca roba. Tornai nel pomeriggio e trovai tre auto sconosciute in cortile, musica alta, veranda invasa da otto sconosciuti.

Cerano bottiglie sul tavolo, le mie tovaglie macchiate. Sui corrimano giacche appese.

Martina uscì in veranda, un po imbarazzata.

Mamma, Emanuele ha invitato degli amici. Stavano passando

Passando, ripetei.

Dicevano che erano in zona.

Martina, questa è casa mia.

Lo so, mamma. Ma ormai sono qui.

Chi li ha invitati?

Emanuele.

Emanuele non è il padrone qui.

Martina mi fissava, colpevole, ma senza volontà di cambiare le cose.

Cosa dovrei fare ora, mamma?

Dire di andarsene.

Mamma!

Martina. Qui nessuno può invitare ospiti senza il mio benestare. Nessuno. Nemmeno tuo marito.

Andò da Emanuele. Non sentii la conversazione, ma dopo poco lui venne da me. Trentaquattrenne, spalle larghe, mi fissò con quella calma di chi non teme nulla.

Signora Elena, ma via, la gente si diverte

Emanuele, è casa mia. Non avete chiesto permesso.

Cera bisogno?

Sì. Cera.

Si fece un mezzo sorriso.

Va bene.

Gli amici se ne andarono dopo unora. Non perché Emanuele lo domandò, ma per loro scelta. Lui mi scrutò per tutta la sera con quellaria offesa di chi ricorda un torto.

Quella sera non andai da Paolo. Rimasi sola tra le rose fino a notte, guardando i fiori illuminati dalla luna.

Il diciassettesimo giorno mi alzai alle sei e uscii in giardino. Laria era fresca, il cielo lattiginoso. Andai verso il roseto pensando ai rami da tagliare.

Entrai e mi bloccai.

Per qualche secondo non capii. Poi mi fu chiaro.

Il vecchio cespuglio era stato tagliato.

Non spezzato: tagliato di netto con cesoie. Restava un moncone di venti centimetri. Attorno, i rami pieni di fiori giacevano sullerba, già appassiti, pesanti di rugiada.

Mi inginocchiai, raccolsi un ramo. Era ancora tiepido, vivo.

Non so quanto rimasi lì. Forse cinque minuti, forse di più.

Poi mi rialzai e andai in casa.

Silvana era già lì, metteva su il caffè. Mi vide e capì tutto solo dal mio viso.

Cosè successo?

Chi ha tagliato il cespuglio?

Aprì la bocca, la richiuse.

I bambini ieri sera volevano fare un mazzo per regalarlo a me, dicevano di cogliere dei fiori.

Quello non era un cespuglio qualunque. Aveva trentanni.

Come facevano a saperlo

Silvana, la mia voce era piatta, hanno preso le cesoie di proposito. I bambini di otto e dieci anni non li prendono per caso.

Giocavano.

Dove sono i bambini?

Credo dormano.

Svegliali.

Perché?

Per favore.

Obbedì. Io guardavo il roseto vuoto dal vetro.

Giorgio non aveva mai visto queste rose. Era partito troppo presto. Ma quel cespuglio era qui da prima del mio arrivo; il primo giorno qui, dopo la sua morte, lui era in fiore nel giardino colmo di erbacce. Mi era sembrato un segno: la vita continua. Ogni anno lavevo curato con amore.

Arrivarono i bambini: Michele, il più grande, abbassava gli occhi, la piccola Chiara mangiava una fetta di pane.

Michele, dissi.

Eh?

Sei stato tu a tagliare le rose?

Silenzio.

Michele.

Sì, volevo farne un mazzo per la mamma.

Perché hai preso le cesoie?

A mano non si spezzano.

Michele, hai rovinato una pianta importante. Molto.

Ma ricrescerà, dai.

No. Non proprio.

Non è niente.

Lo guardai e capii che non era cattivo: nessuno gli aveva insegnato il rispetto per le cose e le storie altrui.

Vai pure.

Arrivò Vittorio, serissimo.

Elena, sono solo ragazzini.

Vittorio, lo so che sono ragazzini. Ma non si prende quello che non è tuo, non si distrugge il lavoro degli altri. Il difetto non è loro, è vostro che non avete spiegato il limite.

Si rabbuiò.

Ora lei viene a fare la morale a me?

Constato solo.

Bella chiacchierata, davvero, si allontanò.

Poi venne zia Lucia.

Ho sentito il tono con Vittorio. Non si fa.

Cosa non si fa, scusi?

Sgridare i bambini, e pure lui. Siamo ospiti, non si trattano così.

Zia Lucia, e qualcosa in me scattò come una serratura che si apre, chiami tutti in sala. Ora.

Mi guardavano con vari gradi di irritazione.

Dico solo due cose: questa è casa mia, IO sono la padrona. Non Emanuele, non i suoi, né i bambini. Siete arrivati senza preavviso, vi ho accolti, ma non per restare tre settimane. Nel frattempo avete rotto un rastrello, una poltrona, mangiato sedici vasetti di marmellata, stravolto i mobili, invitato sconosciuti senza il mio consenso. E stanotte avete tagliato un cespuglio che aveva trentanni. Ve lo dico ora: domani vi prego di lasciare casa.

Silenzio.

Poi zia Lucia:

Ma guarda un po.

Emanuele in piedi:

Davvero?

Davvero.

Siamo ospiti. Non si fa.

Gli ospiti vengono invitati e rispettano la casa. Non è stato così.

Mamma! Martina era paonazza. Mamma, stai esagerando!

Tu puoi restare. Sei mia figlia. Ma gli altri se ne vanno domattina.

Emanuele la fissò.

Hai sentito? Tu come tutti.

Emanuele, provò lei.

Lasciamo perdere. Si va.

Tutti uscirono senza una parola. Vittorio gelido. Silvana sconcertata. Zia Lucia profondamente indignata.

Martina restò.

Mi fissava in silenzio.

Mamma, sai coshai fatto?

Sì, quello che avrei dovuto fare due settimane fa.

Non te la perdonerà.

Emanuele?

Sì.

Stetti zitta.

Ti importa che ce labbia con me, o che sia buono con te?

Diventò bianca.

Sono cose diverse.

Appunto.

Lei si voltò e si chiuse in camera.

Il resto del giorno passò calmo. Preparavano le valigie. Io tornai al roseto: raccolsi i rami, coprii il moncone. Magari sarebbe ricresciuto, difficile, ma avevo speranza.

Al pomeriggio Paolo si affacciò.

Si trasloca?

Se ne vanno.

Ha fatto bene.

Forse troppo tardi.

Meglio tardi che mai.

Mi guardò. In quello sguardo cera forza. Mi fece bene.

Passi stasera? Cè il tè.

Volentieri.

Alle sei le auto partirono. Restò solo quella di Martina.

La trovai seduta nel letto della stanza degli ospiti.

Sei rimasta.

Sì.

Perché?

Lunga pausa.

Perché non completò. Poi, quasi un sussurro: Perché non ho dove andare.

Mi sedetti con lei. Non si scostò.

Martina, raccontami.

Zitta, poi, con fatica, trovò la voce. Mi spiegò che Emanuele non era più quello di un tempo. Che gestiva i soldi, le decisioni sue e basta che la faceva sentire unombra. Che la madre di lui, zia Lucia, aveva troppo spazio fra loro. Che vivevano nella casa di lui, secondo le regole di lui, tanto che lei non ricordava più le proprie.

Parlava, e io pensavo a quelle ombre sotto agli occhi, a quel modo di chiudersi a riccio. Mi ero accorta. Forse avrei dovuto intervenire, invece aspettavo che si arrangiasse.

Sei venuta qui perché volevi un po di tregua.

Credo di sì.

E non hai detto della famiglia. Lo sapevi?

Abbassò la testa.

Lha deciso lui. Più facile stare in tanti.

Facile per chi?

Non so. Forse per lui. Quando ci sono tutti, lui si rilassa.

E tu?

Io tacque. Mamma, qui sto bene. In questa casa, sempre.

Restaci.

Mi guardò. Aveva gli occhi rossi, ma non piangeva.

Sei arrabbiata con me? Per comè andata, per le rose?

Ci pensai.

Un po, sì. Ma non è colpa tua se nessuno ti ha insegnato a difenderti. Io non te lho insegnato.

Mamma

È la verità. Ci sono arrivata tardi anchio.

Mi abbracciò. Forte, come una bambina. Io ricambiai non rammentavo quando fosse stata lultima volta.

Seguì una settimana quieta. Martina aiutava senza che io chiedessi. Lavava, cucinava, parlava con me o silenziosamente si sedeva accanto.

Emanuele chiamava. Allinizio lei quasi non rispondeva. Poi iniziò, ma con poche parole. Non ascoltavo. Sono sue faccende.

Una notte, uscita in giardino da sola, scorsi vicino al moncone del vecchio cespuglio un germoglio. Una fogliolina verde. Rimasi a guardarla a lungo. Poi tornai in casa.

Signora Elena!

Paolo era al cancello.

Paolo, sa che il cespuglio sta buttando nuove foglie?

Il vecchio rosa?

Sì.

Avrà speranza allora.

Forse.

E Martina?

Sta pensando. Meglio che pensi.

Resterà?

Non so. Deciderà lei.

Restammo in silenzio. Notte senza vento, dal bosco il canto di un usignolo, strano a quella stagione.

Posso chiederle una cosa?

Dica.

Rimpiange di averli mandati via?

Riflettei.

No. Solo di non averlo fatto subito.

Perché non subito?

Temevo che Martina restasse ferita. Che esplodesse tutto.

Ma ora è sicura che sia meglio?

Non è meglio. Ma è diverso.

Rise piano.

Sabato si va al mercato dei fiori? Cè a Montepulciano, magari trova una rosa simile.

Non ce nè una uguale, però accettai. Andiamo.

Quando me ne stavo per entrare mi girai: era ancora là al cancello, ma ormai il buio lo nascondeva.

Paolo!

Sì?

Grazie.

Di che?

Di esserci.

Non rispose. Ma capii che aveva compreso.

Quella notte dormii bene. Per la prima volta da settimane senza ascoltare rumori altrui o sentire un nodo alle spalle.

Al mattino preparai colazione per due. Era una piccola gioia: solo due piatti. Martina scese, sorrise sinceramente.

Che profumo.

Uova e pomodori dellorto.

Le ho sempre amate.

Lo so.

Mangiammo in pace, con una complicità senza parole. Fuori, sole e una cinciarella che cantava.

Mamma, disse Martina, ho chiamato un avvocato.

Alzai lo sguardo.

Per sentire. Come funziona.

E allora?

Si può fare tanto. Ma fa paura.

Fa paura. Ma ci sono cose più brutte.

Annuii. Poi, dopo un po, domandò:

Hai mai pensato, tu, di restare sola?

Mi terrorizzava allinizio. Mi sentivo nulla senza Giorgio. Come se fossi una mezza cosa.

E invece?

Invece no. Sono intera. Non lo sapevo.

Martina mi fissava.

Come hai capito?

Il giardino. La casa. Quando decido senza chiedere il permesso, quando faccio quello che amo, e mi basta.

Martina si perse nella tazza.

Io non sono capace.

Si impara. Non nasce nessuno imparato.

Andammo al mercato in tre: io, Martina e Paolo nella sua vecchia Alfa Romeo. Martina scrutava Paolo con rinnovata curiosità. Non disse nulla, ma notai.

Il mercato brulicava: profumo di terra e fiori, mille voci. Spiegai le varietà a Martina, Paolo annuiva da spettatore esperto. Comprammo due piantine: una rosa simile alla vecchia, rosa grande.

Fra cinque anni forse ti ripaga.

Anche prima, risposi io.

È ottimismo.

È speranza.

Martina, tornando, domandò:

Paolo, da quanto è qui a Castelluccio?

Dieci anni.

Non si annoia?

No. Qui è silenzio. È una vita diversa.

Diversa, ripeté. Mi piacerebbe.

Lui la studiava dallo specchietto.

Cerca anche lei il silenzio?

Credo di sì.

A casa misi subito a dimora la nuova rosa. Paolo scavò la buca. Martina guardava.

Posso provare?

Le porsi la paletta. Si accovacciò e cominciò a premere lentamente la terra.

Così?

Così.

Paolo osservava da lontano.

Finita la piantumazione, mi avvicinai al vecchio moncone: un altro germoglio, ancora più lungo.

Signora Elena, sussurrò Paolo, mentre Martina già rientrava, tutto bene?

Sì. Ora so che è tutto mio diritto difendere qui il mio posto, il mio silenzio, la mia vita.

È sempre stato suo.

Ma lavevo dimenticato.

Non lo dimentichi.

Farò il possibile.

Quella sera Emanuele chiamò ancora Martina. Parlarono a lungo. Io rimasi fuori tra le rose. Quando tornò, le stelle erano accese sopra di noi.

Vuole venire a riprendermi.

E tu?

Ho detto non ora.

Bene.

Era arrabbiato.

È una sua scelta.

Mamma, credo di aver già perso troppo tempo.

Non è tempo sprecato, Martina. È esperienza.

Fa male.

Sì. Ma passa.

Si fermò accanto a me. Guardavamo nelloscurità. Lei forse vedeva nulla. Io invece ricordavo ogni cespuglio, dove la siepe curva, dove sta la panchina e il vecchio melo.

Mamma, amavi davvero papà?

Tantissimo.

Quando lhai saputo?

Non lo so. Si sa, e basta.

E poi? Quando è rimasto il vuoto?

È stato lungo. Ma piano piano il vuoto sè fatto meno profondo. Lentamente.

Sei felice, ora?

Pensai un istante.

Sono serena. A volte è meglio che essere felici.

Annuii.

Anchio vorrei esserlo.

Lo sarai. Con il tempo.

Rientrammo, feci il tè, sedemmo in cucina sotto la luce calda. Silenzi lunghi e pieni.

La settimana dopo Martina richiamò lavvocato. Stavolta non solo per chiedere. Scrisse molto su un quaderno, come faceva da adolescente.

Non domandai nulla. Le lasciai solo del tè.

Ora Paolo veniva spesso, a volte aiutava, altre solo leggeva sotto la pergola. Martina aveva smesso di guardarlo con cautela. Un pomeriggio li sorpresi a chiacchierare di libri e Martina aveva negli occhi una luce nuova.

Una sera, con la figlia già a letto, restammo a guardare le stelle. Paolo mi disse:

Elena.

Sì.

Posso chiamarti solo Elena?

Ci pensai un attimo.

Sì.

Elena. Sono davvero felice che tu abbia questa casa.

Mi girai verso di lui.

È arrivata per caso, da mio marito.

Meglio così. Poteva finire a chiunque.

Tacemmo. Guardando verso le stelle.

Non so cosa accadrà ora, dissi. Non so nemmeno perché.

Nessuno lo sa. È normale, mi rassicurò.

Ho cinquantotto anni.

Ne ho sessantadue.

Fa un certo effetto.

È solo un numero, Elena.

Sorrisi. Un sorriso sorprendente e leggero.

Sì. Un numero.

Dopo qualche giorno Martina mi annunciò:

Mamma, ho presentato i documenti.

Alzai lo sguardo.

Come ti senti?

Strano. Impaurita. Ma respiro meglio.

È un buon segno.

Mamma, posso restare ancora qui?

Martina, questa casa è anche la tua.

No, mamma. Questa è casa tua. Desidero che tu mi lasci vivere ancora un po’ qui, come ospite.

Guardai mia figlia, quella che avevo messo al mondo trentadue anni prima, così simile al suo papà, e sentii il cuore stringersi.

Resta, dissi. Quanto vuoi.

Grazie, sussurrò. E scusami, per le rose.

Non sei tu la colpevole.

Per averle portate, per non aver avvertito, per aver taciuto.

Imparerai da me. Anche io ho imparato tardi.

Lei annuì. Poi si perse nel giardino fuori dalla finestra, tra le rose e il nuovo innesto che già metteva la prima fogliolina. E il vecchio moncone di rosa che lottava con il suo germoglio testardo.

Sopravvivrà? domandò fissando il moncone.

Non lo so, risposi. Ma ci prova.

È tanto già provarci.

Uscì nel portico. Era mattina presto, laria ancora fresca ma col sole già tepido, e tutto vibrava di silenzio nuovo.

Attraverso la siepe vidi Paolo. Era appena uscito.

Buongiorno, disse.

Buongiorno, risposi.

Restammo a goderci il silenzio. Quante volte lo avevamo fatto, ma questa volta il silenzio era diverso: pieno di qualcosa che ancora non aveva nome, ma già esisteva.

Come sta Martina?

Sta bene. Respira.

Bello, respirare.

Sì, molto.

Lui rientrò. Io scesi in giardino. Le rose erano bagnate di rugiada, ogni corolla rifletteva una goccia di sole. Passai tra i cespugli, scrutando minuziosamente ogni ramo, come sempre, per vedere se tutto era a posto.

Vicino al vecchio moncone mi soffermai: il germoglio era cresciuto ancora. Verde e caparbio, nato là dove ogni speranza sembrava perduta.

Mi accucciai accanto a lui, senza toccarlo. Solo per stargli vicina.

Poi tornai in casa. Mi aspettavano la colazione, mia figlia, e una giornata nuova che ancora non aveva un nome.

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Ho mandato via i parenti di casa mia
Il segreto di famiglia