Lei non c’era

Lei non cera

Ricordo il profumo delle cipolle soffritte quando lui entrò. È questo che mi rimane di quella sera: non le sue parole, non lespressione sul viso, neppure il movimento con cui lasciò la giacca sulla spalliera della poltrona che avevo restaurato con le mie mani, rivestendola di velluto blu notte. Solo il profumo di cipolla, perché proprio in quellistante stavo togliendo la padella dal fuoco, e lui entrò proprio in quel momento, e dentro di me qualcosa si contrasse e rimase sospeso, come in sogno.

Senti, ho una novità, disse lui senza nemmeno togliersi il cappotto. La borsa sul pavimento, la cravatta sciolta. Domani Caruso lo annuncerà ufficialmente, ma io già lo so: mi prendono come Direttore dello Sviluppo. Capisci? Direttore.

Capisco, dissi io.

Sono altri soldi, Lucia. Un altro livello. Ora mi inviteranno alle riunioni degli azionisti. Dovrò comprare un abito serio, non questo vecchio di Grattacielo, ma qualcosa di decente.

Appoggiai la padella sul sottopentola. Spensi il secondo fornello. Mi girai verso di lui.

Oggi ho compiuto quarantacinque anni, dissi a voce calma. E sono dieci anni che siamo sposati.

Mi guardò per tre secondi. Forse quattro.

Lucia, ti ho detto che divento direttore. È una cosa seria.

Ho sentito.

Bene così. Mangi? Io non ho fame, cerano i tramezzini alla riunione.

Entrò in bagno. Sentii lacqua scorrere. Sentii che canticchiava qualcosa, piano, quasi sottovoce, una di quelle canzoni che sempre intona quando è di buonumore.

Rimasi accanto ai fornelli a guardare le cipolle nella padella. Si erano scurite, morbide, quasi trasparenti. Stavo preparando pollo alle verdure, il suo piatto preferito. Non il mio. Quella sera non avrei mangiato la mia cena.

In frigo il dolce: Velluto rosso, ordinato tre giorni prima nella pasticceria Marzapane, ritirato da me stessa, visto che Carlo quella mattina era uscito prestissimo. Le candeline, quarantacinque a forma di stelle, erano nella scatola in credenza. Le avevo messe io stessa, quella mattina, mentre lui si preparava. Pensavo di tirarle fuori la sera.

Anna arrivò alle sette e mezza, lanciò lo zaino allingresso e andò in camera sua. Passò davanti a me, al profumo di torta al limone e cannella. Passò oltre, senza fermarsi. Aveva quindici anni allora, Anna. Unetà in cui la madre non è più una persona, ma una funzione.

Io non gridai, non piansi, neanche mi offesi, nel senso abituale. Rimasi lì e sentii, con la chiarezza con cui si conosce la tabellina del sette, che in quella casa io ero invisibile. Nessun litigio, nessun disguido. Semplicemente: non cero più. Solo una funzione. Solo mani che cucinano il pollo e tolgono lo zaino dal corridoio, che controllano matematica, che portano e riprendono da ceramica. Solo una voce che dice non dimenticare il giubbino. Ma io, Lucia Bartolini, in quella casa non cero da anni.

Lo capii quella sera con una calma che mi spaventò.

Quando Carlo uscì dal bagno, avevo già apparecchiato il suo piatto.

Cè il pollo, dissi. Mangia, se vuoi.

Ti ho detto che non ho fame.

Va bene.

Senti, domani andiamo in Sagoma per il vestito? Hanno scelta buona.

Daccordo.

Prese il telefono e andò in soggiorno. Sentii che telefonava a qualcuno, la voce allegra, vivace. Un collega, forse. Raccontava del direttorato.

Tolsi dal frigorifero la torta alle dieci e mezza, quando erano già a dormire. Tagliai una fetta, la misi sul davanzale della cucina, accesi una candela, lunica bianca lunga trovata nel cassetto. Rimasi seduta al buio a guardarla bruciare. Espressi un desiderio. Il primo desiderio autentico, preciso, che mi fosse venuto in tanti anni.

Volevo andarmene via.

Non scappare. Non sparire sullonda dellemozione. Andarmene come chi ha pensato a tutto. Silenziosamente. Con dignità. Per sempre.

La candela si consumò. Buttai via il mozzicone, sciacquai il piatto. Rimisi ciò che restava della torta in frigo.

La mattina dopo mi alzai prima degli altri, come sempre. Svegliavo Anna, mettevo su il bollitore, tagliavo il pane. Carlo uscì con una cravatta che non avevo mai visto, bordeaux con piccoli motivi. Laveva comprata lui, pensai. Quando aveva fatto in tempo.

Oggi lo annunciano davvero, disse spalmando il burro. Magari vengono anche i giornalisti. Aggiorneranno il sito aziendale. Lucia, puoi risistemare la camicia bianca per venerdì? Ha il bottone appeso ad un filo.

Posso.

Ottimo. Anna, non fare tardi oggi.

Papà, non faccio mai tardi.

Una volta è successo.

Era lanno scorso.

Li ascoltavo parlare e spalmavo il pane una seconda volta, sebbene la prima fetta stesse già sul piatto. Bisognava pur fare qualcosa con le mani.

Quella sera aprii il vecchio portatile che tenevo sopra larmadio, sotto disegni dinfanzia di Anna e una pila di vecchie riviste di arredamento che ormai non compravo più dal duemiladodici. Prima di Anna, lavoravo come interior designer nello studio Spazio Casa, per tre anni. Poi Carlo disse: Abbiamo bisogno di un figlio, non di due stipendi. Disse: Lo vuoi anche tu, no? E in effetti lo volevo. O credevo di volerlo. O pensai che fosse giusto così.

Aprii il portatile e scrissi a Vera Nardi. Studiammo insieme allIstituto Superiore di Arti Applicate. Vera era rimasta nellambiente, aveva fondato un proprio studio. Vedevo a volte online i suoi lavori, per caso. Puliti, armoniosi, belle idee. Non ci sentivamo da sette anni.

Vera, sono Lucia Bartolini, forse ti ricorderai. Volevo chiedere: avete posizioni aperte nel vostro studio? È tanto che non esercito, ma ho ancora il portfolio delluniversità e qualche progetto mio. So che è una domanda strana dopo tanto tempo.

Inviai. Chiusi il portatile. Andai a controllare i compiti di storia di Anna.

Vera rispose dopo due giorni. Una frase: Lucia! Ma certo che ricordo. Passa a prendere un caffè, ne parliamo. E indirizzo.

Ci andai il mercoledì, dissi a Carlo che andavo dalla cosmetologa. La prima bugia in dieci anni. Piccola, composta.

Lo studio era in una vecchia palazzina di via dei Giardini, secondo piano, pavimento in legno, tre stanze, un grande open space. Profumava di caffè e cartoncino. Sui muri piani, schizzi, tabelle colori, campioni di tessuto. Quellodore mi strinse la gola in modo strano.

Lucia, esclamò Vera alzandosi dalla scrivania. Identica.

Invece era cambiata: più sicura, capelli corti, occhiali sottili. Realizzata.

Cambiata, replicai. Ma non si vede.

Bevemmo il caffè, e raccontai. Non tutto: né lanniversario, né la candela. Solo del design: che non avevo mai mollato del tutto, che leggevo ancora riviste, rifacevo casa nostra da sola, tre volte, che seguivo le tendenze. Che sentivo di poter tornare, se mi fosse dato tempo.

Cè un posto da assistente designer, disse Vera mescolando il caffè. Non è da capo, la paga è bassa, ma i progetti sono belli. Tre mesi di prova.

Lo prendo, dissi subito, senza pensarci.

Vera mi guardò con attenzione.

Lucia, tutto bene?

Non proprio, risposi. Ma lo sarà.

Mi ringraziò tacitamente per non chiedere altro. Fu una piccola riconoscenza.

Sulla via di casa entrai da Casa e Sogni, lagenzia immobiliare sulla strada, ignorata per anni. Mi mostrarono qualche affitto. Un bilocale in via Silenziosa: terzo piano, affaccio interno, lavori nuovi, arredamento semplice. Un altro odore, ma si sarebbe dissipato.

Presi le chiavi quattro giorni dopo. Pagai coi risparmi messi via dalla spesa di casa, un po alla volta in tre anni: dieci, quindici euro a settimana, mai troppo. Carlo non controllava quanto spendevo per il pane e il latte.

Lappartamento in via Silenziosa divenne il mio segreto. Ci andavo una volta a settimana, solo a sedermi sul davanzale con il tè in termos, a guardare il cortile. Poi iniziai a portare oggetti: libri che mi ricordavano prima del matrimonio, album illustrati, tazze che a casa restavano in fondo alla credenza e venivano usate una volta lanno. Il plaid verde regalato da mamma per i trentanni: dicevo che era in lavatrice, poi che si era perso, Carlo non chiedeva più. Matite colorate. Squadre e righelli.

Lo facevo piano, con calma. Ogni oggetto spostato era una piccola decisione. Un piccolo sì a me stessa.

Iniziai da Vera due settimane dopo quellincontro. Dissi a Carlo che seguivo un corso di aggiornamento, per non perdere la mano. Scrollò le spalle: Fai pure. Anna chiese: Mamma, cosa studi? Design, risposi. Forte, commentò lei tornando al telefono.

La prima settimana nello studio fu dura: la testa pesante la sera, il linguaggio aggiornato, i programmi diversi, nuove tecniche. Ma il senso dello spazio non se nera mai andato, mi aveva aspettato per tredici anni, come una valigia sotto il letto.

Lucia, guarda questa pianta, mi chiedeva Natalia, la collega giovane con cui lavoravo. Che ne pensi della suddivisione?

Guardavo, rispondevo. Lei annuiva, a volte sorpresa. Avevo vissuto negli spazi, conoscevo la realtà delle case dallinterno.

Pian piano sentii qualcosa che non riuscivo a nominare. Capì: era il senso del mio stesso peso. Come ritoccare terraferma dopo anni di galleggiamento. Era strano, quasi doloroso, ma reale.

A casa ero me stessa, come sempre. Cucina, pulizie, ascoltare le storie degli uffici di Carlo, controllare versioni di Anna. Domandare comera andata la giornata. Nessuno notava nulla. Forse perché da anni non mi guardavano davvero, da vedere le differenze.

A volte, la notte, pensavo a quello che facevo. Lasciare la famiglia. Un marito con cui avevo condiviso dieci anni. Una figlia. Lultimo pensiero stringeva il petto finché non mi alzavo, andavo davanti alla porta di Anna e sentivo il suo respiro. Pensavo: non posso farlo.

Poi ricordavo la padella di cipolle. La torta Velluto rosso in frigo. La candela bianca accesa per me, in una cucina vuota.

E capivo: ce lavevo già fatta. Avevo deciso quella notte, anche se le parole erano arrivate dopo.

Anna non era una figlia difficile. Anzi. Una normale adolescente, nel suo mondo, nel suo telefono, nei suoi amici. Non fredda, né cattiva. Cresciuta in una casa dove la madre era aria: indispensabile, invisibile. Chi la nota, laria?

Una sera di ottobre, Anna mi trovò in cucina tardi, seduta al tavolo con il portatile. Sullo schermo il progetto di un bilocale su cui lavoravo per uno dei clienti dello studio.

Mamma, che fai?

Lavoro.

Non eri al corso?

Sollevai lo sguardo. Anna fissava lo schermo, poi me.

Sono una designer dinterni, le dissi. Lo ero prima, poi ho smesso. Ora ci sono tornata.

Rimase zitta.

Bello, disse del disegno. Di chi è?

Di una giovane coppia. La loro prima casa.

È difficile?

È interessante.

Si versò dellacqua e andò via. Ma sentii che qualcosa era cambiato, poco, ma percettibilmente. Mi aveva guardata in modo diverso.

A novembre la maggior parte delle cose era in via Silenziosa. Documenti necessari solo a me: carta didentità, laurea, libretto. Tutto loccorrente professionale. Oggetti che conoscevano me come persona, non funzione. In casa nostra era rimasto tutto il resto: mobili, piatti, foto. Non ci tenevo. Era di unaltra vita.

Nel frattempo avevo la mia storia con lo studio di Vera. Tre progetti in prova, ottimi feedback dai clienti, un appartamento pubblicato in una rivista specializzata. Poco, ma mio. Mio davvero.

Vera mi assunse stabile a fine novembre. Lo stipendio un po aumentato, abbastanza per laffitto e vivere. Feci i conti: ora avrei potuto davvero andare. Non ricca, ma sufficiente. Basta per esserci.

Non parlai della questione economica né pensai agli alimenti. Non perché ignorassi i miei diritti: li conoscevo. Ma volevo solo ciò che era mio, niente negoziati. Niente spiegazioni inutili.

Lavvocata la trovai grazie ad unamica di Vera: Clara Bellini, cinquantanni, asciutta e precisa come una matita sottile. Mi presentai da lei a metà novembre con la cartellina dei documenti.

Figli? chiese.

Una figlia, quindici anni.

Chiede che venga a stare con lei?

Non subito, risposi. Vorrei che scegliesse lei. Mi basta che sappia che avrà sempre una casa dove andare.

Clara mi guardò con rispetto.

Capisco, disse. Preparerò i documenti standard. Divisione dei beni?

Casa sua, comprata prima. Lauto serve a me, intestata su di me. Conto comune: prendo la metà, il resto lascio. Nessuna altra pretesa.

Ne ha diritto, disse lei. E si annotò tutto.

I documenti erano pronti per i primi di dicembre. Li portai nell’appartamento in via Silenziosa.

La data del mio addio si compose da sola. Verso fine mese, Carlo disse che voleva celebrare la nomina: invitare colleghi, Caruso, un paio di amici. Venti persone, non di più. In casa. Cucinerai tutto tu, ovvio. Come sempre.

Decisi che sarebbe stata la mia ultima cena.

Non per teatralità o effetto. Era giusto così: sarei uscita da quella parte come ci ero entrata, curando tutti, sistemando tutto. Ultima cena. Ultimo inchino.

E avrei detto ciò che andava detto. Non per gli altri. Per me. Perché in dieci anni non avevo mai detto la mia verità a voce alta.

Il venerdì, la sera prima, chiesi a Carlo:

Dimmi la lista degli invitati. Quanti verranno?

Ventidue. Ti mando la lista.

Manda.

Lucia, sei sicura che ce la fai? Ordiniamo qualcosa dal ristorante?

Ce la faccio, risposi.

Ed era vero. Ce la facevo sempre. Era lunica cosa di cui lui non aveva mai dubitato.

La cena era per sabato. Il venerdì iniziai a preparare gli antipasti, quelli che richiedevano tempo: marinature, impasti, tartine. Anna arrivò alle dieci, affacciò il viso in cucina.

Tutto questo si mangia domani?

Domani. È la festa di papà.

Lo so. Posso restare?

Se vuoi. O se ti annoi puoi andare da Sara. Sono adulti, chiacchiere

Vediamo.

Rientrò in camera sua. Continuavo a tagliare, impastare, condire. A un certo punto mi accorsi che non pensavo a nulla. Solo mani che lavoravano. Una sensazione calma, quasi positiva. Per lultima volta.

La mattina dopo mi alzai alle sette e iniziai il lavoro vero. Anatra allarancia, che Carlo amava dai tempi delluniversità. Salmone al forno con le erbe. Tre antipasti. Crema di zucca, per la moglie vegetariana di Caruso. Due dolci: tortino al cioccolato e la mia torta di mele alla cannella. Presi il pane fresco al forno Bon Pane, crosta fragrante.

Quando tutto era pronto, salii a farmi una doccia, sistemai i capelli. Tirai fuori dallarmadio il vestito verde smeraldo. Lavevo comprato tre anni prima, a un impulso. Mai indossato. Dicevo a me stessa: lo metterò da qualche parte speciale. Levento era arrivato.

Stava bene. Smeraldo mi donava, lo sapevo da sempre. Carlo me lo aveva detto spesso nei primi anni, poi aveva smesso di dire qualcosa sul mio aspetto.

Misi gli orecchini con piccoli smeraldi, regalo di mamma per i trentacinque. Dopo anni tirai fuori il profumo Sera in giardino, note agrumate e fiorite.

Mi guardai a lungo allo specchio. Senza giudizio, senza paragoni con i venticinque anni. Solo io, quarantacinque anni. Donna. Designer. Lucia.

Gli ospiti iniziarono ad arrivare alle sette. Carlo apriva la porta, felice, sorridente, nel nuovo abito preso da Sagoma, scelto insieme tre settimane prima. Anzi, io glielo avevo scelto, commentando cosa stava meglio. Come sempre.

Accoglievo cappotti, offrivo da bere, disponevo posti. Sorridevo. Rispondevo a domande. Lucia, sei splendida, disse la moglie di Caruso, Nadia, la vegetariana. Una donna gentile.

Grazie, Nadia, anche tu.

Che abito! Carlo, guarda come sta bene Lucia!

Carlo si girò con il bicchiere.

Sì, disse. Bello.

Poi tornò a parlare con Caruso.

Riposi il sorriso in tasca. Andai in cucina.

Anna arrivò per la cena, jeans e maglioncino. Mi guardò nel vestito verde smeraldo con uno sguardo un po più lungo. Non disse nulla. Non aspettavo altro.

Tutto fu apprezzato. Gli ospiti chiedevano ricette, facevano complimenti, Lucia, sei una maga in cucina. Accettavo i complimenti, tornavo in cucina con i piatti vuoti. Carlo era al centro. Parlava, rideva, raccontava strategie aziendali. Era bravo a stare tra la gente. Lo sapevo da sempre.

Dopo il secondo piatto Caruso si alzò con il calice.

Amici, disse. Voglio dire una parola sulla persona che la nostra azienda è felice di avere nel nuovo ruolo. Carlo Bartolini, Direttore dello Sviluppo. In cinque anni è passato da manager a leader. Brindiamo a lui.

Tutti bevvero, applausi. Carlo si alzò, rosso di soddisfazione.

Amici, iniziò. Ringrazio Caruso che ha creduto in me, la squadra, e tutti voi. Grazie anche a mia madre, che mi ha sempre insegnato: lavora onestamente e ti noteranno. È stato così. Grazie a tutti.

Si sedette. Altri applausi.

Io, di fronte, nel vestito smeraldo, col bicchiere dacqua. Ascoltavo. Aspettavo. Il mio nome, nessun accenno. La donna che aveva cucinato per ventidue persone, lavato venti piatti, preparato questa tavola per tre giorni, tirato avanti questa casa per dieci anni, non esisteva in quel discorso.

Posai il bicchiere.

Mi alzai.

Carlo, dissi calma. Posso dire due parole anche io?

Lui mi guardò, un po sorpreso.

Lucia, ma che…

Solo un minuto, dissi. E guardai la tavolata.

Ventidue persone mi fissavano. Caruso con gentile curiosità. Nadia più attenta del solito. Lamico Michele con sopracciglio alzato. Anna, in fondo, mi guardava come davanti a quel progetto sul portatile: attenta, come se vedesse davvero una persona, per la prima volta.

Vorrei ricordare una cosa, dissi. La voce ferma, e anche questo mi stupiva. Un mese fa, il diciannove ottobre, ho compiuto quarantacinque anni. Era anche il nostro decimo anniversario di matrimonio. Mi sembrava un bellaccostamento.

Silenzio, così denso che avrei sentito Carlo toccare la base del calice.

Quella sera ho preparato pollo con verdure. Cerano candele in cucina. La torta era pronta. Non ho detto nulla, pensavo se ne sarebbero ricordati. Non fu così. Fu soltanto la conferma di ciò che sapevo. Che in questa casa io non cero più. Cè una padrona, una cuoca, una tuttofare, una tassista, una manager. Ma io, Lucia, qui non esist(evo) già da anni.

Parlavo piano, senza enfasi. Non teatrale. Solo la verità davanti a chi non laveva mai ascoltata.

Ho lasciato la professione tredici anni fa. Di mia volontà, sì. Ma di mia volontà in realtà voleva dire: così si deve, qualcuno deve tenere in piedi la casa, pensavo che il mio turno sarebbe arrivato. E non è mai arrivato. Io non lho preteso: speravo che se ne accorgessero senza bisogno di chiederlo. Non è successo.

Carlo rimase rigido. Vidi un muscolo contrarsi sotto la mascella. Anna non distoglieva lo sguardo.

Voglio dire a tutti voi, testimoni di questa vita: le mie cose sono già andate via da qui. I documenti dallavvocata sono pronti. Andrò a vivere in via Silenziosa, dove affitto già da due mesi. Lavoro come designer nello studio di Vera Nardi. Mi piace, e lì ci sono.

Silenzio. Teso. Totale.

Questa è la mia cena di addio come padrona di casa. Sono lieta che abbiate gradito. Era tutto buono.

Presi la borsa sotto la sedia che avevo preparato. Mi alzai.

Anna, dissi, sai dove trovarmi. Ho sempre il telefono acceso. Sono qui, ovunque sarai tu.

Lei mi guardava. Non riuscivo a leggere il suo viso. Troppo, tutto insieme.

Mi mossi verso lingresso. Presi il cappotto lasciato sul gancio, non nellarmadio, di proposito. La borsa. Tirai fuori le chiavi della casa in via Silenziosa: normali, con un portachiavi di un uccellino blu, preso nel negozio allangolo. Blu non per qualche simbolo: mi piaceva.

Uscii. Chiusi la porta. Dietro rimasero ventidue persone e dieci anni. E Carlo, che ancora non capiva cosa fosse successo. E Anna, che forse cominciava.

Era dicembre: freddo, con neve che iniziava ora, timida, inconsistente. Camminavo verso lauto pensando che dovevo comprare una nuova lampada ad angolo per il soggiorno. Mancava la luce, la sera.

Pensavo alla lampada perché sapevo che, se avessi pensato ad Anna, mi sarei fermata. Non tornata indietro, no, ma restata lì, ferma nella neve. E invece dovevo andare.

Comprai la lampada dopo due giorni. Bianca, con paralume in tessuto. La misi in un angolo del soggiorno. Appena accesa, la stanza cambiò.

I giorni successivi furono strani. Non tristi, non dolorosi, proprio strani: come i primi giorni in un posto nuovo, tutto insieme sconosciuto e tuo. Mi svegliavo senza pensare subito: Anna avrà mangiato? Carlo dovè la giacca? Cosa cucino oggi?

Pensavo: il caffè. Poi: prepararsi. Poi: lavoro.

Era un pensiero semplice, lineare. Ma era mio.

Carlo mi chiamò la mattina dopo. Risposi.

Lucia, cosè stato tutto questo?

Hai sentito quel che ho detto.

Hai fatto una scenata davanti a tutti. Davanti a Caruso, a tutti.

Ho detto la verità davanti a tutti. Non è teatro.

Che verità? Se avevi da dire qualcosa, potevamo parlarne. Senza questo spettacolo.

Aspettai un secondo.

Carlo, siamo sposati da dieci anni. In tutto questo tempo mi hai chiesto come sto, non va tutto bene?, ma davvero come sto, cosa provo, cosa voglio, forse tre volte. Lavrei segnato, se pensavo che potesse succedere.

Esageri.

Forse.

Lucia, cè un altro uomo?

Chiusi gli occhi. Poi li riaprii.

No, Carlo. Non cè nessun altro. Sono tornata da me stessa. Non te lo posso spiegare, ma è così. I documenti sono da Clara Bellini, numero e tutto nella cartella sul tavolo, te lho lasciata nel cassetto a destra. Parla con lei.

Lucia…

Anna è da te?

Sì. In camera, chiusa.

Se vuole venire, sono felice. Non trattenerla.

Lucia, non è normale.

Forse no, concordai. Addio, Carlo.

Riagganciai. Mi versai il secondo caffè. Aprii il portatile.

Avevo un progetto: una casa in campagna, una giovane famiglia, volevano spazio e calore. Ci lavoravo da tre settimane. Sapevo come farla.

Il primo mese fu pieno di tutto: fitto, insolito, a tratti solo, in quel modo che si sente le domeniche di novembre. Tante volte presi il telefono, pensai di chiamare Anna. Non lo feci: aspettai che fosse lei a decidere. Aveva bisogno di tempo.

Anna chiamò dopo tre settimane. Domenica, alle dieci e mezza.

Mamma.

Anna. Ciao.

Come stai?

Bene. Lavoro, sto bene. Tu?

Pausa. Sentivo il suo respiro.

Mamma, papà non sa fare il brodo.

Trattenni una risata.

Imparerà.

Ha comprato quello già pronto, da sciogliere nellacqua.

Anche quello si mangia.

Altra pausa.

Mamma, la prossima domenica posso venire da te?

Certo. Ti aspetto.

Fai qualcosa di buono?

Questa volta risi un po.

Anna, cucino ogni giorno. Vieni.

Arrivò la domenica seguente con lo zainetto piccolo. Suonò, anche se le avevo detto che avrebbe avuto le chiavi. Aprii: stava sulla porta, mi guardava con i pantaloni della tuta e un maglione, senza abito verde smeraldo. Solo me. Come se si aspettasse di vedere unaltra.

Entra, dissi. Lascia giù il giubbotto.

Entrò. Osservò. Il bilocale in via Silenziosa era piccolo: ingresso, cucina con finestra sul cortile, soggiorno con libero lampadario e scaffali di libri. Avevo già appeso alcune illustrazioni che amavo. Sembrava quasi un piccolo atelier.

Che accogliente, disse Anna, sorpresa.

Sto attenta.

La lampada lhai scelta tu?

Sì.

Bella.

Bevemmo tè e mangiammo torta di mele, la mia. Anna mangiò in silenzio, poi chiese:

Perché non ci hai mai detto niente? Che stavi male?

Pensai a cosa rispondere, onestamente.

Perché non ero sicura che qualcuno ascoltasse. E perché per capirlo ci ho messo tempo anchio. Quando capisci a pezzi, è difficile spiegarsi subito.

Lei annuì. Non disse se era daccordo o meno. Solo annuì, come chi prende atto.

Papà dice che cera un altro.

È la sua versione, con calma. Non la mia.

Lo so.

Lo sai?

Mi guardò dritto.

Mamma, ti vedevo. Gli ultimi mesi. Sei cambiata. Non per qualcuno. Da dentro.

Avevo quarantacinque anni, e mia figlia quindicenne mi diceva una cosa più intelligente di qualsiasi cosa avesse mai detto mio marito.

Sì, risposi. Da dentro.

Lanno passò ad un tempo lento e veloce, come passa il tempo quando vivi, non subisci. A primavera divenni senior designer nello studio: Vera propose senza che chiedessi. Seguii due progetti grandi e uno con Natalia. Clienti contenti. Uno, un appartamento sul Lungarno di una coppia anziana, arrivò finalista al concorso regionale Spazio e Vita. Non vincemmo, ma bastò.

Iniziai a conoscere i vicini. Un signore col cane rosso, chiamato Panino: un nome buffo per un cane così serio. La signora del primo piano, Lidia, che usciva ogni sera con la gatta al guinzaglio e diceva: Anche loro vogliono passeggiare. La studentessa del secondo che suonava la chitarra e una volta mi chiese consiglio su dove mettere il tavolo. Spostai il tavolo vicino alla finestra. Era contentissima.

Scoprii che sapevo gioire delle piccole cose. Prima no. O non me lo permettevo. Il buon caffè la mattina. Un libro letto perché mi va, non perché devo. Un bagno caldo il sabato. Una piantina nuova sul davanzale, un ficus giovane con le foglie lucide.

Con Anna ci vedevamo ogni domenica. Non sempre da me: a volte al bar Chicco e gusto, a volte al cinema. Raccontava della scuola, delle amiche, che aveva deciso di fare architettura. Un po è come il tuo, mamma? Un po, rispondevo. Ti piace? Sì, mi piace. Guardava il menu, rifletteva. Poi: Allora penso bene.

La separazione durò sei mesi. Carlo non voleva firmare, rimandava, diceva: pensa, è definitivo. Clara gestiva tutto con pazienza. Io restavo fuori dai confronti. In estate era tutto fatto. Presi la macchina e la mia metà del conto. Restò a lui la casa e tutto ciò che conteneva.

Mi chiamò una volta dopo la firma. Risposi, per educazione.

Lucia, voglio capire. Ho sbagliato qualcosa?

Una domanda vera, si sentiva. Non capiva.

Carlo, non hai fatto nulla di tremendo. Non mi hai visto. Per tanto tempo. Del tutto.

Lavoravo. Per noi.

Lo so.

E allora qual è il problema?

Restai qualche secondo in silenzio.

Il problema è che lavoravo anchio. Dentro la casa. E a me non vedeva nessuno. Senza pause, senza feste, senza avanzamenti. Nel giorno in cui coincidevano il mio compleanno e il nostro anniversario, non cero comunque per voi. Neanche allora.

Ero stanco, Lucia. Non vuol dire…

So che eri stanco, ribattei. Io sono stata stanca per tredici anni. Tutti i giorni. Senza ferie.

Tacque.

Buona fortuna, Carlo, dissi. Sul serio.

Riagganciai. Aprii la finestra: era agosto, sera calda, qualcuno annaffiava fiori nel cortile. Odore di terra umida. Stetti alla finestra pensando: è tutto. Fine di questo capitolo. Il prossimo si apre domani.

Nessun trionfo, nessuna tristezza. Solo qualcosa tra sollievo e gravità: come aver passato un esame, sapendo che luniversità continua.

A fine estate Anna veniva più spesso. Non solo la domenica, a volte il venerdì dopo scuola. Si mangiava zuppa o pasta. Mi aiutava a sparecchiare, non perché glielo chiedevo, ma perché capiva: non cera più nessuno a farlo per me. Una volta arrivò e iniziò subito a lavare le tazze del mattino. La guardai: ecco, ora stava capendo.

Mamma, disse un giorno dottobre, quasi un anno dopo. Papà non sa dove mettere le cose. Cioè, le mette in ordine, poi non le trova.

Si abituerà.

Ora ha la colf, viene una volta a settimana.

Fa bene.

Le paga più di quanto dava a te per la spesa.

Alzai lo sguardo. Anna sorrideva, con ironia gentile.

Anna, va bene così. Così deve andare.

Lo so. È solo… buffo.

Un po.

Il diciannove ottobre di un anno dopo, mi svegliai presto. Preparai il caffè e aprii la finestra. Il cortile si svegliava: Lidia con la gatta, il signore con Panino, la studentessa di corsa col suo zaino. Tutto come sempre.

Presi la torta Velluto rosso dal frigo: lavevo ordinata il giorno prima, da me stessa, per me. La misi sul davanzale. Presi le candeline, quarantasei stavolta, trovate al negozio sotto casa. Le accesi. Tutte quarantasei. Ne osservai la fiamma.

Espressi un desiderio.

Suonò il cellulare. Anna.

Buon compleanno, mamma.

Grazie, piccola.

Oggi sarebbe anche la nostra undicesima, no? Solo formalmente.

Sì, lo ricordo.

Come stai?

Bene. Ho la torta.

Già? Sono le otto.

È il momento giusto, dissi. Nessuno mi disturba.

Lei rise. Ridendo veramente, non per cortesia.

Mamma, passo stasera. Si può?

Certo.

Cosa porto?

Niente. Vieni e basta.

Pausa.

Mamma.

Sì?

Sei felice? Insomma, sul serio?

Guardavo le candeline. Bruciavano tranquille, tutte quarantasei. Fuori il cortile in movimento. In soggiorno la lampada nuova, scelta da me. Sui muri le illustrazioni che amavo. Sul tavolo il progetto che mi attendeva, dopo la colazione.

Sì, dissi. Sì, Anna. Sono felice.

Bene, disse lei semplicemente. Bene, mamma.

Ed era la verità. Senza ma, senza continuazioni. Vera.

Soffiai le candeline. Tutte quarantasei.

Fuori nevicava. Neve minuta, incerta, come un anno prima. Stavolta, però, ero io in casa mia, con la chiave portachiavi blu appesa nellingresso. E non dovevo andare da nessuna parte. Rimasi così, a guardare nel cortile, la panchina, la tettoia dei piccioni costruita da non si sa chi, visibile ogni mattino dalla finestra.

Poi tornai al tavolo. Mi versai un altro caffè. Aprii il portatile.

Il lavoro mi aspettava.

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Il figlio dimenticato